Part 19
Da più giorni spirava aria di nozze su tutte le linee; nei discorsi delle donne e delle ragazze sentivo ogni momento dei _chiel_ e dei _chila_, pronunciati con un accento di rispetto insolito, che si riferivano tutti a una sola coppia, come ad un Adamo e ad un'Eva, dai quali dovesse discendere un'umanità nuova, e notizie vaghe e commenti fantastici sopra una bellezza femminea, che nessuna aveva vista, ma per cui pareva che tutte avessero l'animo preparato all'ammirazione. Ero una mattina sulla giardiniera della linea di Lanzo, ritto accanto al cocchiere e, stando voltato di fianco, vedevo un gruppo graziosissimo: sur una delle prime panche due giovani monache, con gli occhi bassi e le braccia strette alla cintura; dietro di loro, quattro ragazze del popolo, col grembialino di stiratrici; più in là un fattorino del telegrafo. In piazza Carlo Felice salirono accanto alle monache due signore eleganti che, appena sedute, aprirono in fretta un giornale illustrato comprato allora, e fissarono con viva attenzione la prima pagina. Voltandomi da capo un momento dopo, vidi le quattro ragazze in piedi, che sporgevano il viso, scintillanti di curiosità, piegando il capo di qua e di là per vedere il giornale, ora scoperto, ora nascosto dai cappellini delle signore. Era il ritratto della principessa Elena del Montenegro; il primo apparso in Italia, e che tutte, certo, vedevano per la prima volta. Il quadretto era curiosissimo. Gli sguardi acuti e riflessivi e le labbra strette delle due signore rivelavano un'analisi pacata e minuta, accompagnata da dubbi e da riserve di critici meticolosi; il sorriso muto e quasi risplendente delle ragazze esprimeva una curiosità ancor tanto forte da sospendere ogni giudizio; le due monache sole non avevano voltato il capo, ma non riuscivano a dissimulare il loro desiderio di vedere, e lanciavano sul giornale delle occhiatine rapide e oblique come sopra una cosa proibita; e anche il cocchiere torceva il busto indietro e adocchiava, e il fattorino, ritto sulla pedana, allungava il collo, e il telegrafista levava il viso sopra le spalle delle ragazze. A un certo punto, forse per respirare più libero, le due signore porsero cortesemente il giornale alle loro vicine, che l'afferrarono come una preda, frementi di piacere, e vi si curvarono sopra con le teste aggruppate, tirandolo di qua e di là e facendo un cicaleccio vivissimo. Il tranvai passò davanti alla stazione di Porta Nuova, donde usciva un'onda di gente, di omnibus d'alberghi e di carrozze, svoltò sul Corso di Genova in faccia alla gran muraglia azzurra delle Alpi, s'inoltrò fra i begli alberi e gli edifizi ridenti del Corso Re Umberto, e le quattro ragazze seguitavano il loro esame, senz'alzare il capo, non più chiacchierando, chè avevano sfogata la loro prima furia, assorte in una contemplazione immobile e silenziosa. Si vedevano passare nei loro occhi intenti l'ammirazione, la simpatia, il sentimento della distanza immensa che separava da loro la persona effigiata, lo sforzo della fantasia con cui cercavano su quel viso i segni della predestinazione gloriosa, il pensiero del corredo mirabile, delle grandi feste, della felicità sovrumana che l'aspettavano, l'invidia timida e reverente d'una vita che esse immaginavano tutta splendori, trionfi, ebbrezze, a cui la loro speranza non s'innalzava neppure nel sogno. Ed io non potevo staccar gli occhi da loro, e al pensare che altre migliaia di ragazze come quelle, che altri milioni di creature umane d'ogni età e d'ogni stato erano in quei giorni altrettanto smaniose di veder quell'immagine, e che quell'immagine d'una fanciulla illustre e gentile, sì, ma sconosciuta fino a ieri, sarebbe stata cercata, commentata, contemplata religiosamente così, come non fu mai quella d'alcun eroe, o uomo di genio o benefattore immortale dell'umanità in alcun paese e in alcun tempo, ero preso da uno stupore profondo, come davanti a un grande mistero, come all'intuizione confusa di qualche istinto non ancora scoperto o compreso dell'anima umana. E ancora dominato da questo stupore tenni dietro con lo sguardo alle quattro ragazze che s'avviavano al sobborgo solitario della Crocetta, ragionando ancora calorosamente di quell'immagine, come se portassero via con sè la spiegazione di quel mistero.
