Part 17
E tacque un momento; poi riprese bruscamente: — Io, già, vedo delle gran facce antipatiche. — E chiamò la mia attenzione sui passeggieri. — Veda un po' che mutrie. Mi par di vedere un piccolo museo d'automi di cera. Sarà anche un po' effetto del tempo, forse.... Insomma, mi secco. — E dopo un po', nell'atto di scendere, soggiunse sorridendo, ma con accento di tristezza: — Mi darei per un nichel....
— È preso, — pensai, — non c'è dubbio; preso da un viso bianco con gli occhi azzurri. Oh, imbroccherò bene il tranvai dove ci saran tutti e due....
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Fu il pittore che me l'attaccò? Fu il brutto tempo? Fu una cattiva disposizione di salute? Per alcuni giorni soffersi anch'io del suo male — l'uggia del prossimo — un male bisbetico, il quale s'inasprisce in particolar modo nei tranvai, dove le facce antipatiche, che per la strada non si vedono che di sfuggita, ci rimangono sotto gli occhi per qualche tempo, e s'è quasi forzati a guardarle. Antipatiche, perchè? Non può esser altro che per questo, che son per noi delle maschere di nemici ipotetici, facce da cui argomentiamo opinioni, passioni, gusti, consuetudini opposte alle nostre, esseri, fra i quali e noi, se ci frequentassimo, non potrebbe correre nè affetto, nè stima, nè accordo alcuno. Quante ne vidi in quei giorni, e quante ne ricordai! E a chi non accade lo stesso? Son persone sconosciute con cui da anni, ogni volta che c'incontriamo, scambiamo uno sguardo malevolo, o indifferente ad arte, o facciamo uno sforzo per non guardarci; gente di cui lo sguardo, la voce, la sola vicinanza ci mette in impiccio, ci dà una molestia, un senso sgradevole come quello d'una punta di stecco fra i denti o dei capelli tagliati nel collo; disgraziate creature, di cui il passo, il modo di far fermare il tranvai, di salire, di sedersi, di pagare, di metter lo scontrino sul cappello, tutto ci è spiacevole, come se fossero stati impastati e ammaestrati per farci dispetto. Quando ce li vediamo all'improvviso daccanto, ne risentiamo una scossa, come per un urto, e un sentimento di suggezione ad un tempo, come se sotto il loro sguardo si tradisse il nostro pensiero, ed essi potessero misurare la piccolezza dell'animo nostro dal potere che hanno sopra di noi. E quella promiscuità forzata del tranvai ce li rende più uggiosi, come degli intrusi in casa nostra, ed è una vera liberazione quando discendono. Quanti ce ne sono, e come ci pullulano davanti in quei giorni di malumore! Pare che ciascuno ci perseguiti e che tutti si siano dati l'intesa per non lasciarci pace. Non ricordo bene quanto sia durato quel periodo; ma so che mi parve di riveder tutti quelli che avevo intoppati in vari anni. Feci delle corse calamitose, durante le quali cinque o sei, successivamente, mi si strofinarono addosso salendo e scendendo, m'infradiciarono coi loro ombrelli, mi soffiarono in viso il loro alito, mi gridarono all'orecchio degli _alt_ e dei _ferma_ stonati, nasali, villani, melliflui, irritanti, mi fecero sentir dei discorsi scipiti, vanitosi e pedanteschi, mi tormentarono coi loro sguardi insistenti coi quali parevano dirmi: — Siamo saliti apposta per te e spendiamo con piacere due soldi per farti soffrire. — Che rabbia e che vergogna! Sì, proprio, patimenti vergognosi, antipatie ignobili, rabbie miserabili, mosche e vermi dell'anima, che, se un atto della volontà si potesse rassomigliare a un atto meccanico, direi che vanno spazzati via con la scopa.
