Part 20
E ancora l'amore. Vedo sulla prima panca due teste giovanili così vicine che mi si disegnano tutt'e due sulla schiena del cocchiere come sul fondo scuro d'un quadro: l'una bionda dorata, senza cappello; l'altra, con un grazioso cappellino da marionetta, ornato di tre cardenie; il quale lascia scoperta una salda massa di capelli bruni, lucidi e freschi, che pare un turbante di velluto nero. Dalla piattaforma in fondo, dov'io sto, non posso vedere i due giovani in viso; ma capisco dagli atti che si parlano senza dir nulla, come fanno gli amanti in ebbrezza, non per altro che per accarezzarsi con le parole e baciarsi con la voce, sorridendo alla gente, alle case, agli alberi, al sole, come per ringraziare il mondo della propria beatitudine. A un tratto la testa bionda si gira indietro, e riconosco il mio tipografo entusiasta del 1.º maggio, che, appena vedutomi, schizza via dalla panca e si slancia sulla pedana verso di me, mentre la testa bruna, voltandosi curiosamente, mi mostra un adorabile visetto di diciott'anni, tutto vermiglio di passione, nel quale par che scintillino non due, ma dieci occhi. — Eccomi qui. Buon giorno. Che bella giornata! Ebbene, che ne dice del Congresso di Londra? Ha veduto? La maggioranza, insomma, ha accettato il programma socialista.... — Ma io capii di volo che non veniva da me per gli affari dell'Inghilterra. E infatti, dopo avermi domandato chi fossero i _Fabiani_, non stette a sentir la risposta e m'annunziò d'un colpo il suo matrimonio. Era sposo da un mese e sette giorni; non disse le ore. — Ah! ma non creda — s'affrettò a soggiungere — io sarò sempre lo stesso.... è una donnina di testa, sa. — E mi disse tutto. Era una lavorante in maglierie, istruita, che aveva fatto i primi due anni della Scuola professionale; s'eran conosciuti l'inverno passato al _Nazionale_, dov'essa era andata con suo padre a sentire una conferenza sul lavoro delle donne e dei fanciulli; la madre di lui era stata un po' incerta, da principio, per via delle _idee_ della ragazza; ma aveva finito con dir di sì, innamorata anche lei del visetto. Oh, egli la conosceva, e n'era ben sicuro. Non era di quelle che fanno le socialiste per il matrimonio, e poi, acchiappato il marito, ripiegano la bandiera, e addio conferenze, addio oblazioni, addio riunioni. C'erano delle idee nette e ben piantate in quella piccola testa; era una compagna di coscienza e di cuore. Se fossero state tutte così non si sarebbero visti tanti compagni che giravano nel manico dopo aver fatto il passo al Municipio. E continuò a tesserne l'elogio lanciandole delle lunghe occhiate azzurre, che la misuravano amorosamente dalle tre cardenie del cappellino ai due piccoli tacchi neri luccicanti sotto la panca. Poi, parendogli d'aver troncato troppo alla leggiera il primo discorso, si rifece serio per calcolare che al Congresso i centottantacinque delegati delle _Unioni dei mestieri_ rappresentavano su per giù ottocentomila soci organizzati, mentre gli altri trecento delegati inglesi non ne rappresentavano forse duecentomila.... Ma che! Io vedevo bene che c'era un'altra _unione_ che in quel momento gli premeva assai di più di quelle di cui discorreva, e, pietosamente, gli apersi la via d'uscita che cercava, avvertendolo che stavano per prendergli il posto. E in un attimo egli si ritrovò seduto accanto alla sua bella socialista, con la quale riprese a solfeggiare il duetto interrotto, sorridendo alla gente, alle case, agli alberi, al sole. Oh i buoni borghesi che guardavano con simpatia quel bel ragazzo innamorato e felice, erano ben lontani dal pensare ch'egli appartenesse a quella setta orribile che vuole fra gli altri istituti, com'essi dicono, quello della “_moglie in comune_„. Con che immonda gente ci mette in promiscuità, a nostra insaputa, la carrozza di tutti!
