Part 22
Faccio un'altra scoperta, di natura opposta alla precedente e ristretta al solo bel sesso: quella d'uno stato d'animo che si potrebbe definire: la _musoneria settembrina_. Vedo sui tranvai molti visi di signore e di signorine di cattivo umore, come tormentate da un dispetto sordo e immobile, che traspare dagli occhi fissi e guizza sulle labbra strette; e ne leggo la cagione nelle occhiate oblique che, al passar vicino alle stazioni, lanciano sulle signore in abito da viaggio, a piedi e in carrozza, che vanno dal lato della partenza, con un gran corredo di cappelliere e di borse. Ah, esse non appartengono, no, alla famiglia degli sbeffatori della campagna. Sono mogli e figliuole di poveri borghesi, ai quali la professione o la borsa vietano le dolcezze del “silenzio verde„, sono condannate e non rassegnate al domicilio coatto cittadino, rabbiose contro Torino, e contro la schiavitù o la pitoccheria coniugale o paterna, e contro le amiche partite, di cui prevedono, al ritorno, gli sguardi trionfanti e le interrogazioni compassionevoli. Come s'indovina tutto quel che mulinano quelle piccole teste fiorite durante le lunghe corse delle giardiniere! È il mese dei viaggi, delle gite alpestri, delle regate sui laghi, delle feste d'addio nelle case di bagni, delle chiassose scarrozzate da villa a villa, rallegrate d'incontri inattesi e d'ardite galanterie e di dolci colloqui nell'ombra e d'una gioconda libertà spensierata che la città coi suoi mille occhi aperti e la casa con le sue mille piccole cure non consentono. Tutte queste visioni danzano davanti a quegli occhi socchiusi che guardan lontano, al di sopra delle teste ciondolanti dei cavalli, in fondo ai viali lunghissimi e bianchi, l'orizzonte velato dai vapori estivi. E dietro a quelle fronti accigliate si preparano intanto le allusioni amare, le satire coperte, le rampogne, che ricadranno all'ora di desinare e di dormire, in suono di lamento o di condanna, sulle spalle d'un infelicissimo, ridotto ad aver paura della tavola e del letto come di due macchine di tortura. In verità, vedo dei bei visetti in cui la musoneria settembrina è così dura e provocante che, quando salgono o scendono, mi scanso con timore, come si fa con quegli spadaccini attaccalite che cercano un pretesto per bucar la pelle al primo venuto. E sono alle volte molte insieme, son giardiniere cariche di rancori coniugali, di polvere da guerra domestica, nelle quali mi piglia un malessere come a viaggiare in un treno che porti delle sostanze esplosive. E toccano anche a me degli sguardi ostili che dicono: — Devi essere anche tu uno di quei mariti aguzzini che fanno spasimar la moglie in città nel mese di settembre; — e se mi par qualche volta che uno di quegli sguardi s'addolcisca incontrando il mio, la mia vanità è castigata subito da uno sbadiglio mal frenato, che mi dice in faccia: — Ooooh.... non s'illuda; mi secca anche lei.