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Una commozione viva di pietà mi ruppe il corso di queste giornate maligne. In una giardiniera di via Garibaldi, su una delle prime panche, era seduto un soldato con l'uniforme d'Africa: un piccolo fantaccino macilento, che pareva non accorgersi d'essere guardato da tutti, e che alle domande di cui lo tempestavano alcuni vicini curiosi rispondeva a monosillabi, con l'accento d'una persona seccata, guardando qua e là, come se cercasse qualcosa per aria, con lo sguardo diffuso e fuggente, proprio degli scampati a una strage. Ebbi un rimescolo quando, voltandomi indietro, vidi ritta dietro all'ultima panca, col suo sacco solito, la vecchia di Pozzo di Strada, immobile, con tutta l'anima negli occhi, fissi sull'elmetto di quel giovane con l'espressione attonita e profonda dell'ipnotizzato, intento all'oggetto che lo affascina. Certo, essa viveva ancora tra la disperazione e la speranza, e la vista di quell'uniforme le risollevava nell'anima in tutta la prima violenza la tempesta dei due opposti sentimenti che se la contendevano. Era una povera divisa di tela come quella, che da quattro mesi eterni essa vedeva col pensiero, lacera, sforacchiata, insanguinata, fatta a brani e sparsa per le rocce e pei rovi del campo di battaglia scellerato. Chi sa mai che cosa pensasse, che cosa vedesse in quel momento nella figura di quel soldato? Che cosa le diceva mai quello spettro del suo figliuolo, sorto improvvisamente sulla sua strada: — Mamma, son vivo? Mamma, soccorrimi? Mamma, muoio? son morto? addio per sempre? — Le era un conforto o uno strazio il vederlo? Non si poteva comprendere da quel suo viso chiuso di vecchia contadina usata a soffrire, da quel suo occhio immobile, dilatato, asciutto, che pareva fisso in un punto solo di quella persona come in un altr'occhio che s'affisasse in lui, fisso come se non si fosse dovuto movere mai più se la corsa non avesse avuto più fine. E mi domandai perchè, appena vedutolo, essa non fosse corsa a interrogarlo con quell'ingenua illusione delle madri ignoranti che domandano allo sconosciuto reduce dall'America notizie del figliuolo emigrato. Pensai che forse ella aspettava che il tranvai si fermasse per andarsegli a sedere accanto; ma il tranvai si fermò ed ella non si mosse. Fu timidezza? O la ritenne il terrore di saper la verità? Discese, come sempre, al crocicchio di via Venti Settembre, e appena fu sul marciapiede, si fermò, col suo sacco in spalla, e si voltò indietro a guardare il soldato un'ultima volta. E poi tirò via, a guadagnarsi il pane, curva sotto il suo sacco e sotto il suo dolore.
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Ripiove, e riecco la noia dei carrozzoni chiusi; ma rallegrata da una “scena d'interno„ amenissima. V'è nel mezzo una signora secca e elegante, già sulla “detestata soglia„ della maturità, visibilmente stizzita dalla vicinanza d'una bella bionda giunonica di vent'anni, che la offusca con lo splendore del suo viso e con lo sfarzo dei suoi abiti, e a cui ella saetta delle occhiate di traverso come se le volesse dar fuoco. In un angolo, seduto sulle ginocchia di sua madre, un bimbo paffuto, inebbriato dal profumo d'un canestrino di lamponi, su cui lascia gli occhi, senza punto intenerire la servotta rosata e tutta curve che lo tien fra le mani; la quale finge di non sentire il gomito e il ginocchio audace d'un satirello canuto, con gli occhiali d'oro e il nastrino di cavaliere, che par che fonda al suo contatto. — _Invidia, gola e lussuria_, — mi dice all'orecchio quel diavolo di _Schopenhauer_, a cui nulla sfugge; un mio buon amico, pessimista marcio, ma galantuomo, che non avrebbe alcun difetto oltre la sua filosofia, se non fosse, nonostante questa, infiammabile come un arabo. Il tranvai si ferma per aspettare la pancia d'un signore che viene avanti di lontano a passo di lumaca, come se dormisse camminando. E l'amico scatta: — Ma costui s'infischia del mondo! — e se la piglia col fattorino: — O che dobbiamo aspettare il comodaccio di quel pachiderma?... E avanti dunque, maledetta l'accidia! — _Accidia ed ira_, — dico io, puntando il dito nel petto a lui, che sorride amaro. Sale finalmente l'aspettato, s'adagia, e si riparte. Ma ecco che, dopo pagato il biglietto, il nuovo entrato si lascia sfuggire dal portamonete bellissimo un soldino, che rotola fra i piedi dei passeggieri. Si china lui, si china il fattorino, si scomodano tutti, e il soldo non si trova, ed egli s'ostina a cercare e a scomodare il prossimo, che principia a brontolare, sudando e soffiando, col viso acceso e turbato, come se avesse perduto un diamante. — To' — dice allegramente lo Schopenhauer, — l'_avarizia_. — Ma la nostra attenzione è attirata in quel punto da una vecchia signora segaligna, entrata poc'anzi dall'altro uscio, la quale, all'atto di pagare, s'accorge, quasi spaventata, di non avere in dosso il portamonete. — Mi permetta di pagar per lei, _madama_, — le dice cortesemente un signore che le sta accanto. — A chi dovrò render la moneta? — domanda essa, con un'aria di diffidenza. — La darà a un povero, — risponde il passeggiere. Quella sta un momento pensando.... Che sarà mai passato per quel cervello di scarafaggio? Prende un'aria sostenuta, come se fosse stata offesa, tira il campanello, e discende. — E _superbia_! — esclama il mio amico ridendo. — Tutti e sette in una corsa sola! Ah, siamo proprio maturi per un nuovo diluvio. È un mondo finito!