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All'influsso amoroso succedette sul tranvai un influsso maligno. Ahimè! S'ha un bel fuggire per le strade senza toccar la terra e non guardando da alcuna parte: la miseria, la sventura, il dolore c'inseguono, ci raggiungono anche su quelle tavole fuggenti e ci costringono a guardarli in viso. Fu come uno schianto di fulmine fra tutta quella gente allegra che riempiva la giardiniera della linea Ponte Isabella. Il povero cocchiere scherzava e rideva con un amico ritto al suo fianco quando, arrivato in piazza Carlina, nello stringere a tutta forza il freno per non urtare in un carro, si lasciò sfuggir di mano il manubrio che, girando rapidissimamente, lo colpì nel costato destro e lo gettò riverso fra le braccia dei passeggieri, bianco come un morto. Fu creduto morto, scoppiò un grido, tutti s'alzarono, una signora svenne, dei bimbi si misero a piangere, accorsero il fattorino e una guardia, alcuni passeggieri discesero, e pigliandolo per le spalle e per le gambe lo calaron giù come un cadavere e lo portarono a traverso alla piazza verso la farmacia più vicina. Il passaggio istantaneo di quell'uomo dall'espressione della forza e dell'allegrezza a quella immobilità molle e cascante di tutte le membra che aveva l'apparenza della morte, destò prima nei presenti un senso di terrore che imbiancò tutti i visi, come se tutti comprendessero in quel punto per la prima volta la fragilità miseranda della vita; e poi una grande pietà, che l'accompagnò con un mormorio doloroso fin che disparve in mezzo a una folla spintagli intorno da quella curiosità frenetica delle disgrazie, che è uno dei segni più odiosi di quanto rimane nell'uomo civile della barbarie antica. Uno solo dei passeggieri, un omuccio secco e grigio, dal viso itterico, con gli occhiali affumicati, alzò la voce fra quel mormorio di pietà, sforzandosi invano di colorire di questo sentimento il dispetto messogli in corpo dalla scossa violenta che gli aveva sconvolto i nervi. O povera natura umana, quando ti cade la maschera! A sentirlo, pareva che il colpo l'avesse avuto lui. — Ci mancava questa! — esclamò con voce acre e tremola. — Un bel momento che ci fa passare! Benedetta gente, sempre sbadata, che rischia la vita.... Guardate se debbono accadere di queste cose.... Un uomo rovinato! E poi.... lo spavento dei passeggieri. Eh sì, fa pena anche a me; come no? Ma facciano attenzione, in nome di Dio, anche per riguardo al pubblico.... Pare che se le cerchino.... Un giorno è uno scontro, un altro è il freno.... Ce n'è sempre una.... Non è più un servizio.... Non è più un vivere questo.... Oh santa pazienza benedetta!... — Sopraggiunse il controllore, e ritornò un momento dopo il fattorino; il quale, pigliando le redini, annunciò che il cocchiere si riaveva. Tutti respirarono, il tranvai ripartì; ma il signore dagli occhiali scuri restò imbronciato. E si capiva perchè: il triste caso l'avrebbe forse impietosito, invece d'irritarlo, se fosse seguito tre ore prima; ma era l'ora del desinare, e l'appetito, per quel giorno, era perso senza rimedio. — Ah tristo animale! — gli dissi in cuor mio. Ma queste parole mi svegliaron dentro un'eco inaspettata; l'eco d'una voce severa che mi domandava se c'era al mondo un uomo, il quale, riandando la sua vita, non trovasse d'esser stato qualche volta irritato, non impietosito dalla sventura d'un suo simile, per la stessa misera, vile, disonorante ragione.... E quella voce mi fece abbassare la fronte.
