La Carrozza di tutti

Part 5

Chapter 53,597 wordsPublic domain

Era anche questa volta sola, vestita con la semplicità di tutti i giorni, con una rosa bianca sul cappellino; bianca come il suo viso immutabilmente sereno di creatura sovrumana, che non potesse nè arrossire, nè ridere, nè piangere, intangibile ad ogni passione terrena. Il chiodo della curiosità mi si ficcò anche più addentro che la prima volta. Chi poteva essere? Qualcuna delle signore vicine, di tratto in tratto, si voltava a guardarla: pareva che non se n'avvedesse. Ma della sua impassibilità maravigliosa diede una prova anche maggiore. In un momento che s'era fermi, passò lentamente in bicicletta, venendo in direzione opposta alla nostra, dal lato dov'ella sedeva, un bel tenente dei bersaglieri, il quale la fissò, e tirò via. Ma appena si ripartì, quegli tornò indietro e prese ad accompagnare il tranvai, come un aiutante di campo una carrozza reale, col viso rivolto verso la ragazza. Molti s'accorsero della manovra e si misero a guardarli tutti e due. L'ufficiale sorrise, un po' confuso, ma non si scostò; essa non diede il minimo segno nè di compiacenza, nè di suggezione, nè di dispetto, come se sulla bicicletta ci fosse stato un bambino di sei anni: osservava le ruote e il movimento alternato dei pedali col suo sguardo tranquillo e limpido, come se studiasse il meccanismo. Quegli ci fiancheggiò ancora per un po', continuando a guardarla; poi fece forza, passò avanti e disparve; e lei girò sui passeggieri che la guardavano i suoi grandi occhi d'angelo senza sesso, nei quali non era indizio d'alcun pensiero, come se nulla avesse visto e nessuno l'avesse guardata. Ma era veramente un miracolo d'innocenza o d'austerità d'animo, oppure un prodigio di simulazione? Questo sospetto mi fece riflettere. E doveva aver fatto in tutti un'impressione assai viva poichè, quando discese all'angolo di via Gioberti, tutte le teste dei passeggieri, come se un colpo di vento le voltasse, si girarono a guardarla, e vidi che la sua smilza figura di bambina cresciuta in furia, la modestia monacale del suo vestire e la sua andatura stranamente fanciullesca accrebbero in tutti lo stupore, come in me la curiosità. Ma chi poteva mai essere? E avrei fatto la sciocchezza di scendere e d'andare a chiederne informazioni al portinaio della casa dov'entrava, se la mia curiosità non fosse stata attratta in quel punto dal viso d'un bimbo, che stava ritto sopra una delle prime panche, in mezzo a una signora e a una governante, e che mi pareva d'aver visto altre volte.

Mi pareva quello a cui sua madre aveva fatto abbracciare la bambina bionda, sul carrozzone di Giors, l'ultimo giorno di gennaio. Riconobbi infatti la madre ai capelli un po' scomposti e al profilo ardito, mentre si voltava a sinistra, a parlare con una persona che non vedevo. Essendoci un posto vuoto sulla panca dietro la sua, mi ci andai a sedere alla prima fermata, curioso di veder da vicino quella signora originale, a cui avevo ripensato molte volte, ricordando le vampate rosse che le salivano al viso quando s'accalorava e l'aria di suora di carità intrepida che spirava dai suoi grossi occhi neri. Parlava con una ragazzina povera di tredici o quattordici anni, col capo nudo, magrissima, che pareva convalescente, e tossiva. Mi stupì la sua voce robusta, calda, un po' velata, come di chi ha molto gridato; ma assai di più il modo com'essa parlava a quella poverina, alla quale rivolgeva delle domande e pareva facesse delle raccomandazioni, che il rumore del carrozzone non mi lasciava intendere. Era un'espressione del viso, un atteggiamento, un accento di sollecitudine e di cortesia, che rispondevano mirabilmente a un'idea ch'io avevo in capo della maniera da usarsi dai signori coi poveri; nella quale la benevolenza non abbia ombra di curiosità nè di sforzo, e sia delicatamente rattenuta la manifestazione della pietà, e questa non apparisca punto di natura diversa da quella che noi sentiamo per i dolori dei nostri eguali, e la familiarità non si mostri concessa per proposito, ma data per moto spontaneo dell'animo, senza coscienza di darla.

