Part 8
Libero in questo mese da ogni altro pensiero, posso dedicar maggior tempo ai miei viaggi circolari _intra muros_, e scrivere distesamente, giorno per giorno, le mie osservazioni. Eccone una: il tranvai, istituzione educativa. E non è celia. Nel contatto quotidiano con gente d'ogni ceto i superbi perdono sul tranvai un po' della loro muffa; gli egoisti contenti odono discorsi di miserie e di dolori che li fanno pensare; la signora che tiene un figlioletto sano fra le braccia domanda pietosamente alla donna del popolo che cos'ha il bambino pallido che ripiega il capo sul suo petto, e la madre dura, che ha visto ammirata dai circostanti la floridezza e la grazia della sua creatura, discende col cuor raddolcito dalla carezza fatta al suo orgoglio. Ed è ancora una scuola di cortesia la carrozza di tutti poichè, a furia di veder altri cedere il posto alla donna, finisce con cederlo pure, quasi per istinto d'imitazione, il popolano che non ci aveva mai pensato; e dall'esempio dei cortesi che porgon la mano al vecchio che sale o sorreggono per il braccio la vecchia che scende sono indotti anche i villani a far l'atto stesso, e si corregge a poco a poco la volgarità degli atteggiamenti e delle mosse perfin nell'uomo più volgare sotto lo sguardo dei molti occhi in cui egli vede un'espressione di rimprovero o di disgusto, che lo ferisce nell'amor proprio. Sì, quei cento carrozzoni che girano per la città tutto l'anno sono cento piccole scuole ambulanti, dove le diverse classi sociali imparano l'una dall'altra molte cose utili; per esempio, che non c'è grande differenza fra di esse se non nella scorza; che basta a poveri e a signori l'astrarre un po' col pensiero da questa per sentirsi spinti gli uni verso gli altri dagli stessi impulsi che ravvicinano fra loro gli eguali; che molti dissensi e rancori cesserebbero fra chi è in alto e chi è in basso per il solo fatto di parlarsi e di conoscersi a vicenda; che le avversioni sociali non nascono tanto dalla disuguaglianza della fortuna quanto dal sospetto reciproco dell'odio e del disprezzo, e che la cortesia è un'alta sapienza e una grande forza benefica. Queste cose pensai stamani vedendo nel carrozzone un grosso signore e un giovane operaio chinarsi tutti e due a un tempo per raccogliere lo scontrino che una vecchia campagnuola aveva lasciato cadere sotto la panca. Vent'anni fa il secondo non si sarebbe chinato, e forse.... neppure il primo.
*
Una conoscenza nuova: il _marchese_. È un fattorino che, per rispetto al galateo, sta sulla sommità della scala, di cui Tempesta occupa l'ultimo gradino. L'ho conosciuto in questi giorni sulla linea del Valentino, andando a trovare Angelo Mosso. L'hanno soprannominato il _marchese_ i frequentatori della linea. È una figura di tenorino: biondo, pallido, svelto, con gli occhi azzurri e una bocca d'occhiello, perpetuamente sorridente sotto due baffetti d'oro arricciati. Saluta porgendo lo scontrino, risaluta ricevendo i soldi, chiede “pardon„ nel passarvi davanti, aiuta le signore a salire e a discendere mettendo loro delicatamente la punta delle dita sotto il gomito, prende sul predellino degli atteggiamenti eleganti di cavallerizzo ritto sul cavallo, salta giù a raddrizzar l'ago alle biforcazioni e risalta su con una grazia di ballerino, e ha un suo modo particolare, amabilissimo, di mettere il resto nelle piccole mani inguantate, come si mette una chicca nella palma d'un bimbo, sorridendo col capo inclinato e fissando negli occhi della creditrice, senza varcare il segno del rispetto, uno sguardo soave, che la costringe a fare un cenno di ringraziamento. Appartiene alla famiglia degli erotici sentimentali. Pare un galante padron di casa che faccia gli onori del suo salotto a una comitiva d'invitate. Si capisce che l'aver che fare col bel sesso signorile è una dolcezza della sua vita. Un sorriso, un segno di compiacenza, uno sguardo di curiosità o di simpatia d'una signora o d'una signorina gli danno una scossa così viva, che per un momento par che gli manchi il respiro; e poi respira forte e s'arriccia i baffetti con la mano agitata, mandando baleni dagli occhi. Dev'esser stato ballerino al Teatro regio, o modello di pittore, o cameriere di fiducia di qualche vecchia nobile. Perfin nel segnare i numeri sul libretto ha un certo modo artistico di menar la matita come se schizzasse il ritratto delle sue passeggiere. Se ha un'innamorata della sua condizione, la povera ragazza dev'essere terribilmente gelosa al pensare che, mentre essa è a casa o in bottega al lavoro, lui se la scarrozza in mezzo alle gale e ai profumi del bel sesso, distribuendo scontrini e sorrisi e accogliendo ogni soldo come un fiore, e deve con l'immaginazione inquieta far sulla linea tutte le corse regolamentari, sospirando il fanale bianco dell'ultima, come un segnale di liberazione.