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Eppure, anche sul tranvai, aiutandosi un po' con la fantasia, si può goder la campagna. Io ci fo delle escursioni piacevolissime. Percorsi per la prima volta tutta la linea della barriera di Lanzo, e fu per me un vero viaggio di scoperta: l'osservatore s'ingrandisce il mondo. Passato il ponte sulla Dora e svoltato da via Ponte Mosca sul largo corso Emilia, si sente come il piacere dell'uscir da una folla: il respiro, lo sguardo, il pensiero più libero, un rasserenamento dello spirito che mette voglia di cantare. Attraversata la strada ferrata di Lanzo, non par più di essere a Torino. La città, a poco a poco, si traveste di gran signora in borghesuccia di campagna, spianando la fronte e prendendo un aspetto placido e ingenuo. Le case diradate si parano di lenzuola e di pezze di bimbi, come per il passaggio d'una processione; le botteghe sporgon fuori le insegne di cent'anni fa; le piazzette si congiungono con gli orti, le vie laterali si stringono in viottole che si perdono nel verde ai campi, e si va fra lunghi muri di cinta d'officine e di ville solitarie, fra assiti di giochi di bocce e larghi fossi, dove corre l'acqua fino agli orli, cantando la ninna nanna alla via che sonnecchia. Poi appaiono i primi terrazzini di legno, con le scale di fuori, le prime aie, i primi usci a cui è attaccata l'immagine d'un Santo da un lato e dall'altro un avviso della Prefettura; e qua e là vacche pascolanti, bimbi arsi dal sole e donne coi piedi scalzi; e in ogni parte una quiete, un silenzio, che il rumor del tranvai, dov'è con me un solo passeggiere addormentato, vi echeggia ed empie l'aria come lo strepito d'una corriera in un villaggio deserto. E là veggo scritto sopra un usciolo chiuso: _Teatro Gianduja_, e trovo degli annunzi in stampatello d'altri teatri sconosciuti: _Teatro della barriera di Lanzo, Teatro Manzoni_; nel quale si rappresenta _Kean, sublime capolavoro di Alessandro Dumas_. O che malinconia è questa che mi salta addosso tutt'a un tratto di venirmi a chiudere in una di quelle piccole case dormenti, pure sapendo che ci vivrei di tristezza, anzi appunto per viverci così, per sentir più profondamente la solitudine sul confine della città rumorosa? Tentazioni nere di soldato imbelle della vita! Ma questi pensieri volan via alla barriera, dove la piccola stazione della Madonna di Campagna, il sobborgo arioso che mi s'apre di fronte, e il via vai delle guardie daziarie, dei carrettieri e delle donne in mezzo ai carri e ai banchi di frutta e sull'alto cavalcavia della strada ferrata, mettono una vita, una gaiezza di movimento cittadino e di lavoro campestre, che m'entra nell'animo. Discendo per aspettare che si riparta, m'affaccio per curiosità all'uscio d'un carrozzone senza finestre, e là dentro, in un gruppo di fattorini e di cocchieri pasteggianti allegramente in mezzo alla batteria dei canestri, riconosco il giovane dantista, che sgranocchia una frittata col tegame in mano, e che, appena vedutomi, — Oh diamine — esclama; — come mai è venuto fin qua, ai confini del mondo abitato! Guardi, guardi che bella sala da pranzo....
e come il pan per fame si manduca.
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Il tranvai s'era già mosso quando lo fece fermare un operaio che veniva dalla parte di Madonna di Campagna, barcollando e brontolando, con la testa ciondoloni. Ci mise un bel pezzo a salire e si lasciò cascare sulla panca come un sacco. Allora soltanto riconobbi _Desbottonass_, che si doveva essere sborniato in qualche osteriaccia dì fuor di porta, impolverato da capo a piedi, coi capelli sulla fronte, una cicca in bocca e la cravatta sciolta. M'accorsi subito che in quei due mesi caldi trascorsi dopo l'ultimo nostro incontro la briachite cronica aveva fatto in lui dei guasti terribili. Mi fissò un momento con gli occhi imbambolati; ma non mi riconobbe. Si capiva dal modo come girava intorno lo sguardo irritato che aveva una gran voglia di attaccar lite. E l'occasione era bell'e pronta.
Quando il fattorino dantista sì presentò a domandargli: — Da due o da tre! — egli stette un po' pensando, e poi bofonchiò: — _Mi voo a la Crocetta_; — e senza dubbio s'era fissata quella meta lì per lì, senza un determinato proposito, per quella smania che hanno i briachi d'andar lontano, alla ventura, verso osterie sconosciute, per allargar l'orizzonte della sbornia.
— Allora, — riprese il fattorino — da tre.
L'uomo tirò fuori lentamente un soldo dalla tasca dei calzoni e glie lo mise nella mano; poi, dopo aver molto frugato in un'altra tasca, ne tirò fuori un altro e lo aggiunse al primo; e punto.
