Part 28
La stagione, intanto, benchè non fosse ancor nevicato, incrudiva, e i tranvai correvano la mattina presto fra gli alberi e lungo le siepi dei viali biancheggianti di brina, come in mezzo a una maravigliosa vegetazione di filigrana, e sotto i fili del telefono e delle lampade voltaiche tutti bianchi, somiglianti a fasci di cordoni di lana; e cominciavano i cocchieri e i fattorini a pestare i piedi e a mandar fumo dalla bocca, mettendo mano alle provvigioni dei sagrati invernali. Fu una di queste mattine brinate che, strizzato dall'aria fredda di Via Garibaldi, non potendo più reggere sulla piattaforma, mi cacciai dentro al carrozzone, dove mi trovai davanti la studentessa di medicina e suo padre. Essa sedeva nell'angolo vicino all'uscio, bianca come la filigrana degli alberi e i baffi paterni; e il suo bel viso d'angelo imperturbato, invulnerabile dalle passioni umane, sorgeva con la grazia d'un giglio fuor dal bavero a tromba della mantellina nera che le avvolgeva il collo. Suo padre stava seduto col busto ritto e col petto sporgente come doveva stare a cavallo alla testa del suo reggimento. Non si parlavano. Gli occhi grandi e dolci di lei si volgevano qua e là, secondo il solito, guardando tutti come se non vedessero alcuno, ed io mi potei compiacere meglio dell'altre volte nell'immaginazione del suo corpo vestito di bianco e coronato di rose, disteso fra quattro ceri, con le mani incrociate sul petto virgineo, che non conobbe l'amore. Prima che s'arrivasse a metà della via, il carrozzone era pieno dentro e affollato sulla piattaforma. Molti la guardavano; ma, come sempre, pareva che essa non se n'avvedesse. Tutt'a un tratto s'animò, scosse vivamente il capo, sorridendo, come se salutasse qualcuno a traverso al vetro dell'uscio, ed io vidi una cosa strana, inaspettata, incredibile: un'onda di porpora le coperse il viso fino alle tempie e i suoi occhi raggiarono d'una luce nuova, vivissima, dolcissima, che mi fece l'effetto d'un prodigio, come se in quel momento ella si fosse trasformata da statua di marmo in donna di carne e di sangue. Suo padre pure aveva salutato con un sorriso e uno sguardo amichevole. Mi voltai prontamente a sinistra per vedere a traverso al finestrino chi avesse operato il miracolo; ma mi trovai in faccia un maledetto vetro colorato con l'annunzio della China-Migone, che intercettava la vista: vidi soltanto per aria, di là dall'uscio, un cappello a cilindro che salutava, e che scomparve subito come un'ala di falco. Ah, quel cilindro non poteva essere che d'un giovane, quel giovane non poteva essere che un amante, quell'amante non poteva essere che un fidanzato. Gli occhi di lei, che rimasero fissi, sfavillando, sulla persona invisibile, la porpora che si fece men viva, ma non disparve, e la bocca semiaperta e parlante che tradiva il palpito accelerato del cuore, mi tolsero ogni dubbio. La vergine morta innamorata! La vergine morta sposa! Era dunque possibile? E mi riprese una così smaniosa curiosità di sapere chi fosse _lui_, che per poco non commisi la villania d'alzarmi per guardar fuori. Ma non potei rattenermi a lungo, e per levarmi quel chiodo, tirai il campanello prima del tempo. — Chiunque sia — pensai — lo debbo riconoscere agli occhi. — Il tranvai si fermò, apersi l'uscio.... e mi trovai davanti il pittore in tuba, con un viso fiammeggiante, che diceva tutto. Fece un atto di forte sorpresa, arrossendo, e mi balbettò con un sorriso d'uomo impicciato: — Le darò poi una notizia. — Ah, non occorre! — gli risposi scendendo. — Mi darà delle spiegazioni; la notizia la so già, e me ne rallegro. — E lo lasciai lì stupefatto. Ma non quanto me. Era lei, dunque, la dea misteriosa; lei, la vergine morta! Chi se lo sarebbe sognato? Eppure, lo avrei dovuto sospettare fin dal giorno ch'egli m'aveva fatto quella curiosa difesa delle studentesse di medicina. Ma già, era uno di quegli indizi che si riconoscono a cosa scoperta. Era lei! Il colosso s'era innamorato d'uno spirito. E perchè no? Un matrimonio d'antitesi. Una bella coppia, del resto. E mi durò la maraviglia per un pezzo. La vergine morta!... Ma che vergine morta? La visione era mutata: ancora vestita di bianco e distesa come una morta; ma con le guancie di porpora e con le braccia aperte.... Oh, tutt'altra cosa. Infine, non poteva accader di meglio per il mio interesse di scrittore. E me ne tornai a casa soddisfatto.