Eravamo a metà del corso Cairoli quando un pezzo d'uomo barbuto, una figura di fattor di campagna arricchito, che dava le spalle alla signora, non mostrando di sè altri connotati che due enormi orecchie vermiglie, accese un sigaro Cavour e si mise a far fumo come un camino.

L'aria mossa portò i nuvoli in viso alla ragazzina, che prese a tossir forte, torcendo il capo e schermendosi con le mani.

La signora stette un po' incerta; poi sporse il capo avanti e, con buon garbo, pregò il fumatore di smettere, accennandogli la ragazza che tossiva.

Quegli voltò il suo faccione rosso, sgraditamente sorpreso, diede un'occhiata alla signora e alla sua protetta, e continuò a fumare.

Alla signora venne su una delle vampate solite e si gonfiò il collo come a una cantante che prepara una nota poderosa. — Signore, — ripetè, meno cortesemente di prima —, abbia la bontà di smettere.... per umanità, non per cortesia.

L'uomo scrollò una spalla e cacciò fuori un altro nuvolo.

— Mettiti al mio posto —, disse allora risolutamente la signora alla ragazza, scattando in piedi, e soggiunse forte: — Che screanzato!

Quegli si voltò in tronco, con gli occhi larghi, dicendo con violenza: — Guardi come parla!

— Parlo come debbo!

L'uomo s'alzò.

— Oh s'alzi pure; sono una donna; ma non ho paura! — E ritta in faccia all'omaccione, mentre il fattorino ed altri s'interponevano, col viso eretto e acceso e l'occhio imperterrito, stringendo a sè con una mano il bimbo piangente e tenendo l'altra sulla spalla della ragazzina impaurita, la piccola e brava signora era bella da baciarla in fronte.

Sopraffatto da un coro di voci ostili, l'uomo si rimise a sedere, bofonchiando, senza levarsi il sigaro di bocca, ma non fumando più; e pochi minuti appresso, arrivando il tranvai allo sbocco di via Bonafous, la signora discese col bimbo e con la governante, dopo aver salutato la sua protetta, e si perdette in mezzo alla folla immensa accalcata intorno ai baracconi e alle giostre di piazza Vittorio Emanuele, donde s'alzava un frastuono infernale di grida e di musiche discordanti.

*

Per tre giorni le giardiniere furono infestate da un esercito di _pierrots_ e di _bébés_, vestiti a centinaia d'un solo colore, come se li avesse arruolati e mascherati la Prefettura, e ripetenti tutti, dalla mattina alla sera, lo stesso eterno _ciao_ e _ti conosco_, col medesimo grido in falsetto, acuto e molesto come i loro fiati vinosi e le esalazioni della loro biancheria sospetta e della loro pelle in sudore. Nel piccolo teatro del tranvai, con mio rammarico, si sostituiva alla commedia piacevole di tutti i giorni il veglione chiassoso, dove non potevo più osservare che la caricatura buffonesca della vita. Di mala voglia, il dopo pranzo del martedì grasso, feci una corsa da piazza Statuto alla Gran Madre di Dio. Erano giunte dall'Africa le brutte notizie dei combattimenti di Seeta e di Alequà coi ribelli. Intorno a me, fra i passeggieri, si commentavano i fatti, e alle parole tristi che si scambiavano intorno alla strage, alle sevizie usate ai feriti, alla morte dei tenenti Negretti e Caputo e dell'ufficiale arso vivo, e ai pronostici che si facevano di altri casi più funesti, si mescolavano le note festose delle trombette e dei corni, gli strilli e i canti delle maschere che passavano e i lazzi e le risa di quelle del tranvai; e in mezzo a quella baldoria mi parevano più miserande e più terribili le immagini di quelle povere vittime lontane della guerra maledetta. Ah, che cosa sono i lutti nazionali quando cadono nei giorni destinati dal Calendario alla gozzoviglia e al baccano!