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Sì, strano davvero un mondo in cui si fanno delle scoperte come quella che facemmo il giorno dopo, sulla linea della barriera di Casale, io e un mio amico emiliano, critico letterario acuto, e raccoglitore attivissimo di “documenti umani„. Questi, nell'atto di pigliare il biglietto, osservò e mi fece osservare la mano aristocratica del fattorino, piccola e bianca, con le dita affusolate; alla quale corrispondeva, più nell'espressione che nei lineamenti, il viso pallido, contornato d'una barba castagna finissima. Subito dopo il fattorino scambiò col controllore alcune parole in italiano, ma con un accento emiliano spiccato, in cui il mio amico riconobbe la pronuncia particolare della classe signorile della sua regione. Osservammo i suoi modi: era singolarmente cortese, ma un po' impacciato, un po' timido, come se fosse nuovo al suo ufficio; nel quale, peraltro, pareva che mettesse molto impegno. — Qui c'è un mistero, — disse il professore, investigatore eterno d'uomini e di cose; e appena il fattorino si fu scostato, domandò al controllore come si chiamasse. Costui, una figura alta di prete spretato, dalla voce e dai gesti rudi, sorrise, e gli diede la risposta nell'orecchio. L'amico ebbe una scossa. Era un conte, d'uno dei più illustri casati d'una città illustre, discendente, forse, della madre d'un poeta famoso.
Eccitati dalla curiosità, domandammo al controllore se sapesse da quali vicende quegli fosse stato ridotto in quella condizione. Non lo sapeva; ma conosceva l'uomo da vari mesi. Oh, un gran buon volere, una gran forza d'animo. Da principio ei gli aveva detto: — Badi, questo mestiere non fa per lei; vedrà che non ci può reggere. — Ma il conte gli aveva risposto con fermezza: — Vedrà che mi ci adatterò come gli altri. — E, infatti, aveva tenuto duro. Egli, peraltro, gli continuava a far delle raccomandazioni, di quando in quando: che non usasse con la gente troppe delicatezze, perchè eran mal ricambiate; che a chi trattava male rispondesse secco, se voleva che lo rispettassero; che certi villani, a trattarli coi guanti, s'insuperbiscono, e diventano più prepotenti. Ma sciupava il suo fiato: quegli era malato di gentilezza incurabile, e appunto per questo, che cos'è il mondo! i passeggieri, in generale, trattavan peggio con lui che con gli altri.
Mentre il controllore parlava, il fattorino girava dentro il carrozzone e con le sue mani patrizie pigliava i due soldi da signore, da donne del popolo, da operai; nessuno dei quali poteva immaginare per che lungo ordine di magnanimi lombi discendesse il sangue purissimo a quell'uomo che porgeva loro lo scontrino con tanto rispetto. Ed io lo guardavo, e pensando ai tanti che si bruciano le cervella per un rovescio della fortuna, sentivo una simpatia e un'ammirazione più viva per lui, che la mala sorte sopportava con così sereno coraggio, guadagnandosi il pane con un lavoro onesto, mostrandosi veramente nobile d'animo quale era di sangue.
Tornato accanto a noi, egli porse lo scontrino a una graziosa ragazza in capelli, salita un momento prima sulla piattaforma, con un grosso involto di panni sotto il braccio; la quale mostrò di compiacersi assai dell'atto e del sorriso cortese con cui egli prese i suoi due soldi e le disse grazie, inchinandosi leggermente. Il fattorino rientrò; il professore domandò alla ragazza: — Vuol diventare contessa?
Quella lo guardò, stupita.
— Ma sì, — riprese l'amico; — non ha che da innamorare quel fattorino, che è un conte.
La ragazza diede in un gran ridere; poi, accennando col piede il canestrino della colazione posato contro il parapetto della piattaforma, disse: — I conti non mangiano lì dentro.
