Part 30
Dopo il Natale passarono alcuni giorni senza ch'io vedessi più alcuno. Pareva che i miei personaggi m'avessero già tutti abbandonato e fossero scomparsi nella nebbia che tornava ad avvolgere la città, umida e densa, nascondendo ogni cosa. Solo il terzultimo giorno ne ritrovai due nel carrozzone del Martinetto, in via Garibaldi, sotto un raggio fuggitivo di sole. Stando sulla piattaforma, un po' a sinistra dell'uscio, vidi dentro, di profilo, la sposa del borgo San Donato, col capo inclinato dalla parte opposta alla mia, nell'atto della Madonna della Seggiola. Mi passò un'idea. Sporsi il capo.... Ebbene, non credevo d'aver messo tanto affetto a quei due poveri esseri. Fu una vera gioia quella che sentii. Essa teneva sur un braccio un bambino in fasce. Alla sua destra, in fondo, sedeva suo marito. Ma era lei veramente? Aveva nell'atteggiamento del capo e del busto tutta la grazia che può dare la maternità a un corpo infelice; nel viso una luce nuova, come la coscienza altera e forte d'essere una creatura necessaria e sacra a un'altra creatura, e gli occhi più grandi e più dolci, con l'intensità di sguardo di chi fissa un orizzonte, come se in quegli altri due piccoli occhi in cui fissava i suoi ella vedesse come per due spiragli un mondo misterioso e lontano. Era venuto dunque l'aspettato, la grande consolazione dell'iniquità della natura e della sorte, la cara speranza di tutti i giorni e di tutte le ore, quello che la poneva in alto come una regina e le ingrandiva la vita come il concetto d'un'impresa eroica! E proprio in quel punto parve ch'egli rispondesse: — Sì, son venuto! — con una voce acuta e imperiosa, che era segno d'un corpicino sano e gagliardo. Essa sorrise, si guardò intorno con aria timida, interrogò con lo sguardo suo marito, e con una mano in cui si vedeva la titubanza, arrossendo leggermente, fece sguisciar due bottoni dagli occhielli del petto; poi, con un atto risoluto e pudico insieme, che porgeva e nascondeva ad un tempo, appagò la boccuccia avida, che subito tacque, per bere la vita. Allora essa rialzò il viso rosato e trionfante. Ah santa maternità! In parola d'onore, era bella. E il povero giovane guardava quel visetto enfiato dallo sforzo del succhiare con un occhio fisso e amoroso, che pareva dirgli: — Bevi, bambino; piglia da lei col latte l'anima bella, l'amor del lavoro, la rassegnazione alla povertà, il coraggio, la dolcezza, la forza; succhia la vita della mia sposa, e sarai buono e onesto; bevi l'anima di tua madre, e sarai la nostra ricchezza e la nostra gloria! — E in quell'atto li lasciai, mandando un buon augurio a tutti e due, e uno al nuovo personaggio, che avevo amato io pure, di cui ero stato padrino in cuor mio prima che nascesse, e che sarebbe stato un ricordo gentile di tutta la mia vita.
