La Carrozza di tutti

Part 15

Chapter 153,905 wordsPublic domain

Un altr'ordine d'osservazioni feci di quei giorni sui malati in tranvai. Ne avevo già osservati nei mesi addietro: un giovinetto tisico, che faceva ogni giorno, forse per ricreazione, il giro intero della linea dei Viali, sempre solo, e che guardava tutti e tutto con lo sguardo stupito e insistente di chi, sentendosi già diviso dal mondo, lo vede a una distanza in cui gli apparisce quasi sotto un aspetto novo; una signora ancor giovane, pallidissima, che ad ogni scossa del carrozzone si premeva una mano sul cuore, chiudendo gli occhi e torcendo la bocca, come per un colpo di coltello; ed altri, dei visi smunti e bianchi, sui quali i passeggieri fissavano lo sguardo, troncando ogni conversazione, come per scrutarvi il mistero della morte. Ma non mi s'era offerto mai uno spettacolo così triste come quello che vidi la domenica di San Luigi, penultima di Giugno, sull'imbrunire, quando sui tranvai s'accendono i lumi. In un carrozzone chiuso, pieno di gente allegra che tornava da scampagnate e da feste, salì con grande stento, sorretto per un braccio da un giovinetto, un uomo sui cinquant'anni, dalla faccia smorta e disfatta; il quale, appena messo il piede sulla piattaforma, si cacciò una mano sulle reni, come trafitto da un gran dolore improvviso, e rovesciando il capo indietro, si battè l'altra sulla fronte, e gridò con una voce d'angoscia da far rabbrividire: — _Oh mi povr'omm! Mi povr'omm!_ — Doveva esser la sua una di quelle forme terribili di malattia della spina, accompagnate da sensazioni strane e spaventevoli, che paiono il principio d'uno sfacelo repentino dell'organismo e quasi l'annunzio della morte imminente. Entrò, più portato che sorretto, e cadde sopra la panca come un sacco di cenci buttato, volgendo intorno uno sguardo d'agonizzante, e mettendo un lamento sommesso, continuo, spaurito, infantile, tra il gemito e il pianto, che schiantava il cuore. Fra i passeggieri fu come se avessero gettato nel carrozzone un cadavere; ed era orribile veramente sotto la luce fioca della fiammella che ingialliva il suo viso chino, lasciandogli gli occhi nell'ombra, come già spenti. In tutta quella gente spensierata si destò bruscamente il sentimento della fragilità della vita umana, il pensiero d'una vecchiaia martoriata e disperata, la visione delle mille infermità miserande che ci aspettano, come mostri appiattati, sulla via degli anni, per saltarci sulle spalle e cacciarci a furia di morsi alla fossa. E vidi bene che fu in quasi tutti un effetto di sgomento più che di pietà. Alcuni impallidirono; una signora s'alzò e uscì sulla piattaforma; altri, per non vedere, torsero il viso verso la strada, e un signore vicino a me redarguì il fattorino, dicendogli che non era lecito, che era “un'indegnità„ il lasciar salire sul tranvai un uomo in quello stato. Un'indegnità! Gli avrei voluto ridire che tale non mi pareva; che se non l'avessero fatto salire, quell'infelice avrebbe sofferto doppia tortura a strascinarsi a casa a piedi, e ch'era giusto che la carrozza di tutti trasportasse anche i dolori, e ch'essa faceva del bene pure per questo: che costringeva qualche volta anche i felici a fissare in viso la disperazione e la morte, ad accogliere il grande pensiero che fuga ogni vanità e schiaccia ogni orgoglio. Ma avrei sciupato il mio fiato perchè proprio in quel momento, mentre passavamo accanto al giardino di piazza dello Statuto, si sparse una maledetta tempesta di note di flauto e di tromba da una giardiniera che veniva giù di corsa dallo stradone di Rivoli, tutta occupata da una banda musicale di dilettanti in cimberli, e lo spettacolo nuovo e comico di quel carrozzone sonoro, in cui si vedevano al chiarore dei lumi le facce rosse e enfiate di venti sonatori soffianti negli strumenti con una furia d'energumeni, ricondusse il pensiero di tutti dalla morte alla vita.