Per un tratto di strada mi stette seduto accanto un uomo maturo, il quale non aveva altra maschera che un gran naso orizzontale, e con quel becco di cicogna sul viso, come se lo portasse per obbligo, leggeva con gran serietà la _Gazzetta del Popolo_; poi un operaio alticcio e mezzo assonnito, che, dimenticando d'essersi annerita la faccia con sughero bruciato per divertir sè ed il pubblico, discorreva con accento lamentevole di certi suoi dispiaceri di famiglia a un amico addormentato. A metà di via Po, una graziosa mascherina verde, scendendo dal carrozzone mi diede un lattone sul cappello e mi disse nell'orecchio: — Abbasso il socialismo! —; ma non me n'offesi perchè, agli occhi e ai modi, non mi parve, per quanto riguardava la sua persona, una troppo fiera nemica della proprietà collettiva. Al posto di lei salì poco dopo una vecchia signora, di capelli bianchissimi, d'aspetto dignitoso e buono, che serbava ancora i segni d'una bellezza gentile, e sulla panca davanti un giovanotto in maschera di pulcinella, con gli occhi accesi dalle libazioni, che stringeva un sacchetto di confetti con due mani rudi d'operaio. Ed ebbi allora un esempio di quanto valga la gentilezza più dello sdegno a imporre rispetto anche a un animo volgare. Colpito da quella bella canizie signorile, il giovane s'appoggiò alla spalliera della panca, proprio in faccia alla signora, sorridendole con familiarità impertinente, con l'intenzione manifesta di dirle qualche facezia grossolana. Cominciò con la formola solita: — Ah, ti conosco.... t'ho conosciuta quand'eri giovane.... cerca un po' di ricordarti.... — Una risposta secca avrebbe provocato un'insolenza. La signora rispose invece dolcemente, scrollando il capo: — Tu sbagli, povero figliuolo; quand'io ero giovane tu non eri ancora nato....

La pacatezza, la grazia sorridente, velata d'una certa mestizia, e l'accento di benevolenza quasi materna con cui ella disse queste parole, tanto diverse da quelle ch'egli s'aspettava, fecero rimanere il giovane come interdetto. Sorrise, scotendo il capo; volle ribattere, ma non osò, e per uscirne tuffò la mano nel sacchetto e porse alla signora due caramelle, che essa accettò; poi si mise a sedere, e non disse più nulla.