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Due giorni dopo (ricordo ch'era il giorno della morte della _Riforma_), essendo scoppiato il settantesimo temporale della stagione, rivennero fuori i carrozzoni chiusi, ed io mi trovai il dopo pranzo, sulla linea della barriera di Casale, seduto in faccia alla studentessa di medicina, in mezzo a vari signori e signore, che l'osservavano, senza parlare. A questi, che forse non l'avevan mai vista, essa faceva la stessa impressione, m'accorsi, che aveva fatta a me la prima volta; ma su quel viso bianco e fermo, d'una purezza di vergine ideale, mi parve di veder qualche cosa d'insolito, il segno d'un pensiero nuovo e vivo, che mutava sede, mostrandosi ora negli occhi, ora sulla fronte, ora sulle labbra, come un'ombra guizzante sopra un'acqua limpida e queta. I suoi grandi occhi celesti, però, si posavano come sempre sulla gente con quella espressione vaga di chi guarda cose lontane, alle quali non pensa, e la sua bocca, col labbro di sopra leggermente inarcato, serbava quell'atteggiamento infantile, indefinibile, che attesta l'ignoranza del bacio amoroso. Con una mano accarezzava il lembo d'un nastro del cappellino che le scendeva sul petto; e vidi che parecchi guardavano attentamente quella mano lunga, bianchissima, quasi diafana, che pareva si sarebbe dissolta nel calore d'una stretta d'amante; ed era quella mano che palpava le teste tronche, che tirava via la pelle dagli arti recisi sulle tavole del laboratorio anatomico e s'insanguinava cercando i muscoli e i nervi nella carne infetta dei cadaveri mutilati. Eppure quell'immagine non mi destava per quella mano alcuna ripugnanza come se nessun sozzo contatto potesse far macchia, nessun lezzo attaccarsi alla purità virginea delle sue dita, nello stesso modo che non poteva, a mio giudizio, entrare nell'anima sua alcuna bruttura della vita e del mondo. Con questo pensiero osservavo il movimento di quelle dita che parevan petali di giglio agitati dal vento, quando, nell'ultimo tratto di via Maria Vittoria, il tranvai s'arrestò al cenno d'una ragazza ritta sulla soglia d'un portone: una brunetta svelta e messa bene, con un cappellino purpureo guernito di tre impertinenti penne di gallo; la quale salì rapidamente, e sedette nell'unico posto che rimaneva, accanto alla studentessa. Ah, che imprudenza! Ecco un nuovo pericolo, prima ignorato, che presenta alle peccatrici la carrozza di tutti. Se uscendo di dove usciva, quella sventata avesse preso la strada a piedi, certo che sarebbe venuto a molti, incontrandola, lo stesso pensiero che balenò a tutti noi al primo vederla; ma, guardata di sfuggita da uno alla volta, essa non si sarebbe trovata esposta, come fu in carrozza, all'osservazione minuta d'un'adunanza d'inquisitori, in cui la comunanza visibile dello stesso sospetto mutava il sospetto in certezza. Era una novizia, si capiva bene, perchè si turbò sotto il primo fuoco degli sguardi che non aveva preveduti, e cercò di larvare il suo turbamento voltandosi verso la strada, leggendo gli annunzi, guardando il ventaglio, fingendo di cercar qualche cosa nelle tasche. Ma invano, perchè, avendo fatto cinque passi, ansava come se avesse fatto una corsa, e quello che non diceva il suo respiro dicevano le pupille umide, le guancie rosse, le labbra febbrili. E c'erano ben lì delle persone delicate che sentivano la sconvenienza, la crudeltà dell'osservarla tutt'insieme e di tormentarla a quel modo; ma potendo la curiosità più della convenienza, gli sguardi insistevano, accusando il lavorìo impudico delle immaginazioni, e insistettero a segno, che sul viso di lei succedette alla vergogna l'irritazione, e poi un atteggiamento forzato d'audacia e di sfida, la tentazione visibile di dirci fuor dei denti: — Ebbene, sì! E con questo? Siete un branco d'indiscreti e d'insolenti! — e di fare una distribuzione circolare di ceffate. La studentessa sola mostrò di non vederla, di non accorgersi neppure che altri la guardasse, come se nessuno fosse entrato; non una volta essa girò lo sguardo verso di lei, non un'ombra, fuorchè quella del suo primo pensiero, passò sul suo viso bianco ed immobile; e mai non compresi, mai non sentii quanto nel confronto di quei due visi vicini la superiorità infinita dell'incanto che vien dall'anima sopra la forza che tenta i sensi. Essa acquistava dal confronto un lume maraviglioso di bellezza, di grazia e di dignità, che la faceva parere una creatura d'una razza superiore, a cui si sarebbe baciata la fronte, tirando indietro le mani.