*
Ed eccoci all'ultimo giorno, che per me fu solenne. Uscito verso sera dalla direzione della Società Torinese e attraversata la piazza solitaria della barriera di Nizza, salii sul carrozzone della linea di piazza Castello, qualche minuto avanti che partisse. I lampioni della barriera rompevano appena la nebbia fittissima, in cui si movevano come larve fattorini, cocchieri e guardie daziarie, espandendo in risa e in facezie l'allegria bevuta dai liquoristi vicini per festeggiare la fin dell'anno. Mi parve di riconoscere tra quelle voci i grugniti di Tempesta; ma li coperse subito il canto squarciato d'una brigata di beoni, uscenti da un'osteria della piazza, di cui non appariva che la lanterna vermiglia. Quando il carrozzone partì, io ero solo dentro, in un angolo. Era l'ora in cui sono affollati tutti i tranvai che vanno ai sobborghi e quasi vuoti affatto quelli che vanno dalla cinta al centro di Torino. Avrei potuto allungarmi sui cuscini della _Torinese_ e dormire tranquillamente; ma nonostante la stanchezza che m'aveva lasciata una notte insonne e una giornata di corse, non mi riuscì nemmeno d'assopirmi un po': mi distraeva la vista della strada nebbiosa, dove la fuga dei caffè sconosciuti e delle imboccature di strade che non riconoscevo e i larghi vani oscuri delle interruzioni del fabbricato, nei quali indovinavo la campagna dai lumi lontani, mi davano l'illusione d'entrare in una grande città straniera. Era quella l'ultima mia corsa dell'anno. Al pensarci, seguiva nella mia mente, per effetto dell'intento unico che in tutto quell'anno m'aveva guidato, una confusione di immagini singolarissima: si legavano i ricordi di tutte le corse, come se queste non fossero state interrotte dalle altre mille occupazioni della mia vita, e mi pareva d'aver fatto un viaggio continuo, a traverso alle quattro stagioni, di giorno e di notte, scendendo da un carrozzone per salire in un altro, andando avanti e indietro senza posa per tutte le vie, come se non avessi avuto altro domicilio che la carrozza di tutti. E tutte le persone, le scene, gl'incontri, gli accidenti che m'erano occorsi su quelle tavole mobili mi si affollavano alla memoria, distinti dagli altri avvenimenti della mia esistenza, come se questi avessero riguardato un altro me stesso, come se per un anno fosse stata separata nella mia esistenza e nei miei interessi l'umanità corrente sulle rotaie da quella che avevo visto e praticato fuori delle linee dei tranvai.
Ma, forse a cagione della solitudine e della stanchezza, e anche del tempo uggioso, erano le persone e le scene più tristi quelle che m'apparivano più vive. Lontano, come dentro alla nebbia, passavano le coppie amoreggianti sulle giardiniere domenicali, gli erotici appiccicati alle signore, le maschere del martedì grasso, le brigate brille, le teste tinte, le passeggiere saltatrici, una confusione bizzarra di monache e d'avventuriere, di contesse e d'erbivendole, di balione fiorenti e di zitellone malinconiche, di magistrati, di carabinieri e di “sovvertitori„; passavano e svanivano. Ma vicino, immobili, e come sotto il lume del carrozzone, vedevo l'angoscia della vecchia madre singhiozzante alla visione di Abba-Garima, la disperazione cupa di Taddeo e Veneranda fulminati dalla morte della loro creatura, il carro funebre del buon veterano che attraversava la strada al tranvai, e il cadaverino sanguinoso del bimbo schiacciato, e il finto sonno miserando della vecchia meretrice trafitta dagli sguardi dell'innocenza coronata di fiori. Quanti dolori, quante miserie anche in quelle poche gabbie volanti, dove pure i dolori e le miserie maggiori non salgono! Ruppero un momento quella tristezza, passando a braccetto, il pittore e la “vergine morta„, il tipografo biondo e la sua compagna, e gli sposi di borgo San Donato, felici. E poi un'altra ondata di gente dolorosa mi passò davanti: la povera donna sformata dal cancro, la tisica schiantata dalla tosse, la mamma angosciata della corona mortuaria troppo povera, e il fattorino percosso a sangue, e tutti i suoi compagni intirizziti, fradici, rotti dalla stanchezza, che mostravan negli occhi velati il tormento del sonno e il terrore della multa, e in mezzo a loro il mio buon camerata della Scuola di Modena, nella sua uniforme di controllore, che mi faceva un cenno triste di saluto....
Mi ruppe il corso di questi pensieri una brusca fermata. Dov'eravamo? Riconobbi vagamente piazza Nizza a traverso al velo della nebbia. Alcune persone salirono. Il tranvai si rimise in moto e io mi rituffai nei ricordi.
