La Carrozza di tutti

Part 3

Chapter 33,693 wordsPublic domain

— Ah! — esclamò, — lei fa degli studi sui tranvai. E anch'io. — Aveva fatto egli pure delle osservazioni sull'“erotismo tranviario„, ma s'occupava d'un ordine particolare di fatti: era uno _specialista_ del bel sesso. S'interruppe per guardare una signora seduta dentro; poi mi domandò se mi ricordavo dove quella signora fosse salita. In piazza Vittorio Emanuele, mi pareva. — E scusi — ridomandò — ha osservato che abbia preso il biglietto di coincidenza? — Non l'avevo osservato. Rimase un po' pensieroso; poi disse piano: — L'ha preso di sicuro. È strano. Gira su tutte le linee e prende sempre la coincidenza. Ci dev'essere un perchè: forse per sconcertare i curiosi, o per sviare qualche spia, che sospetta d'aver alle calcagna. — Gli domandai chi fosse. Lo sapeva; ma non lo disse. — È la signora.... delle coincidenze — rispose sorridendo. E mi parlò della sua “specialità„. Egli si divertiva a indagare i misteri amorosi. C'era, per esempio, una signorina di famiglia conosciuta, che saliva sempre sul tranvai con la sua cameriera, ma fingendo di non essere in sua compagnia, e a un dato punto scendevano tutt'e due, e l'una pigliava da una parte, l'altra dall'altra, come se non avessero nulla a che fare fra di loro: c'era lì sotto un segreto, che non aveva ancora potuto scoprire. Ah i tranvai, che agevolezze avevano portato agli amori e che tormenti alle gelosie! Egli sapeva di mariti gelosi che proibivano assolutamente alla moglie di salirvi; che piuttosto di salire con essa sulla piattaforma affollata, quando dentro non c'era più posto, facevano due miglia a piedi sulla neve, e che quando eran costretti a ficcar la loro metà in quella calca d'uomini in piedi, vigilavano le facce circostanti con occhi di basilisco soffrendo delle torture d'inferno. Ne aveva inteso uno, in un salotto, chiamare l'istituzione del tranvai immorale, e definire i carrozzoni veicoli di scandalo, case ambulanti di mala fama. Ma d'altra parte, era un'“istituzione„ assai comoda per il servizio di polizia coniugale. Egli conosceva una signora che cercava gli scontrini negli abiti di suo marito per accertarsi ch'egli fosse veramente andato dove aveva detto, e che spesso, quando egli usciva dicendo: — Vado nel tal sobborgo — usciva essa pure, subito dopo, per pigliare un'altra linea convergente allo stesso punto; per il che accadeva qualche volta che in capo alle due corse, alla barriera di Nizza o di Casale, moglie e marito si ritrovavano di fronte, lei contenta d'averlo riconosciuto sincero, lui arrabbiato d'esser stato seguito; e ne seguìva una scena. — La linea dove avvengono più incontri d'amanti — disse poi —, è quella da piazza Castello alla barriera di Nizza. — Gli domandai perchè. — Non lo so — rispose —, ma è quella. Ne riparleremo. — E mentre stava per scendere, si rattenne per dirmi: — Guardi là, intanto, un quadretto curioso per lei.

Era un quadretto amenissimo, infatti; una famiglia numerosa, raggruppata da un lato del viale, due vecchietti, tre ragazze e due bimbi, che accennavano al cocchiere di fermare agitando tutti insieme nella nebbia una canna, quattro ombrelli e non so quanti fazzoletti, con le braccia in alto, con un movimento regolare e continuo, come un gruppo di naufraghi sopra uno scoglio, che chiedessero soccorso a un bastimento.

— Frequenti la linea della barriera di Nizza — mi ripetè il pittore discendendo; — ci troverà molti _documenti_.