*
Sulla stessa linea del Valentino, questa mattina, nell'atto che facevo fermare il tranvai, uscendo di casa del mio amico, rividi finalmente la “vergine morta„ che dal febbraio non avevo più ritrovata. Sedeva sull'ultima panca della giardiniera: bianca, serafica, impassibile come sempre, spiccante fra le altre signore come una madonna del Fiesolano in mezzo alle figurine d'un giornale di mode. Standole dietro ritto sulla piattaforma potei ammirare da vicino la ricchezza dei suoi finissimi capelli castagni, sotto la quale s'inchinava, come sotto un peso soverchio, il suo collo bianco e delicato; così bianco da far pensare che il bacio d'un bimbo v'avrebbe lasciato una traccia purpurea, così delicato da parer che una leggerissima stretta delle dita sarebbe bastata a soffocarvi la vita. Aveva sulle ginocchia non so che di rotondo, rinvoltato in un foglio della _Stampa_, e lo teneva fermo con una mano sottile e nivea come il suo collo; la quale non vi doveva pesar su più di un petalo di giglio. Il suo lungo corpo leggiero non aveva un fremito, come se per lei non fiorisse la primavera, come se la sua natura angelica fosse insensibile al mutare delle stagioni; nè le sue guance dalla linea purissima erano più colorite in quel tepore d'aprile che non fossero nelle giornate rigide dell'inverno; e non uno dei suoi capelli di seta si agitava sulle sue tempie fresche di bambina, benchè l'aria si movesse; e quieti come i suoi capelli erano senza dubbio anche i suoi pensieri. L'osservai per un pezzo, e mi riprese più acuta la curiosità di saper chi fosse, poichè non riuscivo a immaginare alcuno stato o occupazione o scopo delle sue corse che convenisse al suo aspetto tanto dissimile da ogni altra forma di fanciulla ch'io avessi veduta mai. E anche stamani cercavo con la fantasia, e tutto quanto trovavo mi pareva discordante, impossibile a conciliarsi con quel freddo candore, con quella serenità di cielo d'inverno, con quell'apparenza di ignoranza claustrale o di sovrana indifferenza pel mondo. Il mio pensiero non riposava che immaginandola come m'era apparsa la prima volta, coronata di rose e ravvolta in un velo bianco, distesa sopra un feretro, con le braccia incrociate e un sorriso sulle labbra, rivolto a un mondo sovrumano. Ebbene, mentre così l'immaginavo, in un momento che il tranvai, sboccando sul corso Vittorio Emanuele, faceva un sobbalzo, l'involto ch'essa aveva sulle ginocchia si schiuse, e la corrispondenza strana, quasi miracolosa di quello ch'io vidi con quello che immaginavo, mi diede un brivido di terrore.
Era un teschio.
Il mistero era svelato; ebbi come una visione istantanea di lei in mezzo agli orrori d'una sala anatomica, e rimasi come trasognato; la verità era l'ultima cosa a cui avessi mai potuto pensare. Studentessa di medicina!
