Part 4
Lo guardai con ammirazione: era un uomo prezioso per me. E continuò, dicendo che la più straordinaria era la fioraia, perchè, sebbene ancor giovane, era un pezzo da ottanta, un centinaio di chilogrammi a far poco. Saliva tutti i giorni alla stess'ora, sul tranvai di Ponte Isabella, a una cantonata di via Milano. Parecchi andavano là apposta per vedere il salto, e quando sul carrozzone c'erano dei giovani allegri, gridavano tutti insieme: _Hop! Hop!_ nell'atto che essa pigliava la rincorsa, e poi: — Là! Brava! Bene! — applaudendo, e lei, ch'era una burlona, ringraziava prima di sedersi, col gesto d'una ballerina alla ribalta. — Ah sui tranvai, — concluse, — per chi non ha occupazioni.... è uno spasso.
Mentre egli parlava s'eran seduti dentro, nel mezzo, l'uno di faccia all'altro, un vecchio frate cappuccino, piccolo e secco come una mummia, e un sottotenente degli alpini giovanissimo, che si guardavano a vicenda con molta attenzione, come due esseri strani l'uno per l'altro, che avessero per la prima volta l'occasione di esaminarsi dappresso; e questi e una bella baliona di Viù, che era seduta in fondo, con la sua grande cuffia bianca e il grembiale rosso, imperlata come una madonna, facevano tra l'altra gente uno spicco così vivo e fra di loro un contrasto così forte d'aspetto e di natura, che gli occhi di tutti i passeggeri correvano vivacemente, sorridendo, dall'uno all'altro, come su tre personaggi di commedia che rappresentassero una “situazione„ straordinaria.
Stavo osservando il quadretto, quando il tranvai s'arrestò, l'ometto sbarbato discese, e salì e sedette dentro, con un ragazzino sulle ginocchia, una donna del popolo, dalle forme robuste e dal viso ardito.
Il fattorino le andò a porgere due biglietti. Essa porse due soldi soli. — Deve pagare anche il bimbo, — disse quello, con uno spiccato accento modenese.
— Un bimbo di questa età? — domandò bruscamente la donna.
— Appunto perchè è di quell'età, — rispose il fattorino. — Il regolamento non esclude che i lattanti. Il suo è lattante?
— Cosa vuol dire?
— Se prende il latte.
— Sicuro che lo prende, tutte le mattine appena levato.
— Non mi pigli in giro: voglio dire se prende il latte della mamma, — e accennando col dito alle fonti: — il suo.
— Oh, dico, — rispose la donna risentita, — porti rispetto! — Tutti diedero in una risata; essa girò sui passeggieri un occhio minaccioso.... e poi rise anch'essa, confessando così schiettamente, in quel modo, d'aver finto di offendersi per imbrogliar la questione, che risero tutti un'altra volta.
La compagnia era di buon umore. All'angolo di via Baretti, salì una grossa signora sui cinquanta, rotonda e fresca come un cavolfiore, e tutt'ansimante, con un cappellino che pareva un cespuglio e un vaso di fiori stretto al seno. Entrando, mentre i cavalli ripigliavan la corsa, per andarsi a sedere al posto rimasto vuoto nel mezzo, si voltò troppo presto, perdette l'equilibrio e cadde seduta sopra un ginocchio dell'ufficiale, gettando uno strillo. Fu un momento solo; ma lo spettacolo di quel donnone sfereggiante e ansante, con quel faccione rosso, con quel cespuglio in capo e quel vaso al seno, seduta come una bimba sulle ginocchia di quell'ufficialetto sgomentato, era così stranamente comico che ne schiattò dal ridere la compagnia, e poi l'ufficiale, e finì con ridere essa pure, benchè tutta confusa, mettendosi a sedere sulla panca, con una mano sul viso.