— Per la Crocetta son tre — ripetè il fattorino; — ancor uno.
Quello scattò. — Ma che tre! _Questa l'è nœuva!_ E perchè tre?... _Mi ne paghi duu.... Mi n'hoo semper pagaa duu_....
E insistendo il fattorino, egli si voltò verso un signore che aveva accanto, e gli dimandò col viso sul viso: — _E lù, ch'el disa, quanti ghe n'ha pagaa lù?_
Il signore rispose che n'aveva pagato due.
— _Ah! el ved donca.... e perchè lù duu e mi trii? Oh questa l'è ona bella giustizia!_
— Ma il signore, — gli osservò il fattorino, — va soltanto fino a piazza Carlo Felice, e fa due soldi; lei va a capo linea, e fa tre.
— Ma che capo linea! _Mi g'hoo minga ditt a capo linea!... Mi disi la Crocetta.... Soo nanca coss'el sia el capo linea.... El regolament el dis: — Duu!_ — e il resto son mangerìe.
E seguitò un pezzo, smozzicando le parole fra i denti e la cicca, declamando, apostrofando ora l'uno ora l'altro dei passeggieri. Non era chiara? Chiedevano di più per intascarli; era una camorra impiantata per spogliare il popolo; tutti parenti di Casa Mangioni. Il fattorino tentò ancora di persuaderlo, un po' sul serio, un po' ridendo; ma dovè smettere per andar da altri, e passandomi accanto mi disse piano: — Ha visto che tipo? A momenti lo piglio _per la cuticagna_; non c'è altro. — Poi ritornò da lui e ricominciò la prova.
Ma quello non gli badava, inveiva contro un biciclista che accompagnava da un lato la giardiniera, come un cavaliere di scorta a una carrozza, discorrendo tranquillamente con un passeggiere suo amico, seduto all'estremità d'una panca. Quell'accompagnamento in bicicletta, non so perchè, pareva a _Desbottonass_ un abuso enorme, una intollerabile mancanza di rispetto alla “compagnia„. Gridava al biciclista che se n'andasse per i fatti suoi, che _l'era minga permess_, ch'egli non aveva mai visto un'impertinenza simile.... Poi, tutt'a un tratto, balzò in piedi, e appoggiandosi alla spalliera davanti come a una tribuna, gridò ai baracconi di Porta Palazzo: — _Mi sont de l'opposizion!_ — e ripiombò sulla panca.
Dopo un po', il fattorino ricominciò a ragionarlo, e pareva già quasi persuaso, quando in piazza Carlo Felice, essendo salito accanto a lui un signore che pagò due soldi per la Crocetta, egli mise un grido di trionfo: — _Ah! el ved donca.... quest chi el và a la Crocetta e ne paga duu.... Ma se 'l disevi!... E mi trii, eh, fiœui de cani, e mi trii? E perchè mi trii?_
— Ma il signore è salito qui, — rispose il dantista, — e lei ha già fatto due terzi di strada. Animo, tiri fuori il soldo; vuol obbligarmi a chiamar le guardie? — E, ripassandomi accanto, mormorò: — _O sovra tutte mal creata plebe!_ Veda con che razza d'animali abbiamo da fare! — mentre che l'altro continuava a barbugliare: — _La reson l'è la reson.... el regolament l'è el regolament_.... E ben venga la forza.... _Se se paga duu, se paga minga trii. Oh fiœu d'on todesch!_...
Come sia andata a finire non so; l'uomo tornava a dichiarar solennemente di appartenere all'_opposizion_ quando io discesi dalla giardiniera, rattristato d'aver ritrovato un gran tratto più giù sulla china dell'abbrutimento quell'operaio che doveva esser stato buono, onesto e intelligente; turbato dal pensiero che tutti gli sforzi coi quali si combatte il vizio orribile non ne impediscano in alcun paese l'incremento mortale; oppresso dal dubbio che ogni lotta col mostro debba riuscire inutile, che l'umanità sia sospinta come da una condanna fatale ad un segno, da cui l'immaginazione rifugge atterrita....
