Part 21
Peccato che non ci fosse lui.... Ma no, perchè forse, anche commovendosi, egli avrebbe visto in quella scena un esempio di confusione di classi, che poteva offendere nell'animo suo il sentimento dell'ordine sociale. Ma per me fu la scena più gentile che mi fosse occorsa mai sulla carrozza di tutti. La giardiniera s'arrestò all'angolo di via Maria Cristina e di via Baretti, dove l'aspettava un vecchio muratore, con la giacchetta sulle spalle, sostenuto per un braccio da un murator giovane, che l'aiutò a salire, facendogli qualche raccomandazione, e lo salutò, dicendogli: — In gamba! — Quello sedette a sinistra d'una bella signorina bionda, un'adolescente precoce dal viso di bimba, alla quale i capelli d'oro, le carni rosee, il vestito bianco davano come uno splendore diffuso, in cui il sorriso, ogni volta ch'ella sorrideva alla cameriera seduta alla sua destra, pareva una luce nella luce, e rivelava il pensiero ancor fanciullesco. L'operaio, si capiva, era stato colto da qualche male improvviso e costretto a lasciare il lavoro: teneva ancora il cappello di sghembo sui capelli grigi arruffati, come forse glie l'avevan messo rialzandolo da terra; stava come accartocciato, col viso smorto e col mento sul petto, e i suoi occhi esprimevano quel senso di tristezza scorata e paurosa che desta ogni malore repentino in quell'età, insidiata dalla morte. Davanti e dietro di lui c'erano signore e bambini eleganti; sulle altre panche la solita gente varia; da ogni parte uno sventolìo vivace di ventagli e di cappelline. A un tratto, mentre si sboccava sul corso Vittorio, s'intese un grido. Era la signorina bionda, a cui il muratore, preso da deliquio, aveva abbandonato il capo sulla spalla. Il suo primo senso fu di sgomento, e scattò indietro; ma si riebbe nell'atto stesso per sorreggere il vecchio che cadeva, e non potendo tenerlo con le mani, lo rialzò facendo forza con tutta la persona, lo rimise nell'atteggiamento di prima e porse la spalla al suo capo morto, che vi ricadde su pesantemente, perdendo il cappello. Tutto questo in un attimo. Ah, brava _tota_! Com'eran succeduti pronti sul suo bel viso d'inglesina al terrore la risoluzione e al ribrezzo la pietà, e com'era angelicamente bella, così, pallida dalla commozione, ma ferma e quasi altera, con quella fronte splendida inclinata verso quella povera testa di vecchio operaio senza vita, che s'appoggiava a lei come a una figliuola! Il tranvai si fermò; accorsero alcuni per prendere il malato; ma una boccetta d'essenza, ch'era passata di mano in mano, gli aveva già fatto riaprire gli occhi e rialzare la fronte. La signorina raccolse il cappello chiazzato di calce e glie lo rimise sul capo con garbo, sfiorando con le sue piccole mani bianche i suoi capelli grigi, gli riaggiustò la giacchetta sulle spalle, lo aiutò a discendere mettendogli le palme sotto i gomiti, lo guardò mentre s'allontanava accompagnato da due passanti, e quando il tranvai ripartì, espandendo l'animo oppresso dalle commozioni diverse, prima sorrise ai presenti che la guardavano, e poi ruppe in pianto.
