Part 29
Il giovane scrollò il capo. — E trova in armonia con la sua — domandò ancora — anche l'indole degli abitanti? Non le riescono un po' freddi e chiusi... un po' troppo nordici, come ho inteso dire?
— Non li può giudicare uno straniero, e neanche un italiano d'altre province, se non vive qui da molti anni. La benevolenza è velata, il cuore non s'apre e non si dà tutto di primo slancio; ma tutto quello che dobbiamo conquistare ci è poi più caro quando è nostro. La cortesia discreta, la promessa guardinga prevengono disinganni e amarezze, e così nel buoni si trova sempre maggior bontà che non s'aspettasse. I loro difetti sono negativi, incavi, non punte, e per questo non feriscono. Le possono parer duri; ma per ciò lei li può afferrare e tenere, e non le sgusciano di mano. V'è nell'affetto che gli occhi esprimono e la bocca tace una dignità che ne raddoppia il valore. E chi ha dei difetti opposti a queste virtù, e n'ha coscienza, ama la gente che glie li comprime più di quella che glieli accarezza. Per questo io son legato alla città anche dalla gratitudine; legato da tanti vincoli del cuore, del pensiero e del sangue, che non potrei più vivere altrove a nessun patto, neppure a quello di diventar ricco se fossi povero, sano se fossi infermo, e di trovar cento nuovi amici se qui non mi restasse un amico; e sono ben certo e m'è un conforto il pensare che morirò qui.
Mentre dicevo quest'ultime parole, un signore, che m'era stato accanto fino allora senza che lo vedessi nel viso, girò il capo adagio adagio come una statua semovente, e mi fissò gli occhi negli occhi. Ah, l'avevo conquistato finalmente! Capii a volo dal suo sguardo che la critica di via Garibaldi e la lacerazione della _Gazzetta del popolo_ ed anche quelle matte teorie di socialismo municipale m'erano perdonati per sempre. Il buon Bicchierino, il “controemarginato„ signor cavaliere Bicchierino, impiegato modello di non so qual regia amministrazione, il più puro e più geloso di tutti i torinesi nati e da nascere, era intenerito, era vinto, era mio. Quando discese si toccò con la mano l'ala del cilindro, e prima di perdersi nella nebbia rivolse verso il tranvai un leggerissimo sorriso benigno, che mi tolse l'ultimo dubbio: avevo un amico di più. Sia ringraziata Cuba! L'avvenimento era un buon auspicio per una lieta fine dell'anno.
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Svanì la nebbia e splendette il sole, che ci parve di rivedere dopo una notte di sette giorni. I tranvai ricominciavano a correre liberamente per la città chiara e come ritinta di colori più vivi, dorata in ogni parte da larghi sprazzi di luce, e fattorini e cocchieri, usciti da una settimana di ansie e di fatiche penose, salutavano con un'allegrezza di liberati dal carcere l'aria limpida in cui si drizzavano le Alpi bianche nitidissime, che pareva si fossero avvicinate durante i giorni dì cattivo tempo. A Porta Palazzo, dove aspettavo il tranvai della barriera di Lanzo, verso l'ora della colazione, era una festa; da tutti i carrozzoni che arrivavano da tutte le barriere saltavano giù cocchieri e fattorini e, seduti sui montatoi, dentro al casotto dei biglietti, sulle ceste rovesciate della verdura, facevano il loro pasto, alternando con le bocconate fameliche apostrofi chiassose alle erbivendole e ai colleghi arrivanti e partenti; e così incappottati com'erano, con quei cuffioni e quei guanti enormi, in mezzo alla neve della vasta piazza, dove qua e là ardevano dei fuochi, sarebbero parsi una banda di cosacchi bivaccanti tra i carri della provianda durante una fermata in mezzo alla steppa; se non avessero fatto una macchia italianissima in quel quadretto russo i mucchi d'arance siciliane che brillavano sui banchi in mezzo all'erba montanina e ai rami di alloro annunciatori del Natale....