*

Dovetti appunto in quei giorni frequentar quella linea per andar a visitare un vecchio amico malato, che stava sul corso Galileo. E fu un piacere nuovo per me, in quelle mattinate grigie d'inverno, correndo quella lunghissima via diritta, a cui la grande stazione affumicata della ferrovia, i camini delle officine, il via vai fitto dei carri e la folla e la nebbia danno l'aspetto d'una via di Parigi o di Londra, osservare nella rapida corsa come la città via via dirada, rappicinisce e si acqueta fino alla barriera di Nizza, dove par che nelle cose e negli uomini incominci la pace della campagna. In pochi giorni conobbi la linea. Andando verso le dieci vedevo venir giù la _vivandiera_, il carrozzone consolatore che porta in piazza Emanuele Filiberto la colazione dei fattorini e dei cocchieri, il carico dei canestri sospirati, gli uni per gli scapoli, dati dalla Cucina economica della _Società Torinese_, gli altri portati alla Società o rimessi man mano al conducente lungo la via e raccomandati come bambini dalle mogli e dalle figliuole, appostate ogni giorno a quell'ora in quei dati punti, come per un convegno amoroso. Ritornando verso mezzogiorno incontravo il tranvai della “corsa degli impiegati„, quello che, partendo da piazza Castello alle undici e mezzo, raccoglie lungo il tragitto tutti i _travet_ che vanno a desinare a casa in borgo San Salvario, sbadigliando a bocca squarciata, con la faccia lunga dalla fame e gli occhi rotanti dall'impazienza. Ritornando invece a notte fatta, trovavo nel carrozzone illuminato delle famigliole borghesi che andavano al teatro, eccitate dall'avvenimento insolito come se venissero a Torino da un'altra città, strette in conversazioni scolarescamente vivaci, come brigate giovanili partenti per un viaggio notturno d'avventure. E tra una corsa e l'altra, osservando i cavalli mentre aspettavo la partenza alla barriera, cominciai a prender simpatia per quelle povere bestie, venute la più parte dall'Ungheria, comprate alle fiere di Lunigo, di Novara e di Padova, alcune ancora belle e vigorose, altre con le gambe davanti già piegate e sformate dagli strapazzi, distinte con ogni specie di strani nomi, trovati dalla fantasia degl'impiegati intinti di lettere, — Sparta, Ovo, Falò, Rabagas, Romanziere, Ministro, Bibi, Colonnello, Episodio, Camelia, Passerotto, Senato, — destinate a passare un giorno dai tranvai alle _cittadine_, alle carrette, alle macine, ai carri mortuari, ai carrozzoni dei saltimbanchi, per dare poi all'uomo anche la carne e la pelle e le ossa, dopo aver faticato dieci anni al suo servizio e lasciato la vita sotto la sua frusta....

*

Fin dal primo giorno conobbi su quella linea un cocchiere tipico; e do a questa parola il suo vero significato, perchè era un di quelli che in ogni famiglia d'impiegati o d'operai par che condensino in sè tutti i malumori, tutte le stizze, tutti gli spiriti ribelli della famiglia. Era un traccagnotto col capo nelle spalle, con un viso color di terra cotta, che pareva enfiato, con gli ocelli di bragia, la barba di setole, una voce di tuono. Gli muggiva in corpo una tempesta perpetua. Eruttava “accidenti„ smozzicati, di continuo, contro le biciclette che passavano, contro i monelli che spaventavano le bestie, contro i carrettieri che gl'ingombravan la via, contro chi saliva e chi scendeva, contro i cavalli, la frusta, il campanello, il colore del tempo. E quando non sacrava a voce, sacrava con tutti i moti della persona, col modo di frustare, di tirar le redini, di girar la testa e lo sguardo, di stringere il freno e di pestare i piedi; e quando non se la pigliava apertamente con nulla o con nessuno, faceva dei soliloqui stizzosi inintelligibili guardando in alto, come se dei nemici visibili a lui solo lo provocassero, danzandogli davanti per aria, o si sfogava soffiando nel suo fischietto, cacciando dei fischi prolungati, rabbiosi, senza necessità, come se fischiasse la creazione. Da piazza Castello alla barriera non lo vidi un momento rabbonito; pareva che portasse dentro l'ira d'un popolo; non potevo capire come non schiattasse. Pensai che, se aveva moglie, la povera donna doveva aver il paradiso assicurato. Intesi che lo chiamavan _Tempesta_, e il soprannome gli tornava a pennello. Dei passeggieri se ne lagnavano, brontolando; ma a me fece compassione, perchè un povero diavolo che passava la giornata a quel modo si condannava da sè al più miserando dei supplizi che gli potesse augurare la più vendicativa delle sue vittime; e mi pareva anche da compatirsi perchè per ogni Tempesta cocchiere c'era bene una decina di Tempesta passeggieri, che mettevan la pazienza dei suoi colleghi alla stessa prova a cui egli metteva la nostra.