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Così è: come dalla faccia placida e azzurra del mare spuntano qua e là teste deformi di pescicani e tentacoli orrendi di polipi, così per le vie della città dalla lieta pace della vita ordinaria erompono a quando a quando improvvisi la violenza, la barbarie, il delitto, la morte, a rammentarci che sotto all'ordine e all'armonia apparente della civiltà infuria la lotta eterna delle passioni e delle forze nemiche. È l'ora della siesta; il tranvai va a rilento sotto il sole, per una strada solitaria, tirato da due cavalli in sudore, che par che s'assopiscano al suono cadenzato e pesante del proprio passo; una lavandaia tarchiata, seduta in fondo, si appisola sopra una bracciata enorme di biancheria che le preme il ventre; accanto a lei un giovanotto di dubbia eleganza, inanellato e infiorato, dorme col capo ciondoloni sul petto e la sigaretta spenta fra le labbra; tutti gli altri tacciono; il fattorino sonnecchia; parlano soltanto due vecchietti, seduti davanti a me, che commentano senza fine, con voce monotona, l'ultima estrazione del lotto. A un tratto, in mezzo a quella quiete narcotica, scoppia un grido selvaggio: — Ladro! Ladro! T'ho visto! Sei tu! Rendimi i miei danari! — e voltandoci, vediamo il giovane della sigaretta dibattersi, pallido, fra le braccia poderose della lavandaia che l'ha agguantato con una mano alla strozza e cerca di cacciargli l'altra in una tasca del soprabito, seguitando a urlargli sulla faccia: — Ladro! Ladro! Sei tu! Rendimi i miei danari! — Il cocchiere ferma, il fattorino accorre, altri s'interpongono, la donna è spinta in là, il giovane è afferrato, parecchie mani lo frugano, il portamonete vien fuori.... — Aaaaah! — grida la donna con un riso feroce di trionfo. Il ladro, col capo scoperto e i capelli arruffati, bianco e stravolto, cessata ogni resistenza, cerca intorno con due occhi stupidi il cappello caduto e con un moto meccanico della mano libera si tasta la cravatta snodata.... fin che sopraggiunge una guardia civica, che fa scender lui e la donna, e il gruppo s'allontana dalla parte opposta al tranvai, che riprende la corsa, mentre s'affaccia gente a tutte le porte e da tutti i canti accorrono ragazzi. Dire che in tanti anni da che sono al mondo non avevo mai visto acciuffare un ladro in flagrante! Quello spettacolo mi rimescolò il sangue come se non mi si fosse mai presentato neppure all'immaginazione. — _Baloss!_ — udii gridare intorno a me. — Brigante! — Canaglia! — E per un tratto di strada feci eco in cuor mio a quelle invettive; ma sempre più fiocamente, via via che la scena avvenuta mi s'andava tramutando al pensiero in un'altra; nella quale la donna era rappresentata dall'immagine dell'Italia e il giovane da un personaggio coperto di nastri e di croci; ma con queste circostanze diverse: che nella mia visione i vicini voltavano la testa dall'altra parte per non dar noia al ladro, e i lontani s'inchinavano, e la guardia gli faceva il saluto con la spada.
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E ancora il malo influsso, ancora un incontro triste, sul tranvai della linea Vinzaglio, in via Roma: il mio buon Giors, che non guarda più le botteghe dei salumai, che non fischia più l'aria della _Carmen_, che non sorride più, che ha un altro viso, ch'io non gli vidi mai, e una voce che non riconosco. Tra una fermata e l'altra, lentamente, con un accento triste e sempre eguale, come se parlasse a sè stesso, egli mi discorre di sua moglie malata che “prende una cattiva piega„ e lo tiene in affanno. Anche questa mattina essa gli disse: — Va, Giors, va tranquillo, tutto andrà bene. — Ma egli non ne è punto persuaso e dice di no, con un dondolio del capo continuo. Ieri il medico fece una brutta faccia, una faccia.... che egli non avrebbe voluto vedere. — E quando penso! — esclama, voltandosi verso di me. — Una donna che non ce n'è un'altra. Non è il caso di vantarsi, capirà bene; ma quello che è giusto.... Levata la mattina alle quattro, tutta la giornata al lavoro, la sera su fino alla sant'ora, a aspettarmi con l'ago alla mano.... E mai un capriccio, mai un soldo male speso, mai un pensiero per sè, mai, mai un dispiacere che m'abbia dato. Ma che dispiacere! Mai una parola che è una parola non c'è stata fra di noi.... — E dopo una pausa: — E cosa faccio io se mi manca?