Ma non era finita. Arrivati in piazza San Salvario, fa cenno di fermare una piccola signora bionda, che tiene due bimbi per mano. Il cocchiere ferma. Quella s'avvicina alla piattaforma anteriore e porge uno dei bimbi al fattorino che lo tira su e lo fa entrare: un bel bimbo biondo d'un paio d'anni, sorridente, che è accolto con carezze. Subito dopo entra il secondo, somigliantissimo al primo, vestito tal quale, sorridente anche lui, e ricevuto a festa come l'altro. Pareva che fosse finito; ma non s'eran visti quelli che la signora aveva dietro di sè. Il fattorino ne tira su e ne mette dentro un terzo, una copia un po' ingrandita dei due primi. Allora la compagnia cominciò a esilararsi, a scherzare: — E tre! — È un collegio. — Staremo qui un'ora. — Ne comparve un quarto: fu un coro d'esclamazioni. Comparve ancora una ragazzina sugli otto anni: fu uno scoppio d'allegria. Salì finalmente la signora, il ritratto miniato di tutti e cinque, rosea e serena come loro, e al suo apparire tutti tacquero; ma al vedere che n'aveva in corso di stampa un sesto, tutti si rallegrarono da capo, con un sorriso di simpatia ammirativa e un mormorio rispettoso di congratulazioni; e la gaiezza di tutta quella gente che carezzava i bimbi, e quei cinque visetti biondi che sorridevano tutti insieme, senza saper perchè, eccitati dal sorriso degli altri, e la giocondità amorevole di quella mammina snella e fresca come una ragazza, felice della sua fecondità trionfante, furono per alcuni momenti uno spettacolo delizioso.
L'ultima la godetti io solo. V'erano sulla piattaforma due uomini sulla quarantina, che discorrevano a voce bassa, l'uno in piemontese, l'altro in lombardo. Questo non faceva che esclamare di tratto in tratto: — _Ah che loder! Ah che baloss!_ —; l'altro raccontava in tuono di lagnanza una lunga storia d'un tale, che, essendo suo socio in un affare, aveva prima tentato di soppiantarlo, poi s'era valso del suo nome per riscotere dei crediti comuni, e, rotta l'associazione, oltre al negare con una faccia di bronzo le sur birbonate, aveva ancora preteso da lui dei risarcimenti, minacciandolo d'una lite. E concluse: — Questo ebbe la faccia di farmi, capisci: come si chiamano queste azioni? — A questa domanda, il lombardo si levò la pipa di bocca, e con l'accento più naturale del mondo, senza la minima pretensione apparente di dire un'arguzia, come chi si serve d'un motto già entrato nel patrimonio della lingua comune, rispose pacatamente, dando a me un'occhiata distratta: — _Hin azion de comendator._
A un cento passi dalla barriera, mentre i cavalli galoppavano, la maestrina di ciclismo uscì sulla piattaforma, si mise ritta sul montatoio, col viso alto e il velo al vento, e dondolato un poco il piede nel vuoto, discese senza una scossa, come se l'avessero posata in terra due braccia invisibili. Fra i passeggieri che si affacciarono ai finestrini per vederla scendere, vidi il viso del vecchio frate, stupito, che pareva dire: — Ma che razza di donne si fanno adesso!
E così terminò la corsa fortunata, una di quelle rare corse a traverso al mondo, nelle quali i nostri simili non ci si presentano che in aspetti graziosi e lepidi, dandoci quasi una passeggiera illusione che la vita non sia che una commedia piacevole, di cui non si diverta che chi non l'intende o chi è
.... malventuroso, e di piaceri o incapace o inesperto.
*
Ma, ahimè, che bruschi voltafaccia ci fa la fortuna anche sui tranvai! Trovo fra le note segnato il 9, domenica, come una giornata nefasta. Era un tempo freddo, piovigginoso, grigio, come se piovesse cenere. Il dopo pranzo, appena salito sul tranvai del Corso Vinzaglio, accanto al buon Giors, che la pioggia pareva mettesse di buon umore, mi seguì un piccolo accidente di malaugurio, che dovrebbe servir di ammaestramento ai fumatori spensierati. Addentai il regalo che m'aveva fatto un giornalista spagnuolo passando per Torino, uno di quei principeschi sigari di Cuba, foggiati a punta, che a noialtri poveri italiani fanno l'effetto che fa il pan bianco a chi vive di pan di segala. Alla prima boccata di fumo Giors si voltò, e mise un'esclamazione: — _Ah che bel bonbon!_... E che buon puzzo! — e cominciò a aspirare i nuvoli, mettendovi il viso dentro, e inarcando la schiena e ridendo dal gusto, come se succhiasse egli pure. Ma non tenendo il sigaro con la mano, per non parer mal pratico della roba fine, a un traballar che fece il tranvai nello svoltare in Via Cernaia, il _bonbon_ mi sguizzò di bocca come una freccia e andò a cader capofitto nella mota. — _Ah, malheur!_ — gridò Giors, con un accento di sincero rammarico, come se fosse saltato via dalle sue labbra; ma, guardatomi in faccia, vedendo che avevo l'aria del corvo della favola a cui casca dal becco il formaggio, diede in una risata di ragazzo. Si ravvide subito, però, osservando il mio riso forzato, e disse in tono grave di compatimento: — Già.... per fumare quei sigari lì.... è meglio prender la “cittadina„. — Ma fu egli stesso così colpito dall'arguzia della sua sentenza che diede in un nuovo scoppio di risa.