*
Ma non doveva finire così lietamente il mese di novembre. Finì con un triste incontro. Fu l'ultimo giorno appunto, il giorno dell'uccisione della contessa Lara. L'aria era nebbiosa, gli alberi del Corso San Maurizio tutti bianchi come d'una incrostatura di sal gemma, e il sole senza luce nel cielo grigio, come un occhio enorme di moribondo. Salendo sul tranvai che andava verso il Corso Margherita, vidi dentro, a traverso al vetro dell'uscio, il viso del signor Taddeo, e gli feci un cenno di saluto. Egli mi guardò fisso e non mi salutò. Allora soltanto, al secondo sguardo, lo vidi così miseramente mutato, che m'attraversò la mente un pensiero improvviso come un fulmine: — La bambina è morta! — Sporgendo il capo un po' a destra vidi anche il viso della signora, e lo stesso sinistro pensiero mi ribalenò: — La bambina è morta! — Erano pallidi, d'aspetto invecchiato, improntati d'una tristezza tragica, immobile, disperata, somigliante all'espressione di stupore infinito che è qualche volta sul viso dei cadaveri. Il mio primo senso fu quasi di terrore, una tentazione di discender subito per non vederli, per non sapere. Ma mi rattenne una speranza: che qualche altra disgrazia li avesse colpiti, non quella: la perdita d'ogni avere, la morte del padre o della madre, uno spavento mortale per qualche tremendo pericolo corso. La bambina poteva essere nel carrozzone, non in mezzo a loro come le altre volte, ma alla sinistra della madre, in un posto che dal difuori io non potevo vedere. Ma benchè non avessi che a fare un passo a destra per veder se c'era, non ebbi il coraggio di farlo, come se avessi temuto di vedere accanto a lei, invece della bambina, una piccola bara. Eppure, com'era possibile? Mi ricordai dell'ultima volta che l'avevo vista, poco tempo addietro, così bella e vispa, ammirata da tutti, splendente di salute e d'allegrezza in mezzo ai suoi parenti trionfanti. E questo ricordo dandomi animo, feci il passo a destra. Ah! non vidi la piccola bara; ma fu come se l'avessi vista: vidi un mazzo di fiori sopra un ginocchio della mamma. Dei fiori fra le mani, con quel viso, essa non li poteva tenere che per portarli al camposanto, e su quella fossa. Soprastetti nondimeno, sperando ancora, con viva ansietà, per vedere se si fermavano sul piazzale delle Benne per prender la via del cimitero. Chi sa mai? Se non si fermavano, poteva darsi che la bambina vivesse. Furono pochi minuti d'aspettazione; ma mi parvero così lunghi! Tenevo gli occhi fissi su di loro, e mi batteva il cuore. Il tranvai sboccò sul piazzale e svoltò verso il Corso Margherita.... — È viva! — pensai. Ma in quel punto il padre s'alzò col braccio teso, e intesi un suono di campanello che mi fece rabbrividire come un — No! — inesorabile, risposto alle mie parole. Il tranvai si fermò: i due sventurati mi passarono davanti; il padre mi guardò e mi riconobbe. Io non osai di salutarlo. Egli mi diede uno sguardo torvo e mi disse con voce aspra: — È morta, sa; — la madre passò senza guardarmi.
CAPITOLO DODICESIMO.
Dicembre.