Il tranvai, come un barcone scendente da un fiume in un lago, entrò dentro alla folla enorme di piazza Vittorio Emanuele; e in mezzo a quella moltitudine bamboleggiante attorno alle grandi giostre scintillanti d'oro e di specchi, ai baracconi imbandierati, ai pagliacci urlanti, ai fantocci mostruosi, dinanzi allo spettacolo di tutta quella gente d'ogni condizione e d'ogni età che girava sui cavalli di legno, sulle barche, sui velocipedi, sulle altalene e accorreva agli squilli di tromba dei ciarlatani chiamanti a raccolta l'imbecillaggine umana, la persona più seria, l'unico che paresse un uomo, che mostrasse d'aver ancora un cervello nel cranio era il povero cocchiere, un gobbetto di pelo rosso, che, rattenendo i cavalli, s'affannava a fischiare, a gridare: — Attenti! — a rimovere dalle rotaie i rimbambiti, molti dei quali gli rivolgevano delle ingiurie, offesi dalla superiorità di giudizio ch'ei mostrava d'aver sopra di loro. Che respiro tirò il pover'uomo quando si trovò all'aperto sul ponte di Po, fuor del pericolo di storpiar senza colpa il suo prossimo e della necessità d'aver cervello per mille! Tirò fuori il fazzoletto turchino e s'asciugò la fronte grondante di sudore, e quando si arrivò in faccia alla Gran Madre di Dio, staccati appena e riattaccati i cavalli, afferrò il suo canestro, sedette sul predellino, e si mise a ingozzare in furia una povera minestra fredda di riso e fagioli. Io stetti osservandolo, aspettando che il tranvai ripartisse. Poteva aver trentacinque anni; doveva esser un contadino, perchè portava due cerchietti dorati alle orecchie, e all'udire il suo accento vercellese, pensai che fosse uno di quei lavoratori delle risaie, che i loro colleghi del tranvai chiamano burlescamente _mangiarane_, dicendo che la vita dura del cocchiere è una delizia per essi, appetto a quella d'inferno che menavano prima. Vedendo che l'osservavo, mi raccontò a parole rotte, masticando, la storia della sua colazione; la quale era in ritardo di quattr'ore, poichè quella mattina, essendo egli stato mandato all'improvviso dalla linea dei Viali a quella del Martinetto a supplire un assente, il canestro, che gli aveva portato sua moglie, s'era sviato. e passando di tranvai in tranvai, aveva girato per le linee dalle dieci alle due, prima di raggiungerlo. E il povero gobbetto, digiuno dall'alba, mentre mangiava a precipizio, si voltava a ogni boccone a guardar se l'altro tranvai arrivasse, già affannato dal pensiero della folla che avrebbe dovuto riattraversare, spolmonandosi a fischiare e a urlare, in piazza Vittorio Emanuele, in via Po, in via Garibaldi, fino al capo opposto di Torino.... — Ah il carnevale — esclamò — per noi altri!... Se conoscessi chi l'ha inventato! — E fece l'atto di scaraventare il canestro in faccia a qualcuno.

Ripartii con lui; si ruppe un'altra volta l'onda umana della gran piazza, in mezzo a un frastuono diabolico, e anche prima d'arrivare in via Po, il tranvai era stracarico. V'era una mescolanza di cappellini fioriti, di chepì, di tube, di capigliature arruffate, di berrettine rosse e di cappelli a pan di zucchero e di cappucci di maschere, un pigia pigia di gente con l'argento vivo addosso, che lanciavano risa e grida, come scoppi di razzi e di petardi, agli alti tranvai che passavano; dai quali rispondevano altre bocche spalancate e braccia fendenti l'aria, come da tanti gabbioni di matti. A ogni tratto la giardiniera si fermava, e molti scendevano, molti salivano, disputandosi il posto, cadendo seduti e rialzandosi, strofinandosi a vicenda per tutti i versi e scambiandosi urtoni, complimenti e pizzicotti, con un cicaleccio e un vocìo che assordava. In piazza Castello mi si venne a piantar davanti, sulla piattaforma posteriore, un mascherone colossale, insaccato in un dominaccio nero che gli dava l'aspetto d'un fratello della Misericordia, e costui e altri due mascherotti vinolenti, quando furono in via Garibaldi, cominciarono a tormentare una donna, che le loro schiene mi nascondevano, tempestandola di domande buffe, e chiamandola _mare_ e _nona_, per canzonatura.

— O _mare_, come ve lo siete goduto il martedì grasso?

— Guarda che po' di sacco di confetti che ha vuotato!

— O una giratina sulla giostra a barche l'avete data?

— L'ho trovata io in un _Gabinetto riservato agli adulti_!

— L'ho vista in maglia nel _Padiglione orientale_!