— Comincia male, — pensai; — su questa linea m'ha da capitare qualche disgrazia.
E non tardò. Salì all'angolo del Corso Vittorio un ex professore di ginnasio, mio antico conoscente, tutto zazzera e barba, un po' strambo, una di quelle facce rettoriche di vecchi letterati, che par che sian nati con gli occhiali; e mi si piantò davanti sulla piattaforma. Io mi vidi perduto. Era un recitatore spietato dei propri versi, che ammazzava gli amici a colpi di cetra. Questa razza crudele è particolarmente terribile sui tranvai, dove non potete sfuggire al supplizio e siete costretti a ricevere i colpi a bruciapelo, in piena faccia, col naso del carnefice a contatto col vostro. Per mia disgrazia appunto, essendo la piattaforma affollata, m'era impossibile movermi, ero in sua balìa con le braccia e con le gambe legate. Fatta una prefazione brevissima al suo ultimo “parto„, egli m'appuntò contro il petto un indice lungo e nodoso, e incominciò a dire i versi, prima a voce bassa, poi, infervorandosi, forte: — _All'uomo!_ — Non era che un sonetto; ma steso tutto quanto in una forma interrogativa, che pareva stata scelta apposta per metter l'uditore alla berlina. Cominciava: _Uom, chi sei tu?_ e a ogni coppia di versi ritornava questa domanda, alla quale il poeta, pessimista nerissimo, dava una serie di risposte vigorose, l'una più offensiva dell'altra per il re del creato — _Uom, chi sei tu?_ — I passeggieri discosti, che non potevano capire ch'egli mi recitava una poesia, vedendo l'atto e non afferrando che qualche parola, credettero che m'apostrofasse insolentemente, e si voltarono tutti a guardare. E quegli da capo, appuntandomi il dito contro il mento: — _Chi sei tu? Con te stesso empio e mendace._ — L'attenzione dei passeggieri si fece più viva. — _Chi sei tu?_ — I più vicini sorridevano; ma gli altri sporgevano il viso stupito e inquieto, aspettandosi ch'io alzassi le mani. — _Chi sei tu?_ — E tirò via a darmi dell'_insetto_, della _vana bolla_, della _larvata iena_, un sacco d'ingiurie sanguinose, senza che il rossore che mi saliva alle guance e le smorfie di tormentato ch'io gli facevo sul viso gli destassero il più leggiero sospetto del mio stato d'animo. Il primo verso dell'ultima terzina terminando in _stile_, presentii con un fremito la botta finale, una patente di viltà solennissima; e tentai di pararla coprendo la sua voce con un colpo di tosse; ma l'aguzzino ripetè il verso. Eravamo in quel punto davanti alla stazione; io avrei dovuto proseguire; ma, vergognandomi di restar là dopo essermi asciugati in silenzio tanti improperi, e anche per disingannar la gente mostrando che s'era buoni amici, discesi con lui nella piazza, dove mi presi nel fianco destro un altro sonetto....