Col nuovo mese fui preso da un nuovo ardore di correre su tutte le linee alla caccia dei personaggi e delle avventure, illuso da questa ingenua speranza d'almanaccone superstizioso: che perchè avevo un libro da finire m'avrebbe aiutato la fortuna, presentandomi casi e scene singolari, adatti a dare alla _Carrozza di tutti_ una chiusa di romanzo; e già covavo sotto a quella speranza la tentazione di far tutto di fantasia l'ultimo capitolo, se la fortuna mi fosse fallita. Incurabile malato di romanticismo, tormentato dal bisogno di cucinar la natura in salsa piccante e di servirla in forme architettoniche come i bodini nei pranzi di gala! Proprio all'ultimo mi ridava fuori il malanno ereditario, dopo che m'ero attenuto fino allora all'intento di ritrarre la vita libera e sparsa come me la vedevo correre intorno, risoluto di fare un'opera informe, ma sincera. Ma l'illusione durò pochi giorni, l'ardore di correre fu spento fin dal primo da una di quelle solenni nevicate torinesi che fanno rientrare in petto i propositi di vagabondaggio poetico come i nasi nei baveri e le mani nelle tasche, e con quell'ardore pericoloso mi fuggì ogni tentazione di chiusa romanzesca. E fu tanto meglio, credo, per il mio scartafaccio.
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Nevicava fitto, a fiocchi larghi come scontrini di tranvai, la lunghissima via Nizza era tutta coperta d'un tappeto bianco, che smorzava il rumore dei carrozzoni nevosi, correnti sulle rotaie invisibili, e in mezzo a tutta quella bianchezza alpina nereggiava come un orso Tempesta, imberrettato e incappucciato, con tanto di guantoni e di zoccoli, non mostrando del viso che il naso a pera e i baffi a spazzola, agitati dal soffio d'un sagrato perpetuo. Se la pigliava coi fiocchi che gli entravano in bocca, con gli spalatori che ingombravano la strada, coi passeggieri che, salendo, gli scotevan sui piedi l'ombrello fradicio, e dava ogni tanto una stratta furiosa alla tenda immollata, che pareva si ritirasse per dispetto, lasciandolo scoperto all'intemperie.
— Brutto tempo, eh? — gli domandai con buon garbo. Mi rispose brusco: — A me lo dice? Una bella notizia! — Ne avremo forse per un pezzo, — soggiunsi. — Non lo so, — grugnì.
Ah povero Tempesta! Mi ricordai d'un matto della Villa Cristina che disegnava con la matita le varie parti del corpo che gli dolevano, schizzando in ciascuna una bestia feroce, la quale, secondo lui, rodendogli le carni, era causa del suo dolore; e mi domandai se proprio egli non avesse in corpo qualche animalaccio rabbioso, se non un serraglio intero, che lo dilaniasse. Ma già, non ce n'abbiamo uno tutti, non fosse che un bruco o un tarlo piccolissimo che ci dà delle giornatacce scellerate? Eppure, quanto più lo studiavo, tanto più mi pareva che, a casa sua se non altro, non dovess'esser un cattiv'uomo, perchè, insomma, egli sputava tanto tossico in servizio da non comprendersi come ne potesse ancor serbare per la famiglia dopo una giornata di dodici ore. A momenti ero tentato di battergli una mano sulla spalla e di dirgli amorevolmente: — O me lo vorresti dire, benedetto porcospino, da che parte si potrebbe toccarti per non pungersi? — Ci si punse in quel momento una vecchia signora, che avendogli detto timidamente, perchè fermasse: — faccia grazia.... — n'ebbe per risposta una spallata, con questo complimento: — Che _faccia grazia_!... Si dice _fermi_, si dice. — La cortesia gl'irritava i nervi come la musica fa andar del corpo certe bestie.
In piazza San Salvario, dove facevano la battagliola dei ragazzi, gli passò a un palmo dal naso una palla di neve: egli girò sui combattenti un'occhiata sterminatrice e mise un bramito di leopardo. Poi se la pigliò con uno dei cavalli, _Livorno_, che zoppicava, chiamandolo assassino, ladro, ciampicone da forca, e rincalzando ogni epiteto con una frustata. Uno dei cinque passeggieri che stavano sulla piattaforma s'arrischiò a fargli un'osservazione garbata: — Ma se zoppica, che colpa ci ha? — Si voltò come un'istrice: — Sì signore, è un vizio, una malizia; zoppica soltanto quand'è con me, ha da sapere! — E sbuffò. Poi soggiunse: — Bisogna conoscer le bestie prima di parlare. — Quell'altro rispose pacatamente: — Già, è proprio vero: prima di parlare... bisogna conoscer le bestie. — Tutti risero. E allora seguì un miracolo: sorrise anche Tempesta. Ma fu come un lampo sur una rupe. Subito si rioscurò, rimenò una frustata a _Livorno_, trattandolo di boia infame e di Giuda porco, e ricominciò a spandere per la lunghissima strada bianca il soffio della sua rabbia implacabile.