Salito sul mio tranvai, mi trovai daccanto sulla piattaforma il giovane tipografo biondissimo, lo sposo novello, fresco e gaio come l'aria. M'abbordò con Antonio Maceo, domandandomi se credevo che gl'insorti cubani avrebbero proseguito la lotta non ostante la sua morte; ma io m'accorsi bene che aveva qualcos'altro da dirmi, e indovinai ch'era una lieta notizia, e ch'egli cercava un'entratura garbata per darmela. Dopo qualche preambolo, infatti, smettendo a un tratto la serietà politica, m'annunziò con una gioia visibilissima che forse... fra qualche mese... se tutto andava bene... la causa socialista avrebbe avuto un soldato di più. Restava soltanto a sapersi se sarebbe stato un compagno o una compagna. Mi congratulai. E allora diede la stura a un'allegrezza infantile. Fatti certi calcoli, egli s'era messo in capo che dovesse nascere in Aprile, verso la metà, forse il giorno stesso della nascita di Ferdinando Lassalle: data di buon augurio. In ogni modo aveva già fissato, se era un maschio, di mettergli i tre nomi: Ferdinando (Lassalle), Federico (Engels) e Carlo (Marx). E si diede una fregatina alle mani. Poi tessè l'elogio della sua sposa. Oh, sempre, sempre più contento. Forte ancora al lavoro, nonostante il suo stato, buona e amorosa con la mamma di lui, e non punto mutata d'idee, come tante altre, dopo il matrimonio. Era lei stessa che gli diceva: — Ernesto, ricordati di non mancare alla riunione della tal sera.... Non dimenticare di rinnovar l'abbonamento al giornale.... Mettiamo qualche cosa anche noi per la _Cassa elettorale_.... — E appunto quella mattina era lei che l'aveva sollecitato a portare i denari d'una piccola colletta a un compagno disoccupato e malato, che abitava in borgo San Salvario. Passavano la serata assieme a leggere dei volumi presi alla biblioteca dell'_Associazione dei lavoratori del libro_; ma preferivano gli opuscoli di propaganda, che compravano del proprio. Essa si appassionava in special modo per la storia delle socialiste celebri: Eleonora Aveling, Annie Besant, Severina. E in questi discorsi duravano fino a tardi, fin che la mamma s'addormentava con la calza in mano. Poi, all'improvviso, parendogli d'avermi parlato con troppa familiarità dei fatti suoi, fece di nuovo il viso serio per domandarmi se credevo alla voce corsa dello scioglimento prossimo di tutti i circoli socialisti e di tutte le Camere di lavoro della Liguria; ma, vedendomi sorridere, e insistendo io perchè mi riparlasse della sua famiglia, che m'avrebbe fatto molto piacere, m'afferrò il braccio in segno di gratitudine e ricominciò con maggior effusione. Sì, era felice, gli era toccata la più buona e brava ragazza che potesse desiderare. Era una così bella cosa andar d'accordo, essere uniti in quell'idea, avere quella speranza comune. Qualche volta, quando sentivano insieme una buona musica, senza bisogno di parlarsi, essi si commovevano tutti e due fin quasi a piangere, pensando ai compagni degli altri paesi, all'opera di tutti, all'avvenire, al loro bambino che avrebbe visto un mondo migliore. Ed io alla mia volta, guardando quel bel giovane, quel “nemico della famiglia„ così innamorato e felice, pensavo quanto la famiglia lo nobilitava e gli dava forza, quanto era sano e fecondo l'amore in lui, in quella prima giovinezza in cui il matrimonio appare ancora alla più parte dei giovani della borghesia una cosa lontana, una fine da farsi dopo molti anni d'amori vagabondi, dì