La Carrozza di tutti

Part 18

Chapter 183,236 wordsPublic domain

Il caldo cresce, il sole arroventa i crani, i cervelli levano il bollore, e i cocchieri, con gli occhi infocati e le tempie imperlate di sudore, gesticolano nei nuvoli del polverone come oratori alla tribuna, incitando con grida stridule di beduini i cavalli immollati e trafelati. Sulla linea di Vanchiglia, mi trovo seduto dietro a un di loro, che espande clamorosamente i suoi affetti con un amico ritto al suo fianco, trinciando l'aria con la mano libera come se impartisse una benedizione continua agli alberi e alle case. Alle prime parole m'accorgo che non è infiammato soltanto dal caldo, ma dall'acquavite, e appena afferrato l'argomento del suo discorso, riconosco in lui il poveretto a cui è toccata la disgrazia del bimbo schiacciato in via Venti Settembre. Non aveva la sbornia allegra, peraltro; non era sovreccitata nell'anima sua che la tristezza consueta, una pietà amara per quella sua povera figliola, sempre malata dopo quel giorno terribile, sempre distesa là in quel fondo di letto, con gli occhi infossati e con le mani color di cera, che s'ostinava dieci volte il giorno a riprender l'ago e le forbici, e li lasciava ricader sulla coltre, dicendo: — Non posso.... non posso più.... — Ma la grappa levava l'espressione del suo dolore all'altezza della lirica. L'amico lo confortava invano; egli rifiutava i conforti con dinieghi vigorosi del capo, dando al freno delle girate violente. Il rumore d'una locomotiva stradale mi coperse per qualche momento la sua voce: quando la risentii, era cambiato il soggetto del suo discorso e cresciuto l'ardore della sua parola. Raccontava come, tornato a casa una sera, aveva trovato sul tavolino da notte della sua malata un mazzetto di fiori, delle pesche, una scatola di Liebig, una bottiglia di Marsala. Chi aveva portato quel ben di Dio? Chila — la signora! Non c'era da domandarlo. Ma c'era dell'altro. La camera, ch'egli aveva lasciata sottosopra, come si trovava da vari giorni, con tutte le carabattole per aria, era ordinata, assestata di tutto punto come quando la figliuola era _in gamba_: una cappella in un giorno di festa.... E chi aveva fatto questo? Non mica la portinaia, che s'affacciava all'uscio la mattina e la sera, e scappava via come per paura della peste. Era stata anche _chila_! Era capitata là una mattina a visitar la figliuola, e, data un'occhiata in giro, aveva detto: — Ah! io non voglio mica che la mia malatina stia in mezzo a questo _ciadel_ di casa di matti! A me! — E tic tac, alla svelta, senza neppur levarsi il cappellino, aveva dato sesto a ogni cosa. — _Chila_, capisci? con le sue proprie mani, come una _donna a poste_, seguitando a chiacchierare e a dir facezie per tenerla allegra, come una sorella. — E al momento d'andarsene, di sull'uscio, le aveva detto: — Di' al babbo che non beva, ricordati! — Qui il cocchiere si lasciò scappare il ridere; poi, rifattosi serio a un tratto, proruppe in un'esclamazione appassionata: — Ah, non ce n'è un'altra, no, non ce n'è un'altra come quella; non c'è, non c'è un'altra santa signora compagna!

E poichè l'amico, sorridendo, gli faceva cenno che si quietasse, egli s'eccitò di più, picchiando il pugno sul parapetto, come irritato da una contraddizione: — Sì, è una santa signora, è un angelo, è la madonna in corpo e in anima, e lo voglio gridare a tutta Torino, capisci!

E una nuova esortazione dell'amico spinse ancora il furore della sua gratitudine d'un grado più in su. Bestemmiò e ricominciò: — Sì, io mi farei ammazzare per quella donna lì, capisci; mi farei pestare, schiacciare, bruciar vivo, mettere a pezzi.... Oh che gioia di donnina! Oh che amore, che benedizione, che anima santa di donnina! — e si baciò il dorso della mano e attaccò un'altra serie di moccoli adorativi.

E quando scesi e mi voltai a guardarlo, lo vidi ancora col viso in aria e con la bocca aperta, che apostrofava il fantasma della _Chisciottina_, scotendo il capo a ogni parola come se scandesse il suo laudario, e agitando la frusta da destra a sinistra come per aprire il passaggio alla piena della sua passione.