Noi confermammo ed essa continuò a ridere; ma, cominciando a dubitare, arrossì un poco, e si mise a guardare il giovane, che era dentro il carrozzone, con una curiosità viva, che diventò seria a poco a poco, come se le sorgesse dietro un sentimento di pietà. E forse per dissimulare questo sentimento tornò a sorridere. Ma si rifece seria da capo e, messo fuori un _mah!_ pensieroso, espresse il suo pensiero con questo proverbio filosofico: — _Il mondo è fatto a scala_....
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Sì, uno strano mondo veramente; e scopersi appunto in quei giorni, perdurando la pioggia, che in nessun modo se ne può veder meglio la stranezza che di dentro al carrozzone, osservando tutto ciò che passa di volo nel finestrino di faccia, quando si corre per una delle vie principali. È la lanterna magica della vita pubblica, la più bizzarra fuga delle più disparate immagini che si possano incalzare nella mente d'un febbricitante che sogna. Ecco una gran donna seminuda, dipinta a colori di pesca, che vi offre una bottiglia enorme d'un liquore miracoloso, e cede il posto subito all'annunzio d'una conferenza agraria; al quale succede una vetrina di decorazioni cavalleresche e una vetrina di burattini, e poi il vano d'una stradetta oscura della vecchia Torino e il cartellone della _Figlia di madama Angot_ e il fondo nero d'una chiesa, stellato dalle candele accese dell'altar maggiore, nel momento che un gruppo di devoti uscenti alzano la tenda della porta. La cornice rimane immobile per pochi secondi inquadrando una gran testa di maiale esposta nella vetrina d'un salumaio; poi racchiude successivamente l'interno d'una bottega dove una bocca squarciata urla una _liquidazione volontaria_, l'annuncio del Fonografo a dieci centesimi, le _Vergini di Torino_, romanzo a dispense, e una vetrina piena di cedole e di marenghi, nell'atto che vi specchia la sua miseria una povera donna in cenci, con un bimbo al seno e uno per mano. Si va di tutta corsa, e nella cornice che fugge passano con rapidità crescente una elegante signora senza testa, col prezzo fisso sul petto, un uomo scorticato dalla fronte ai piedi, che vi mostra tutti gli organi dipinti, e cinquanta lire di mancia per chi ritrovi una cagna; e poi, più a rilento, un angolo di giardino tropicale, pieno di ananassi e di banani, e _L'assassinio della corriera di Lione_, dramma in sette quadri, “con sparo di pistole sul palco„, e le teste d'una ragazza e d'un giovanotto che amoreggiano al banco in fondo a una tabaccheria. Segue un'altra breve fermata, durante la quale il finestrino vi presenta un annunzio d'_Indulgenza plenaria_ affisso alla porta d'una chiesa; e avanti da capo, a precipizio, l'immagine colorita d'un biciclista che par che v'irrompa addosso, il _Pagamento gratuito dei coupons_, la Colonia Eritrea a volo d'uccello, una gran madonna di porcellana che guarda il cielo e un giocatore che guarda il pallone in aria, seguìti istantaneamente da un crocchio di signori che bevon la birra dietro un lastrone di cristallo e da un piroscafo imbandierato che porta all'altro mondo mille affamati. L'occhio e il pensiero riposano per un breve tratto in cui non passa che l'assito nudo d'una casa in riparazione; e poi ricominciano a incalzarsi più rapidi gli abiti fatti, i libri di lusso, gli specifici portentosi, le ghiottonerie, la _Società di Cremazione_, il _Cinematografo_, il _Sapone della Vergine_, intercalati di cento grida stampate: — O anemici! — Tutti al Bazar! — Leggete tutti! — Incredibile! — Inarrivabile! — Occasione unica! — che vi par di sentirvi risuonare nell'orecchio; fin che, al momento di sboccar nella piazza, vi appare nel finestrino, ultima visione, un piccolo cane agitantesi sull'alto d'un carro carico e latrante furiosamente non si sa a chi o a che cosa.... forse a quel carnevale strambo della vita, a quella confusione matta di cose e di idee, a quella fuga ciarlatanesca di vanità, di pompe, di promesse, di menzogne e d'insidie, che gli dà le vertigini e gli muove la bile.