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Dalla morte della _Riforma_ alla cattura del _Doelwick_ passò una serie di giornate senz'incontri di personaggi della compagnia; ma non vane, poichè da tre casi nuovi dedussi tre precetti di condotta d'una utilità indiscutibile per i passeggieri dei tranvai.
Dedico il primo ai giovani. — “Quando s'è in piedi in fondo a una giardiniera, in compagnia d'un amico, non esprimere mai il proprio giudizio sulle bellezze posteriori d'una passeggiera seduta sur una delle panche davanti, perchè fra i passeggieri ritti accanto a noi c'è qualche volta qualcuno a cui la cosa può non garbare.„ — Esempio. Un giovanotto: — Guarda che bellezza di collo che ha quella donnina, la prima a sinistra sulla terza panca, con quei ciuffetti arricciolati sulla nuca! Ah, che amore di collo! Ci metterei una collana di baci.... — Un signore accanto, seccato: — È il collo di mia moglie, badi.
L'altro precetto fa per le signore. — “Stando nel tranvai quando s'entra in una piazza, non pigliar mai per sè una frase ammirativa d'un passeggiere, se in quella piazza c'è un monumento.„ Esempio. Sale una signorina in un carrozzone chiuso, in piazza Statuto, e nell'atto che entra per l'uscio davanti, il suo cappellino intercetta la visuale che dagli occhi d'un forestiere seduto in fondo va alla sommità del monumento del Fréjus, e proprio nel momento che il forestiere dice al suo compagno: — Guarda che bell'angelo! — La signorina arrossisce, il compagno risponde: — L'ha fatto il Tabacchi, è fuso all'arsenale.... — e la signorina.... deve arrossire da capo.
Il terzo precetto si può rivolgere a chiunque. — “Uscendo di casa, non pigliar mai per le minute spese, senza previo esame, un rotoletto di soldi che trovate sul cassettone.„ — Io commisi questo sbaglio e, per disgrazia, m'imbattei sul tranvai, dove c'era altra gente, in un gran fattorino barbuto, dall'aspetto e dai modi d'un procuratore del re di malumore. Mi restituì il primo doppio soldo, dicendomi: — È argentino. — Mi restituì il secondo, con un'occhiata severa, dicendomi: — È argentino anche questo. — Mi restituì il terzo, squadrandomi da capo a piedi, e dicendomi: — È greco. — E il quarto era rumeno, e il quinto era di Pio nono.... Avevo preso un rotolo di soldi fuor di corso, stati messi in disparte per precauzione. Tutti mi guardarono; nessuno poteva pensare ch'io avessi in tasca per puro caso quella raccolta di falsità; arrossii come un gambero; la mia riputazione era perduta senza rimedio. Ah se fosse stato là il mio Guyot, come avrebbe trionfato!
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Povero Guyot! Egli si deve ancor ricordare della data della cattura del _Doelwick_ perchè quel giorno passò un brutto quarto d'ora. Veramente, fui crudele. Ma, insomma, fu lui che la volle; doveva far la strada a piedi piuttosto di venirsi a cacciare in quel solo posto vuoto che rimaneva sulla giardiniera fra me e un giovanotto in cacciatora, che teneva spiegato fra le mani il _Grido del popolo_. Data una sbirciata a me e una al giornale, si ristrinse, si fece piccolo come preso da un freddo improvviso, per evitare il nostro contatto, e fu appunto quell'atto provocante che scatenò i miei istinti feroci. Per vendicarmi raddoppiai il suo tormento cavando di tasca e spiegando la _Lotta di classe_. Lo sentii fremere come un uomo a cui siano appuntate alle tempie due rivoltelle. Ah, fui spietato! Ma per poco. Un pensiero più alto mi sorse nella mente. Pensai che era stolto il maravigliarsi del lento cammino che fanno nel mondo anche le idee più grandi e più benefiche, poichè ne avevo accanto una ragione viva così evidente. Era un uomo che in tutta la sua vita, forse, non avrebbe mai letto nè un giornale nè un libro socialista, mai accettato nè voluto intendere una discussione su quella idea; che sarebbe passato a traverso a tutto questo gran movimento sociale con gli occhi chiusi e con le orecchie tappate per proposito, portando intatti in sè fino alla morte, come articoli di fede, tutti i pregiudizi più calunniosi e più insensati che contro la nuova dottrina e chi la professa aveva accolto alla prima senza ombra d'esame; che non avrebbe mai capito e nemmeno cercato se quella parola _lotta di classe_ potesse avere un significato affatto diverso da quello