La Carrozza di tutti

Part 16

Chapter 163,832 wordsPublic domain

E — avanti! — gridava _Desbotonass_ ogni volta che il tranvai si fermava sul Corso San Maurizio, la sera della festa di San Pietro. Aveva accanto sua moglie; doveva aver festeggiato il proprio onomastico; era briaco fradicio. I lampioni, danzando e moltiplicandosi ai suoi occhi, confondevano le sue idee topografiche; credendo di essere al Valentino, si stupì di veder lì la Mole Antonelliana, che apostrofò; scambiò l'Arena torinese con una casa di canottieri; e la vista improvvisa del piazzale delle Benne lo riempì di maraviglia come un'apparizione fantastica. — _Ma dovè che semm chi?_ — andava esclamando; — _ma dovè che se va?_ — E sempre ripicchiava su quel chiodo di non voler che il tranvai si fermasse, e gridava: Avanti! con furore crescente. Poi s'assopì per qualche momento, e, ridestandosi, fu preso da un impeto di tenerezza malinconica per sua moglie, e messole un braccio dietro la schiena e il capo sulla spalla, cominciò a confessarle i suoi torti, a dirle che era una buona, una santa donna, ch'egli era indegno di lei, che voleva cambiar vita; e glie lo prometteva e glie lo giurava; ma prima voleva esser perdonato. E inutilmente essa gli rispondeva di sì, che gli perdonava, ma che si quietasse, che non facesse scene. Ogni sua assicurazione di perdono non faceva che dar la stura a una nuova e più larga ondata di parole di pentimento e d'affetto, rotte da singhiozzi di pianto e di vino. — _Ah no.... meriti minga.... no, sont minga degn.... A ona donna come ti! La mia Mariettina! Dimm che te me perdonet! Te me 'l devet dì ancamò una volta, ancamò cent, ancamò mila volt!_... — E di nuovo accennava a torti propri, a virtù di lei, all'assistenza ch'essa gli aveva fatta quand'era stato malato, al rimorso ch'egli avrebbe sempre avuto di non essersi portato con lei da buon marito, all'amore che le avrebbe dimostrato di lì avanti, cangiando condotta, e perseverando sulla buona via, _fina al moment de sarà i œucc_. E in quell'eruzione di parole briache, che mettevan disgusto, veniva pur fuori il fondo d'una natura buona, guasta, ma non pervertita ancora, che mi faceva pensar tristamente a quante altre nature simili il vizio aveva pervertito affatto e andava pervertendo di continuo; e alle miserie e ai martirii d'innumerevoli povere donne come quella, torturate e uccise dal veleno maledetto ch'esse non bevono; e tutte quelle larve d'uomini avvelenati e di donne infelici, che mi passavan davanti per l'aria, rendevano triste ai miei occhi quella bella sera stellata e tepida di fin di giugno. Triste di questo pensiero antico, misto di rimorso e di vergogna; che non facciamo nessuno il dover nostro, che dovremmo bandire una crociata universale, ardente e infaticabile contro il mostro, non per mezzo di leggi e di prediche, ma disputandogli ad una ad una le sue vittime, con amor paziente e intrepido, col consiglio, con la preghiera, con la carità, con la comunione intellettuale, con tutte le forze che mettiamo in opera per salvar dal suicidio un fratello.

CAPITOLO SETTIMO.

Luglio.