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Son queste le linee ed è questo il mese in cui più sovente si fanno lunghi tratti di corsa senza compagnia o con un compagno unico; nel quale occorre spesso d'osservare l'espressione d'un sentimento curioso, somigliante a quello che si prova in certi giardini o sale splendide di grandi palazzi, quando vi si è soli: l'illusione fugace della padronanza, la compiacenza immaginaria della ricchezza e del fasto. Si vedono di questi passeggieri solitari, contenti e alteri d'esser tirati per mezzo miglio da due cavalli che paiono correre per loro soltanto, con un cocchiere davanti e un fattorino di dietro, che hanno l'aria d'esser lì al loro servizio esclusivo; e si leggono sul loro viso dei soliloqui fantastici di gran signori. Dove si potrebbe comprare per dieci centesimi un altro così dolce diletto della fantasia? E sono anche i tratti di strada in cui fattorini e cocchieri, liberi dal pubblico e felici di quella breve libertà, chiacchierano, solfeggiano, fischiano, salutano allegramente i colleghi che passano sugli altri carrozzoni vuoti, e si lanciano a vicenda frizzi e saluti; nei quali si manifesta quella familiarità fanciullesca che stringe tutti coloro che hanno comuni occupazioni e noie e argomenti di riso, di lamento e di critica, siano essi deputati o soldati o commedianti o collegiali. Sono gli “incerti„ piacevoli, le ore di ricreazione di questi poveri servitori di tutti; durante le quali, se gli riesce d'agguantare qualche ascoltatore, il fattorino Carlin vuota con un gusto matto il sacco di una intera settimana. Lo feci parlare per un pezzo in una di queste corse solitarie, e compresi meglio che mai quale strana, mostruosa confusione tutte quelle varie notizie di politica, di scienza, di viaggi e di avvenimenti pubblici, ch'egli attinge giorno per giorno dalle gazzette o dai discorsi dei passeggieri, possano produrre nel cervello d'un uomo del popolo, in cui alla mancanza della cultura necessaria a comprenderle e a coordinarle s'unisca un certo ingegnaccio naturale e un'immaginazione vivace. In pochi minuti accennò e commentò tutti i fatti principali del mese, collegandoli coi più bizzarri ragionamenti e tirandone le più stravaganti deduzioni che si possano immaginare. Nei terremoti dell'Islanda e di Messina, nelle inondazioni del Ferrarese e nel ciclone di Messina egli vede gl'indizi di qualche cosa di guasto nella macchina del mondo, i segni coordinati d'uno sfacelo universale, che lo impensieriscono seriamente. — Che cosa accadrà? E tutta questa gran scienza non può proprio far nulla per prevenire quello che sta per accadere? — Poi si lancia d'un salto nella politica con la mancanza assoluta, propria dei bambini e degli uomini incolti, di quel pudore intellettuale che impedisce a noi di saltar da un argomento importante ad un altro, per non mostrare d'aver esaurito sul primo tutte le nostre idee e d'essere incapaci d'insistere a lungo in un solo pensiero. Si è varata alla Spezia la corazzata _Carlo Alberto_ e a Sestri l'incrociatore _Colon_, destinato alla Spagna; dunque c'è un'alleanza della Spagna con l'Italia. Si parla del trattato italo-tunisino: dunque una nuova triplice: l'Italia, la Spagna e la Francia. Contro chi? E poi un altro salto. Quel Nansen che ritorna, tanto festeggiato, a Cristiania, ha scoperto un nuovo mondo, non è vero? Si discorre in questi giorni della scoperta dell'oro nella Nuova Zelanda: ecco la scoperta del Nansen: un mondo pieno di tesori. Ed ecco, forse, perchè i Sovrani russi si dirigono verso la Danimarca e la Norvegia, che son da quelle parti: per accaparrarsi l'oro pei primi: è chiarissima. E tirò via in questo modo, fabbricando ogni specie di castelli informi coi materiali disparati e monchi che s'ammucchiavano nel magazzino semioscuro della sua testa; ed io, visto che le mie spiegazioni non facevan che accrescere il disordine dei suoi concetti, pensavo sospirando, senza più interromperlo, che fin che le migliorate condizioni dei lavoratori non aprano a tutti gli adulti la scuola, ci sarà sempre nel mondo la stessa quantità d'ignoranza, o una ignoranza idropica di idee dimezzate e confuse, nella quale è forse più difficile d'innestare un'idea netta che nei cervelli vergini d'ogni coltura.