E dopo una girata di freno: — Già, e cosa faccio io se mi manca?
E non serve fargli animo; egli segue il corso dei suoi pensieri senza badare alle mie parole, esclamando di tratto in tratto, con accento di profonda pietà per sè stesso: — Ah, povero Giors! — Quello che lo tormenta di più è di dover restar lì al freno mentre essa è là, senz'assistenza, a rodersi l'anima perchè la casa è in disordine e i piccini son per la strada e lui non troverà pronta la colazione. — Eppure, come si fa a perder la giornata? Come si fa? Bisogna ben mangiare, prima di tutto! — E ripete dopo un po', come se avesse scoperto allora quella verità: — Già, bisogna ben mangiare.
E poi riprende l'elogio della moglie, ricorda atti suoi di bontà, sacrifici fatti per la famiglia. Anni sono, quando egli era senza impiego e senza aiuti, e avevano già un bimbo di due anni, che stentavano a nutrire, una sera, rientrando in casa con un po' di legna che era andata a prendere alla parrocchia, la povera donna vacillò e gli cascò quasi fra le braccia. — Cos'hai? — le domandò. Si mise a ridere: era passata da Catlinin, una sua amica che teneva un banchetto di liquori, e, invitata a bere, ne aveva mandato giù un sorso di troppo. — Ah, non è vero! — disse lui; — fa sentire il fiato. — Che! niente. — Tu hai digiunato! — E allora a lei era scappato da piangere. Non aveva mangiato in tutto il giorno per empire il marmocchio. — Ma se ci fu verso di farglielo dire!... No, non ce n'è un'altra compagna. Ah, povero Giors!
In quel punto fermò per lasciar salire un signore e rimise subito i cavalli in moto. Ma quegli strepitò e fece rifermare: — Ma non vede, corpo di...., che ha ancor da salire mia moglie! — Poi, guardatolo bene in viso, soggiunse fra i denti: — La mattina almeno non dovrebbero bere.
E Giors, con una mitezza che mi commosse più di quanto aveva detto fino allora, — _Ca scusa_ — rispose; — non avevo proprio visto. Eh, ho la testa per aria.
E ripartito che fu, disse di nuovo a mezza voce, tentennando il capo e guardando lontano davanti a sè: — Già, e cosa faccio io se mi manca?
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Poi, per vari giorni, trovai qualcuno dei miei attori quasi a ogni corsa, come se ci fossimo dati convegno. Trovai una mattina, sulla linea del Ponte Isabella, il fattorino _marchese_, che dedicava tutte le sue eleganze e le sue grazie a una donna non più giovane, ma d'aspetto signorile, profumata come uno zibetto; la quale lo accompagnava di panca in panca con uno sguardo morente. Era una maschera variopinta di attrice smessa, di quelle donne indiavolate, in cui ricomincia con la quarantina una seconda gioventù più matta della prima, e che per un traviamento dei sensi e della fantasia cercano le avventure al di sotto della propria classe, come certi briaconi aristocratici, giunti sul pendio del vizio, precipitano all'osteria. Ah, malcauta! Io le previdi sul belletto la traccia delle cinque dita di quella terribile bruna gelosa, in presenza della quale avevo visto il signor marchese timido e contegnoso come un seminarista....