seduzioni, d'adulteri, un buon contratto per arrotondare il patrimonio o una buona alleanza per affrettar la carriera; e mi confermavo nella fede che fosse davvero un mutamento sociale benefico e santo quello per cui si sarebbe diffuso nella gioventù un tale amore, data la famiglia a tutti in quell'età, che ora non la vuole o non può averla per dure ragioni d'interesse o per ignobili ragioni di convenienza. Mentre io facevo queste riflessioni ed egli si disponeva a discendere, lo vidi mettere alla lesta non so che cosa nella tasca d'un signore che ci stava ritto davanti. Maravigliato, gli domandai spiegazione dell'atto. Egli sorrise: era un opuscoletto di sesto minimo, intitolato _I calunniatori del socialismo_, a cinque centesimi; egli soleva ficcarne così delle copie nelle tasche dei borghesi, sui tranvai, senza farsi scorgere; oh, non per convertirli, ci voleva altro; solamente per “chiarire le loro idee„, per distruggere le leggende assurde che s'andavano formando intorno al socialismo nella mente di molti, i quali finivano con crederlo tutt'altra cosa da quello che è. — Arrivati a casa — disse — leggono per curiosità, e forse si ricredono di qualche pregiudizio: è sempre quel po' di guadagnato. — E mi raccontò che altri usavano quel modo, di far entrar l'idea per la via delle tasche non potendo per la via degli orecchi, e che n'aveva avuto il primo pensiero il falegname di mia conoscenza, il quale seminava opuscoli in tutti i soprabiti, senza grande spesa, essendoci su ogni centinaio il ribasso del quaranta per cento. E accennandomi con una strizzata d'occhio il signore, soggiunse: — Ne ho già serviti tre questa mattina, — e contento e trionfante, come se avesse fatto tre conversioni, saltò giù in piazza San Carlo, dove vidi allontanarsi e perdersi fra la gente la sua bella testa bionda dorata dal sole.
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Ed ecco un altro sorriso sulla fronte del mio anno morente, un'altra pagina lieta per l'ultimo capitolo, un altro uomo felice: il giovane pittore che mi salta accanto sulla piattaforma, in via Garibaldi, con una stella di montagna all'occhiello e con un viso rosato, che è un annunzio di matrimonio in sembianza umana. Prevenni la sua parola raccontandogli come l'annunzio mi fosse stato dato il mese avanti da un'ondata di porpora che avevo visto salire alle guance d'una bella signorina, l'ultimo giorno che c'eravamo incontrati. S'imporporò un poco anche lui, e gli feci le mie congratulazioni: una creatura angelica, che avevo mille volte ammirata, pensando sempre che sarebbe stato fortunato il cittadino d'Italia su cui ella avesse racchiuso le sue ali. Folgorò dagli occhi; ma si mantenne serio e mi fece un discorso molto pacato. Si, era tutto fissato per il gennaio. Egli era contento. Buona indole, carattere sodo, giudizio, istruzione, molto affezionata a suo padre, un ex colonnello di fanteria, decorato di due medaglie al valore: sarebbe stata certo un'ottima madre di famiglia e sarebbero vissuti insieme di buon accordo. Ma io capii che quella pacatezza di psicologo ragionatore era una delle solite imposture d'innamorato; sotto a quelle parole compassate sentivo divampar l'anima, ed ero ben certo che se anche ella non avesse avuto la “buona indole„ e il “carattere sodo„ e “il padre decorato„ e tutte le belle doti d'“un'ottima madre di famiglia„ egli l'avrebbe amata furiosamente ad un modo e chiesta e voluta a tutti i costi. — Sa che è studentessa