Mezz'ora dopo ritornai dov'ero sceso per prender la linea dei Viali, salii sulla piattaforma d'un carrozzone pien di gente, e mi trovai davanti.... Maledetta giornata! Ecco un altro caso fastidiosissimo, non possibile che sui tranvai: trovarsi faccia a faccia, a contatto, costretti a guardarsi e quasi a confonder gli aliti, con un antico amico, col quale s'è rotta l'amicizia da quindici anni, e che da quindici anni non v'ha più guardato in viso. Se è un nemico che v'odia e che odiate, se n'esce subito: gli voltate bruscamente le spalle, o ve le volta lui. Ma se la rottura non avvenne che per una discussione giovanile stonata, nella quale aveste tutt'e due una parte di torto, e di cui vi pentiste, e supponete ch'egli si sia pentito, se non solo siete certi che l'orgoglio soltanto lo trattenne per tanto tempo dal ritornare a voi, ma sentite che è il sentimento stesso che impedì a voi pure di fare quel passo, quanto è penoso allora l'incontro! Per fortuna, due passeggieri discesero dopo un momento, ed essendosi fatto un po' di spazio, quegli potè adagio adagio, scostandosi un poco, voltarsi dalla parte opposta, senz'aver l'aria di farmi uno sgarbo. Ma fu quasi peggio perchè, non avendo più il suo viso davanti, ebbi libero il pensiero, che prese la via dei ricordi. Egli era là, con la nuca a un palmo dal mio mento; da una contrazione appena visibile della sua guancia capii che doveva essere un po' commosso; gli vedevo per la prima volta molti capelli grigi; mi ricordai delle allegre serate che avevamo passate insieme, dei discorsi pieni di confidenze reciproche, delle lunghe passeggiate fuor di porta che avevo fatto con lui; mi ricordai del riso di buon figliuolo con cui accettava il soprannome di _Siapure_, che gli avevamo posto, perchè nelle discussioni diceva _sia pure_ a ogni tratto, come un intercalare; mi ricordai che in fondo era un caro amico, un po' troppo pronto, un poco affettato, ma d'indole affettuosa, incapace d'un'azione ignobile; mi rivenne anche in mente che, sette o otto anni addietro, aveva perduto sua madre, morta miseramente, d'una caduta di carrozza, e che per vari mesi dopo l'avevo visto pallido e accasciato; pensai che sarebbe spettato a me di coglier quell'occasione, di toccargli la spalla con la punta delle dita, chiamandolo per nome, e di fargli, al suo voltarsi, un sorriso che fosse un invito, una preghiera.... E mi mancò il coraggio di farlo. E allora, vilmente, riandai col pensiero quella tal discussione, rimasticai le sue parole offensive, attenuai cavillando le mie, m'irrigidii nell'orgoglio, e stetti così, duro e muto, finchè egli discese senza guardarmi, e infilò via San Massimo, sotto alla pioggia. Ma allora rimasi male, pentito, con la coscienza d'essermi portato da anima piccola, e d'aver meritato la chiusa dell'_Uom, chi sei tu_. — Ah povero mondo! — pensai — Me ne riserba altre, quest'oggi, la carrozza di tutti?
Me ne riserbava ancor una, di fatti, e proprio sulla stessa linea, che presi in Corso San Maurizio per tornare a casa, dopo aver visitato gli apparecchi del carnevale in piazza Vittorio Emanuele. E anche questo fu un caso d'appiccicamento forzato; ma d'indole comica: uno di quei mezzi briachi espansivi che vi s'attaccano come mignatte. Era un operaio sui cinquanta, bassotto, col cappello arrovesciato indietro e un ciuffo di capelli grigi sulla fronte; che pareva si fosse preso tutta la pioggia della giornata, tant'era fradicio da capo a piedi. Stava solo sulla piattaforma, masticando un mozzicone di Virginia, con una faccia che mostrava un gran prurito di chiacchierare. — Appena salii, mi guardò fisso con due occhi lustri, e si rivelò meneghino alle prime sillabe: — _Pisson d'on temp!_ — Con questo fiore di lingua attaccò la conversazione. Aveva fatto una passeggiata fuor di porta (si vedeva) _cont on amis_, nel quale s'era imbattuto la notte, _a la vœuna e mezza_, dopo tanti anni che non si vedevano, un compagno d'armi del 1866, che s'era trovato con lui a Rocca d'Anfo, _sotto Garibaldi_. — _Hoo minga bevu tropp_ — disse, — .... _duu gott_.... — Era un po' allegro, ne conveniva; ma questo non gli avrebbe impedito d'andar la mattina dopo al lavoro: era lavorante in ferro. Poi disse ex abrupto: _Vedaremm, vedaremm_, queste prossime elezioni. _Cossa el ne pensa lu?_ — Ma, senz'aspettar la risposta, mi guardò in viso, col capo un po' inclinato da una parte, sorridendo maliziosamente, e, appuntandomi l'indice al petto: — _Lu el dev vess de l'oposizion!_
Parendomi pericoloso il fargli delle confessioni politiche, mi contentai di sorridere. Egli picchiò il pugno nella mano in atto di trionfo e gridò: — _Ah! el disevi mi! Mi conossi la gent da la fisonomia._ — Egli aveva dato il suo voto allo Zavattari. — _Cossa ne pensa lu del noster Zavattari?_
La mia risposta lo soddisfece.