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O benedetta carrozza di tutti!... Eppure c'è chi dice corna di te e ti vorrebbe a terra. Fu un atto d'accusa in tutte le forme, un vero stroncamento dell'istituzione quello che fece l'ultimo giorno del mese, in un carrozzone chiuso di via Lagrange, in cui m'aveva cacciato la pioggia, un grosso medico panciuto e arcigno, dai capelli rossi e dagli occhiali verdi. Egli si sfogava con un amico seduto in faccia; ma tutti gli altri ascoltavano e se la godevano, approvando, per eccitargli la vena. Aveva preso le mosse da un suo nipote, un giovanottone di diciott'anni, forte come un bufalo, che non era più buono a andar da Piazza Savoia a Piazza Venezia senza farsi tirare da due rozze. Era una vera epidemia di pigrizia, diceva, quella che i tranvai avevano portato nella cittadinanza. Tutti quelli che avevan dei soldi da buttar via non camminavano più. In verità. Egli conosceva centinaia di poltroni sani come lasche, per i quali il fare un chilometro a piedi era diventata una delle dodici fatiche d'Ercole. — Si sfibra la razza, positivamente; gli uni perdono le gambe, gli altri il cervello. Non vedete i due eccessi opposti? C'è una razza di vecchi matti che per far del moto si sciupano i polmoni e arrischian le ossa sulla bicicletta, e un esercito di giovani che non fanno più trecento passi al giorno coi propri piedi. È un incarognimento generale, mi scusino, è la vera parola; e lascio stare che se si spendesse in beneficenza la metà dei denari che si sprecano per farsi portare da una cantonata all'altra, si darebbe del pane a migliaia d'affamati. Ma certo. I tranvai! Ma sono un'istituzione funesta all'igiene, veicoli d'aria viziata, che hanno soppresso la passeggiata stimolante prima del pranzo, la passeggiata digestiva dopo cena, le camminate regolari da casa all'ufficio.... Non vedete quanta obesità gira per Torino da dieci anni a questa parte? Non c'è da ridere. Vi dico che cresce l'adipe in un modo spaventoso. Si vedon delle signore di trent'anni che paion palloni, degli uomini di quaranta che paion botti. Un incarognimento, ripeto. E chi vivrà fra cinquant'anni vedrà passare dei carrozzoni che parranno stie piene di galline faraone e di tacchini ingrassati per il Natale! — Tutti ridevano. E benchè ridessi anch'io, m'inquietò nondimeno un poco il timore di addossarmi col mio libro una parte anche minima di colpa della futura pinguedine d'Italia. E rimasi pensieroso davanti a quella visione comica d'un popolo di lune piene e di pancie enfiate. — Però, — pensai, — per il popolo italiano.... c'è tempo.
CAPITOLO NONO.
Settembre.
Il settembre porta sui tranvai un soffio di vita nuova. Vi comincio a rivedere figure note di _travet_, ch'erano scomparsi, rinverditi da un mese di licenza, signore imbrunite dai venti del mare, visi vivaci su cui preluce la gioia del “viaggio circolare„ o della vendemmia, e reduci dalla villeggiatura, i quali si riconoscono allo sguardo quasi di forestieri che girano su Torino, non più veduta da un pezzo, salutandola con un sorriso che rivela il gusto rinascente degli agi e degli svaghi della vita cittadina, e facce esotiche di viaggiatori di passaggio, che ad ogni crocicchio si voltano di qua e di là a guardar la fuga delle vie sconosciute. Famiglie intere in abito di campagna, tornanti dai bagni o dai monti per ripartire per la collina, ingombrano le giardiniere di valigie e di scatole, tutti eccitati dal piacere del viaggio, e spandono sulla noia dei passeggieri abituali, sonnecchianti durante le corse obbligate per le vie polverose, un alito di frescura, degli effluvi d'alghe e di boschi, che danno loro miraggi confusi di ville bianche, di valli verdi e di marine azzurre. E cresce la noia quando il tranvai riprende il suo aspetto solito per le lunghe vie solitarie, dove non s'incontrano che pochi passanti col cappello da una mano e il fazzoletto dall'altra, in mezzo alle lunghe file di finestre chiuse, che par che dai vani delle persiane versino giù il silenzio morto dei quartieri abbandonati e tenebrosi. E per i relegati nella cinta daziaria s'aggiunge alla noia il dispetto al veder quell'eterna collina e quell'Alpe eterna che appaiono ai capi opposti delle strade come un invito beffardo, come una provocazione maligna. Tra questi son io, e per giunta alla noia e al dispetto ho il rammarico di non veder più che assai raramente, fra quel succedersi continuo di facce nuove, che invadono la mia sala di studio ambulante, i cari attori della mia compagnia.