Rividi un altro giorno il “tranvaiofilo„, l'ardente paladino della _Belga_.... in qual lavoro occupato! Non avevo pensato mai che la passione per la carrozza di tutti potesse salire a un tal grado d'ardore da far discendere il dilettante a dare una mano al cocchiere per rimettere sulle rotaie la giardiniera fuorviata. E con che entusiasmo spingeva, con una spalla contro il parapetto, puntando i piedi e gonfiando il collo, nell'atteggiamento d'un prodigo dell'inferno dantesco, fiammante nel viso e superbo di faticare per una “santa causa....„
Rividi il mio persecutore sonettista, che mi si venne a sedere accanto sull'ultima panca, con un sorriso d'aguzzino; ma questa volta mi salvò un operaio, seduto davanti a noi, con una pipaccia orribile fra i denti, la quale mandava in viso al poeta dei nuvoli di fumo così pestifero che, dopo avermi tossito nell'orecchio una quartina, dovette, soffocando e sagrando, rimangiarsi gli altri dieci versi per non sputare i polmoni. O imprecata Regìa italica, tu fosti almeno una volta benedetta!
E ritrovai sulla linea di Lanzo, dopo cinque mesi, quel certo erotico sereno dalla zazzera bianca e dagli occhi azzurrissimi, arieggiante un pastore evangelico, ritto in fondo a una giardiniera occupata quasi tutta dalle alunne d'un collegio, dai quattordici anni ai diciotto, vestite di color lilla, con una mantellina minuscola di seta nera; le quali, conversando vivacemente da panca a panca e torcendo i busti snelli come solleticate da mani invisibili, presentavano ai suoi occhi il profilo grazioso dei loro nasini scolareschi e dei loro petti virginei: la sua giardiniera ideale! Oh come il suo sguardo chiaro di erotico intellettuale scorreva agile e lieto su tutte quelle spalle e su tutti quei colli adolescenti, come si tuffava in tutte quelle capigliature fresche, come nuotava in quella primavera rosata! Come si godeva i suoi dieci centesimi! Si capiva che non sarebbe disceso per cento lire. Ma, in via Milano, lo distrasse da quello un altro spettacolo anche più allettante. Mentre il tranvai andava di tutta corsa, un bel pezzo di bruna sui trent'anni, senza cappellino, con un canestro di fiori alla mano, prese l'abbrivo dal marciapiede e, adocchiato un posto vuoto in capo a una panca, spiccò un salto.... e _là_, ritta sulla pedana, con una mano alla colonnina e il canestro per aria, nell'atteggiamento d'una cavallerizza che, passato il cerchio, ricasca sulla sella e chiede l'applauso. Era la famosa fioraia di Porta Palazzo, nota a tutti gl'impiegati del tranvai per quella sua destrezza acrobatica. Seduta che fu, in mezzo all'ammirazione delle ragazze, parve che l'erotico raccogliesse su di lei, in un con lo sguardo, tutti i suoi pensieri, e stette un pezzo così, immerso in una meditazione profonda e tranquilla, di cui sprizzava la dolcezza dagli occhi socchiusi e dalle labbra sorridenti....
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E rividi anche il cavalier Bicchierino, miracolo! non nella solita via Garibaldi, ma sulla linea dei Viali, più rotondo e più lustro che mai. Doveva _fruire_ d'una breve licenza estiva e far quella corsa per ricreazione, perchè non l'avevo visto mai in un atteggiamento di così placido riposo, così chiaro nel viso, così palesemente libero da ogni pensiero del “cancello„. Egli spaziava con lo sguardo sui corsi e sulle piazze, osservava i lunghi filari d'alberi, le botti inaffiatrici che passavano, gli operai occupati a sparger ghiaia e a piantare nuove acacie, e dalla sua serietà abituale trapelava l'alterezza del vecchio torinese innamorato della sua Mecca, il godimento della linea retta, l'ammirazione della simmetria, la compiacenza per il buon andamento dei servizi municipali, la soddisfazione di vedere tutti i passanti che andavan verso il Po tenere la destra, e tutti quelli che venivan su, il lato opposto, come si deve fare in mia città civile, e come non si fa, _dioumlo pura_ (diciamolo pure) che a Torino. Ma in vicinanza del Teatro