*

Conobbi anche in quel torno altri personaggi singolarissimi tra gl'impiegati dei tranvai: un cocchiere che parlava a ogni proposito delle sue terre, e che possedeva infatti non so dove cinque magre “giornate„ di prato, per cui era ammirato e invidiato dai colleghi come un latifondista americano; un fattorino che leggeva e rileggeva continuamente da mesi e mesi un volumetto sbrindellato e sudicio del romanzo _La mano del defunto_, diventato per lui una specie di libro dei libri, in cui scopriva ogni giorno nuove maraviglie; e un altro cocchiere, il più originale di tutti, un rozzo montanaro gozzuto, il quale, manieroso con tutti gli uomini, riserbava tutto il suo orgoglio e la sua villania per il bel sesso, che parea che odiasse a morte; tanto che quando una signora gli toccava la spalla con la punta dell'ombrellino perchè fermasse, si voltava indietro furioso, come se gli avessero piantato uno spillone nelle carni. Chi sa perchè! Ci doveva esser sotto qualche segreto di tradimento coniugale, che gli aveva messo nell'anima l'orrore della gonnella. E una sera scopersi finalmente, dopo un pezzo che lo cercavo, il dantista, per caso, sulla linea della barriera di Milano. Salendo sul tranvai nel momento che finiva un diverbio fra il fattorino e un contadino che scendeva, intesi quello mormorare fra i denti: — .... _in costà, malvagio uccello!_ — Un verso di Dante! — pensai —; che sia lui? — L'osservai. Era un giovine alto e bruno, di viso piccolissimo, con due occhietti neri pieni d'intelligenza e due baffetti arricciati di studente; sotto ai quali guizzava il sorriso ironico, e come abituale, d'un conoscitore precoce della vita, scettico e benevolo a un tempo. Sì, doveva esser lui. E glie lo domandai senza preamboli: — È lei che sa Dante a memoria? — Si mise a ridere; ma non parve maravigliato della domanda.

— Son fandonie —, rispose ridendo; — storie che hanno messe in giro i miei colleghi. Non ne so di più di quanto ne sanno tutti quelli che hanno fatto la prima Liceo. E poi, anche se l'avessi saputo, l'avrei scordato. — E mostrandomi il libretto degli scontrini, disse: — Il mio Dante è questo adesso. — E soggiunse con un sorriso: — _Lo mio volume._ — Gli domandai in che maniera dal Liceo fosse venuto a cascar sui tranvai. Me lo disse con disinvoltura. Suo padre, ingegnere, morto all'improvviso; la famiglia numerosa rimasta sul lastrico; un tentativo di commercio fallito; un impieguccio in una Società d'Assicurazioni, ottenuto e perduto un mese dopo, per riduzione di personale; la storia solita.

— E l'impiego attuale? — domandai.

— Ahi... _Selvaggio_ —, rispose sorridendo —, _et aspro e forte_. — E mi disse tutto, familiarmente. Era la prima volta che sentivo giudicare il pubblico da un “signore„ ridotto in quella condizione, donde lo poteva vedere di sotto in su: mi disposi a ascoltarlo con viva curiosità. Ma fu assai temperato, se non nella sostanza, nella forma, come tutti quelli a cui la disgrazia non sfibra, ma fortifica l'animo.

Il peggio, a suo senso, non era l'orario dalle sedici alle diciott'ore, il dover mangiare come i briganti, e la pioggia delle multe per un ritardo, per una svista, per mille errori di nulla, quasi inevitabili. Il peggio era il continuo contrasto, la lotta continua col pubblico, il doversi guardare da ogni specie di piccole insidie di nemici. Cose da non potersi immaginare. Bricconi che salgono sul tranvai, ci stanno un bel pezzo, e poi, fingendo d'aver sbagliato linea, saltan giù senza pagare, per far lo stesso gioco col tranvai successivo; beceri che salgono in sei o sette, le sere di domenica, e attaccan lite apposta fra di loro perchè nella confusione riesca a qualcuno di non pagare; imbroglioni che tirano a appioppare al fattorino dei soldi falsi, affermando, per esempio, d'averli avuti col resto d'una lira, magari dopo un quarto d'ora che se li rimestano in tasca; prepotenti che vanno sulle furie perchè il fattorino non vuol cambiare un biglietto da dieci, gridando che non è vero che non abbia spiccioli, come se di questi egli volesse far commercio a vantaggio proprio; birboni, insomma, e birberie d'ogni stampo. E poi ci son quelli che hanno perduto un oggetto sul tranvai e accusano il fattorino d'averlo raccattato e intascato; quelli che se la pigliano con lui perchè hanno sbagliato linea, o lo investono perchè s'è dimenticato di indicar loro la cantonata dove volevan discendere; e quelli che, avendo fretta, vanno in collera perchè egli non taglia col tranvai il corteo funebre o il battaglione che passa, o perchè un cavallo cade o tutte e due vanno lenti, come se fosse colpa sua quello che dicono, che la Società non nutre abbastanza le bestie. — Così è — concluse celiando. — Il fattorino, vede, è l'uomo

Al qual si traggon d'ogni parte i pesi.