— _El credi mi!_ — esclamò. — _E del noster Cavallotti, sentimm on poo...? E del noster Imbriani?_
Ma le mie risposte, troppo laconiche, non finivano di contentarlo. Me ne fece dell'altre, a cui non risposi più che con cenni del capo. Allora scrollò una spalla, dicendo: — _Hoo capii: el vœur minga desbottonass._ — E sorrise in atto di compatimento. Poi, tutt'a un tratto, come se gli fosse venuta su un'ondata di vino, mi fissò negli occhi uno sguardo torvo, e voltandosi verso di me con un movimento brusco che gli fece fare un traballone: — _Ovèi, disi.... el me credariss forsi on confident de questura?_
Caspita! Bisognava rispondere. — Che cosa le passa per la testa? — dissi con gravità. — So bene che uno che s'è battuto con Garibaldi non può far di questi mestieri.
— Ah! — esclamò rasserenandosi. — Ecco una parola giusta! — E provò a ripetersi la mia risposta per gustarla meglio. — _Ben ditt!... Ah lu l'è fin! Lu el m'ha daa una risposta che ghe fa onor!_ — E poi da capo: — _Ch'el me disa donca_ — domandò con un sorriso sarcastico —, _cossa el ne pensa lu de Francesco Crispi?_
Ma non aspettò la risposta: si voltò verso la strada e, tirando un moccolo, mostrò il pugno all'orizzonte, come se il fantasma del suo nemico sorgesse dietro la collina di Superga. E poi un'altra volta, con un'ostinazione mulesca: — _Ma ch'el me disa propri quel ch'el pensa del noster Zavattari?_
E continuò così, implacabile, per tutto il tragitto. Salirono altri; speravo che s'attaccasse ad altri. Ma no, egli rimase incollato a me, seguitando a tempestarmi di domande, ora stizzendosi del mio laconismo, ora approvando calorosamente le mie mezze risposte, ora interrogando e rispondendo in vece mia, e lodandomi della risposta che s'era fatta egli stesso. Ma alla fine si dichiarò malcontento. — _L'è inutil.... l'è inutil_ — concluse scrollando il capo, con un sogghigno amaro: — _El se vœur propri minga desbottonà_.... — E voltatosi ancora una volta a guardarmi prima di discendere, diede in una gran risata, e esclamò: — _Ah! che politicon!... Ah che maggia!_
Discese, respirai. Ma fatti appena quattro passi, mentre era ancora fermo il tranvai, si voltò indietro: tremai che risalisse; non risalì. Mi ripetè soltanto con un sorriso furbesco, tendendo la mano e tentennando sulle gambe: — _E pur.... lu el dev vess de l'oposizion!_ — Detto questo, se n'andò. Ero libero; ma il divertimento era durato per la bellezza di duemila e quattrocento metri. E così si chiuse per me la nefasta giornata del 9, della quale, rientrato in casa, presi nota con dispetto, maledicendo alla poesia tranviaria, alle amicizie rotte e alla politica brilla, quasi infastidito del mio soggetto....