Calori, languori, esami: soffia il terror del _cinque_ e dello _zero_ anche sulle giardiniere. Il tranvai è come una gazzetta vocale viaggiante che ci tiene in giorno non solo degli avvenimenti politici, ma delle passioni predominanti a volta a volta nello spirito pubblico. Da una settimana, su tutte le linee, colgo a volo da passeggieri d'ogni condizione frammenti di discorsi scolastici, espressioni di timori e di speranze, accenni a difficoltà e a pericoli, esclamazioni sospirose di mamme, che parlano di “preferenze„ e d'“ingiustizie„, di “raccomandazioni„ e di “pressioni„ come se avessero i figliuoli sotto processo. Sui tranvai che passano davanti alle scuole verso il mezzogiorno, salgono ragazzi e giovinetti coi capelli arruffati, col viso acceso e con le mani sporche d'inchiostro; i quali parlano con voce eccitata e stanca di soldati che si raccontino a vicenda i casi d'una battaglia. Si sente nella voce d'alcuni l'intenzione di farsi ascoltare e il compiacimento altero della vita intellettuale, si vede negli occhi loro un balenìo di speranze lontane di gloria, di alti uffici sociali e di ricchezze conquistate con l'ingegno. Ahimè! E io penso a quanti di loro, dopo esser passati per la trafila d'altri cento esami, e aver tentato e abbandonato, sgomentati dalla moltitudine dei concorrenti, molte altre vie maestre e traverse, parrà una fortuna di potersi rifugiare in uno di quei carrozzoni, col libretto degli scontrini in mano e il corno appeso al collo. E non vedo l'ora che sian passati questi “giorni del terrore„ dell'istruzione pubblica, poichè i discorsi che ascolto mi fanno pensare a migliaia di cervelli strapazzati, di cuori trepidanti, di amari disinganni paterni, di castighi, di scene domestiche dolorose, ed anche a suicidi miserandi d'adolescenti; e all'udir quelle allusioni alla farraggine delle materie d'esame, mi domando con tristezza quanto tempo passerà prima che s'abbia il sapiente coraggio di procedere a una semplificazione degli studi, la quale ne faccia d'un carico opprimente un nutrimento sano e gradevole, e penso con dolore che passerà un tempo anche più lungo prima che siano migliorate in modo le condizioni del lavoro meccanico, che non paia più una condanna il dovervi rimanere e quasi una degradazione il discendervi; senza di che non vi è salvezza per la società civile, che sarà uccisa dalla pletora degli spostati infelici e violenti. Ma mi rallegra un caso ameno, e non raro. Mi trovo sopra una giardiniera con un arguto professore di liceo, il quale, dicendomi che dallo strapazzo intellettuale nascerà nel venturo secolo qualche nuova malattia, una specie di tabe scolastica, che istupidirà un'intera generazione, tace tutt'a un tratto per tender l'orecchio verso due signore, che salgono dietro di noi, seguitando un discorso in cui egli ha inteso il suo nome. Ah! sono pericolosi i tranvai, in questi giorni, per i professori! Tendo l'orecchio anch'io. — Il grande scoglio è quello —, dice la signora più giovane, sospirando; e ripete il nome. — L'anno scorso si sperava d'esserne liberati, poichè n'è stufo anche il preside; ma ha delle protezioni al ministero, dicono, e restò. Basta guardarlo in faccia. Un di quei cani!

*

Ma il luglio, con l'aprirsi dell'_Arena_ e del _Teatro torinese_, posti sulla linea dei viali, mi portò un divertimento nuovo, che trovo descritto fra gli appunti, in una pagina finita. È uno spasso per me il percorrere quella linea la sera della domenica, all'ora che finiscono le rappresentazioni diurne. All'imboccatura di via Vanchiglia, e poi davanti all'Arena e al Teatro, si fanno tre infornate successive di passeggieri che portano nel tranvai tre ordini di discorsi disparatissimi di argomento, d'intonazione e di mimica, discordanti all'occhio non meno stranamente che all'orecchio. La prima è tutta d'uomini, usciti dal gioco del pallone, che continuano i commenti e le discussioni sulle partite e sulle scommesse, ripetendo cento volte le stesse parole: quindici, quaranta, fallo, dividendo, battuta, rimessa, e imitando i colpi e le mosse con gesti impetuosi e esclamazioni ammirative, in cui spira un soffio sano di forza, di lotta, d'aria viva ed aperta. Davanti all'Arena, dove si rappresenta l'operetta, salgono dei giovanotti col viso acceso di tutt'altra fiamma, i quali commentano con risate e parole grasse le maglie piene, i gesti impronti e i motti equivoci, spandendo intorno un soffio di sensualità e di licenza, che desta nei vicini dei sorrisi lubrici e delle fantasie peccaminose. Un po' più là vengon su dal Teatro bottegaie, crestaine, qualche volta una famiglia intera, tutti coi lucciconi, ancora commossi dalla chiusa del dramma, esclamando tutti insieme: — Una bella produzione! — Fa troppo pena. — Hai visto com'è morto? — Ha fatto la fine che si meritava. — Povera ragazza! E son cose che succedono! — e spira nei loro discorsi lo sdegno contro il malvagio, la pietà per l'innocente oppresso, la gioia della virtù trionfante, una commozione buona, sincera, profonda, che fa comprendere quale grande forza, disconosciuta dai più, male usata da molti, inettamente trascurata da municipi e da governi, sia il teatro popolare. E da un capo all'altro della giardiniera gioco, musica e dramma, nomi di battitori e d'attori, ritornelli, volate, pistolotti, morte, amore, totalizzatore mi si confondono all'orecchio in una sola conversazione strana, antitetica, burlesca e triste come la vita: immagine della vita anche in questo: che a ciascun gruppo pare leggiero, stupido o odioso l'argomento dei discorsi dell'altro, e che basta l'accidente più futile, come l'apparizione d'un cappellino stravagante o il barcollare d'un ubbriaco che passa, a far sì che tutti si distraggono dai loro pensieri e mettan fuori in coro un _Oh_ prolungato di stupore, che rivela il fondo fanciullesco di tutti.