Non udii alcuna risposta. Un minuto dopo, i tre buffoni saltarono giù, e io riconobbi all'estremità dell'ultima panca la vecchietta di Pozzo di Strada, che doveva esser salita, come sempre, all'angolo dì via XX Settembre. Aveva il fazzoletto in capo, il suo sacco vuoto sulle ginocchia, il suo solito atteggiamento umile e raccolto. Non mostrava alcun risentimento delle beffe, come se non le avesse neppure intese: guardava con lo sguardo attonito d'un bimbo le ragazze mascherate che passavano in bicicletta, i drappelli di maschere che sfilavano accanto al tranvai pestando i tacchi e ripetendo tutte in coro lo stesso grido come branchi di capre, la doppia processione nera che andava e veniva sui marciapiedi; ma pareva che non vedesse nulla. Vide però la chiesa dei Santi Martiri, quando vi si passò davanti, e si fece il segno della croce. Quel pensiero fisso, che già le avevo visto nel viso, pareva che si fosse fatto più profondo e più inquieto; più sovente essa socchiudeva gli occhi e chinava il mento sul petto e poi si riscoteva come da un breve sogno angoscioso, e m'appariva più piccola, più risecchita, più meschina, come se dall'ultima volta che l'avevo veduta non avesse più dormito e fosse diventata più povera. Che cos'aveva? Non immaginavo alcuna causa determinata del suo dolore; ma sentivo così in confuso che la cognizione di quella causa era celata in qualche parte della mia mente, e che quando l'avessi saputa mi sarei maravigliato di non averla scoperta io medesimo. Si segnò di nuovo quando passammo davanti alla chiesa di San Dalmazzo, chiuse gli occhi ancora una volta quando si sboccò in piazza Statuto, e più su, vicino al monumento del Fréjus, quando io discesi a destra per andare a casa, essa discese a sinistra verso lo stradone di Rivoli. La vidi allontanarsi col suo sacco vuoto sotto il braccio, a passi lenti e uguali, curva sotto il suo dolore misterioso, come sotto un giogo invisibile, solitaria in mezzo alla vasta piazza già oscura, piccola, compassionevole come una formica smarrita. E con quel povero punto nero che si perdette nell'orrizzonte silenzioso della campagna svanirono per me tutti gli splendori e tutti gli strepiti del carnevale.

*

La ritrovai pochi giorni dopo sulla stessa linea, alla prima corsa della mattina, e cercai subito un modo d'interrogarla, per scoprire il suo segreto; ma mi distrasse da lei un nuovo spettacolo, un corso d'osservazioni nuove sul singolare aspetto in cui si presenta all'occhio del passeggiere dei tranvai la battaglia elettorale. Ferveva già l'agitazione per quelle tanto aspettate elezioni amministrative, che dovevan decidere finalmente della prevalenza del partito cattolico o del partito liberale. I muri erano tappezzati di manifesti d'ogni forma e colore che s'alzavano superbamente fino ai terrazzini e scendevano umilmente fin sui marciapiedi, come per attaccarsi alle gambe dei signori e per leccare le scarpe ai poveri. Su tutte le linee si correva per lunghi tratti in mezzo a un coro visibile di esortazioni, di promesse, di accuse, di preghiere, di minacce, fra cui sonavano più alto, come note acute, centinaia di nomi noti ed ignoti, aristocratici, borghesi, plebei, quasi gridati dai muri, come da una folla, con mille diverse intonazioni allegre e solenni, imperiose e supplichevoli; alle quali pareva che il carrozzone sfuggisse, fischiando e scampanellando per dir di no, che non ci credeva, e che aveva altre cure per la testa. A ogni fermata, tutte quelle voci si facevan sentire più forti e più chiare, e poi si confondevano da capo in un mormorìo sordo e lontano, in cui non si raccapezzava più nè programmi nè nomi. Dentro al tranvai, peraltro, sorgevano dispute concitate, delle quali non m'arrivava all'orecchio che qualche parola, come _baloss_, _ciarlatan_, è tempo di finirla, la vedremo, e cose simili; e c'eran dei signori che, senza disputare, aprivano l'uno in faccia all'altro, in atto ostile, l'_Italia reale_ e la _Gazzetta del Popolo_, altri che facevan pacatamente discussioni tutte aritmetiche, in cui ritornavano a ogni tratto i cinque mila, i sette mila, i dieci mila, come nei discorsi di guerra, e altri parecchi che, tendendo un orecchio a quei discorsi, guardavan la fuga dei manifesti sui muri con un sorriso canzonatorio continuo, come gente che si spassasse a un modo dei neri, dei rossi e dei tricolori. Sugli altri tranvai che passavano, intanto, vedevo dei giovani di mia conoscenza, che tenevan sotto il braccio dei pacchi di stampati, con l'aria di gente affaccendata, che corresse fin dalla prima mattina e dovesse correre fino alla sera, stimolata a un tempo da un obbligo e da una passione: servitori volontari e conscienti d'un'idea. E fu appunto uno di questi fattorini apostolici che mi fece fare la prima scoperta riguardo a uno dei miei compagni misteriosi di viaggio.