*
È scritto: non riuscirò mai, mai a conquistare il cuore del cavalier “Bicchierino„. Quest'oggi gli sono caduto in disgrazia da capo. L'avevo accanto sul tranvai, in via Garibaldi, alla solita ora della mattina. Anche sulla giardiniera, come nel carrozzone chiuso, se non trova libero il posto a sinistra della panca in fondo, piuttosto di sedersi da un'altra parte, egli rimane in piedi sulla piattaforma. Avevamo in mano tutti e due la _Gazzetta del Popolo_. Io ritardai la lettura per ammirare la pacatezza e la precisione meccanica con la quale, dopo letto la prima pagina, per legger l'altra senza tagliare, egli ripiegò il foglio di mezzo e fece scorrer le dita sulla piegatura, e poi piegò un'altra volta il foglio intero, e corresse anche la seconda piegatura con la mano aperta e lenta, premendosi il giornale sul petto come una cosa sacra. E mentre faceva quel lavoro, lo vedevo nel suo ufficio fare ogni mattina quegli stessi passi contati, riporre sempre la penna allo stesso posto, appuntare il lapis ogni tanti giorni a quell'ora, uscire ogni giorno a quel dato minuto preciso, e pensavo che i suoi pensieri si succedevano e si riproducevano certamente con lo stesso ordine e la stessa lentezza, e che doveva essere un'immagine della sua mente la sua casa assestata e lucida di buon _travet_ torinese, celibe e tranquillo. Celibe senza dubbio, perchè era impossibile che un uomo simile si fosse messo in casa il disordine vivente d'una moglie. E come mai, pensando a tutto questo, io potei commettere sotto i suoi occhi l'imprudenza imperdonabile che commisi? Per cercare una notizia nella seconda pagina della _Gazzetta_, vi cacciai dentro la mano e lacerai il foglio con le dita tese. Egli si voltò, come se un istinto l'avesse avvertito dell'atto vandalico, osservò con gli occhi allargati la dentellatura orribile che aveva fatto la mia mano nei margini, e poi, alzato lo sguardo al disopra degli occhiali, mi fissò per qualche momento con un'espressione indescrivibile di stupore e di riprovazione. Compresi allora l'enormità del mio sproposito, e dissi in cuor mio: — Son perduto; mai più, mai più mi potrò rialzare nella sua stima. — E infatti, nella cura ostentata con cui ripiegò il giornale prima di scendere vidi chiaramente l'intento di farmi comprendere che nessuna relazione amichevole sarebbe mai stata possibile fra di noi due. Ebbene, sì, egli ha ragione: ci dev'essere una differenza enorme di temperamento, di vita e di opinioni tra chi straccia il giornale come faccio io e chi lo ripiega come fa lui. Dimmi come tratti la _Gazzetta del Popolo_ e ti dirò chi sei.
*
Ho girato tutta la sera della domenica per godermi lo spettacolo curiosissimo degl'incontri delle giardiniere affollate. Strana è quella visione fuggitiva di trenta facce, che paiono d'uno sciame umano volante: facce curiose, facce esilarate, facce impassibili, facce istupidite dalla digestione difficile d'una mangiataccia domenicale, o brillanti d'una sbornietta discreta, o sorridenti della dolcezza d'un riposo onesto; begli occhioni neri o celesti che vi gittano un raggio di fuga, coppie d'amanti che conversano, vecchi coniugi che sonnecchiano, teste bionde di bimbi, che agitano le braccia in segno di festa verso di voi. È un momento; ma se sul tranvai che passa c'è una signora bella o un vestito elegante o un cappellino bizzarro, non sfugge all'occhio d'alcuna donna che stia sul vostro, e tutte le teste femminili si voltano; e in quei rapidi incontri persone si riconoscono di qua e di là, e si scambiano scappellate a scatto, apostrofi tronche e saluti della mano, che ripetono a distanza, come da poppa e da prua di due vaporini. Vedete prima trenta visi in pieno, poi trenta teste di profilo, poi trenta nuche e trenta dorsi: la comitiva vi si presenta sotto ogni aspetto come un gruppo statuario sopra il trespolo girante. Incontrate delle giardiniere allegre e chiassose in cui predomina la giovinezza e paion tutti compagni di festa; altre che par che portino un carico di musoneria, tutte