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I primi che rivedo, discesi freschi freschi dalla montagna col loro idoletto, sono Taddeo e Veneranda, sulla linea solita dei viali, tutti e due ingrassati ancora, con due facce che paiono il ritratto della beatitudine. Sono stati venti giorni all'Ospizio di San Giovanni d'Andorno: mi decantano il paesaggio, l'aria, l'acqua, il pane, la cortesia della gente; ma son felici sopra tutto d'aver riportato la bambina fiorente di salute. È, infatti, uno splendore, ed io assisto al suo trionfo. Ritta in mezzo a loro sull'ultima panca, vestita di rosa, coi suoi folti capelli castagni tagliati sulla fronte e sparsi sulle spalle, coi braccini nudi segnati ai polsi di due risegoli da lattante, essa tempesta padre e madre di domande, apostrofa i vicini, ride e trilla agitando le manine per aria, spande tutt'intorno la luce della sua bellezza e la musica della sua allegria. Quel visetto di Madonna, quell'esuberanza di vita richiamano a poco a poco l'attenzione di tutti. Si voltano prima dalla panca davanti due signorine, che le rivolgon la parola e le carezzano i capelli; poi dalla panca più in là si volta tutta una famiglia a guardarla e a farle dei cenni, a cui essa risponde mandando dei baci; poi altri più distanti, ragazzi, ragazzine e signore, attirati da quel continuo trillìo, si girano e le sorridono; e sotto tutti quegli sguardi ammiratori, al suono di tutti quei saluti amorevoli la piccola attrice raddoppia di vivacità, si fa più rosea e più bella, sfavilla e trionfa come un angiolo in gloria. _Che diveniste allor_, poveri Taddeo e Veneranda? Si danno anche nella vita dei più oscuri di queste giornate gloriose, che rimarranno nella mente loro fino agli ultimi anni, come raggi di sole. Un padre e una madre che vedessero incoronare il figliolo in Campidoglio non potrebbero dar segno d'un'ebbrezza più grande di quella che splende sulle facce rotonde di questi due buoni pacioni, ai quali brilla una lacrima negli occhi ed esce il fiato a stento dalle labbra tremanti, come se la gioia li soffocasse. E fanno uno sforzo per contenersi; ma a un certo punto la mamma non ci regge più: bisogna che si stringa al cuore quella creatura benedetta a cui deve l'ora più bella della sua vita; e Taddeo, per dissimulare la sua commozione, voltando verso di me il viso raggiante sotto al velo d'un'indifferenza forzata, mi dice con voce tremula e quasi spirante: — Pare che il tempo si sia rimesso; ma.... è difficile.... che duri.
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Il secondo che ritrovai fu il pittore, che mi saltò accanto una mattina sopra una giardiniera di via Roma, allegro come se avesse avuto il primo premio all'Esposizione triennale. — Già _rinurbato_? — gli domandai. — No, — rispose, — sto ancora a Perosa; ma mi _rinurbo_ tre volte la settimana. — Tre corse a Torino la settimana, per uno che non aveva affari e che stava a due ore e mezzo di strada ferrata, mi parvero molte; e raffrontando la sua nuova allegria con l'umor nero dell'ultima volta, pensai che dovesse avere qualche forte cagione. Gli domandai in qual modo gli fosse passata quella grande avversione per la geometria di Torino, per le file dei cubi gialli, per le strade tutte pari, dove gli pareva di ritrovarsi sempre alla stessa cantonata. Mi rispose sorridendo che era passata; ma in qual modo, non disse. — È l'antipatia per le figliole di Borea, per gli angioli d'alabastro, per le signorine tutte ritagliate con un solo giro di forbici sopra un foglio ripiegato in cento? — Ah! — rispose, — era un brutto periodo per me.... Tutti ne hanno. Ma ora.... tutto è cambiato. —
— Ha dunque rinunciato alla ricerca coniugale sui tranvai? o ha già trovato?