Entravamo allora in quel largo corso Vercelli, ai due lati del quale si aprono strade e vicoli che si perdono nei campi e s'alzano camini di officine da ogni parte, in mezzo a case disuguali e sparse, che paion d'un villaggio, ma che serbano ancora nell'architettura, nei colori, nelle botteghe, in qualche cosa che sfugge alla parola l'aspetto assestato e rigido dei quartieri centrali di Torino. Quando fummo all'imboccatura di via Carmagnola, il fattorino m'accennò una casetta di due piani, poco lontana, coi terrazzi tutti fioriti, e disse: — Guardi; io stavo là, _nel tempo felice_. Il mio povero padre è morto là, al primo piano. S'era come in campagna. Ora stiamo a un quarto piano di via Barbaroux, in due buche, e la mattina mi tocca a fare un par di miglia per trovarmi sul posto prima di giorno. — E soggiunse sorridendo: — _Uomini fummo ed or sem fatti sterpi._

Poi riprese il discorso di prima. — No — disse — lei non si può figurare le pretensioni e le stramberie del pubblico con cui abbiamo da fare. — E le peggio, disse, non erano quelle della gente bassa, dei barabba che vogliono cantare in tranvai, e che rispondono alle preghiere con minacce, a cui convien rassegnarsi per non avere _suon di man con elle_; dell'erbaiola che vuol caricare a ogni costo un sacco grande come un armadio, senza un pensiero al mondo che il fattorino si buschi una multa per cagion sua; del briacone fradicio che si vuol sdraiare nella giardiniera come in una stalla. Più irritanti di costoro son le persone per bene che dovrebbero essere ragionevoli: il signore, per esempio, che pretende che il fattorino faccia alzare un tale per far posto a sua moglie, quello che vorrebbe ch'egli facesse smetter di fumare un tal altro che gli manda il fumo sul viso, la signora rimasta in piedi che se la piglia con lui perchè non c'è posto, dicendogli che _ha pagato e ha diritto di sedersi_, o anche lo minaccia di _far rapporto_ perchè non fa tacere un signore vicino che “parla male„.

— Il pericolo per me —, disse — è che qualche volta mi dimentico della mia condizione e son tentato di rispondere da “signore„ come rispondevo una volta, che sarebbe la mia rovina. Che sforzo debbo fare per rimandar giù le parole che mi vengon su! E me ne vengono, sa! Ma...! D'essere stati poveri è facile scordarsi; ma d'esser stati signori, quanto è difficile!

E continuò, dicendo che non potevo immaginare con che razza d'accattabrighe, anche ben vestiti, s'avesse da fare sui tranvai: con implacabili che brontolano alle spalle del fattorino o del cocchiere per lo spazio di tre chilometri, che riattaccano il lucignolo risalendo sul tranvai il giorno dopo, che serbano in corpo l'amaro d'un diverbio per dei mesi, che si prendono a parole fra di loro per le cause più futili e trascinano dei piati di maestro Adamo e Sinon Greco da borgo San Salvario fino alla barriera di Milano, ripetendo trecento volte la stessa frase con l'ostinazione d'un maglio di macchina a vapore. E il primo, il primissimo torto, in ogni caso, è sempre del fattorino, sul quale cascan tutti d'accordo. Nessuna pietà per lui, _anima prava_. Gli accadeva qualche volta, stando in piedi da dieci ore, di sentirsi la schiena rotta e d'avere un gran bisogno d'appoggiarsi un momento al parapetto della piattaforma posteriore, per riaversi un poco. Ebbene, non c'era caso che uno dei passeggieri che vi s'appoggiavano, mentre le panche eran mezze vuote, indovinasse mai il suo bisogno e gli lasciasse il posto per misericordia. Mai. Ogni passeggiere tratta il fattorino come se si fosse levato da letto un'ora prima e dovesse tornare a letto alla fin della corsa; ognuno ha l'aria di dirgli: _Omai convien che tu così ti spoltre_.... Ah, se assaggiassero per una settimana la nostra _piuma_ e la nostra _coltre_!