Ero sul tranvai del Martinetto, una mattina di nebbia, accanto al cavaliere Bicchierino, che leggeva la sua solita _Gazzetta_, in piedi. Salì sulla piattaforma un falegname mio conoscente, con un gran cappello alla calabrese e una giacchetta spelata di velluto color cacao, che gli vedevo addosso da cinque o sei anni, e un grosso pacco di stampe sotto il braccio. Era un originale curiosissimo d'indole come d'aspetto, che, a vederlo serio, con quel barbone rossastro e ispido, con quelle folte sopracciglia irsute e quel collo taurino, pareva un uomo terribile, e quando rideva, il più gran bonaccione di questo mondo, benchè avesse una voce di cannone Krupp. Era un filosofo, il quale esprimeva tutti i suoi pensieri in forma di sentenza, e ne notava una gran parte in un taccuino, che portava sempre con sè, spaziando di preferenza nel campo della morale, dei costumi, della rigenerazione della donna e dell'educazione dei fanciulli. Non un pensatore astratto, peraltro; ma “un propagandista individuale„ appassionato, un ragionatore infaticabile, capace di “lavorare„ un amico renitente per un anno di seguito, tutti i giorni, con la tenacia d'un missionario; e buon lavoratore con questo, sobrio per istinto e per proposito, tanto da privarsi del vino e del tabacco per dare il suo obolo alla causa e per comperare opuscoli, giornali e anche ritratti e calendari socialisti, di cui tappezzava le pareti della sua camera. Buono e semplice, in fondo, e arguto: canzonatore benevolo della borghesia; rallegrato da una sua idea fissa, che era di turbare i sonni al Prefetto, di esser vigilato continuamente dalle Autorità, delle quali soleva parlare con un tono comicissimo di compatimento, come se ogni giorno sventasse qualche loro trama e facesse loro qualche bel tiro; e prendeva in fatti per ogni suo atto più innocente ogni specie di precauzioni sopraffini e superflue, sorridendo maliziosamente nella sua grossa barba.

Appena salito, prese a discorrere con me, a bassa voce, ma con viva soddisfazione, del movimento elettorale, che s'avviava bene. Gli scappò una sola frase a voce alta: — Torino si scuote. — Il cavaliere Bicchierino la sentì, e, alzati gli occhi dalla _Gazzetta_, lo guardò un momento con un'espressione di grande stupore. Egli continuò a discorrere; altri salirono. A un certo punto, guardandomi intorno, vidi dall'altro lato della piattaforma gli occhiali e il pizzo grigio di quel tal mio nemico misterioso, che quando mi vedeva da una parte del tranvai saliva dall'altra. Egli guardava me e il mio conlocutore con due occhi così dilatati e sporgenti, tirando rapidamente fra l'uno e l'altro dei tratti di congiunzione così vigorosi, e con un'espressione di sdegno così viva, che la verità mi si scoperse come al chiarore d'un lampo. Era il socialista ch'egli odiava! E mi balenò nello stesso punto un vago sospetto che fosse lui l'autore d'una lettera anonima che avevo ricevuto il giorno dopo dell'assassinio del povero Carnot, intestata col vocativo: — _degno amico di Caserio_....

Ed io che avevo fatto il disegno di conquistarlo! Indovinata la causa dell'orrore che gli destavo, non c'era proprio da far altro che un atto di mesta rassegnazione. Ma, insomma, il mistero era svelato; avevo fatto nel mio piccolo mondo del tranvai la prima scoperta importante; e poi.... chi sa mai! Intanto gli affibbiai nelle mie note il nome di Guyot, il mangia-socialisti francese, per mio comodo.

CAPITOLO TERZO.

Marzo.