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Qui trovo segnato fra gli appunti un cambiamento generale nello stato psicologico dei tranvaioli (la bella parola non è mia: la coniò una povera pazza che saluta ogni giorno i passeggieri del tranvai a vapore di Pianezza da una finestra della Villa Cristina). “A una settimana d'acquate essendo succeduto un sereno fermo e un calore torrido e secco, succede alla musoneria, come nei primi giorni dell'estate, un sovreccitamento nervoso, che fa le discussioni più vivaci, la mimica più scomposta, la galanteria più ardita, e mette ogni tanto in volto alla gente delle vampe improvvise, da parer che piglin fuoco come covoni di paglia.„ Tra i più eccitati trovai una mattina Carlin, sopra una giardiniera dei Viali, acceso in viso e col berretto per traverso. Quando salii, tuonava contro l'Impero Ottomano: le notizie dei combattimenti seguiti in Macedonia con la peggio dei Turchi l'avevano invasato d'odio bellicoso contro i Turchi; ai quali imprecava morte e distruzione, mostrando il pugno a quello ch'egli credeva l'Oriente. Ma mutò a un tratto discorso, e teso il pugno proprio dalla parte opposta alla Svizzera, inveì contro Zurigo per la cacciata degli operai italiani, dicendo che si dovevan mandare centomila uomini, con gli alpini alla testa, contro quei patatucchi, a snidarli da quelle case che avevamo fatte noi, — _noi_ — diceva, picchiandosi la mano sul petto, — _noi_, con le nostre sacrosante mani. — Poi si rasserenò alquanto parlando della mandata del Commissario civile in Sicilia, che per lui era un _vicerè, dispotico di far quel che voleva_. Ma anche su questo argomento si rinfiammò subito. — Per quella gente che non sta mai quieta, che non vuol intender ragione, non c'è altro che la mano di ferro d'un vicerè, che possa ridurla al dovere. — E diceva questo senz'aver la più vaga idea delle condizioni dell'isola, per un puro sentimento atavico d'idolatria del potere, per la compiacenza che gli dava il pensiero d'una qualsiasi forza che vincesse e comprimesse un'altra forza, fuori d'ogni considerazione di giustizia e di diritto. In fine, venne a una conclusione profonda: tutto il mondo andava per traverso; c'eran miserie e guai da per tutto; di contenti non c'eran che quelli che facevano all'amore. — _Rien que l'amour_, — disse con un sorriso che diede alla sua faccia un'espressione affatto nuova per me. — Avere una donnina che ci voglia bene, e _fessla bonna_, far la dolce vita insieme, così, come quei due là, che son sempre attaccati l'uno all'altro come due spicchi d'arancia, sempre d'amore e d'accordo, come se li avesse maritati nostro Signore in persona.... — E la coppia che m'accennava, sulla terza panca davanti a noi, eran proprio i piccoli sposi di borgo San Donato, che non avevo più visti dopo quel giorno alla barriera di Casale.
Potei veder bene lei perchè stava seduta un po' di fianco, col viso voltato indietro, in ammirazione di tre splendidi bambini biondi, con le vestine bianche ricamate; il più piccolo dei quali era tenuto sulle ginocchia da una balia in gran gala. La gestazione avanzata aveva ridotto anche più smunto e compassionevole quel suo povero viso a cui la natura aveva negato ogni grazia femminina e perfin la freschezza giovanile; ma vi splendeva in quel punto la dolcezza soave di quel primo sentimento della maternità, che in ogni bambino fa vedere alla sposa un fratello della creatura che aspetta, e istituire dei confronti amorosi fra quello e l'immagine che essa vagheggia; e questi pensieri balenavano nella bontà dei suoi occhi quando essa fissava il più piccolo di quei tre bimbi; il quale fissava lei e le sorrideva. Certo, guardando quello, essa parlava al suo. — Tu non sarai un piccolo signore come questo, — gli diceva forse, — la tua mamma è povera, non ti potrà mai vestire a quel modo; ma, in compenso, sarà la tua nutrice lei, ma non t'addormenterai mai su altro seno che sul suo, ma avrai tante cure, tanto amore quanto ne possa avere il figliuolo d'un principe; e se non sarai bello, se non sarai florido come questo, io t'amerò egualmente, io t'amerò anche di più, io sarò altera e felice lo stesso di tenerti sulle ginocchia così, di dire al mondo che sei la mia creatura, di consacrarti tutte le mie forze e tutta l'anima mia. — Ed era così intento e così affettuoso il suo sguardo che la balia, a un dato punto, indovinando forse i suoi pensieri, sollevò un poco il bimbo di sotto alle ascelle, e glielo porse; e quella, spinto il capo innanzi vivamente, come un'assetata alla fonte, lo baciò come potè, sulla testa, tre volte, avidamente, con gli occhi raggianti di tenerezza e di gratitudine....
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