*

Pioggie, uragani, il mondo sottosopra: un'estate degna dell'inverno di Abba-Garima. Ma debbo ai carrozzoni chiusi d'essermi trovato in una delle congiunture più curiose che possano occorrere a un passeggiere di tranvai. Dopo tanto tempo ritrovai sulla linea di via Garibaldi il bel capitano di fanteria e la moglie ipotetica dell'impiegato delle Poste (lettere raccomandate). Alla prima occhiata mi parve che non fossero più audaci come l'altra volta, che la passione, quetandosi un po', avesse ridato luogo in loro alla prudenza dei primi giorni. Eran sedute dentro con noi altre persone, fra cui ricordo un giovanotto che aveva nella cravatta una grossa spilla di porcellana, con su scritto ad arco in caratteri leggibilissimi: — _Cerco moglie;_ — ma questi e gli altri discesero in Piazza Castello, e restammo noi tre soli. Vidi allora negli occhi dei due, che sedevano l'uno di fronte all'altro, balenare un raggio come di speranza. Senza dubbio, s'avevano da dire qualche cosa d'importante prima di lasciarsi, come facevan sempre, come due persone che non si conoscessero, e aspettavano che io discendessi in via Po. Ma io dovevo fare ancora un buon tratto; oltrechè mi tratteneva lì la curiosità inseparabile dalla mia professione. M'accorsi ch'erano impazienti, incontrai uno sguardo di lui che mi disse chiaramente: — Se sapesse che piacere mi farebbe a discendere!

— Pensi un po' se non lo capisco! — gli risposi dentro di me. — Ma debbo trattenermi per ragion di studio: lei ci ha il suo amore, io ci ho il mio libro.

Il tempo passava. Uno sguardo della signora mi disse: — Se ne vada dunque una volta! — ma così apertamente, che ne fui offeso. E le risposi con gli occhi: — No, non è codesta la maniera: me lo chieda con più garbo e potrà essere ch'io la contenti.

Si scambiarono un'occhiata che equivaleva a un'esclamazione a due voci: — Che testardo importuno! — Egli tormentava con la mano la dragona della sciabola; essa l'anello dell'ombrellino.

Un momento dopo egli mi diede una guardata che fu un vero e proprio spintone; ma essa corresse subito l'effetto dell'atto brutale con uno sguardo ansioso e quasi umile, che diceva: — Lei ha capito; mi faccia questo favore; non abbiamo più che un minuto; la supplico.

Impietosito, feci l'atto di alzarmi; ma in quel momento sonò il campanello e il tranvai s'arrestò: saliva una famiglia.

E allora mi fulminarono tutti e due insieme con una tale occhiata, che mi parve di sentirmi entrare a un punto nelle carni la punta dell'ombrellino e la punta della sciabola, e m'affrettai a discendere, volgendo in mente questa pagina, che mi costa un rimorso. Ma non m'ero certamente ingannato: l'amore doveva esser già malaticcio, e mi diceva il cuore che un giorno l'avrei visto trasportar dal tranvai, come da un carro funebre, morto di consunzione.