di medicina? — mi domandò. Finsi di non saperlo, e gli chiesi celiando s'egli le avrebbe lasciato continuar gli studi. — Ah, neppur per sogno! — rispose con slancio, non ricordandosi l'apologia delle studentesse che m'aveva fatto un giorno; ed io sentii nel suo accento una vampata di gelosia otelliana, che abbracciava nelle sue spire tutta quanta la Facoltà medica, e tutta la studentesca insieme, e tutta la clientela possibile, non esclusi i malati di dentizione. Mi restava la curiosità di sapere se proprio l'avesse conosciuta sul tranvai, come mi aveva detto, e gli domandai anche questo. Ne rise di cuore: era stato così, veramente, sulla linea di Ponte Isabella, gli ultimi giorni di maggio. — Non si ricorda — mi disse — del fatto raccontato dai giornali in quei giorni, d'un carrozzone della Belga che, sboccando sul corso Valentino, urtò e rovesciò una vettura postale, gettando a terra il cocchiere, che si ferì gravemente? — Non mi ricordavo. Ebbene, egli s'era trovato con lei per la prima volta su quel carrozzone, e gli aveva “fatto senso„ il veder lei, lei sola, mentre le altre signore strillavano o svenivano, discendere ardita e tranquilla e accorrere in soccorso del caduto e sollevargli da terra il capo insanguinato e posarselo sulle ginocchia per asciugargli la ferita col fazzoletto. — Ecco una ragazza di polso e di cuore! — aveva detto. Ed era rimasto ferito anche lui, ma d'una ferita per cui il fazzoletto non serviva. Poi... l'aveva rivista. E a poco a poco.... Ma sorvolò alle prime manifestazioni non corrisposte, al periodo, che doveva esser stato abbastanza lungo, quando egli inveiva contro le ragazze torinesi, figlie di Borea, fredde come le Alpi, calcate tutte l'una sull'altra come figurine di carta, e saltò subito a dire della conquista immediata, fulminea ch'ella aveva fatto di suo padre, la prima volta che gliel'aveva indicata in tranvai. — Già, fu proprio così — concluse — sulla linea di Ponte Isabella, in un carrozzone chiuso della Società belga, che portava il numero 125. — E non accorgendosi ch'io ridevo a sentirgli rammentare anche il numero, tirò fuori il portafogli, e come avrebbe fatto della reliquia d'un santo, ne cavò fuori con riguardo e mi mostrò lo scontrino bianco di quella corsa memorabile, ancora intatto, come se fosse del giorno stesso. — Così — disse col suo sorriso ingenuo — se un giorno mi farà disperare, io le mostrerò lo scontrino, e le dirò: Ah, come ho speso male i miei dieci centesimi! — Ma l'amore, la felicità che scintillava sul suo buon viso di fanciullone erculeo smentivano l'apparente sincerità di quella supposizione. E ripose accuratamente nel portafogli il suo biglietto di partenza per il paradiso terrestre. Era felice, sì, proprio. E me lo confermò lo sguardo e l'accento involontario di pietà col quale, per cambiar discorso, mi domandò se procedeva il mio lavoro, come domanderebbe un milionario a un parente povero se è bene avviata una sua lite per un'eredità di qualche centinaia di lire; felice al punto che, nel domandarmi ancora se nel mio libro ci sarebbe stato anche lui, mi lasciò quasi comprendere che non gli sarebbe spiaciuto di entrarci. Ma quando discesi mi salutò con un sorriso che mostrava già il pensiero assai lontano da me: il _buona sera_ era per me; il sorriso era già per la signorina del numero 125. Ma io avevo un mezzo permesso di incastrare il suo romanzetto nella mia _Carrozza_, e me n'andai soddisfatto della mia corsa.