Si mise a ridere, colorandosi un poco alla sommità delle guance, e cambiò discorso subito, affollando le parole. Aveva rinunziato definitivamente a scoprire il mistero della signora delle coincidenze. — Ah, è più forte di me! — disse. — Non ce la posso! — E mi raccontò che un giorno, incaponito, aveva voluto tenerle dietro a ogni costo. Trovatala sulla linea dei Viali, l'aveva vista scendere all'imboccatura di via Cristina e salire sul tranvai di Ponte Isabella; ed era sceso e salito anche lui; ma, arrivata in piazza Cavour, quella era scesa, e aveva preso il tran vai della barriera di Casale; e lui giù e su da capo; e lei giù per la terza volta in piazza Vittorio Emanuele, dov'era rimasta a aspettare il tranvai di Vanchiglia; e giù lui pure ad aspettare lo stesso tranvai a venti passi di distanza; ma all'arrivo di questo, vedendo ch'essa lo lasciava passare, benchè ci fosse posto, per aspettare il successivo, egli aveva finalmente desistito dall'impresa e se n'era andato via, con la curiosità in corpo, più arrabbiata di prima.
Durante una di quelle corse, appunto, le aveva visto aperto fra le mani uno di quei piccoli album da dieci centesimi, della casa di pubblicità del Massarani, nei quali sono segnate in rosso, sul tracciato delle strade, tutte le linee di Torino, ed essa l'andava sfogliando e osservando pagina per pagina, come un ufficiale di Stato Maggiore che studi la carta topografica delle grandi manovre. Chi sa che vasti piani di strategia tranviaria, che intricate combinazioni andava escogitando, di corse e di controcorse e di finte mosse e di giri viziosi, e chi sa mai con che scopo, e per forviare chi, e per riuscire dove? Mistero profondo! Era meglio non pensarci più; l'impresa era disperata.
Ma mentre diceva questo io vedevo bene che pensava ad altro, che aveva in cuore una contentezza a cui quel racconto serviva come il ventaglio alle signore per nascondere certe espressioni involontarie del viso. Tra una frase e l'altra guardava di qua e di là tutti i tranvai che passavano vicino o lontano, aguzzando gli occhi, come se in ciascuno ci potess'essere qualche persona ch'egli cercava; e il suo aspetto e i suoi modi eran quelli di chi ha un pensiero bello e felice che s'intromette in tutti i suoi pensieri, un'immagine a cui parla in segreto anche parlando ad altri d'altre cose, e che danza tra lui e tutti gli oggetti come i globi di fuoco che vediamo per aria dopo aver fissato gli occhi nel sole.
A un certo punto non mi potei più tenere e gli dissi ex abrupto: — Andiamo, a che serve fingere? Mi dica la verità. Lei _ha trovato_, e non mi vuol far la confidenza per timore ch'io la metta nel mio libro.
Questa volta diede in un ridere così forzato e stonato che tenni per certo d'aver colto nel segno. Sì, il timore soltanto di esser messo in stampa lo tratteneva dal farmi la confessione. E continuò a dir di no, scrollando il capo e sorridendo, e guardandosi la punta d'uno stivaletto, come se ventilasse in cuor suo se doveva persistere a negare o sfogar la sua voglia di dirmi tutto. — Ebbene.... — cominciò.
Io porsi l'orecchio per ricever la confessione.
— Ebbene.... no — disse ridendo — se fosse vero.... cioè, quando sarà vero, lo dirò a lei prima che a ogni altro; ma.... non è ancora.
— Il suo _non è ancora_ è una traduzione traditrice di _è già_. Non mi può dire almeno la linea su cui l'ha veduta la prima volta? È un indizio così vago!
— Ebbene.... la linea del Ponte Isabella.
— Carrozzone chiuso o giardiniera?
— .... Carrozzone chiuso.
Ed era tanto rimbambinito nella sua passione che, detto quello, mi guardò con una certa diffidenza, come se io avessi già tanto in mano da poter scoprire la persona. — Non importa, — gli dissi — le assicuro che la scoprirò prima che lei si confessi. — E mentre scendeva, gli domandai se fosse proprio preso sul serio.