*

Apparteneva alla famiglia dei Tempesta il grosso signore coi baffi tinti e la caramella all'occhio, che la mattina dopo fece cenno di fermare all'angolo di piazza Carignano e di via Amedeo. Fece cenno in modo che il cocchiere, un perticone dal naso a becco, credè che lo facesse al tranvai di Vanchiglia sopraggiungente, e datagli un'occhiata, tirò via. Quegli si mise a correre accanto al carrozzone, col viso acceso, agitando la canna e gridando ira di Dio, e quando fu sulla piattaforma, ansante, investi il cocchiere. — Che maniere son queste? T'avevo fatto segno dì fermare; non ti faceva comodo, è vero? Queste sono facezie da _birichin_! — Il cocchiere, risentito, si difese; ne nacque un battibecco; venne innanzi il fattorino, un giovane biondo, dall'aria per bene, che ebbe il torto di pigliar le parti del compagno. L'altro imbestialì, gridò che sarebbe ricorso alla direzione.

— Quando avrà tolto una giornata di pane alla mia famiglia, — rispose il cocchiere, — non avrà ragione per questo. Intanto, non mi deve trattare col _tu_.

Il signore tinto lo guardò con stupore; parve più punto da quella osservazione che dall'altre parole. — Conosco la regola, — disse bruscamente — si dà del _lei_ al controllore, del _voi_ al fattorino e del _tu_ al cocchiere.

— È una regola rispose l'altro — che riguarda il personale, noi fra di noi, non i passeggieri.

— È quello che saprò dalla direzione, — ribattè il signore, tirando fuori un taccuino per segnarvi il numero del carrozzone.

— Faccia pure.

— Non ho bisogno del suo permesso.

Il fattorino s'interpose da capo con buone parole, e quegli, borbottando, s'acquetò; ma rimase ritto sulla piattaforma nell'atteggiamento d'un nume corrucciato. Dove m'era già apparso quel viso? Non mi ricordavo; ma avevo visto certo molte persone che avevan con quella un'aria di parentela, ne avevo visto in ogni paese, in mille occasioni, leticare con camerieri d'albergo, con giovani di caffè, con commessi di negozio, con fiaccherai e con facchini, anche più vecchi di trent'anni di loro, dando del tu a tutti, con lo stesso piglio di quello, e mostrando con tutti quasi un risentimento d'istinto. Era uno di quei tanti per cui la società pare che si divida in bianchi e in negri, e che non capiscono come in questi ci possa essere qualche cosa di somigliante all'amor proprio; che, trattando coi negri, giudicano naturale e logico di adoperare il Galateo dei bianchi rovesciato; che non adoperano più il bastone, come i loro padri antichi, soltanto per paura dei pugni, ma, per forza d'atavismo, lo alzano ancora qualche volta, e più sovente ne parlano; e che con queste tendenze accordano per lo più le loro idee politiche, abbracciando tutti coloro che parlano di libertà, d'eguaglianza, di diritti degli umili con una sola e vasta designazione: — _I baloss._ — I mascalzoni.

L'uomo tinto discese sdegnosamente sul corso Vittorio Emanuele; il fattorino biondo lo seguitò un tratto con gli occhi, e poi mise un soffio.

— Cattiva pratica, eh? — gli domandò un passeggiere.

Quegli scrollò il capo. Lo conosceva da anni. Era una calamità di quella linea: vi faceva due corse il giorno; non passava settimana che non l'attaccasse con qualcuno. Una volta aveva fatto una scena perchè il fattorino, prima di dargli il resto, aveva esaminato il suo biglietto da una lira _con diffidenza_. Era ricorso un'altra volta alla direzione perchè a un suo rimprovero il cocchiere aveva risposto con un _sorriso sarcastico_. Un altro giorno aveva minacciato di ricorrere perchè lo stracciare gli scontrini, in segno di controllo, _sulla faccia_ dei passeggieri, invece di bucarli con le tanagliette come fanno sulle strade ferrate, era una mancanza di rispetto. E “ricorreva„ infatti. Alla direzione ci dovevano aver già un mucchio di lettere sue. Tutto il “personale„ della Società lo conosceva. Lo chiamavano _tintura Migone_ per via dei baffi. Quando saliva lui sul tranvai, si mettevan tutti sulle difese, preparati a un assalto. Poi soggiunse: — E se fosse il solo!