*

Seguita un tempo matto, variato d'acquazzoni violenti, di rasserenamenti repentini e di scrosci di pioggia rincalzanti; durante il quale faccio una scoperta preziosa che mi apre sul tranvai un nuovo ordine di godimenti artistici squisiti. Costretto a star sempre dentro al carrozzone, scopro che riescono bellissimi, all'apparire improvviso del sole, certi prospetti della città, veduti nel vano delle due porticine che li racchiudono come in una cornice oscura, giovando all'occhio come il far canocchiale della mano davanti a certi particolari d'un quadro. Quante piccole maraviglie! Da via Garibaldi immersa nell'ombra vedo un pezzo della facciata del Palazzo Madama, con dinanzi l'alfiere marmoreo del Vela, piccolo come una figurina di scacchiera, d'una bianchezza di neve, luminoso e vivo su quel fondo cupo, come se splendesse di luce propria e avesse sentimento della sua gloria. Nella via del palazzo di Città vedo inquadrato nell'uscio, illuminato di fianco, il gruppo violento del Conte Verde e dei Saraceni, in mezzo alle statue più lontane del principe Eugenio e di Emanuel Filiberto: un quadretto un po' manierato e teatrale, ma vivissimo, della vecchia Torino austera e guerriera. Vedo in via Roma, come dentro a una finestra, l'alta figura impennacchiata del vincitore di San Quintino, che spicca in nero sulla lontana facciata ad arco della Stazione, trasparente e ridente come la porta monumentale d'un giardino maraviglioso. In via Po, come pel vano di due opposte feritoie, ammiro da una parte la Gran Madre di Dio, lumeggiata dal sole che tramonta, spiccante sul verde fosco della collina, come un blocco smisurato di marmo roseo, e dall'altra parte la faccia posteriore del Castello, rude e tetra, nell'atto che n'esce e passa sul ponte una processione di _Figlie verdi_ coi veli bianchi: un quadretto medioevale misterioso e severo, a cui non mancano che due alabardieri corazzati ai due lati del portone, minacciante ancora una sortita d'assediati. E ricordo altri innumerevoli quadri alti e stretti, che presentano sfondi lontani e vaporosi di vie diritte e lunghissime, segnati d'un tratto nero da un camino d'officina, somigliante a un dito titanico; quadri pieni del verde dei colli e dell'azzurro e del bianco delle Alpi, su cui s'intaglia vigorosamente la spalla enorme d'un passeggiere ritto sulla piattaforma; quadri semplici e profondi, d'un sol colore turchino carico, in cui brilla uno spicchio argenteo di luna, e sopra la luna una stella. E durante una corsa sola, cangiando il tempo, tutte queste vedute s'annebbiano e tornano a rischiararsi, perdono e riprendono i colori, e mentre il quadro davanti, su cui si disegna la testa del cocchiere, si riaccende, il quadro di dietro, sul quale spicca la testa del fattorino, si rioscura, tanto che di là par mattino e di qua sera; e poi tutto quanto, davanti e di dietro, si confonde in un solo color grigio, rigato dalla pioggia obliqua, dietro alla quale spariscono le case, le colline, le Alpi, il cielo, e le due piccole porte non son più che le cornici di due paesaggi confusi, che rappresentano l'uggia e il malumore.