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Un altro felice; ma non con soddisfazione mia; anzi un brutto momento per me in un carrozzone caratteristico della vigilia di Natale, partito da Porta Palazzo, pieno stipato di signore e di ragazzi carichi di presepi, di Gesù bambini, di pastori, d'asini e di bovi, mezzo nascosti fra i rami di mirto e di lauro, con giocattoli fra le braccia, scatole di fichi sulle ginocchia e arance e melagrane nelle tasche e fra le mani: un misto d'Arca di Noè, di boschetto e di dispensa, da cui usciva un fremito e un trillìo confuso d'anime in festa. Davanti a me, sulla piattaforma posteriore, c'eran due carabinieri, che davan le spalle all'uscio; alla mia sinistra un gruppo di persone attempate e gravi, che discorrevano amichevolmente del voto dato dalla Camera alla lotteria per le Opere pie di Torino. Dopo aver ascoltato per un po' i loro discorsi, tornando a guardare dentro al carrozzone, incontrai lo sguardo di Guyot, seduto fra due presepi. Subito egli voltò gli occhiali e il pizzo da un'altra parte, corrugando la fronte, con l'espressione di chi torce lo sguardo da un serpente boa. Barbaro Guyot! Non era pago della vendetta atroce di due mesi avanti; m'odiava dunque a morte veramente; era proprio un nemico implacabile! E aspettai che il suo sguardo si fissasse un'altra volta nel mio, risospinto dall'odio stesso che glie lo faceva fuggire, per fargli comprendere con uno sguardo che non m'eran rimaste nelle carni, com'egli forse credeva, le sue frecce avvelenate, che godevo d'una buona salute ed ero ancora in grado di far del male alla società. Ma invano. Non si voltò più. La mia vista, pensai, è davvero per lui un supplizio insopportabile, quando non mi debba guardare per torturarmi! E pazienza. Intanto salì sulla piattaforma altra gente, forzando a cambiar di posto quelli che già c'erano, e tutti insieme si rimescolarono, urtandosi e pigiandosi, cercando ciascuno la posizione meno incomoda per tirare il respiro e per resistere ai trabalzi. Cessato appena il serra serra, parecchi discesero, fu un'altra volta visibile dalla piattaforma l'interno, e quale non fu la mia maraviglia, riguardando dentro, al veder gli occhi del mio nemico vaganti sulla mia persona con un leggero sorriso che pareva di benevolenza! Doveva esser seguito un miracolo. Pensai che, dopo il primo moto invincibile di repugnanza destatogli dal mio aspetto, ripensando alla vendetta passata, egli avesse avuto un senso di resipiscenza, un pentimento d'aver passato il segno, d'avermi offeso troppo nel vivo, e volesse farmi capire che, se non pentito, era appagato della rivalsa che s'era presa, e intendeva di desistere, cominciando da quel giorno, dalle ostilità. Eppure, il suo sorriso non diceva questo ben chiaro, era un sorriso ambiguo, c'era sotto un barlume di compiacenza maligna. E, fissandolo, m'accorsi che il suo sguardo sorridente oscillava su di me come un pendolo, oltrepassando di qua e di là la mia persona. Che cos'era mai? Mi guardai a destra e a sinistra.... Abbominevole furfante! Era seguito,
come suole avvenir per alcun caso,
che i due carabinieri, separati dal rimescolio dei passeggieri salenti e scendenti, avevan dovuto spostarsi, e dopo vari giri sopra sè stessi s'eran ritrovati l'uno alla mia sinistra, l'altro alla mia destra, ed io stavo in mezzo a loro come un arrestato. L'iniquo Guyot si deliziava della vista di quel quadro. Il quadro gli rappresentava l'adempimento d'un suo desiderio, l'attuazione d'una profezia, la mia fine meritata e inevitabile, il vero posto che spettava a me nella società. Ed io che m'ero illuso.... Ma quello che più mi irritò non fu la sua gioia di quel momento: fu il pensare che avrebbe portata quella gioia a casa, descritto il quadro in famiglia, esilarato gli amici al caffè; che quel mio ammanettamento ideale sarebbe servito in gran parte — oh, senza dubbio! — ad abbellirgli le feste di Natale. Fui tentato di scender subito; ma mi rattenne un altro poco il pensiero ch'egli avrebbe goduto anche di quella fuga, dicendo: — Eh, già, si capisce, si sentiva a disagio... — Ma poi non ci potei più reggere, tirai il campanello e lacerai il quadro saltando giù, dopo avergli lanciato un'occhiataccia, che deve avergli fatto dire: — Che sguardo! Ha rivelato la sua vera natura. E adesso? Chi sa? Quella gente lì è capace di tutto....