che gli avevan dato ad intendere; che avrebbe sorriso di pietà se gli avessero detto che quella era una verità d'ogni tempo, una necessità storica manifesta, un fatto che è non perchè si voglia, ma perchè dev'essere, come il corso dei fiumi al mare e l'ascensione dei vapori al cielo, e che in virtù di quella lotta appunto egli possedeva quei diritti di cittadino che i suoi padri non avevan posseduti, e che quella lotta stessa egli combatteva con tutti i suoi pensieri, con tutti i suoi sentimenti e i suoi atti da che aveva l'uso della ragione. Povero Guyot! E che colpa ci aveva lui? Era in buona fede; lo sentiva proprio in fondo all'anima il ribrezzo che gli fece porgere il soldo al fattorino, sollevando il braccio con cautela per non toccare quei due fogli esecrandi in cui pensava che si predicasse lo sterminio e l'inferno! Perchè infierire contro chi, odiando noi, crede sinceramente di odiare la perversione e il delitto? E questo pensando, mosso da un senso di pietà, ripiegai il giornale e me lo misi in tasca. Nello stesso punto il giovanotto discese, Guyot prese il suo posto subito per iscostarsi da me, e tirò un respiro di sollievo, come un crocifisso distaccato dalla croce. Non gli restava più accanto che uno dei ladroni.
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Dopo quella mattina, per tre giorni, trovai la carrozza di tutti sotto l'influsso di Venere. Come accade in certe passeggiate sul lastrico, che da quando s'esce a quando si rientra in casa ci si vede volteggiare intorno l'amore come se al mondo non ci foss'altro, così segue qualche volta nelle passeggiate in tranvai che per un certo tempo, ad ogni corsa, e più volte in ogni corsa, ci batte l'ali sul viso, come per tentare noi pure a farci _canuto spettacolo_, il monello divino, che moltiplica i popoli e ingrullisce i ministri. La prima volta fu su quell'ultimo tratto del corso Casale, dove, correndo all'ombra dei grandi olmi che scendono fino alla sponda, si vede tra i fusti allineati, come per i vani d'una selva di colonne, luccicare il Po, sparso di barchette di pescatori e di birichini natanti. Qua e là, sulle panche della giardiniera, eran seduti un bersagliere, un vecchio signore arcitinto, due musicanti con le trombe fra le ginocchia, una contadina con un coniglio fra le braccia; e nel mezzo una ragazza e un giovanotto, che ai primi gesti riconobbi per sordomuti, stretti in colloquio amoroso. Amoroso, fuor di dubbio: gli occhi languidi e le guance infiammate di lei lo dicevano. Aveva l'aspetto d'una giovane di bottega: un viso largo, ma d'espressione infantile, un sorriso strano, come di chi sorrida soffrendo, ma simpatico; un busto forte e ben formato. Lo spettacolo era nuovo per me e lo potei godere a tutt'agio. Avevo osservato altre volte quella mimica misteriosa di magnetizzatori e di cabalisti, quei gesti vaghi di chi disegni nel vuoto o cacci farfalle o mova le dita sopra una tastiera invisibile. Ma non avevo idea del colorito, della modulazione singolare che a quel linguaggio aereo può dar la passione. Nei gesti di lei, in special modo, v'era non so che di morbido e di gentile, e anche negli atti improvvisi e più rapidi qualche cosa d'intraducibile a parole, che pareva corrispondere alla smorzatura, ai languori della voce, alle note argentine e quasi involontarie che sfuggono dal petto commosso d'una ragazza parlante. La sua mano si soffermava per aria, descriveva delle curve graziose, ricadeva sul ginocchio con un abbandono stanco o una vivacità capricciosa, e il suo sguardo, mentre gestiva il giovine, invece di fissarsi nel viso di lui, accompagnava i suoi gesti, come s'egli avesse gli occhi nelle mani, con una mobilità, con una vita, con un balenìo che rendeva tutti i moti dell'animo. Quella conversazione di dita e di pupille m'attraeva, mi faceva pensare a quella singolarità d'un amore che non conosce la dolcezza delle parole susurrate nell'orecchio; che nei momenti appunto in cui la passione cerca le espressioni più ardenti e pronuncia i nomi più soavi, non può più dir nulla, nemmeno a modo suo; d'un amore in cui l'amplesso tronca ogni comunicazione del pensiero e l'oscurità separa le menti, e le dolci apostrofi di _angelo, cuor mio, anima mia_ escono dall'anima senza musica e senza tremito e non restano nell'anima che