Maraviglioso Carlin! Il suo cervello è in uno stato permanente di ebullizione, e ci bolle un po' d'ogni cosa; ma son pur sempre i sogni e i propositi di guerra quelli che gli vengon su più di frequente. Altri seicento armeni macellati a Karput! Ma quando finirà questa storia _infama_? — Ah giuraddio! — esclama, stringendo il pugno. — Andar là coi nostri “colossi marini„, correre tutte le rive maledette, e bum e bum e bum, far saltare in aria e bruciare ogni cosa fin che non resti un brandello d'un turbante sulla faccia della terra! — E detto questo, dà di mano al suo taccuino e segna i biglietti con un viso risoluto come se facesse il conto dei cannoni occorrenti all'impresa; poi, rimesso il taccuino nella borsa, si pianta sulla piattaforma con le braccia incrociate e con gli occhi fissi all'orizzonte, nell'atteggiamento d'un ammiraglio che spia dal ponte della corazzata le fortezze nemiche.
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E qui mi toccò un periodo (non il primo nel corso dell'anno) somigliante a quei numeri di giornali della stagione morta, nei quali non si trova da cima a fondo un cencio d'articoletto o di notizia, non una riga di cronaca, non una parola che c'importi un'acca, come se la vita del mondo, che il foglio rispecchia, fosse sospesa. Chi non ha esperimentato sui tranvai di questi periodi morti? Per vari giorni non ci trovate un uomo singolare, una donna bella, un bambino attraente; vi son tutti sconosciuti i passeggieri come se la popolazione della vostra città si fosse barattata con quella d'un'altra; tutti frontespizi nuovi, per uno strano caso, gl'impiegati; e nè un accidente, nè un discorso, neppure un inconveniente di servizio, nulla assolutamente che rompa l'uniformità delle vostre corse, come se la gioventù, l'amore e l'allegria avessero abbandonato l'“istituzione„ vecchia decrepita oramai, e sul punto di morire alla sua volta, come gli omnibus di antica memoria. Non vidi altro di notevole che una giardiniera, sulla linea di San Secondo, tutta occupata da povere vecchie dell'Ospizio di Carità, per le quali era il giorno settimanale d'uscita, vestite tutte di grigio e curvate come da un vento che soffiasse dietro, e sopra quella carrozzata di secoli, segnati sui visi da migliaia di rughe, un grande annunzio arcato, in cubitali caratteri bianchi su fondo azzurro, che diceva: — _Biblioteca romantica Sperani_. — Finalmente, una domenica, trovai sulla linea di Madama Cristina il buon falegname propagandista, con la sua eterna giacchetta di velluto stinto, stretto in un vivo colloquio con un fattorino tarchiato e barbuto, dalla testa enorme, piccolissimo di statura, che gli arrivava appena con la fronte alle spalle.