*
Mi rinfrescarono l'ispirazione tutt'a un tratto le “giardiniere„ che fecero la solita apparizione transitoria negli ultimi giorni di carnevale. Quelle grandi carrozze leggiere e aperte da ogni lato, in cui i passeggieri siedono gli uni dietro gli altri, tutti rivolti da una parte, in modo che, stando ritti sul davanti, un po' di sbieco, s'abbracciano con lo sguardo ventotto visi disposti in sette file, come nella platea d'un teatro minuscolo, presentano un molto più largo e più vario campo all'osservatore che i carrozzoni chiusi. Vi potei far subito delle osservazioni nuove sulla famiglia amenissima degli erotici, che, non potendo più giovarsi della confusione e del serra serra, vi si mostrano più scopertamente. I più arditi, i giovani per lo più, s'appoggiano con impostature eleganti al parapetto anteriore, voltando le spalle ai cavalli, e passano in rassegna il bel sesso della piccola platea volante, come usano di fare, tra un atto e l'altro, dalle sedie chiuse. I più timidi, che sono anche gli osservatori più profondi e i goditori più raffinati, stanno ritti in fondo, di dove non vedono i visi, ma godono di molti altri aspetti della forma femminile, che pare li compensino largamente di quella privazione. Di là, in fatti, possono accarezzare con lo sguardo i colli bianchi, i ciuffetti di capelli agitati dall'aria sulle nuche, i piccoli recessi candidi e rosati intorno alle orecchie, i saldi nodi delle capigliature morbide sporgenti sotto ai cappellini e le lunghe trecce cadenti sulle schiene giovinette; e possono anche osservare a bell'agio i diversi atti graziosi, risoluti o languidi, artificiosi o semplici, con cui le belle persone siedono e si assettano, e misurare con gli occhi le vite snelle e le braccia rotonde, e spingersi pure, senza farsi scorgere, ad osservazioni più delicate sulle passeggiere dell'ultima panca, chinando lo sguardo quasi a piombo sulle linee moventi che s'inarcano dai colli alle cinture e sulle curve ferme che scendono dalle cinture ai ginocchi. Si sale di rado in una giardiniera, in cui non si possa osservare qualcuno di questi osservatori cogitabondi, che col luccichìo delle pupille dicono chiaramente con che cosa si stia trastullando il loro pensiero.
Un bell'originale di questa famiglia conobbi sulla linea dei Viali il dopopranzo della domenica grassa. Stava ritto accanto a me, in fondo alla giardiniera. Era un signore attempatotto, rotondo e roseo, senza un pelo di barba, con una bella capigliatura grigia ondulata che gli scappava di sotto a un piccolo cappello a tuba: tutto vestito di nero e impiccato in un alto solino bianchissimo. L'avrei preso per un pastore evangelico se non avesse mandato intorno un profumo acuto d'essenza di rose. La giardiniera era piena di signore e di signorine. I suoi occhi celesti e vivi scorrevano senza posa su quella folla di cappellini che offriva l'aspetto d'un'aiuola fiorita, accompagnavano per un tratto ogni signora che scendeva, squadravano, avvolgevano, scrutavano ogni signora che saliva, non perdevano uno solo dei movimenti che faceva ciascuna per alzarsi, per voltarsi indietro, per aggiustarsi le vesti, per far posto ad un'altra: pareva che egli pigliasse degli appunti mentali. Ma non v'era ombra di sensualità nel suo sguardo: v'era un'espressione come di compiacenza artistica, un continuo leggerissimo sorriso di godimento puro e tranquillo dell'immaginazione. A un dato momento vidi i suoi occhi dilatarsi fissandosi sulla spalliera mobile dell'ultima panca, alla mia sinistra; guardai: egli aveva colto sul fatto una crestaina, salita poco prima con un giovanotto, la quale, tenendo le braccia ripiegate indietro sopra la cintura, e facendo l'indiana, agitava le dita fra le mani dell'amico, ritto dietro di lei, indianeggiante egli pure; e mi parve che quella scoperta lo rallegrasse, gli destasse un senso di gioia benevola, come quella d'un padre che vede scherzar la figliuola col fidanzato. Un tal colore, se altro non era, egli dava abilmente al suo sentimento. Lo giudicai uno di quei vecchi fortunati, sani di temperamento e di spirito, che dal bel sesso sono ancora attratti, ma non turbati, che ammirano una bella donna come una bella aurora, che davanti allo spettacolo della bellezza e della grazia femminile e degli amori e delle ebbrezze della gioventù, dignitosamente rassegnati alla parte di spettatori, non provano che un senso di dilettazione serena, scevra d'ogni invidia e d'ogni rimpianto. Seguitai un'altra volta il suo sguardo, che si fissò, con un'espressione di maraviglia, all'estremità d'una delle panche del mezzo.... e riconobbi là il profilo purissimo della “vergine morta„; la quale subito, nella mia fantasia, si distese sopra un panno nero, in mezzo a quattro ceri, con gli occhi chiusi e lo braccia in croce, ravvolta in un velo bianco e coronata di fiori.