— Ce n'è dunque molti di quella semenza? — domandò il passeggiere di prima.

Il fattorino lo guardò e diede una forte soffiata nel corno, che fu insieme una risposta a lui e un segnale al tranvai del Valentino, che sopraggiungeva. Poi commentò la suonata. Di prepotenti come quello, pochi; ma di rompiscatole infaticabili, di stuzzichini, di brontoloni meticolosi e noiosi che attaccavano ogni momento una bega, o per gli scontrini troppo piccoli e di carta troppo sottile, o per i vetri che lasciavan passar l'aria, o per le tende delle “giardiniere„ troppo corte, o per il puzzo che mettevan nel carrozzone i cocchieri sedendovi dentro durante le fermate, o per il tavolato fradicio, o per le panche incomode, o per i battenti duri, ce n'era un reggimento. — Bisogna proprio dire — esclamò — che c'è della gran gente che non ha nulla da fare! Ah, non è la vita del Michelaccio la nostra... — Poi, accennando davanti a sè, disse con accento di rassegnazione filosofica: — Però, quando si vedon questi....

Guardai dove accennava e vidi venirci incontro un carrozzone pieno stipato, tutto di giovani. Quelli sulla piattaforma davanti stavan rivolti verso i cavalli, diritti, immobili, impettiti, col mento alzato, in atteggiamenti di statue: eran tutti imberbi e pallidi, con qualcosa di comune nell'espressione del viso, non so che di chiuso e di triste, come se avessero tutti un solo pensiero, come una squadra di condannati. Il carrozzone correva. Vidi dentro di sfuggita due schiere d'altri visi immobili, eretti, con quella medesima espressione indefinibile, quasi di raccoglimento severo, come se tutti fossero assorti nell'audizione d'una musica grave che venisse dall'alto e ciascuno di essi si credesse solo ad udirla. Anche la piattaforma di dietro era affollata di quelle statue viventi, dal viso scialbo e senza sorriso, rigide e mute, e v'eran tra quelli dei ragazzi che avevan la stessa espressione degli adulti, come se appartenessero a una razza non dotata che di una gioventù fisiologica, nella quale la vita dello spirito fosse già una vecchiaia pensierosa. Passarono così rapidamente che non ebbi il tempo di riconoscerli, e mi diede un brivido la voce del fattorino, che disse: — Sono i ciechi dell'Istituto di via Nizza; prendono sempre un carrozzone per loro soli, a prezzo ridotto.

*

Non vidi nessuna di quelle scene amorose che m'aveva preannunziato il giovine pittore: non era buona luna; ma mi toccò su quella linea, proprio l'ultimo giorno, una delle “migliori„ corse possibili; poichè (lo debbono aver tutti osservato) si danno sui tranvai le corse buone, in cui non s'hanno che incontri e impressioni gradevoli, e le cattive, che sono una sequela di piccoli dispiaceri. La buona ventura mi cominciò sulla linea del Martinetto, andando a piazza Castello per pigliarvi il tranvai della barriera. Era il tocco e mezzo, una giornata splendida. Trovai sulla piattaforma _Carlin_, il fattorino africanista, felice della partenza del colonnello Pittaluga per Assab, donde si diceva che sarebbe entrato nell'Harrar con un corpo di spedizione. Il suo piano di prender gli abissini fra due fuochi stava per attuarsi; egli ne discorreva con una guardia municipale. — Son suonati! — esclamava — son suonati! Cani di negri! Non uno, non uno n'ha da ritornare al suo canile! — Pareva che avesse suggerito lui l'operazione al ministro della guerra: raggiava vittoria dagli occhi. Ma riconobbi che la sua curiosità non si pasceva soltanto, nei giornali, di politica guerresca, poichè, poco dopo, gl'intesi domandar spiegazioni a un passeggiere intorno a quel “professore dell'Austria„ dotato, come dicevano, di due occhi diabolici, che vedevano dentro alle scatole chiuse. Capii dalla risposta che intendeva parlare dei raggi Röntgen e m'accorsi che la spiegazione gli confondeva, invece di chiarirgli le idee: cosa frequentissima, fra dotti e ignoranti, anche in politica. Che un uomo avesse una vista così forte da vedere a traverso il legno, per quanto fosse strano, lo poteva comprendere; ma la spiegazione dei raggi elettrici fece nella sua mente un buio fitto. Rimase un po' sopra pensiero; poi ritornò alla guerra d'Africa, nella quale, almeno, vedeva chiaro.