Ma tutto questo disse con tuono piuttosto di satira che di querimonia, e con la stessa vivacità studentesca riepilogò e concluse la sua chiacchierata. Sì, veramente: badare a chi sale e a chi scende, e a chi chiama da vicino e da lontano, saltar giù a raddrizzar gli aghi e a badare ai crocicchi, strusciarsi fra i passeggieri accalcati a pescare i soldi ritrosi, cambiare, notare, rendere i conti, rispondere a cento domande, rabbonire i litiganti, e pregare e leticare e spolmonarsi e beccarsi del villano e del buricco da gente bene e male educata, continuamente con le gambe in moto, con le braccia per aria, con la mente tesa e gli occhi all'erta e la multa sulla testa, per dodici ore filate, sotto il sole e sotto la pioggia, col vento e con la neve, tutti i santi giorni dell'anno, per cinquanta soldi al giorno.... è una dura vita. — E soggiunse in ischerzo: — _Tanto è amara che poco è più morte._ Se Dante tornasse al mondo, aggiungerebbe alle sue bolge delle linee di tranvai e metterebbe a fare i fattorini i peccatori della peggio specie.

Eravamo arrivati a quella piazza solitaria della barriera, che par la piazza d'un villaggio lontano da Torino, di là dalla quale s'allunga nell'aperta campagna la strada di Milano, e lì, al momento di scendere, l'arguto dantista spostato me ne disse ancor una, che mi parve la più amena di tutte, il più curioso esempio di pretensione indiscreta, ch'io avessi mai inteso citare, di passeggieri saccenti. Il giorno avanti, essendo salita sul tranvai una signora tedesca ch'egli non era riuscito a comprendere dove volesse andare, un signore pingue e dignitoso aveva detto con tutta serietà al suo vicino: — Bella figura che ci facciamo! La società dovrebbe prender dei fattorini che sapessero le lingue. — Ed egli, il dantista, gli aveva risposto: — Soltanto le lingue viventi, non è vero? Facoltativi il latino e il greco, tutt'al più. —