facce gravi o insonnite; qualcuna con una guardia civica davanti e due carabinieri in fondo e qualche soldato dai lati, che pare una carrozzata di condannati tradotti alle carceri. E più curioso è lo spettacolo a notte fatta, quando passano di volo, illuminati dai raggi bianchi della luce elettrica o dai raggi gialli del gas, e variamente colorati dai lanternini dei carrozzoni, gli uni vermigli, altri verdi, altri mezzo accesi e mezzo oscuri, visi intontiti di briachi, visi languidi d'amanti, bambini addormentati, teste di donnine appoggiate sulla spalla del marito, braccia maritali strette intorno alla vita della moglie, e mani amorose intrecciate, e bocche e orecchie che si toccano, e musi lunghi di solitari, oppressi da una giornata di noia. Oh quante noie e delusioni, e rammarichi del denaro sciupato, e impazienze febbrili d'innamorati, e speranze e sogni d'amori nascenti, e presentimenti tristi d'amari diverbi coniugali portano a casa la sera tutti quei carrozzoni! E qualche cosa d'amaro ho portato a casa io pure. In una giardiniera che passava ho riconosciuto il mio buon nemico _Siapure_. Era ritto anche lui sulla piattaforma di dietro, e aveva accanto una ragazzina di otto o dieci anni, il suo ritratto, somigliantissimo; una figliuola di cui ignoravo l'esistenza, graziosa, con due grandi occhi neri e buoni, già un po' velati dal sonno. Ci passammo accanto alla distanza di due passi sotto la luce d'una lampada elettrica; i nostri sguardi s'incontrarono; avremmo avuto tempo di stringerci la mano.... e voltammo il viso tutt'e due dalla parte opposta. Ah vecchi bambini vergognosi!
*
Il tranvai, ottimo osservatorio per studiare la tirchieria. Ecco un signore obeso che scomoda dieci persone e si fa venir le budella in bocca per cercare un soldo caduto; ecco un facsimile di senatore, con tanto di pelliccia in dosso, che fa una scenata perchè il fattorino gli ha dato col resto un soldo greco; ecco un grasso provinciale che non vuol pagare un soldo di più per l'ultima corsa perchè il suo magnifico orologio d'oro non segna ancora le dieci precise. Era una famiglia agiata, si vedeva, quella che è salita questa sera sul tranvai della barriera di Casale, in piazza Solferino: marito e moglie, tre ragazze e un bimbo sui tre anni, che teneva in mano un cannocchiale da teatro; e il marito, che mi dava le spalle, aveva certo nei capelli tinti, divisi a filo sulla nuca, tanto di cosmetico quanto valeva il biglietto che s'è rifiutato di pagare per il posto del suo bimbo, disputando col fattorino dall'imboccatura di via Santa Teresa fino a piazza San Carlo.
— Il bimbo ha l'età....
— Ma su questa stessa linea, ieri l'altro, non ha pagato.
— Non c'ero io.
— Non sono obbligato a ricordarmene.
— Basta ch'io glie lo dica. Non debbo mancare al regolamento perchè ci ha mancato un altro.
— Eh, il regolamento ve lo fate ciascuno a modo vostro.
— Io non me lo faccio a modo mio: osservo quello della Società.
— La Società prescrive anche di rispondere in un altro tuono.
— Io rispondo nel tuono in cui mi parlano.
— Siamo educati!
— Ma tutti e due.
Apriti cielo! Mi sarò ingannato, perchè non l'ho potuto vedere in viso; ma dalla punta dei baffi e dall'accento con cui disse: — R_icorrerò alla direzione_ — m'è parso quello stesso personaggio, soprannominato Tintura Migone, che aveva fatto una scena simile sulla linea della barriera di Nizza. Discese, voltandomi le spalle, all'angolo di via Plana, e lo vidi andar con la famiglia al Teatro Gerbino a spendere sessanta volte la moneta per cui aveva alzato tanta polvere. O miseranda pitoccheria signorile, che per vanità o per piacere butta via lo scudo da una parte e letica il soldo dall'altra con una tenacia rabbiosa che fa avvampar dalla vergogna chi veste gli stessi panni! O razza spregevole d'esosi, che con infinite piccole taccagnerie spandete intorno a voi tanti semi d'ira e d'avversione, veri eccitatori dell'odio fra le classi sociali, quando finirete di disonorarvi dieci volte al giorno per cinque centesimi?