Al primo sguardo indovinai che lo stava catechizzando, e pensai che fosse una sua consuetudine di valersi di quelle ore morte del servizio per portare il verbo tra gl'impiegati del tranvai. Appena mi vide, in fatti, mi venne accanto, e m'accertò che non m'ero ingannato: egli faceva delle corse apposta per predicar la sua fede a fattorini e a cocchieri, e n'avea già convertiti parecchi. Soltanto quello là, quella specie di nano irsuto, che non rideva mai, era duro e resistente come un masso, per motivo di quattro palmi di mota e di sabbia che possedeva sulla riva del Tanaro, dalle parti d'Alba: una proprietà ridicola, che spariva ogni tanto sotto l'acqua e che non gli rendeva la croce d'un centesimo; ma che aveva piantato nel mezzo, come un albero di bastimento naufragato, un grande faggio, da cui egli sperava di ricavare, abbattendolo, una sessantina di lire. — È un uomo che capisce, — mi disse — non è mica corto di comprendonio.... Seguita il mio ragionamento: da una cooperativa di produzione, di consumo e di mutuo soccorso a un gruppo di cooperative di corporazione, e poi a un gruppo di gruppi, e via via, dai comuni alle province, dalle province a tutto il paese. L'idea gli piace e si capacita. Soltanto, quando si passa dalla proprietà industriale a quella della terra, ecco che gli si drizza davanti l'albero, e lui ci s'attacca, e non c'è più verso di smoverlo. — Quell'albero era per il fattorino l'ultimo e invincibile argomento in contrario all'Idea; il fusto di quel faggio si cacciava in mezzo ai congegni della nuova gigantesca macchina sociale, che pure egli ammirava, e ne arrestava di punto in bianco il movimento enorme, sconquassando ogni cosa. E mentre il falegname diceva questo, fissando per di dietro il fattorino che s'era scostato, io capivo che col pensiero egli non vedeva la persona, ma l'albero maledetto, il supremo impedimento alla sua conquista, il grande nemico, e che escogitava il modo di abbatterlo facendo un lavorìo vivace dell'immaginazione, visibilissimo nei moti impazienti delle dita, con cui si tormentava il barbone rossastro e stropicciava un pacco d'opuscoli che teneva in mano. Gli domandai dove andava: mi rispose, battendo la mano sugli opuscoli, che andava a distribuirli all'estremità di Borgo San Salvario, dove degli amici l'aspettavano. E quell'idea gli risvegliò tutt'a un tratto un ricordo, che gl'illuminò il viso e gli fece dare una risata; il ricordo d'un suo trionfo, d'uno di quei tiri fortunati ch'egli faceva alle autorità, e che erano la sua gloria. Oh, un'avventura impagabile. La polizia aveva fatta un'apparizione nella sua bottega, sospettando ch'egli ci tenesse un deposito d'opuscoli proibiti. Di roba proibita egli non ci aveva nulla e nemmeno di roba permessa, perchè i libri e i giornali non li teneva lì; e strizzò un occhio. Il brigadiere aveva adocchiato e frugato per tutto senza trovare il più piccolo pezzo di carta stampata. Ma proprio sulla parete di fronte all'uscio era attaccato un gran _Calendrier de l'an 1896_, nel quale era segnato a ogni data, con una parola fiammante di commento, un avvenimento socialistico. Il brigadiere ci aveva dato un'occhiata e, credendolo un calendario innocuo, era passato oltre e se n'era andato via, salutando lui con buona maniera. Ah, che farsa! A quel ricordo lo assaliva una ilarità irresistibile, una gioia come s'egli avesse fatto all'autorità uno di quei tiri magistrali, superbamente buffi e temerari ad un tempo, che rimangono nella storia delle grandi astuzie rivoluzionarie, a perpetuo ludibrio delle tirannidi. E ne rise per un pezzo fregandosi le mani e rinsaccando il capo nelle spalle. Poi si fece serio ad un tratto per parlarmi del congresso femminista internazionale di Berlino, perchè era pur sempre la questione della donna il primo dei suoi pensieri; e a questo proposito mi fece vedere sopra un taccuino logoro certe sue sentenze contro la pornografia, scritte con la matita, in carattere minutissimo. In fine, quando discesi all'angolo del Corso Valentino, porgendomi la sua grossa mano, mi disse all'orecchio, con quel suo vocione di basso: — Ora ritorno all'albero.... Oh, ci lavorerò anche sei mesi, ma lo butterò giù.... Glielo farò sapere. — E dalla piattaforma, quand'ero già sulla strada, mi fece ancora, ridendo e strizzando un occhio, l'atto di chi vibra un colpo d'accetta in un tronco.
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