Miserie, sventure, dolori. Ed anche quante tristizie, quante viltà, quante vergogne! Ma qui seguiva una lotta nell'animo mio. Dietro la faccia bestiale di Tempesta martirizzatore dei cavalli s'alzava il viso onesto e buono di Giors, che mi diceva sorridendo: — Hai conosciuto me solo; ma ci sono molti altri Giors, te lo assicuro. — Mi sorgeva davanti Desbottonass, abbrutito e inferocito dall'alcool, e dietro a lui una schiera d'altri briaconi suoi pari; ma subito si cacciava tra me e la sua immagine l'operaio lattoniere, che mi accennava una folla d'amici suoi, ai quali brillava sulla fronte, come a lui, una dignità nuova, il raggio della vita intellettuale, l'ardore d'un santo e infaticabile apostolato di civiltà, d'amor fraterno e di pace. Mi veniva innanzi uno stuolo di signore e di signori orgogliosi, sdegnosi del contatto del popolo e spiranti in ogni atto un disprezzo insultatore della miseria e provocatore dell'odio; ma al momento stesso lo stuolo s'apriva per lasciarmi vedere la dolce signorina bionda, intenerita e altera di sorregger con la spalla la testa grigia del vecchio muratore svenuto. Mi rivedevo di fronte il ricco egoista ed esoso, incredulo della fame, calunniatore della povertà, lesinatore arrabbiato del centesimo; ma m'appariva accanto a lui la buona famiglia borghese, impietosita dal dramma, che accarezzava il visetto nero e ficcava il gruzzolo in tasca allo spazzacamino. Mi si rizzava in faccia la persona tronfia di Tintura Migone, il negriere fallito, insolente con gli umili, prepotente coi deboli, aborritore dei bambini; ma spuntava al di sopra dei suo capo il viso ardente, copriva il suo brontolìo la santa voce di donna Chisciotta, che mi diceva: — Ci son io, e valgo io sola un esercito di costoro! — Poi da capo m'avvolgeva una folla di superbi, di sordidi, di depravati, di vili, che mi schernivano e mi dicevano: — Che cosa sogni, imbecille! Il mondo siamo noi —; e un'altra volta accorrevano donna Chisciotta e Giors e la signorina bionda e il lattoniere e gli sposi di San Donato e il tipografo dalla testa d'oro, e mi dicevano tutti insieme: — No, quelli non sono il mondo come non sono il cielo le nubi nere, se anche lo coprano intero. Spera in noi, credi in noi, confortati in noi; noi siamo le avanguardie d'un'umanità bella; noi abbiamo l'avvenire sulla fronte e la vittoria nel cuore; sarà nostro il regno del mondo.... —
Fui un'altra volta interrotto; il tranvai si fermò; riconobbi nella nebbia l'obelisco dei ribelli del 1821: eravamo in piazza San Salvario; salirono altri passeggieri; si ripartì.
Allora la stanchezza mi vinse, chiusi gli occhi, mi sentii salire il sonno al cervello, e rimasi non so quanto in uno stato come di dormiveglia febbrile, agitato da immagini vivacissime. Vedevo a traverso ai vetri del carrozzone la strada rischiarata da torrenti di luce bianca, corsa da una moltitudine fitta di carrozzoni luminosi e di enormi carri sovraccarichi, non più tratti da cavalli, di carrozze d'ogni grandezza e d'ogni forma, mosse da una forza occulta, che s'incrociavano e s'incalzavano rapidissimi, come nella previsione confusa del vecchio fabbro, amico del lattoniere; e pensando al tempo in cui le vie risonavano di schiocchi di frusta e di grida di carrettieri e di cocchieri, mi pareva che fosse un tempo remotissimo, del quale serbassi appena la memoria. Guardavo il tranvai che mi portava, ampio e elegante come una sala, e la gente che lo riempiva mi pareva anch'essa mutata. Erano diversamente vestiti; ma non più con grandi differenze, come se i signori e i poveri si fossero ravvicinati, quelli discendendo e questi salendo a una mediocrità decorosa; e non vedevo più nei modi un contrasto di volgarità e di gentilezza, ma una garbatezza uniforme, meno manierata della presente, una cortesia dignitosa e semplice, senz'alcun indizio di ostentazione o di sforzo. E alcune cose mi riuscivano strane e mi facevan pensare. Due passeggieri in faccia a me discorrevano d'amministrazione comunale, e mi stupivo che parlassero così familiarmente, vedendo che l'uno aveva le mani delicate e bianche e l'altro due grosse mani brune di lavoratore, e più sentendo che il primo diceva: — Quando apersi la seduta.... — e che l'altro gli faceva in accento di rimostranza delle osservazioni a cui egli prestava un'attenzione viva e rispettosa, come da pari a pari; e mi sembrava d'aver visto quei due visi lungo tempo addietro, come nei primi anni della mia