Egli mi mise una mano sulla spalla e la bocca all'orecchio e con un accento di passione di cui non l'avrei mai creduto capace, così inaspettatamente caldo e profondo che mi diede una scossa: — Ah! — esclamò — da perderne la testa!
E messo il piede a terra, mentre il tranvai ripartiva, si voltò da un'altra parte per nascondermi la vergogna d'essersi tradito così, da quel buon fanciullone ch'egli era.
*
E finalmente, dopo tre mesi e più, riecco una mattina donna Chisciotta, che esce quasi di corsa dalla Stazione di Porta Susa e sale sul tranvai della barriera di Casale, tirandosi dietro tre marmocchi e un facchino carico di roba, tutta infiammata nel viso, con un cappellino bellicoso messo alla diavola e un panierino alla mano, dal quale spuntano delle ciambelle. Dove aveva preso quei tre piccoli mobili, dalla testa rapata, vestiti tutti a un modo e puliti come specchi, ma visibilmente di razza povera, che le stavano appiccicati e le sorridevano come a una mamma? Che ne avesse fatta “qualcuna delle sue„ lo indovinai alla prima; ma per capire di che specie fosse dovetti aspettare ch'essa attaccasse conversazione con una vecchia signora, che la interrogò per indiretto, accarezzando i bimbi, e guardando lei curiosamente. I due maschietti, disse, s'eran rimessi bene; bastava guardarli in viso; ma la bimba non era migliorata gran che. Le bisognava una cura lunga, e per questo ella si sarebbe intesa con sua madre, a cui la riportava. E si diffuse in particolari sulla malatina, fissando ogni tanto su quel visetto pallido l'occhio inquieto e amoroso, come se volesse colorirlo con lo sguardo. In fine, capii che erano poveri ragazzi mezzo rachitici, di tre famiglie diverse, ch'essa aveva presi in tre soffitte della propria casa, e portati per venti giorni in Val Sesia, nella sua villa, dove da vari anni manteneva ogni estate, a spese proprie, una piccola _colonia alpina_ di bimbi gracili. E poichè la vecchia signora la lodò, dicendole dolcemente che se tutte le signore avessero fatto altrettanto, migliaia di ragazzi poveri avrebbero riacquistato la salute, essa respinse la lode, scrollando il capo, rattristata tutt'a un tratto, sconfortata dal pensiero della propria impotenza, della povertà dei suoi sforzi solitari di fronte all'immensità dei bisogni, alla moltitudine innumerevole dei bambini malaticci che rimangono in città nei mesi caldi a bere l'aria avvelenata di stamberghe sudicie e oscure. E ripeteva, certo senza saperlo, il grido del Tolstoi: — Che cosa fare? Ma! Che cosa fare? — con un accento così caldo e così doloroso, da far comprendere che quel pensiero le soffocava in cuore ogni soddisfazione dell'opera buona compiuta; e anche più del suo accento lo dicevano aperto i suoi grandi occhi neri e sporgenti che, nel fissarsi su quei tre visi, esprimevano una pietà scontenta, un amaro rammarico che fossero così pochi, tre! tre soli, e non trenta, e non trecento, e non trenta mila, come la sua ardente carità avrebbe voluto. — Ma! Che cosa fare? — Fui a un punto dal risponderle: — Quello che fai tu, intanto, o anima bella! — Ma vedete un po': questa risposta così gentile e rispettosa, se glie l'avessi fatta davvero, anche col _lei_, m'avrebbe valso una presa d'impertinente o di matto; tanto le convenienze fittizie, nel commercio sociale, fanno a pugni con la sincerità e con la poesia! Ma poichè la risposta glie la posso dar con la stampa, _imprimatur_.