C'era sulla piattaforma posteriore il cavaliere _Bicchierino_, che non aveva trovato dentro il suo posto solito, e nell'interno, in fondo, la ragazza di borgo San Donato, poveretta, con una pezzuola verde sopra un occhio. All'angolo di via Siccardi, come sempre, salì il giovane, il suo supposto fidanzato, che la salutò col solito sorriso malinconico, e le sedette di fronte. Il cavaliere, ritto in faccia a me, leggeva la _Gazzetta del Popolo_: aveva certo la consuetudine di leggerla ogni giorno anche a quell'ora, forse per riparare alle dimenticanze della lettura mattutina, o, più probabilmente, la leggeva mezza la mattina e mezza fra il tocco e le due. Incontrando per un momento il suo sguardo capii che non m'aveva perdonato il mio giudizio offensivo per la via Garibaldi. L'aria era limpidissima: per le imboccature delle venticinque vie laterali il sole metteva altrettanti torrenti luminosi nell'ombra severa della via lunghissima, e da una parte le grandi Alpi bianche e azzurre, dall'altra la facciata classica del Palazzo Madama, con tutte le vetrate fiammeggianti, formavano uno dei prospetti più ammirabili che la natura e l'arte, fronteggiandosi, possan fare ai due capi d'una via cittadina. Essendo salito a un certo punto il primo segretario del Municipio, che è poeta e artista, gli dissi: — Guardi, che bellezza è via Garibaldi! Non par di essere nello stesso tempo a Parigi, a Napoli e ai piedi delle Alpi? — A quelle parole il cavaliere alzò il capo dalla _Gazzetta_, diede un'occhiata alla strada e alle Alpi, e poi una a me, rapidissima, e dignitosamente benigna, che significava quasi il perdono. Sia ringraziato il cielo, pensai; eccomi aperta la via alla conquista del suo cuore. — La corsa principiava bene.

All'angolo di via Botero un'apparizione straordinaria riscosse tutti i passeggieri. Salì e sedette dentro una coppia matrimoniale: inglesi, parevano; sposi, senza dubbio; ricchi, si vedeva; due dei più belli e poderosi esemplari della razza anglo-sassone ch'io avessi veduti mai, un atleta e un'amazzone, tutt'e due coi capelli d'oro, gli occhi di zaffiro e le guance di rosa, due splendori di gioventù, di forza, d'amore e di fortuna, di quelle creature che la natura sembra aver fatte l'una per l'altra, per mostrare _quantunque ella può_, e che lasciano per tutto dove passano un fremito d'ammirazione e d'invidia. Tutti gli occhi si fissarono su di loro; perfino Carlin uscì in un'esclamazione ammirativa: — Che bella _pariglia_! — Ah, quei due poveri fidanzati malaticci di San Donato, con quei panni logorati dalla spazzola, come parevano più poveri e più meschini vicino a quei due grandi e splendidi fiori britannici! N'ebbi un senso di pietà vivo, quasi doloroso, come a veder le vittime d'un atto d'ingiustizia crudele. La ragazza, in special modo, mi colpì. Guardava la signora, che le sedeva accanto e la sorpassava di tutto il capo, voltando il viso in pieno, per vederla con quell'occhio solo che aveva scoperto; la guardava come una creatura tanto al di sopra di lei che non la potesse neanche invidiare, e quel suo occhio dilatato e fisso esprimeva un'ammirazione così ingenua, una simpatia così buona e insieme una così dolce e umile rassegnazione all'inferiorità propria, che in quel momento era bellissimo, bello come una di quelle sante parole che in certe grandi prove della vita ci rivelano a un tratto, in un'anima, un tesoro infinito di bontà e di gentilezza. Osservai tutti i suoi movimenti. Dopo un poco essa fissò lo sguardo, con la stessa espressione benevola, ma meno viva, sul signore, e poi cercò quello del suo amico, e si guardarono tutti e due per qualche momento, e parve che si dicessero: — Come sono belli, come sono fortunati, non è vero? Ma, vedendoli, io mi stringo ancora più fortemente a te, perchè penso ch'essi hanno tanti altri beni ed io ho te soltanto, e che siamo fatti l'uno per l'altro noi due pure. — Quando essa s'alzò per discendere in piazza Castello, ed egli le tese la mano, il suo viso si colorì d'un leggiero rossore; forse perchè pensava che i presenti facessero in quel punto un confronto fra di loro e quegli altri due; e il suo rossore ebbe un riflesso leggerissimo sul viso di lui. Pudore della bruttezza e della povertà, più bello, più rispettabile di quello dell'innocenza.