*
Mi è caro il tranvai anche perchè mi dà modo di studiare i bambini, che per la strada mi sfuggono. Lì posso averli sotto gli occhi per un po' di tempo e ammirarli a mio comodo, in specie sulle giardiniere, grazie al vezzo che hanno tutti d'inginocchiarsi sulle panche, dando le spalle ai cavalli, e di appoggiarsi alla spalliera come a una balaustrata di terrazzino, col viso rivolto verso i passeggieri. Faccio ogni giorno qualche conoscenza. Già due volte, tornando a casa dal Giuoco del pallone, ho potuto ammirare così una bambina di due anni, che padre e madre portano ogni sera verso le sei a fare il giro dei Viali. M'è simpatica questa buona coppia, un _Taddeo_ e una _Veneranda_ sulla quarantina, tutti e due piccoli, rotondi e floridi come i famosi amanti del Giusti, con l'aria di gente contenta dei propri affari. E scommetterei che quella bambina è il frutto unico e tardivo dei loro placidi amori, venuto quando più non lo speravano dopo averlo desiderato per molti anni, tante son le cure e le carezze di cui l'affollano, divorandola con gli occhi, tanta è la compiacenza con cui si sorridono a vicenda a ogni suo gesto e a ogni sua parola e ringraziano con lo sguardo chi la guarda e le sorride. Questa sera stava inginocchiata sulla panca in fondo e guardava me, ritto in faccia a lei, col visetto volto in su, come avrebbe guardato la Mole Antonelliana: un visetto rotondo di madonnina, illuminato da due begli occhi azzurri e incorniciato in una finissima capigliatura castagna, tagliata alla scozzese sulla fronte e ricadente sul vestitino color di rosa. E sorrideva vagamente, guardandomi, come se si ricordasse d'avermi già visto un'altra volta, con quella strana espressione tra di benevolenza, di curiosità e di canzonatura, tutta propria dei bimbi, che par che dicano: — Chi sei? Perchè mi guardi? Che vuoi da me? — e intanto moveva le labbra e gonfiava ora una guancia ora l'altra come se masticasse qualcosa. A un tratto si mise una mano in bocca e poi la tese aperta verso di me per mostrarmi quello che aveva sulla palma: un pezzetto di caramella; poi balbettò una parola che non capii, si rimise la caramella in bocca e riprese a sorridermi, dondolando la testina da una spalla all'altra. E io la guardavo, la guardavo, ostinato a cercare il segreto di quel fascino divino dell'infanzia, che, non parlando, ci dice mille cose dolcissime, confuse, lontane, quasi sovrumane, impossibili a tradursi in parole; della potenza di quello sguardo vago, che non penetra nell'anima nostra, ma davanti al quale si nascondono, friggono, si disperdono tutti i pensieri tristi ed impuri come un branco d'uccelli notturni al raggio dell'alba. E in cuor mio le dicevo: — Guardami, guardami ancora, fa fuggir le misere vanità, gli odî ignobili, le menzogne vili, l'egoismo, l'orgoglio; fa fuggir ogni cosa.... — Ma un cane che correva dietro al tranvai la distrasse dall'opera purificatrice, e non mi fu più possibile di ricondurre la sua attenzione da quel cane sulla mia persona, nemmeno mettendole una mano sotto il mento; benchè, per istinto amorevole, essa appoggiasse sulla mano la guancia. Quella carezza fece voltare il padre e la madre, sorridenti. Domandai loro che età avesse la bimba. Non si può dir l'accento con cui mi risposero a una voce: — Ventitrè mesi. — Non avrebbero detto con un altro accento: — Abbiamo ventitrè milioni. — Sentii che quel numero segnava per loro la data d'una seconda vita, che diceva da quanto tempo era discesa sulla loro casa la benedizione e la gloria. Com'è dolce augurare sinceramente il bene ai propri simili! Sentii una gioia vera a dir loro tra me: — Siate felici, vi sia lasciata sempre, possa non aver mai un brivido di febbre, mai un nodo di tosse, mai una notte agitata, mai il viso pallido neppur per un'ora!