*

E acqua e fulmini e ira del cielo. I giubilati debbon scappare ogni momento dai viali per rifugiarsi nei tranvai chiusi, dove, raggomitolandosi e tossicchiando, si lagnano dello sconvolgimento delle stagioni, del mondo mutato, dell'estate che non è più estate come al loro buon tempo. E in loro posso esaminar gli effetti lamentevoli di questi improvvisi mutamenti atmosferici che aggravano il peso degli anni, sconvolgono i nervi, inacerbiscono tutti gl'incomodi, scolorano tutt'a un tratto il mondo e la vita a innumerevoli creature umane. Vedo delle vere carrozzate d'umor nero, tranvai che paion sale d'aspetto di medici consulenti, con dei visi di vecchi atteggiati a quella serietà cupa e immobile, che tradisce la mente inquieta, intenta a osservare i movimenti irregolari della macchina interna scomposta, minacciante qualche brutta sorpresa. Quant'è mutato anche il mio buon veterano di via Garibaldi! Me lo trovo davanti, rincantucciato in un carrozzone della linea di Vinzaglio, con la fronte solcata da una ruga verticale profonda, e al mio: — Come sta? — risponde con voce rauca: — Niente, niente bene. E come si può star bene? Non c'è più stagioni! Chi ne capisce qualche cosa? È il mondo che va a soqquadro.... E poi, e poi, sono settantott'anni! — Ma non dice più quel numero in tuono di vanto: intacca a metà della parola, che par che s'allunghi e s'appesantisca sulle sue labbra cascanti. E quanto gli resta di vita negli occhi lo spende a cercare dal finestrino il suo Ciuchetto, che trotterella accanto al tranvai, tutto impillaccherato, e ad ammonirlo col dito, quando ricompare dopo uno sviamento, perchè, dice, _lui_ sa che _egli_ vuole che cammini sempre accosto al muro, per cansare i pericoli e perchè egli lo possa vedere. E pare che col sentimento della propria decadenza fisica cresca in lui l'affetto per la povera bestiola, il suo unico amico, il quale tra non molto, dopo tanti anni di fida compagnia, egli dovrà lasciar solo nel mondo, a morire forse d'una morte atroce, dopo molti mesi di vita randagia e famelica, esasperata da persecuzioni crudeli. Fuggono intanto di qua e di là dal tranvai, sotto la pioggia dirotta, gli alberi frondosi dei viali, fuggono le colonne snelle dei nuovi portici, appaiono e dispaiono le imboccature delle grandi strade, e sopra ogni cosa scorre a traverso ai vetri il suo sguardo velato da un'espressione di tristezza, come se egli pensasse che è quella una delle ultime volte che gode quello spettacolo e il suo spirito pigliasse comiato quel giorno dalla sua cara e bella Torino. — Ah, bella, sì, e quanto! — par ch'egli dica con quello sguardo, — bella anche con questo tempo, bella anche così grigia e malinconica, anche così immollata e infangata come il mio povero cane....

*

Una bella giornata, finalmente, e una bella scena, un esempio nuovissimo della potenza del femminino eterno, quale non può darsi che sulla carrozza di tutti. Una bella ragazza bruna, esuberante di vita, con un roseto vermiglio sul cappellino, stretta in un superbo vestito nero luccicante di perline nere, che le modella come una maglia il busto svelto e opulento, siede in capo a una panca della giardiniera, tenendo una gamba sull'altra e un piedino per aria; il quale sfida il mondo, di pieno accordo col viso, scintillante di civetteria, e sorridente d'una larga bontà consolatrice. La giardiniera corre sotto il sole giù per il viale Regina Margherita, dov'è costretta a rallentare perchè è smossa la strada, e lì s'incontra con un reggimento di fanteria che vien su in quattro file, di cui la prima a sinistra passa rasente la pedana, dalla parte dov'è seduta la bella. Primi i soldati della fanfara, passando con le trombe alla bocca, volgon gli occhi a quel viso bruno che sorride sotto quel cespo di rose rosse e a quello stivaletto giallo che segna il tempo della musica sotto quel vestito imperlato. E dalla fanfara pare che la scintilla trapassi lentamente per tutta la colonna. A tre, a cinque, a otto per volta, man mano che passano, tutti i chepì si voltano, tutti gli occhi s'avvivano, tutte le bocche si arrotondano; sul viso degli uni guizza un sorriso, dalla bocca degli altri scocca una parola; molti si girano indietro, parecchi perdono il passo, e chi dà di gomito al vicino, chi si sporge un po' in fuori per veder più da presso il piedino e il roseto. A dieci passi di distanza l'effetto della scintilla è già visibile. E via via, ufficiali, soldati, caporali, sergenti, teste bionde del settentrione e teste brune del mezzogiorno, visi barbuti e imberbi di piemontesi, di napoletani, di siciliani, di sardi, per quanto la colonna è lunga, tutti si voltano dalla stessa parte, come se sfilassero davanti a un generale d'armata, ed esprimono con lo sguardo il pensiero medesimo, con una regolarità preveduta, che finisce con mettere in allegria tutti i passeggieri del tranvai, adocchianti a vicenda i soldati e la ragazza, la quale sorride amabilmente a tutto il reggimento, come una sovrana contenta. Oh eterno femminino! E pensare che la grande forza dello Stato è formata da cento colonne d'uomini come quella, ciascuna delle quali, passando davanti a quel roseto, farebbe come quella fa; che quel visetto bruno darebbe una scossa elettrica a tutto l'esercito nazionale, se tutto l'esercito le sfilasse accanto a quel modo! Che cos'è mai un grande esercito visto dall'alto d'una giardiniera, quando sporge fuor di questa lo stivaletto d'una bella ragazza!