infanzia. Così non mi riusciva nuovo il viso del conduttore in bella divisa, che ogni tanto vedevo di profilo sulla piattaforma, nell'atto d'avvertire garbatamente quei che scendevano di badarsi dalle carrozze che passavano; e mi destava una vaga reminiscenza l'aspetto d'un ragazzino seduto in un angolo, con un fascio di libri sotto il braccio, lindo e sorridente; e domandai a me stesso: — Dove ho visto costui? — vedendo un operaio che smise di leggere il giornale e s'alzò rispettosamente per cedere il posto a una vecchietta ben messa, che entrava salutando tutti con un sorriso, e che mi fece anch'essa l'impressione d'una conoscenza antica, ma dimenticata da molt'anni. Poi, a poco a poco, spuntò nella mia memoria come un raggio, che rischiarò quei visi l'un dopo l'altro. Nei due che parlavano degli affari del Comune riconobbi il sindaco di Torino e il falegname propagandista, il conduttore era Tempesta rincivilito, il ragazzo era lo spazzacamino redento, l'operaio del giornale, Desbottonass, rigenerato, e la vecchietta ultima entrata, la madre del soldato, rifatta. E quel contrasto fra le immagini antiche e quella novità degli abiti, dei modi, degli sguardi, degli accenti, che rispondeva a una mia vaga e ardente speranza del tempo passato, quando a sperar quelle cose s'andava in carcere, mi riempiva il cuore d'una dolcezza inesprimibile, d'una gioia che mi mandava agli occhi le lacrime. E avevo bisogno di sfogarmi, di far festa con gli altri, di gridare: — Non era dunque un sogno, no! Com'è bello! E come s'è potuto credere un sogno? — e stavo per fare il mio sfogo con uno sconosciuto mio vicino, quando questi mi prevenne afferrandomi una mano e sciamando: — No, non era un sogno; ed è bello, sì; e come ho potuto creder questo una follia scellerata? — Mi voltai, vidi due occhiali e una barba a pizzo: era Guyot!
Ma la mia esclamazione di maraviglia e il sogno con essa furono rotti da un _alt_ vigoroso, che risonò nel tranvai, e che mi svegliò come un pugno. Apersi gli occhi e riconobbi nella nebbia il corso Vittorio Emanuele, dove avevo da scendere per andar a pigliare il tranvai di corso Vinzaglio, che m'avrebbe portato in piazza Statuto. Trovai a stento un po' di posto sulla piattaforma davanti affollata, dove salirono ancora, all'imboccatura di via Roma, altri due; uno dei quali rimase sul predellino, in barba al regolamento, con una gamba spenzoloni, come un acrobata sopra un trapezio.
Eran tutti cappottoni di buon panno, tube lustre, “risotti„ freschi, baffi arricciati, caramelle luccicanti, tutta gente per bene, eccitata dal pensiero allegro della cena di mezzanotte, e anche dal solo pensiero della fin dell'anno; chi sa perchè? e ridevano di quel pigia pigia, cacciandosi a vicenda dei nuvoli di fumo nel naso, negli orecchi e nella nuca, e domandandosi scusa l'un con l'altro delle fiancate e delle pestate di calli, con una familiarità da veglione. Di tratto in tratto il tranvai si fermava per lasciar discendere o salire una signora; e allora raddoppiava il buon umore e il chiasso, dovendo saltar giù quattro o cinque per aprirle il passaggio, e sforzandosi gli altri per far rientrare i petti e le pancie; non tanto però da non sentire il contatto morbido dei mantelli e dei manicotti e i profumi delicati delle capigliature, che facevano scintillare gli occhi e dilatare le nari. E così si percorse il primo tratto di via Roma, si passò accanto a Emanuele Filiberto grandeggiante nella nebbia e s'infilò la strada tra piazza San Carlo e Piazza Castello. Qui, per lasciar passare un grosso signore che scendeva, girai sui talloni e mi trovai davanti, quasi a naso contro naso, nella piena luce d'una lampada elettrica, _Siapure_; il quale aperse gli occhi e la bocca con quella particolare espressione di brusco stupore che suol provocare l'apparizione inaspettata d'un nemico, e che io sentii riflessa nello stesso punto sul mio viso. Fu un momento solo, che mi bastò a dir tra me: — Tocca a lui, poichè lo mandai a salutare dalla figliuola, — e un impulso brutale dell'orgoglio mi fece girar di nuovo su me stesso, voltandogli le spalle; pentito dell'atto, peraltro, avanti che fosse compiuto. — Ah, impostore! Non era dunque sincero il saluto alla bimba se non hai osato di ripeterlo al padre! — Ma era troppo tardi, dopo quell'atto. — È finita, dunque, — pensai — fuggita quest'occasione, non se ne offrirà un'altra mai più; resteremo nemici per sempre! O miseria dell'anima mia!