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Ma fu questa la sola brutta avventura ch'io ebbi in quell'ultimo mese.
La mattina di Natale, rallegrata dal sole, i tranvai riboccavano di signore impellicciate, di bimbe con grosse bambole dai riccioli biondi strette contro al petto, di signori che portavano a casa la ghiottoneria supplementare per il pranzo, di bottegaie in gala e d'operai con la barba fatta; tutte faccie serene e vivaci; con le quali non contrastavano che quelle rannuvolate dei cocchieri e dei fattorini, tristi o stizziti della rude giornata di lavoro che si vedevan davanti, incominciata per loro al lume delle stelle e destinata a finire fra chiassi e prepotenze d'ubbriachi, dopo quattro bocconi ingozzati alla disperata. Ah, le feste solenni, per quanta gente sono terribili! Salito in piazza Carlo Felice per andare in piazza Statuto, mi parve di ritrovarmi sullo stesso carrozzone in cui avevo fatto la stessa corsa il primo giorno dell'anno: era un continuo salire e discendere di signori e di signore, uno scambio di scappellate e d'inchini, un baratto di sorrisi e di cerimonie, come in una sala di ricevimento. Per un tratto, da piazza San Carlo a piazza Castello, il tranvai fu tutto signorile: tutto penne di struzzo, manicotti di martora, luccichìo di braccialetti e di spille, di libretti da messa e di borse di confetti, tutto eleganza, complimenti e profumi. Quanti eran là dentro che pensavano al “fanciul celeste„ nato fra un asino e un bue mille e ottocento novantasei anni avanti, e alle parole ch'egli aveva dette al mondo: _quod superest date pauperibus?_ Ahimè! Il bambino voleva dir per l'uno il principio del carnevale, per l'altro l'apertura del Teatro Regio, per questo una festa chiassosa in famiglia, per quello una strenna splendida; e i soli altari su cui molti altri l'adorassero erano le lucide vetrine di bottega dinanzi a cui correva il tranvai rapidamente, piene di capponi, d'aragoste e di gelatine. In non uno forse di quei mille battezzati che vedevo passare si formava il proposito di mutare, cominciando da quel giorno, pensieri e consuetudini dell'animo, di esser buono, giusto, sincero, umile, di amar tutti e di perdonar sempre come il maestro sublime di cui ricorreva il dì natalizio. E studiavo appunto a uno a uno tutti quei visi che non spiravano altro che compiacenza del lusso, vaghezza di attirar gli sguardi e desiderio e aspettazione di piaceri mondani, quando, in piazza Castello, salì una coppia coniugale, che, non trovando più posto dentro, si piantò in faccia a me sulla piattaforma. Era la supposta moglie dell'impiegato postale, la _nostra capitanessa_, come dice il Ferravilla nel _Calzolar di donn_, stretta al braccio d'un placido ometto di quarant'anni, suo marito senz'alcun dubbio, che sorrideva vagamente con gli occhi socchiusi, come compiacendosi dell'abbandono di ragazza innamorata con cui gli si lasciava andare addosso la sua graziosa donnina. Il capitano era dimenticato! E se quella dolcezza amorosa di lei non derivava dalla successione d'un tenente, significava un ritorno del cuore pentito e spoetizzato della colpa al sano affetto matrimoniale, alla modesta ma salda felicità circoscritta dallo sportello delle lettere raccomandate. E me ne rallegrai, anche perchè potevo così chiudere in forma edificante nel mio libro la storia della sua avventura. Un momento essa mi guardò, e parve che mi riconoscesse, ricordandosi forse del giorno che lei e l'altro mi volevan mettere fuori del carrozzone. Vidi passare un'ombra sul suo viso.... Ma che aveva a temere? Ch'io le preparassi il tiro che le faccio per le stampe non se lo poteva sognare. Infatti, si rinfrancò subito e si strinse più forte al marito, che questa volta chiuse gli occhi affatto, con un sorriso più soave. _Dormi, fanciul celeste._
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