Nella piazza, fra la gente che aspettava la partenza del tranvai della barriera, mi diede nell'occhio un ometto sbarbato di mezza età, con un viso e un vestito di commediante povero, il quale stava osservando con viva attenzione, e con gli occhi sorridenti, i due cavalli attaccati. Li osservai io pure. Si accarezzavano come due fratelli amorosi: l'uno faceva scorrere il muso sulla criniera dell'altro, ravvicinavan le teste toccandosi con le tempie, si strofinavano, si mettevano a vicenda la bocca accosto all'orecchio, socchiudendo gli occhi, come se si parlassero, come se si confortassero l'un l'altro della dura vita presente con la predizione dei lunghi sonni che avrebbero dormiti nei loro ultimi anni davanti alle porte dei teatri e delle stazioni, sotto la guardia dei fiaccherai sonnolenti. A un tratto l'ometto sbarbato mi rivolse la parola, come a un conoscente, con una vocina d'uccello: — Come si vogliono bene, eh? Effendi e Calice; quattro e cinque anni; sono ancora ragazzi; ma male appaiati: l'uno forte, l'altro debole: non fanno mica un buon servizio insieme. — Un “tranvaiofilo!„ Non m'occorse altro per riconoscerlo. Soggiunse subito dopo: — Gran bella linea questa! — Era un amatore della _Società torinese_. Riprese infatti il discorso sulla piattaforma, quando si partì, dicendomi i profitti quotidiani e straordinari della linea di Nizza “la regina delle linee„ con quell'accento di compiacenza e d'alterezza con cui sogliono molti poveri diavoli numerare e magnificare le ricchezze dei milionari celebri e farsi quasi suonar nella mente i loro sacchetti, come se dessero in quel modo a sè stessi l'illusione momentanea e il godimento del possesso.

Il tragitto da piazza Castello in là fu amenissimo. Vicino alla piazzetta Lagrange, mentre il tranvai correva, una giovane signorina, graziosamente vestita, che stava aspettando sul marciapiede, prese la corsa, spiccò un salto, e piantato un piede sul montatoio, senz'afferrarsi alla colonnina, restò un momento ritta in quell'atto, come un acrobata che aspetti l'applauso: poi aperse l'uscio ed entrò in mezzo all'ammirazione generale. Il mio vicino soltanto non mostrò alcuna maraviglia. — È una maestra di ciclismo per le signore, — disse, o meglio, gorgheggiò; — vinse anche un premio alle corse, due anni fa. — E inteso ch'era la prima volta ch'io vedevo una signora salir sul tranvai a quel modo: — Lo credo, — rispose, — è ben raro; a Torino non ce n'è che quattro.

La sicurezza con cui fece quell'affermazione, come avrebbe detto: — Non c'è che quattro monumenti equestri, — mi stupì. Egli specificò, contando sulla punta delle dita. — C'è questa, dunque; ce n'è una sulla linea della Crocetta, un'ex cavallerizza del Circo Amato, che prese marito; c'è una serva sulla linea del Valentino, mi pare.... ma quella è una mezza matta; e una fioraia, che sta dalle parti di Porta Palazzo.