— Edmondo, — sentii dire in quel punto da quella voce, che da tanti anni non avevo più intesa.
E allora mi voltai di scatto, gli misi un braccio intorno al collo e lo baciai sul viso; egli fece l'atto stesso, e mi rese il bacio. E restammo un momento così, col respiro oppresso, senza poter parlare. C'era lì sulla piattaforma il controllore colosso, l'ex carabiniere, che ci lanciò un'occhiata severa, non parendogli forse regolare una scena simile sopra un tranvai in servizio. Ma Siapure non se ne accorse; aveva gli occhi umidi, il mio buon Siapure. Mi strinse ancora una mano fra le sue; poi diè uno strappo alla correggia del campanello, dovendo scendere.
— Voglio rivederti domani, — gli dissi.
— Verrò da te con la bimba, — rispose.
E discese. Sentii una grande contentezza; ma fu breve, chè subito vi succedette un sentimento amaro di commiserazione per me stesso. O Dio buono! E c'eran voluti tanti anni per fare una cosa così semplice, così ragionevole, così buona per tutti e due!
Ma mi distrasse Giors, al quale mi trovai daccanto, essendo scesi tutti gli altri in via Garibaldi. Era allegro; gli piaceva la nebbia, che secondo non so quale sua teoria fisiologica “rinforza l'uomo„ e lo stuzzicava la vista dei buoni bocconi esposti nelle vetrine illuminate dei salumai. Mi parlò con molte esclamazioni ammirative d'un tacchino in gelatina che aveva visto in via Roma. Ah, sacrista! che bel bestione! che maraviglia! una rotondità di mappamondo di cavalla, una bianchezza di latte dentro a quell'oro, tre chilogrammi di ben di dio, una tentazione che non se la poteva levar dalla mente, che gli ballava davanti agli occhi per la strada, e la bocca gli faceva acqua come una fontana. E rideva, dicendo questo, e faceva la gobba come se quel ben di dio l'aspettasse alla barriera di Francia, sul piccolo desco dei lupicini; al quale nemmen quella sera, pover'uomo, non si sarebbe potuto sedere. Ma troncò quel discorso per fare i suoi complimenti a una giovine bambinaia che salì sulla piattaforma, con una bellezza di bimba in braccio, d'un anno al più, bionda come il sole, colorita come una pesca, vestita d'una cappottina azzurra elegantissima, tutta guernita di pelo bianco sopraffino, che le faceva come una corona di gelsomini intorno al viso incappucciato. Giors si voltò indietro per aprir l'uscio; ma la ragazza gli accennò di no, che non s'incomodasse: la bimba era capricciosa, non voleva star dentro ai carrozzoni; guai a portarcela; le piaceva star sul davanti a veder correre i cavalli; non era ancor di sei mesi, che già aveva manifestato risolutamente quella volontà. E detto questo, rimase accanto a lui, tenendo la bimba su, col capo all'altezza del suo, tanto accosto che quasi si toccavano. La vicinanza di quella bimba eccitò Giors fuor di modo. Diede in una risata enorme. — Ah, la bella _totina_! Lei vuol star fuori, vuol stare; vuol star qui accanto a Giors; non ha mica paura dei suoi grossi baffi da spaventapasseri. Ah, che amore di creatura! È l'amica dei cocchieri, lei. Ecco una signorina che sa stare al mondo! — E chinando il viso verso di lei, godeva a far scorrere la guancia sulla guarnizione bianca e morbida del suo cappuccio, e rideva, esclamava, la guardava negli occhi con la dolcezza d'un padre e l'allegria d'un fanciullo.
Non m'era mai parso tanto buono come mi parve in quel momento, mai tanto retto e sano il suo sentimento della vita; mai non avevo compreso così chiaramente da quali pure e profonde sorgenti di bontà innata derivasse la sua allegrezza, il suo coraggio, la sua energia al lavoro, l'amabile e forte serenità della sua anima onesta.
— Ah, la mia bella _totina_! — continuò a esclamare. — Guardate che begli occhietti azzurri e che botton di rosa d'una bocca! Che pan di burro! Ecco una ragazza che troverà marito anche senza dote! Parola d'onore, se non n'avessi già tre, ne vorrei aver una compagna....