*

Sì, tutti sono sovreccitati, e più che altri gli attaccalite e i prepotenti dello stampo di _Tintura-Migone_; per i quali pare che del caldo, della polvere, d'ogni noia dell'estate sia colpevole tutta quella classe di persone con cui essi possono sfogare il proprio malumore senza pericoli. C'è chi se la piglia col cocchiere perchè vi sono trentadue gradi all'ombra, chi aspreggia il fattorino perchè il municipio non fa inaffiar le strade abbastanza, e perfino chi pretende dal controllore che dia ordine di accelerare la corsa perchè, andando come si va, corpo d'un cane, non s'è ventilati un bel corno. Ma vidi un bel caso di castigo l'ultima domenica di luglio, sul corso Regina Margherita. Dopo aver fatto fuoco e fiamme per una bazzecola, uno di questi neroncelli gridò scendendo: — Vado immediatamente a far rapporto alla direzione! — La direzione è lì, — gli disse garbatamente un operaio che m'era accanto, indicandogli la direzione della Società Belga, proprio di faccia alla giardiniera. Quegli, che la credeva invece chi sa dove, e non aveva alcuna intenzione d'andarvi, guardò l'iscrizione sulla facciata, indispettito, e dopo un momento di titubanza, comicamente contrastante con la sua risolutezza di poco prima, voltò le spalle ai sorrisi canzonatori dei passeggieri e s'avviò dalla parte opposta.... col viso di quel vecchio galante del _Jean Tommeray_ che, quando la signora ch'egli corteggia fa l'atto di cedere, prende il cappello e se ne va via dicendo: — Saprò chi m'ha fatto questo tiro. —