nella forma di due mani agitate. La mimica del giovane, intanto, s'accelerava, come se allo scendere dal tranvai si fossero dovuti separare e a lui premesse d'approfittar del tempo; e lei non faceva più che dei gesti radi e lenti, quasi sempre gli stessi, come la ripetizione d'una frase o d'una parola, accompagnata da un sorriso continuo, incerto e dolce. Era una negazione? Una promessa? Un'espressione di dubbio? Tutti e due erano eccitati; ma, benchè avessero addosso gli occhi di tutti, non davano segno alcuno di timidità e di suggezione, quasi che i presenti paressero loro gente d'un altro mondo, con la quale essi non potessero avere alcuna relazione di sentimenti o di riguardi; non altro che immagini, ombre, quali erano infatti; di cui nessuna parola poteva giungere all'anima loro, come se una distanza immensa li separasse. Poi “tacquero„ a un tempo tutti e due, ed essa si rivolse a guardare prima la cascatella del Po, della quale non sentiva lo scroscio, poi gli olmi della riva, dove cantavano uccelli di cui ignorava il canto, poi le trombe dei due suonatori, che eran per lei uno strumento misterioso come un apparecchio elettrico per un selvaggio. Quando il tranvai entrò in piazza Vittorio Emanuele riattaccarono una conversazione affrettata, in cui pareva ch'egli facesse a lei una calda raccomandazione, e lei lo rassicurasse; poi, all'imboccatura di via Po, essa fece fermare, gli strinse la mano e discese, avviandosi verso i portici; ed egli si spinse all'estremità della panca e la seguitò con gli occhi, con un sorriso singolare di curiosità amorosa e pietosa, fin che disparve. Il fattorino, che stava sulla pedana accanto a lui, gli fece un cenno del capo socchiudendo un occhio, come per dirgli: — È la tua bella, eh, briccone? — Ma rimase stupefatto quanto me udendosi rispondere con voce piena e con perfetta pronuncia, in accento affettuoso di compassione e di rispetto: — _Povra fia!_ (Povera ragazza!) — Essa sola era muta.
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_Amour, toujours!_ come dice la canzonetta. Fu questo un bel caso (non raro, mi dissero) di persecuzione amorosa in tiro a due. Sul corso Vittorio Emanuele una bella signora arresta la giardiniera con un _alt_ imperioso, sale con impeto e siede con dispetto; e ripartiti appena i cavalli, salta sulla piattaforma di dietro un signore, col cappello d'alpinista e la lente all'occhio, e resta lì come un piolo, con lo sguardo fisso sopra la bella, da cui lo separano sei panche, aspettando che le si faccia un posto vicino. All'incrociamento dei corsi Vittorio ed Umberto, riman vuoto un posto proprio nella panca dietro la signora, e lui, lesto, con una faccia imperterrita, corre per la pedana afferrandosi alle colonnine, e si va a sedere alle spalle di lei, che lo sente, senza vederlo, e dà un guizzo come per un pizzicotto. Non passa un minuto che si vede venire innanzi il tranvai dei Viali. In quel momento appunto il persecutore cominciava a farsi avanti, dondolandosi, come chi cerca un'entratura di dichiarazione; ma ecco che la signora balza in piedi, dà uno strappo con la mano sinistra alla correggia del campanello, e con la destra, brandendo l'ombrellino, comanda al cocchiere dell'altro tranvai di fermare. Tutt'e due si fermano, l'inseguita salta giù, raggiunge l'altro tranvai di corsa, vi sale come un lampo; e l'inseguitore ostinato, giù anche lui d'un salto, e via come una freccia, e su, sul tranvai della fuggitiva. La scena, osservata da tutti, suscitò un vivo mormorio di commenti seri e faceti: — Bellina! — Che sfrontatezza! — Questa è nuova. — Ma è un'indegnità! Gli dovrebbe rompere l'ombrello sul muso! — Un signore celione disse che ci sarebbero voluti dei carrozzoni di salvataggio, per signore sole, circolanti per le vie principali. Ma un mio amico, che m'era accanto, quello dei sette peccati capitali, lo Schopenhauer, gli osservò, con un sorriso sarcastico, che sarebbe stato un “servizio passivo„. E soggiunse che, secondo lui, c'era invece un altro servizio speciale di tranvai chiusi, sul modello delle carrozze cellulari, il quale avrebbe dato agli azionisti un grasso dividendo. — Carrozzoni.... a che scopo! — domandò l'altro. Ah! lingua sacrilega. Rispose: — Allo scopo.... opposto.
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