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Seguitò a venir giù neve, senza posa, così fitta da parere che se ne potesse far delle palle cogliendola a due mani per aria, densa al punto che i tranvai apparivano come ombre dietro al velo dei fiocchi, e non si vedevano ancora quando già li annunziavan vicini lo scalpitìo faticoso dei cavalli e il gridìo continuato dei cocchieri, affacciati ai finestrini delle tende come vedette alle feritoie d'una fortezza mobile. Ma tutta quella neve non smorzava il fuoco bellicoso di Carlin, che trovai un dopo pranzo sulla linea di Vinzaglio, furibondo per l'eccidio della spedizione del Cecchi, sopra tutto contro il Ministero perchè aveva dichiarato di non aver alcun proposito di “occupazioni militari„. Il bombardamento di Gezira e la fucilazione dei cinque Somali, invece di quetarlo, l'aveva irritato, come farebbe a un affamato un minuscolo antipasto di ghiottonerie stimolanti. Come sempre, egli avrebbe voluto bruciare, sterminare, disperdere ogni cosa, cancellare il Benadir dalla faccia dell'Africa. — Insomma — fremeva — tutti ce le danno e noi non le rendiamo a nessuno! Figure da nasconder la faccia nei calzoni! — E non riusciva a capacitarsene considerando che avevamo gente a bizzeffe, milioni d'uomini senza lavoro, una sovrabbondanza di gregge umana da dover benedire ogni occasione che si presentasse di spedirne fuori una gran quantità, per alleggerire l'Italia e invader “le terre dei cani„. — Cosa ne voglion fare di tutta questa gente? Siamo in troppi. Tutti i nostri guai vengon da questo. È il multiplicamini che ci rovina... — E della nostra eccessiva fecondità mi addusse una prova singolare. Giusto tre giorni avanti, su quella stessa linea, nel numero 139, una donna era stata presa dalle doglie, e c'era mancato poco che scodellasse un “passeggiere„ lì per lì, durante la corsa: s'era dovuto fermare il tranvai, e s'era fatto appena in tempo a trasportarla in una portieria di via Roma: al ritorno del tranvai l'amico era già fuori, che cantava come un gallo. — Vede _dunque_! — Proprio, la nascita intempestiva di quel bacherozzolo, per lui, era l'argomento Achille In favore d'una politica belligera in Africa. — _Bombardè! Bombardè!_ — e ripetendo questo suo “delenda„ dall'alto della piattaforma, con le braccia incrociate sul petto, fissava lo sguardo su piazza Castello bianca di neve con l'espressione di Napoleone primo nel _milleottocento quattordici_ del Meissonnier. Ma che diversi pensieri si volgono qualche volta nell'interno del tranvai e sulla piattaforma! Appunto in quel momento c'eran dentro da un lato parecchie belle signore; nei due angoli in fondo due signori in tuba, con la cravatta bianca, che andavano a qualche pranzo di gala; in faccia alle signore una mezza dozzina di giovani e brillanti ufficiali della Scuola di guerra, fra i quali un bellissimo tenente belga; e si vedeva negli occhi di quella compagnia silenziosa la fiammella della galanteria, si indovinava nell'aria di quel salotto ambulante una vibrazione di piccola corte d'amore, l'incrociarsi delle simpatie e delle attrazioni frenate dalla convenienza, un lavorìo vivo di immaginazioni eccitate, vagheggiaci tutt'altre conquiste da quella del Benadir, tutt'altre battaglie da quelle che il povero Carlin invocava mostrando il pugno alla neve.... Un simbolo anche questo: la politica che sbraita e vuol rifare il mondo, e l'amore, padron del mondo, che le ride alle spalle. Ma non espressi questo pensiero a Carlin per non scemargli quello che era forse il maggior conforto della sua vita. E come se, comparendo per l'ultima volta nei miei appunti, egli dovesse per me sparire dal mondo quella sera, gli feci, scendendo, un saluto cordiale, ch'egli interpretò come un'approvazione generale di tutta la sua politica del 1896, e che mi valse in risposta un buon sorriso di ministro soddisfatto a deputato devoto. E muoia la sua politica e viva la sua memoria....