*

Per tre giorni, nulla di nuovo, fuorchè una fuga atterrita di signore da un carrozzone chiuso, dove un matto originale, credendo di divertir la compagnia, s'era levato di tasca e messo sopra una spalla due topini bianchi addomesticati, che gli giravano intorno al bavero, come una collana vivente: uno stridìo, un sottosopra, per cui accorse una guardia civica, decorata della medaglia al valor militare (_Donne, da voi non poco la patria aspetta!_). E poi, la domenica del ventisette, andando e ritornando dallo Sferisterio, due incontri desiderati. Il primo, sulla giardiniera della linea dei Viali: _Taddeo_ e _Veneranda_, con la loro bambina. Ma quanto mutati tutti e tre! Al primo sguardo, capii, vidi tutto: una malattia mortale della creatura adorata, una serie di giorni e di notti orrende, la casa risonante di singhiozzi, la mamma in ginocchio, il padre forsennato. La loro bimba era ancora smunta e pallida, e sui loro visi mutati, sotto la gioia della risurrezione, si vedevano ancora i segni dell'angoscia e del terrore. Come la prima volta, mi ritrovai dietro di loro, che avevano la piccina in mezzo, rivolta verso di me. Come si ricorda il viso di quelli che accarezzarono i nostri bambini! Mi riconobbero, mi sorrisero, e interrogarono con uno sguardo ansioso il mio sguardo, come dicendo: — La trova molto cambiata, non è vero? — e mostrarono meglio, in quel momento, i segni del grande dolore sofferto. i quali mettevan più pietà in quelle due nature placide, che dovevano aver vissuto per tanti anni una vita tutta tranquilla. E poi, senz'aspettar la mia risposta, mi diedero la triste notizia: il crup, un mese di letto, la bimba considerata perduta; e dopo la notizia, la storia, con un torrente di parole: i primi sintomi del male, il medico, i rimedi, l'aggravarsi della malata, le parole sue, che avevan credute le ultime in _quella notte_, in cui la loro ragione si smarriva e il mondo crollava sotto i loro piedi. Ah, no, è troppo terribile! Ah, chi non l'ha provato, non lo può pensare! E poi la sosta della malattia, i primi buoni indizi, le prime parole consolanti, e la gioia infinita; e qui un'effusione di gratitudine per il dottore, il cavalier Boni, un cuore! un ingegno! un angelo! L'altro, l'angelo piccolo, non lo portavan fuori che da tre giorni; era quella la sua terza passeggiata di convalescenza. — Comincia a riprender colore, — dissi. — Ah, sì? Comincia a riprender colore? — E mi guardarono con riconoscenza, come se fosse la mia parola che avesse soffuso un po' di roseo su quel piccolo viso, e con questo era il mondo intero che si ricoloriva ai loro occhi. E la covavano con lo sguardo, la carezzavano con le mani allargate come per afferrarla e per proteggerla. E a questo punto seguì una scena che mi commosse. Presentandosi il controllore a domandar gli scontrini, essi gli porsero anche quello della bimba. Quegli osservò che, se l'avessero tenuta sulle ginocchia, poichè non aveva ancora tre anni, avrebbero potuto non pagare il posto. Eh, lo sapevano! E capii bene il loro pensiero. Pigliare lo scontrino per lei come per una più grande e farle occupare un po' di spazio era per loro come un'affermazione che facevano a sè stessi, una volontaria e cara illusione che la sua persona fosse qualcosa di più di quello che era, una “quantità„ meno “trascurabile„ di quanto poteva parere. Con che dolce accento, quando discesi, mi dissero: — A rivederla! — E a me, vedendoli allontanarsi, passarono confusamente nel pensiero altri convalescenti che avevo visti seduti su quelle panche, in mezzo ai loro parenti racconsolati; e quel tranvai che dà anche al povero uscito di malattia, e alla sua famiglia, il conforto e la gioia d'una passeggiata in carrozza, che non potrebbero fare altrimenti, m'apparve sotto un aspetto nuovo, pietoso e benefico, come quello d'una carrozza futura, ch'io sogno, non destinata ad altro, e messa al servizio di tutti gli scampati dalla morte.

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Uscendo dallo Sferisterio, presi sul corso Margherita la giardiniera della linea di Vanchiglia, tutta piena di facce allegre, color di ribotta, che venivano dalla Madonna del Pilone, l'Auteuil di Torino. Eravamo a metà di via Vanchiglia, quando fra le sette schiere di nuche che mi stavan davanti ne vidi una, fra le più vicine, che mi parve di riconoscere: era d'un uomo, un operaio all'apparenza, che teneva aperto dinanzi il giornale _Per l'idea_. Dove avevo già visto quella larga nuca di testardo? Accanto a lui sedeva un ragazzetto, col capo appoggiato al suo braccio, e accanto al ragazzetto una donna giovane, che, voltandosi un momento di fianco, illuminò la mia memoria. Era quel tale operaio venuto dal Vercellese, disoccupato e arrabbiato, e sparlante della _Camera del lavoro_, il quale, due mesi addietro, sul tranvai di via della Cernaia, aveva strappato di mano al suo bimbo e buttato nella strada la caramella ch'io gli avevo regalata. Ah, maledetto sangue! Non feci in tempo a frenare l'ondata di sdegno che mi rivenne su, quantunque il giornale ch'egli leggeva mi dicesse che la sua mente s'era aperta a nuove idee, come il suo vestire e quello dei suoi mi diceva ch'egli aveva trovato lavoro, e che l'animo suo doveva essere quindi mutato. Ma fu un'ondata sola, che ricadde subito, sopraffatta da una viva curiosità. Vedendomi, si sarebbe egli ricordato di quell'atto, e m'avrebbe ancora mostrato nello sguardo il sentimento che gliel'aveva fatto compiere, o un sentimento opposto, o indifferenza soltanto? E stetti a aspettare che scendessero. Fecero fermare in via Lagrange e s'alzarono tutti e tre, presentandomisi di profilo, così vicini, che, scendendo, non potevano non vedermi. Incontrai prima lo sguardo della donna, che fissai per farmi riconoscere; e mi riconobbe infatti, dopo un momento d'incertezza, e arrossì leggermente, chinando gli occhi. Incontrai subito dopo lo sguardo di lui, che mi riconobbe alla prima. Quanto è puerile e finto l'orgoglio, che fa prendere all'offensore, per ingannare e mascherare insieme la sua coscienza, l'atteggiamento dell'offeso! Mi diede un'occhiata torbida e discese col viso adombrato. — Ho io dunque, — pensai, — una così odiosa faccia di borghese egoista, sfruttatore e disprezzatore d'operai, ch'egli non m'abbia ancora perdonato, dopo due mesi, un atto di cortesia? — E di nuovo stava per venirmi su l'ondata di sangue.... ma il grido di _avanti!_ del fattorino la compresse, come una parola magica: mi ricordò l'_avanti!_ col quale un giovine signore, apostolo ardente dell'Idea, una delle anime più generose ch'io conosca, soleva chiudere ogni suo racconto di atti d'ingratitudine e di diffidenze ingiuriose con cui era ripagato qualche volta dai lavoratori incolti e duri che catechizzava. — _Avanti!_ — concludeva, e si ridava all'opera con un coraggio d'eroe e una pazienza di santo. Sì, che cosa sono questi risentimenti se non guaiti miserevoli di quello che ti resta dello stupido orgoglio antico? _Avanti!_