Torinese la sua quiete fu turbata. Il fattorino esclamò; — Ah, eccole qui quelle dello sciopero! — e vedemmo venire dal ponte delle Benne una lunga processione di donne d'ogni età, che ingombravano tutta la strada, levando polvere come un armento, e mandavano fino a noi un mormorio sordo e confuso come d'un fiume rotto tra i sassi. Erano le operaie di non so che opificio del Parco, scioperanti da due giorni, che andavano alla Prefettura. Il cavaliere si voltò bruscamente a guardarle, ed io vidi sul suo viso un mutamento istantaneo, maraviglioso, come d'uno a cui si attorcano tutt'a un tratto le viscere. Non avrei meglio compreso quello che passava nell'animo suo se si fosse sfogato con un discorso. Compresi che quel fatto d'uno sciopero, per sè solo, astratta ogni idea di ragione o di torto che gli scioperanti potessero avere e di condotta pacifica o tumultuosa a cui fossero per attenersi, urtava violentemente tutti i suoi sentimenti e i suoi principî, offendeva in modo intollerabile tutti i suoi istinti, gli faceva l'effetto d'un abuso enorme, d'una violazione temeraria di tutte le leggi, d'una perturbazione criminosa dell'ordine sociale e naturale, come se avesse visto le case e gli alberi del corso rompere le file e ballare la tarantella. Il tranvai lasciò presto la processione a distanza; ma egli continuò a guardarla, voltato indietro in una positura incomoda, con una fronte così rimbrunita, con gli occhi così dilatati e torbidi, che mi fece pietà; tanto si vedeva che soffriva, che non poteva sopportare lo spettacolo di quell'“anomalia„ in quel corso così diritto, fra quelle case tutte d'un'altezza, in quella sua Torino dove tutti camminavano con quel bell'ordine per viali così ben tenuti. Povero cavalier Bicchierino! Se la vedeva così, non era già per cattivo cuore; il suo viso diceva che era uomo da comprendere e da sentire le miserie umane, da dar ragione ai deboli quando chiedevano il giusto e l'onesto. Ma occorreva che la pietà, il sentimento della giustizia e tante altre belle cose gli entrassero senza urtare quelle quattro idee piantate ai quattro canti della sua mente come i quattro soldati intorno al monumento di Carlo Alberto, ossia, che gli scioperanti scioperassero senza cessar dal lavoro, e andassero alla Prefettura a tempo avanzato, a uno a uno, in punta di piedi, per trecento strade diverse, con un bel foglio alla mano, in cui tutto fosse esposto e spiegato in ben conteste frasi d'ufficio. Senza cuore il cavalier Bicchierino! Ma per pensarlo converrebbe non sapere che di tutti i teatri d'Italia sono i torinesi quelli in cui i drammi commoventi strappano dalle tasche un maggior numero di pezzuole e dai petti i _bravo_ più somiglianti a un singhiozzo! E lo vidi alla prova in quella stessa corsa, allo svolto di via Vanchiglia, dinanzi al caso, non raro, d'una famiglia che dava l'ultimo addio, sul predellino del tranvai, a una persona cara, diretta alla Stazione di Porta Nuova. Era una ragazza che partiva; il suo vecchio padre e una sorella sciancata l'abbracciarono; la mamma le chinò il capo sul seno, piangendo dirottamente; il fattorino e il cocchiere non osavano di lagnarsi del ritardo; tutti le guardavano commossi. Ma il primo a prendere l'involto della ragazza fu lui, Bicchierino, e con un atto così rispettoso, con un viso così compassionevole, con un: — _Ca permetta!_ — così tremolo e così buono, che lì per lì feci giuramento di non dargli mai più un dispiacere. — No, povero Travet, ancora così mal conosciuto in Italia anche dopo la gran commedia che t'ha dato il nome, non dirò mai più che è stretta via Garibaldi, non taglierò mai più il _Popolo_ con le dita, e se avrò un giorno la fortuna di conoscerti, farò uno sforzo per parlarti il più puro piemontese che sia mai risonato sul palcoscenico del Teatro Rossini, e non urterò alcuna delle quattro idee guardiane del tuo cervello, anche a costo di mettere al laccio le mie....
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