— Poteva almeno ringraziarmi dell'indicazione — osservò placidamente l'operaio, senza sorridere. Era il lattoniere autodidattico, il socialista “legalitario„ e ragionatore, che andava, in un sobborgo a tenere una conferenza, stringendo sotto il braccio uno dei suoi registri pieni di estratti di giornali e di note; e aveva accanto un compagno tarchiato e serio come lui, un fabbro ferraio sui sessanta, tutto grigio, suo devoto amico e ammiratore, che soleva accompagnarlo in quelle gite, dandosi l'aria d'un segretario di gabinetto. Un curiosissimo personaggio costui, che avevo già incontrato più volte: entrato nel socialismo non per effetto di ragionamenti propri, ma per fede cieca nella ragione dell'altro; la cui cultura rapidamente acquisita e il progresso intellettuale continuo gli apparivano come un miracolo, più efficace di qualunque argomento a dimostrargli la giustizia della causa che aveva sposato. Il progresso del lattoniere era continuo, infatti: bastò un breve discorso a provarmi che anche nei due mesi da che non l'avevo più visto la sua mente s'era allargata e arricchita, e la sua parola fatta più facile e più esatta. Rimasi addirittura maravigliato a udirlo commentare le recenti elezioni generali del Belgio in confronto con quelle di due anni innanzi, spiegando la ragione del quasi assoluto annientamento del partito liberale; giustificando l'alleanza dei socialisti coi radicali, ch'era stata fatta dai primi senza alcuna concessione pericolosa alla loro indipendenza avvenire; calcolando come, se non ci fosse stato il voto plurimo, se tutti i partiti fossero scesi nella lotta ad armi eguali, non il clericale, ma il socialista avrebbe avuto la vittoria. Ma dall'uomo pratico ch'egli era, di questo non andava a parlare ai suoi uditori: andava a persuaderli della necessità d'un'associazione cooperativa, con argomenti tratti dalle loro condizioni e dai loro bisogni particolari, ch'egli conosceva perfettamente, come conosceva i bisogni, le condizioni d'ogni sobborgo o villaggio, industriale o commerciante od agricolo, in cui fosse chiamato a parlare; in ciascuno dei quali arrivava con un grande corredo di osservazioni, di notizie e di cifre, raccolte pazientemente da pubblicazioni statistiche e da conversazioni con gente colta, anche d'altri partiti. E mentre, scansandosi ogni momento per lasciar salire o scender qualcuno, egli mi esponeva la traccia della sua conferenza con quella semplicità modesta di linguaggio e d'intonazione, che faceva il miracolo di soffocare nei suoi eguali ogni gelosia della sua autorità e quasi ogni invidia della sua preminenza intellettuale, io osservavo il suo vecchio compagno, tutto intento alle sue parole; il quale guardava lui e me, alternatamente, con un'espressione viva di compiacenza d'amico e d'alterezza di collega, mista di non so che di paterno e di umile insieme; tanto più commovente in quanto era visibile che il suo cervello, intorpidito dal disuso, apertosi troppo tardi a quella nuova luce di idee, non lo capiva che per barlume. Punto dalla curiosità, tirai anche lui nel discorso; nel quale entrò volentieri, con una vivacità che mi stupì; ma per uscir dall'argomento quasi subito, con frasi indeterminate e strane, che attirarono fortemente la mia attenzione. Riconobbi sull'atto il caso, accennato dal De Vogüé, d'una di quelle dottrine che, seguendo la legge della caduta delle idee, discendendo, cioè, dalla mente eletta che le concepì nella gente semplice e inculta, si deformano, o, meglio, si contraggono e si cristallizzano in un piccolo residuo tenace, equivalente quasi a una forza d'istinto, nata con loro. In lui era la dottrina del Rénan, l'_Avvenire della Scienza_, ridotta in questa sola idea semplicissima: che grazie ai progressi indefiniti della scienza, e in particolar modo della meccanica, l'uomo sarebbe riuscito un giorno a provvedersi così abbondantemente e con così poca fatica quanto gli abbisogna, che ogni miseria, ogni ingiustizia, ogni lotta sociale avrebbe avuto fine come la tempesta al cader del vento. Per quale via fosse discesa, per quale spiraglio entrata nella sua mente, come un raggio in una grotta, quell'idea unica, nella quale egli aveva una fede assoluta, immobile, invincibile, e che era il tema di tutti i suoi discorsi e la fonte d'altri cento embrioni d'idee a cui non trovava parola, forse non sapeva dire egli stesso. Della sua stessa idea principale io non afferrai che la coda, quando, con una brusca transizione, egli venne a parlare dei futuri tranvai elettrici, e movendo da questi, precorse gli anni con la fantasia, eccitato come da una visione della città avvenire, che ritrasse in frasi vivaci ed informi, senza badare al sorriso di compatimento con cui il suo amico lo ascoltava. Egli vedeva le strade corse da ogni sorta di “automobili„ fitti come i moscherini per l'aria; i ragazzi portati a scuola, gli operai al lavoro, le donne al mercato; tutti i pesi trasportati a volo; le distanze sparite, le fatiche soppresse, un risparmio enorme di tempo e di forza, la vita agile e facile in tutte le sue forme: _tutt coma la losna_, tutto come il lampo; e faceva un gesto continuo con la mano come per indicare una cosa che guizzi e scompaia. Ed era ancora eccitato dalla sua visione quando scese con l'amico in piazza Vittorio Emanuele per prendere il tranvai a vapore di Moncalieri, e di lontano mi fece ancora quell'atto: — _coma la losna_, — che riassumeva tutta la sua dottrina e la sua speranza....