*

E pioggia da capo, e vento, e tuoni: i cocchieri hanno il viso lavato dagli acquazzoni, i cavalli grondano, i vetri sgocciolano, le signore salgono con le vesti fradicie e con la bocca torta, e lanciano, entrando, occhiate feroci l'una all'ombrello dell'altra. La cortesia consueta si risente del cattivo tempo anche fra le persone più cortesi, e pure i visi più simpatici appariscono in una luce poco favorevole. No, non son questi i giorni da cercar moglie sui tranvai: non ci si vedono che signorine smorte, imbronciate contro il cielo: il mio bel pittore, se ancora non ha trovato, deve perdere il suo tempo. E argomento dal suo viso l'una e l'altra cosa, vedendolo salire sul carrozzone in via Madama Cristina; e più che dal viso, dall'atto rabbioso, in lui insolito, col quale dà uno strappo all'ombrello che non si vuol chiudere. Sul suo largo viso roseo di buon ragazzo v'è un'ombra di malinconia anche più scura di quando lo vidi l'ultima volta, e sotto quell'ombra un'altra, che par d'una irritazione abituale. Gli domando se ha trovato: egli scrolla le spalle d'atleta con un moto di dispetto fanciullesco, corretto da un sorriso forzato di cortesia, e inveisce contro il tempo. Ma è tutt'altra, capisco, la causa del suo malumore; lo capisco un momento dopo da una tirata rude e sconnessa ch'egli fa contro le ragazze torinesi, con la violenza improvvisa d'un uomo d'animo semplice, a cui manca ogni sentimento dell'arte delle transizioni. — Anime fredde, pezzi di ghiaccio, bambole; belle bambole, piene di tritura di legno. — C'è di mezzo una bambola — dissi tra me, — senza dubbio. — Per loro — continuò — tutto sta nel _bel contegno_; ma quando sotto il bel contegno non c'è nulla.... è la virtù delle statue. Manca la materia combustibile, questo è quanto. Angeli d'alabastro, santine di neve. Ha detto bene l'Alfieri: _là dove Italia boreal diventa_. Figliuole di Borea. — Io lo incoraggiai, paternamente. Che diavolo! Se non faceva breccia un uomo come lui, un Ercole gentile, bello, artista, sul fior dell'età, chi l'avrebbe fatta? — Ah sì, artista! Non è aria per l'arte qui; se fossi un uomo di scienza, o se portassi le cedole appese al collo, forse.... — E poi lo cominciava a seccare anche la città; anzi era un pezzo che lo seccava: tutta quella geometria, tutto quel giallo, quel girare e rigirare e parersi sempre nello stesso luogo! A giorni gli saltava il ticchio di far le valigie e di scappare come un cassiere. Non aveva alcuna meta determinata: gli sarebbe piaciuto di andare a caso, di città in città, lontano, fino all'ultima punta della Sicilia. — Guardi un po' queste case, queste strade, se non fanno pigliare in odio l'angolo retto e l'omologia. E la gente è tal quale. Non le pare che tutti si rassomiglino? Come no? Ma ci son centinaia di signorine che paiono state tutte calcate l'una sull'altra, ritagliate con un solo giro di forbici sopra un foglio piegato in cento.

— Ah! — gli dissi ridendo — ce ne dev'esser una che è sfuggita alle forbici....

Ma non mi badò, e insistette. Da qualche tempo vedeva delle carrozzate di gente che avevan tutti un'aria di famiglia; tutti i giovani gli parevano impiegati a _mille e due_, i vecchi, tutti sergenti pensionati, le signorine, tutte istitutrici di collegio, tirate a filo di regolamento....

— Eh, lasci andare, — gli osservai, — ci son pure delle belle ragazze....

— Oh per questo sì! — E qui si tradì. — Ci son dei tipi.... delle figure raffaellesche.... certi visi bianchi con gli occhi azzurri.... d'una purezza, d'una grazia! Ma manca la vita, la fiamma. N'ha più una siciliana nel dito mignolo che dieci di loro da capo a piedi....

Io ci volevo un core Dentro a quel seno bianco....