*
Sullo stesso tranvai, tre sere dopo, ritrovai l'operaio lombardo del _desbotonass_, quello che m'aveva dato del _politicon_ perchè non m'ero voluto sbottonare sull'argomento della politica. Aveva anche questa volta festeggiato la domenica, e lo diceva il ciuffo che gli dondolava sulla fronte, e la cicca che gli spenzolava dalle labbra; ma era frenato dalla moglie, una donnina secca, più attempata di lui, seduta al suo fianco. Appena mi vide, mi piantò in faccia gli occhi lustri: tremai che mi riconoscesse e la ricominciasse con lo Zavattari; ma non mi riconobbe. Borbottò non so che della rivoluzione di Candia; voleva andare a Candia; e bruscamente, alzando la voce, mi fece la proposizione d'andar con lui. Ma lo distrasse il campanello del Viatico che passava dall'altra parte del Corso San Maurizio. E allora ebbe un litigio con la moglie. Quasi tutti, sul tranvai, si scopersero il capo; egli no. Sua moglie gli disse di scoprirei: non volle.
— Ma non rispetti nemmeno il Santissimo? — gli ripetè la donna, in dialetto piemontese, e allungò la mano per afferrargli il cappello. Egli si dibattè violentemente, dandomi delle spallate. — _Dagh on taj_ — gridò — _Corpo d'on...! Mì rispetti i idej di alter, vuj che rispetten i mè.... Mì sont per la libertaa del pensiero_....
Ma la donna riuscì a scoprirlo; egli strepitò: poi, ripreso il suo cappello, per rifarsi, se la pigliò col fattorino perchè faceva fermare il tranvai per far salire la gente.
— Io faccio il mio dovere —, rispose quello; — non ha da salir chi vuole?
No, non aveva da salir chi voleva, e per questa buona ragione: — _Cosa vœur dì tranvai? Tranvai el vœur dì marcià.... marcià semper, e se el se ferma tutt'i moment.... l'è minga pu on tranvai, l'è una tartaruga!_
Voleva pagare anche due soldi di più, ma a condizione di _andar accelerato_, e ad ogni nuova persona che saliva, ribatteva il chiodo: — _E on alter!... Ah sanguanon! Ma l'è ona robba de rid!_ — Poi, tutt'a un tratto, rivolgendosi a me col viso grave, disse in italiano: — Ed è così che si fa il servizio? — Ma, dicendo questo, mi fissò da capo, come se gli passasse per la mente un barlume di reminiscenza, e puntatomi l'indice al viso, soggiunse: — _Lu.... me par de conossel._
Per quanto si sforzasse, però, non riuscì a ricordarsi della conversazione del _desbottonass_, e volle che gli rammentassi io dove c'eravamo incontrati. Mi guardai bene dal contentarlo. E per fortuna, fu distratto un'altra volta da una signora che saliva.
— _E on'altra anmò!_ — ricominciò a esclamare. — _E seguitemm inscì_.... Ah questa sì che è una bella farsa! —
— Ma la finisca una volta, — gli disse il fattorino.
— Io la finisca? _Ah faccia de bogher!_ — e, levandosi in piedi, tese il pugno verso di lui.
Ebbi una buona ispirazione: gli misi una mano sulla spalla e gli dissi all'orecchio: — Andiamo, un vecchio soldato di Garibaldi non deve far di queste scene.
Fu un effetto magico: si voltò a guardarmi, stupefatto. O come mai io potevo sapere ch'egli era stato con Garibaldi? Ma non me lo domandò. Mi guardò un pezzo, sorridendo; poi mi porse la mano e disse: — _E ben.... lu el gh'ha reson._
Detto questo, scrollò il capo in atto di disapprovazione per sè stesso, e ricadde pesantemente sulla panca. E quando io discesi, non se ne accorse: dormiva.
*