*

Qui, tra gli ultimi appunti di luglio, trovo poche righe, che mi ricordano una serata afosa, in cui il tranvai corre sotto gli alberi non mossi da un alito, in mezzo a passanti che si fanno vento col cappello, mostrando al lume dei lampioni la fronte luccicante di sudore, fra due file di case alte, dove alle finestre, ai terrazzini e alle soffitte è affacciata gente che guarda il cielo e le montagne lontane, col capo rovesciato indietro e con la bocca aperta, come se gridassero: — Aria! Aria! Aria! — E: — aria! — invoco anch'io, bevendo con avidità il po' di fresco che mi manda in viso il ventaglio d'una signora vicina. Ma al passare lungo i quartieri popolari, dove pullulano migliaia di bimbi scalzi, sdraiati per terra, coricati sui marciapiedi, ammucchiati nei fossi, ravvoltolantisi tra i cocci e la bruttura, coi visi e i colli segnati di scaglie e di gore, con le braccia e le gambe nere fino ai gomiti e ai ginocchi, e la camicia e i panni ridotti a un solo colore dalla polvere addensata d'una settimana, un altro grido mi vien sulle labbra. Aria, sta bene. Ma e l'acqua? Sta bene la refezione scolastica. Ma e la disinfezione scolastica? E mi compiaccio a immaginare un gran carro inaffiatore che corra sulle rotaie lungo quei fossi e quei marciapiedi schizzando zampilli su quei mucchi brulicanti di piccole creature sudicie, o un'enorme tinozza ambulante d'acqua tepida, dove li tuffo e li sciacquo tutti per rimandarli ai loro giochi più vispi, più sereni e più buoni. Quanti malanni, quanti mali umori, e chi sa anche quanti piccoli germi d'infezione derivino all'animo da quella sporcizia! Di chi la colpa? Sì, certo, è in parte incuria colpevole; ma è più miseria, ignoranza, penuria di tempo, di spazio, di comodi, e mancanza di dignità e d'amor proprio che da tutto quello deriva. E allora.... allora non trovo a confortarmi che nella dottrina del vecchio fabbro ferraio: la scienza, la macchina vôlte a vantaggio diretto di tutti, la produzione moltiplicata dal perfezionamento dei processi e dal lavoro fatto universale, e il lavoro reso da queste due cause per tutti quale non è ora che per pochi, abbreviato e alleviato in modo che a tutti avanzi tempo, forza e libertà da dedicare alla cura del corpo e alla cultura dello spirito. Eh, bisogna pur giunger lì, per una via o per un'altra, se non si vuol rinunciare alla speranza! Ma mentre dico tra me queste cose, mi dà prima nell'occhio la mano tremante con cui il fattorino accende il lume del tranvai, e poi il suo viso malandato e turbato, che mi par di riconoscere. È lui, infatti; il povero fattorino che, dopo esser stato percosso, quasi mortalmente, da passeggieri sconosciuti, contro i quali la Società ha mosso causa, trema sempre al calar della notte, per terrore d'una vendetta. E allora mi raffiguro la scena selvaggia, penso a quelli sconosciuti che, non provocati, per puro istinto di malvagità, han messo in pericolo di morte e reso malato e infelice forse per sempre un uomo onesto e buono, e ritornando al mio ideale della miseria e dell'ignoranza soppresse, mi domando: — E la malvagità umana sarà soppressa mai?

E questa domanda, a cui non oso di rispondere, mi lascia triste e pensieroso. Ma per un minuto soltanto. Mi riviene in mente l'operaio lattoniere, mi salta su dinanzi il buon falegname dalla giacchetta di velluto stinto, penso a tanti altri che vengon su come loro, che diffondono nel popolo idee e sentimenti di giustizia, di fraternità, di pietà per i deboli, di orrore per la violenza, che lo educano alla vita intellettuale, alla dignità di classe e alla fede nella forza dell'idea e nel progresso della civiltà; e le mie speranze tornano ad accendersi l'una dopo l'altra, come i lumi che fuggono lungo la via.

CAPITOLO OTTAVO.

Agosto.