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Continuò a nevicare, e anche io presi gusto quelle sere a cacciarmi nei carrozzoni, attirato dall'aspetto di intimità familiare, dall'immagine dì brigate raccolte a veglia, che offrivano i passeggieri pigiati dentro, soddisfatti d'essere al riparo dalle intemperie e particolarmente disposti, in quella comunione non ingrata di calorico animale, alle conversazioni amichevoli. Trovai in una di queste comitive fortuite, la sera della festa della Concezione, sulla linea di via Cernaia, il sindaco di Torino, rannicchiato in un angolo, e non riconosciuto da alcuno, fuorchè dal fattorino, che, stando fuori sulla piattaforma, lo guardava a traverso il vetro dell'uscio, curiosamente. Certo che l'illustre sindaco, vedendo quel povero fattorino col capo imbacuccato in un cuffione, infradiciato dalla neve, che lo guardava dal di fuori come il pezzente infreddolito guarda dalla strada il signore seduto al caldo nella trattoria, era a mille miglia dal pensare che quello fosse un conte come lui, forse di più antica famiglia della sua, certo d'un casato più famoso nella storia d'Italia. Ma di nessun pensiero malinconico dava indizio il viso del conte incognito, atteggiato all'espressione consueta di serena rassegnazione: pareva che egli si dilettasse della vivacità insolita della compagnia, composta di piccoli borghesi e d'operai puliti, fra i quali s'incrociavano conversazioni diverse. Parlavano dell'esposizione finanziaria del Luzzatti, del capitale perduto del Banco di Napoli, della proposta d'una _tassa militare_, con le frasi raccolte nei giornali della mattina, e con quel tono misto di sfiducia amara e d'indifferenza canzonatoria con cui in Italia si suol ragionare della cosa pubblica. A un tratto si fece silenzio; poi un passeggiere, di cui il lume rischiarava soltanto la parte inferiore del viso, adombrato dal naso in su da un grande cappello, saltò fuori con la legge sugli _infortuni del lavoro_. — Ahi! — dissi tra me — siamo al Senato —; e tenni d'occhio il sindaco senatore. E il Senato, che aveva per la seconda volta rinviata la legge all'Ufficio centrale, fu da quel gran cappello e da un altro dello stesso taglio, che gli s'allargava daccanto, conciato barbaramente. — “Quegli scatarroni mezzi morti„ — quei vecchi reazionari della malora... — la legge sarebbe stata in vigore da un pezzo se non fosse dovuta passare per quell'anticamera del camposanto dove tutte le riforme in pro del popolo erano ferocemente combattute... — e altre gentilezze su quest'andare. Deliziosa corsa per un Senatore! Ed ecco che un terzo, facendo un salto da Roma a Torino, vien fuori a lagnarsi del servizio di sgombero della neve, dicendo con un vocione di contrabbasso che, per questo riguardo, si facevano le cose meglio, ma molto meglio, non ricordo bene in quale piccolo comune del circondario, dove egli aveva sortito i natali! Ah, questa carrozza di tutti, che covo d'insidie per gli uomini in carica! Ma il bravo sindaco sostenne intrepidamente la seconda come la prima scarica, fissando con un vago sorriso filosofico un annunzio del _Cioccolatte Talmone_ attaccato fra due finestrini. Il fallimento della Banca di Como, che venne dopo sul tappeto, lo liberò, e mentre la nuova conversazione s'andava accalorando, altri tranvai passavano, in cui si vedevano di sfuggita altre comitive illuminate dall'alto, sale correnti di club e di caffè, farmacie di villaggio ambulanti, piccole aule di Consigli comunali, pieni di visi gravi o ilari di politicanti, di maldicenti, di pettegoli, di sonnacchiosi, di brilli, che apparivano un momento e sparivano nel turbinìo della neve.