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Per vari giorni non ritrovai più altri; ma in compenso, raccogliendo dei frammenti di discorsi nei carrozzoni e nelle giardiniere, feci la scoperta d'una nuova famiglia d'originali: gli sbeffatori della villeggiatura e dei villeggianti: cittadini che, trovandosi bene a Torino anche nel cuor dell'estate e preferendo il _Caffè romano_ e le corse serali in tranvai a tutte le delizie campestri, si burlano di tutti quegli imbecilli, i quali, per ubbìe igieniche o per ostentazione di signoria, rinunciano a tutti i comodi della città e si vanno a rintanare in bicicocche solitarie, anche in rasa pianura, dove arrostiscono dal caldo e cascano a pezzi dalla noia. Giorni fa era un grosso signore sbracato che canzonava con molt'arguzia certe famiglie, le quali dalla villa tempestano di lettere supplichevoli gli amici lontani perchè vadano a sbattere con una visita la malinconia mortale delle loro giornate, e quando uno ce ne casca, lo accolgono con tale espansione di gratitudine da moverlo a compassione della loro esistenza. Avantieri era un impiegatuccio rinfichito che si rallegrava della stagione pessima pensando ai villeggianti di montagna, i quali, sorpresi dal freddo precoce, condannati alla reclusione dalla pioggia, devono covare il fuoco come in gennaio, per giornate eterne, sospirando amaramente Torino, rabbiosi di non aver il coraggio di ritornarvi. E ieri sera, da un vecchietto elegante, con la bocca tutta da una parte, intesi mettere in burletta una famiglia che, per la vanità di farsi credere in campagna, tien tutte le persiane chiuse e non esce che di notte, menando una vita miseranda e vergognosa di malfattori braccati dalla polizia. Non tutti, peraltro, sentono il bisogno feroce di condire il proprio piacere con rimmaginazione del dispetto altrui. Trovo sul tranvai delle facce ilari di giubilati che si godono l'estate con tutti i sensi, nuotando voluttuosamente nel caldo addormentatore dei loro incomodi, contenti della città meno affollata e meno rumorosa, e delle giornate lunghe che dimezzano il tormento dell'insonnia, riavuti dal sole come le biscie. Fra questi è il mio buon veterano, il quale, uscendo una mattina dal suo numero 43, sale sulla giardiniera di via Garibaldi con Ciuchetto fra le braccia, e mi rivolge la parola amichevolmente, con quell'effusione allegra e verbosa che dà ai vecchi il sentimento insolito della piena salute. E sta bene davvero, e sarebbe pienamente felice se il suo piccolo amico non avesse avuto una zampa sciupata dalla ruota d'un carretto; per cui da una settimana egli è costretto a portarlo in braccio a “prender aria.„ Povero vecchietto! Sentendosi forte, ha fatto uno sproposito: una gita ai laghi d'Avigliana, con biglietto d'andata e ritorno, tutto solo, e ne è tornato soddisfatto, niente stanco. E poi è contento dei “grandi onori„ con cui è stato ricevuto da Makonnen il Nerazzini, _uomo di testa_, che dà a sperar bene dei negoziati, ed esprime tutta la sua gioia di devoto monarchico per il matrimonio del principe di Napoli, e una tenerezza paternamente ammirativa per la principessa; — _bella persona, bella persona_. Parla di questo matrimonio come d'un avvenimento ch'egli avesse bisogno di vedere per viver tranquilli i suoi ultimi giorni e chiudere gli occhi in pace. — Se mi guarisse presto questo qui! — dice poi, accarezzando il cane, che mugola dalla gratitudine e tira a leccargli il viso. — Creda, è stato un _dispiasì gross_. È l'ultimo amico del povero vecchio. Già, non si scherza: son settantotto e mezzo, sa lei? Del resto, non mi lamento. Digerisco bene da un tempo in qua, e non tutti, all'età mia, possono dire altrettanto. Giusto, ci ho un vecchio camerata, che non sta punto bene. Vado ora a trovarlo. Questo tranvai mi porta proprio sull'uscio. Gran comodità, non è vero? Con queste belle giornate, in special modo. Lei scende già? Ah no, badi; non scenda fin che sia fermo. _Si ha un bell'esser giovani_, una disgrazia è presto accaduta. Così, grazie, e altrettanto. Buona passeggiata. _Cerea._ — È felice! O anima umana, mal paga del mondo, assetata dell'Infinito, e contenta di così poco!
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