O novellieri antichi, ricercatori amorosi e descrittori lepidissimi di gente “semplice, grossa e di nuovi costumi„ quali tesori avreste raccolti nella carrozza di tutti se fosse stata inventata cinque secoli avanti! Ci sono sposi di campagna in viaggio di nozze, che fanno tre volte la corsa circolare dei Viali, dodici miglia a un dipresso, con l'illusione di far sempre nuovo cammino, fin che, mordendoli la fame, discendono, sbalorditi dall'immensità dì questa Torino che non finisce mai; montanari solitari che, arrivati alla barriera dov'eran diretti, salgono sur un'altra carrozza partente, credendo di continuate il viaggio, e ritornano per un'altra via al punto da cui partirono, dove si guardano intorno stupefatti, come gente piovuta dal cielo; e poveri villani che, addormentatisi durante la corsa, si svegliano a un miglio oltre il punto dove volevan discendere, furiosi contro il cocchiere, che avrebbe dovuto svegliarli, o almeno “gridar le stazioni„ come si fa sulle strade ferrate. Più amene, anche in questo, e più stranamente pretensiose sono le donne. Ho qui notata una balia che, non trovando da sedere, non vuol dare più d'un soldo, dicendo che un soldo, per stare in piedi, è già un bel pagare, e che dovevano “attaccare un altro vagone„; due contadine che, salendo, avvertono il cocchiere di fermare davanti alla casa d'un _monsú Garet_ o d'un _monsú Cimussa_, sconosciutissimi, come si direbbe: — Fermate davanti al Palazzo reale; — e una giovane alpigiana, la quale, scendendo a Porta Palazzo con un grosso involto, prega il fattorino di aspettare, chè tornerà subito, appena portata la roba a una sua parente; e si risente della risata dei passeggieri, trattandoli di maleducati. Non c'è specola migliore del tranvai per vedere quanta ingenua ignoranza giri ancora per il mondo e comprendere perchè sia ancora tanto facile l'arte di gabbare il prossimo. E ci sono anche i timidi, gli affannoni, nuovi affatto a Torino, i quali, cercando il loro tranvai agl'incrociamenti delle linee, domandano informazioni di qua e di là ai cocchieri che passano e, non comprendendo le risposte affrettate, inseguono un carrozzone, si ravvedono, ne inseguono un altro, s'arrestano, salgono sopra un terzo, che non è quello, e scendon trafelati e disperati, maledicendo a quella confusione, a quella furia infernale di tutti e d'ogni cosa, dove un povero galantuomo perde il tempo e la testa. O povera gente, di cui il mondo ride, poveri naufraghi della città grande, come fate pietà a chi sotto il vostro affanno del momento indovina il pensiero inquieto della lite che v'ha condotti fra le _cittadine infauste mura_, o della moglie che v'aspetta all'ospedale, o del figliuolo che visiterete alle carceri, o del lavoro che cercherete invano, o del parente agiato, ultima vostra speranza, che vi chiuderà l'uscio sul viso!

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L'agosto cominciò lietamente con la scoperta d'un uso nuovo, a cui non avevo mai pensato che il tranvai potesse servire. Sboccando dal corso Valentino in via Nizza salii in fondo a una giardiniera, della quale occupava tutte le panche, fuor che l'ultima, una comitiva nuziale. C'eran nella prima lo sposo e la sposa, biondissima, tutta bianca, coronata di fiori e ravvolta in un gran velo; nelle altre una ventina di parenti e d'amici, donne grasse in abito di seta, uomini impomatati, con la barba fatta di fresco e un fiore all'occhiello, un vecchio con un cilindro d'altri secoli, un prete di campagna, delle ragazze in fronzoli, dei bimbi vestiti da festa. Si capiva che andavano al Municipio in quella forma economica non per tirchierìa, ma per capriccio, per un gusto originale di far mostra pubblica della loro allegria. Erano tutti allegri, infatti, come se avessero già festeggiato la coppia di prima mattina con molte bottiglie di vermut; le donne chiacchieranti, gli uomini sorridenti all'idea d'un pranzo di tre ore, i vecchi ringalluzziti, le ragazze agitate. Anche il cocchiere e il fattorino, che discorrevano con l'uno e con l'altro, parevano presi da quell'allegria, come dai vapori d'un liquor forte. La bianchezza della sposa velata annunziando lo spettacolo di lontano, molti si soffermavano sui marciapiedi, uscivan donne dalle botteghe, accorrevano ragazzi; i conducenti dei carri e i fiaccherai sorridevano, passando, dall'alto della cassetta, e lanciavan degli scherzi: — Oh che bella bionda! — Tanti buoni auguri! — Salute e figliuoli! — e i cocchieri degli altri tranvai salutavano il loro collega, auriga del settimo sacramento, strizzando gli occhi e cacciando fuori la lingua, mentre i passeggieri si voltavano a guardare tutti insieme, ilari e curiosi. E la comitiva, eccitata dall'ammirazione pubblica, parlava più forte, gesticolava più vivo, rideva più alto, incitava con la voce i cavalli, che andavan di galoppo per via Lagrange, al suon dei fischi raddoppiati del cocchiere, facendo sventolare come una bandiera il velo trasparente della sposa bionda, accesa ogni tanto dai raggi di sole irrompenti dalle vie laterali, e troneggiante nella sua bianchezza come sopra un carro di trionfo. E mi pareva davvero un carro di richiamo mandato in giro da un'agenzia di matrimoni o da qualche Società di propaganda coniugale, un po' carnevalesco, ma pure gentile e simpatico; e chi sa? forse la prima forma d'un carro da nozze del duemila, quando tutto sarà servizio pubblico, e si sposeranno con la stessa pompa le figliuole degli uscieri e dei ministri....

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