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Dopo la neve venne la nebbia, quella nebbia invernale di Torino, densa e fredda, d'un sapore irritante quasi di bruciaticcio, che invade ogni vuoto e copre la città come un immensa nuvola di cenere immobile, quasi palpabile, e nasconde case, alberi, gente, carrozze, lampioni, circoscrivendo in un raggio di cinque passi lo spazio visibile a ogni persona; che intercetta come un muro grigio la vista delle piazze e dei corsi e riempie i portici come un fumo uscente da migliaia di cantine incendiate, e dà a ogni tratto l'illusione che quartieri interi siano scomparsi, inghiottiti dalla terra, fra i vapori d'un cratere enorme. Si correva come dentro a un'oscurità bianca, a traverso a una sequela infinita di veli umidi, che il tranvai lacerava, non vedendo gli altri carrozzoni che all'ultimo momento, come se sorgessero per incanto dal suolo, e non altri passanti fuor che larve che scappavano spaventate al sopraggiungere dei cavalli; e quel continuo succedersi e incrociarsi affrettato di fischi e di squilli in quell'aria opaca dava l'idea d'una città agitata da un grave affanno, oppressa dalla minaccia di qualche grande pericolo misterioso.
Stavo sulla piattaforma, pigiato da tutte le parti, in compagnia d'un giovane poeta cubano, nuovo a Torino e a quello spettacolo, il quale accresceva la sua naturale malinconia. Venuto per la prima volta in Europa, e arrivato il giorno avanti dalla Francia, non si poteva persuadere d'essere in Italia, dove s'era immaginato che anche le città settentrionali avessero un inverno mite e sereno come quello della sua isola nativa. Guardava intorno quasi spaurito e mi diceva di tratto in tratto in un suo italiano transatlantico: — Ma questa è Siberia! Questo è lo Spitzberg! E come piace a lei quest'orrore?
— Sì — gli risposi — ho dei gusti di Eschimese. La nebbia m'eccita l'immaginazione. Non vedo nulla, non riconosco i crocicchi, non so molte volte in che punto mi trovi; la città mi pare ingigantita; suppongo d'essere a Londra, a Pietroburgo o a Nuova York. Mi piace qualche volta di sentire l'umanità senza vederla. La nebbia mi rompe la monotonia della vita, mi dà mille sorprese e sensazioni insolite. Questa risonanza strana, smorzata di tutti i rumori, mi alletta come un linguaggio nuovo delle cose. Mi fa più piacere che alla luce del sole rincontrare l'amico in questa oscurità livida, come nell'ombra d'una foresta vergine, vedermi davanti tutt'a un tratto il viso d'una bella donna come se m'apparisse nello squarcio d'una nube, sentir voci conosciute di conoscenti invisibili e risa di ragazze misteriose, che si perdon nell'aria come voci di folletti. E poi, che vuole? La sera, in special modo, la città piena di gente e di lumi, che lavora e si diverte, mi sembra una espressione più potente della civiltà umana sotto questo gran mantello lugubre che la natura le getta addosso senza riuscire a soffocarne la vita e l'allegria.
Il cubano non pareva persuaso. Se avesse dovuto vivere in Italia, non avrebbe piantato le tende a Torino. E mi domandò se la città mi paresse confacente al lavoro artistico, abbastanza italiana d'aspetto da dare all'ispirazione d'un poeta tutti gli aiuti esteriori che dovevan dare Venezia, Napoli, Firenze, Roma; se non ci sentissi la monotonia.
— No — risposi — non c'è monotonia nella libertà. Qui sento la mente libera. Mi par che il pensiero si dilati spaziando nelle vaste piazze e vada più lontano lanciandosi per le vie lunghissime, per la grande raggiera dei viali fuggenti da tutte le parti verso la campagna. Gli edifizi non attirano lo sguardo; ma perciò appunto non lo distraggono dalla grandezza del tutto e dalla bellezza della natura; si ritraggono anzi di qua e di là per lasciar maggiore spazio al volo dell'occhio e della mente verso le Alpi e la collina. In nessun'altra città si vede tanto verde, tanto azzurro, tanta bianchezza; in nessun'altra ha un riso così fresco e così splendido la primavera, che qui pare un ricominciamento del mondo. E poi, essendosi in tanti anni trasformata la città sotto i miei occhi, vedo ed amo sempre negli aspetti nuovi gli aspetti scomparsi, m'avvolge un nuvolo di memorie a ogni passo, sento mille voci di persone e di cose passate che mi chiamano, ribevo dei sorsi d'aria della gioventù della patria e della mia. Godo qui delle bellezze che non sono che per i miei occhi perchè le illumina e le colora un raggio che esce dal mio cuore. Vedo in fondo a ogni strada una città d'Italia e nelle rondini che volano attorno al palazzo Madama le mie speranze fuggite, che cantano e mi salutano ancora.