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Sì, _avanti_: una bella chiusa di discorso, e com'è facile il dir delle parole nobilmente severe al nostro orgoglio! Il male è che l'orgoglio, quando gli si parla a quel modo, si rannicchia e lascia dire, e poi, alla prima occasione, ricomincia a fare il comodaccio suo. Delle belle parole glie ne dissi anche la sera dopo, trovandomi sopra una giardiniera di via Roma, seduto, a tre panche di distanza, dietro le spalle di _Siapure_, che aveva, accanto la sua ragazzina; e furon parole al vento. La bimba stava voltata un po' di sbieco, e mi guardava con una insistenza singolare. Certo, mi conosceva; certo, aveva “letto„ qualche cosa. Ma non riuscivo a capire il suo sentimento dal suo sguardo, che somigliava a quello con cui qualche volta si fissa una persona pensando ad un'altra. Aveva inteso suo padre parlar male di me? O gli aveva inteso esprimere con parole benevole il rammarico della nostra amicizia spezzata? Sentivo un malessere sotto lo sguardo pensieroso di quel giudice di dieci anni, che pareva mi frugasse nell'anima, e che ora aveva l'aria di dirmi dolcemente: — So che a mio padre vuoi ancora bene: perchè non gli stendi la mano? — e ora con espressione di rimprovero: — Tu odi mio padre; perchè l'odi? — No, bambina, — le risposi in cuor mio, — rassicurati, non l'odio; non potrei e non lo merita; ho dei torti io pure. Sì, certo, dovrei esser io il primo, come tu pensi, a tendergli la mano. Ma per far questo, vedi, dovrei esser ragionevole e buono; e non son nè l'uno nè l'altro, benchè abbia scritto qualche cosa che può farlo credere, e benchè tu mi veda i capelli grigi. Io son pieno d'orgoglio. Ah, se tu sapessi come questo povero orgoglio ci fa più piccini di voi! Ecco, vedo che c'è un posto vuoto vicino a voi due: sento una voce che mi spinge a scendere sul predellino e ad andarmi a sedere accanto a tuo padre; e sento un'altra voce che mi dice: — Sta lì! Non ti muovere! —; la prima è dolce e m'intenerisce; la seconda è aspra e mi sdegna; e non di meno io cedo a questa; e me ne vergogno in faccia a te, cara bambina; ma preferisco questa vergogna alla compiacenza profonda e gentile che proverei facendo quello che tu vorresti, e che io pure vorrei. Andiamo, volta il capo dall'altra parte, non mi guardar più; non merito lo sguardo dei tuoi occhi buoni e innocenti, te lo assicuro! — Si fermò in quel punto il tranvai e _Siapure_ si voltò a guardare dove fosse diretta l'attenzione continuata della sua figliuola: mi vide e mi fissò. Sarebbe stato quello il buon momento! Ma lo lasciai passare. — Avanti! — gridò il fattorino, e il tranvai ripartì. Come mi suonò diverso quell'_avanti_ da quello del giorno prima! Sì, avanti — voleva dir questo — avanti sempre così, orgogliosi, meschini, spregevoli fino alla morte.

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