Ed eravamo già in piazza Statuto, tutta grigia di nebbia, ch'egli seguitava a fare le sue dichiarazioni d'amore. Lo pregai di fermare; fermò, e mi disse con la sua voce cordiale: — Buon anno, monsù!
— Buon anno, Giors! — gli risposi.
Egli parve colpito dall'accento con cui gli feci quel saluto. Mi guardò, e poi mi rispose la parola che da molto tempo ripeto sempre, e che mi pare la più dolce e la più sapiente delle parole umane: — Speriamo!
Sì, mio buon Giors: speriamo!
FINE.
INDICE
CAPITOLO PRIMO
(pag. 1 a 30).
_Gennaio._
La prima idea del libro. — I due amanti di Borgo S. Donato. — La nevicata. — Giors il cocchiere. — Il dilettante di tranvai. — Cocchieri e fattorini. — La vecchia di Pozzo di Strada. — La _vergine morta_. — Il mio nemico. — Il fattorino Carlin e la politica africana. — H cavaliere Bicchierino. — Studi sui passeggieri. — L'ultimo impulso. — I due bambini.
CAPITOLO SECONDO
(pag. 31 a 79).
_Febbraio._
Il pittore e i gelosi. — La linea di Nizza. — Il cocchiere Tempesta. — Lei, voi e tu. — I prepotenti. — Carlin. — Gli sposi inglesi. — I cavalli. — Hop! hop! — Una corsa fortunata. — Il poeta. — Siapure. — Politica brilla. — Ah! che politicon! — Le giardiniere. — Il biciclista e la _vergine morta_. — La donnina intrepida. — Il carnevale. — La vecchietta addolorata. Agitazione elettorale. — Il falegname socialista.
CAPITOLO TERZO
(pag. 80 a 112).
_Marzo._
Abba Garima. — La mente di Carlin. — Il veterano e il suo cane. — Sposi! — Un convegno sul tranvai. — Il bel capitano. — La linea del Valentino. — La linea di Borgo Nuovo. — Chisciottina. — Il pittore che cerca moglie. — L'invasione della _réclame_. — Giors e la madre del soldato. — La madre del soldato. — Prime aure di primavera. — Le comunicande.
CAPITOLO QUARTO
(pag. 113 a 155).
_Aprile._
_Il cocchiere marchese._ — La studentessa di medicina. — Il buon travet. — I tranvai della domenica. — Tintura-Migone. — Taddeo e Veneranda. — Desbottonass. — Tempesta affamato. — Tempesta punito. — Il cuore di Giors. — I liberati dal carcere. — Una disgrazia. — Quistione di colori. — Mancanza di pudor sociale. — La civetta. — Caramella rifiutata. — Passaggio d'ammanettati. — Il lattoniere e il capomastro. — Guyot. Macchiette varie. — A che ora, stasera?
CAPITOLO QUINTO
(pag. 156 a 193).
_Maggio._
_Primo Maggio._ — Il tipografo biondo. — Una per uno. — Discorsi intesi a frullo. — Il mercato. — Il capitano e la signora. — Il veterano felice. — Il mio piccolo raccomandato. — La protettrice del cocchiere. — Donna Chisciotta trionfante. — Gelosia coniugale. — Il pittore, avvocato delle studentesse. — Il terzo aspettato. — La questua per i prigionieri. — Il fattorino bastonato. — L'operaio ubbriaco. — Il litro e la bottiglia. — Simpatie. — L'incontro dei due amanti.
CAPITOLO SESTO
(pag. 194 a 242).
_Giugno._
Le teste del prossimo. — I cappellini delle signore. — Inconvenienti dei tranvai. — La festa dello Statuto. — I primi calori. — La signora e l'erbivendolo. — Le tre coppie. — Una corsa tempestosa. — L'amante del _marchese_. — Uno scandalo. — La punizione del tiranno. — Il falegname e la studentessa. — La colazione di Giors. — Per la _Torinese_ e per la _Belga_. — Il malato. — Personaggi comici. — Il fattorino dantista. — La piccola convalescente. — Avanti! — La bambina di _Siapure_. _Desbottonass_ intenerito.
CAPITOLO SETTIMO
(pag. 243 a 281).
_Luglio._