Part 25
Feci un'altra corsa disgraziata pochi giorni appresso: il ventidue, memorando. Era incominciata bene, peraltro. Ero occupato da qualche tempo a far raccolta fra i passeggieri di tutte quelle espressioni: — Io dico la verità.... diciamo la verità.... per dir la verità.... siamo sinceri.... francamente parlando.... parliamoci schietto, ecc., che, appunto perchè occorrono così maravigliosamente fitte sulla bocca di tutti, sono una prova patente della quasi universale bugiarderia degli uomini, nei quali deriva dalla coscienza di mentir quasi sempre il sospetto di non esser creduti mai. Infervorato in questo lavoro, ero molto contento quella sera d'avere fatto una buona collezione in dieci minuti sulla giardiniera del _Foro Boario_, e stavo osservando con piacere, nella conversazione di due signori, che c'è anche un modo cortese e usatissimo di darsi a vicenda del bugiardo con le formole: — Dice la verità?... Ma è vero proprio?... Mi dà la sua parola?... — quando quel senso misterioso che ci annunzia la presenza d'un nemico alle spalle mi fece voltare il viso indietro.... e riconobbi gli occhi malevoli e il pizzo ostile di Guyot; il quale discorreva piano con un grosso signore sonnecchiante, seduto alla sua destra. Ero ben certo che mi avrebbe sempre odiato; ma il suo sguardo mi fece capire in quel punto che la scena del _Grido_ e della _Lotta_ aveva invelenito terribilmente il suo odio, e che egli covava in petto il proposito d'una vendetta. — È la sua volta — pensai — non c'è che rassegnarsi. E stetti aspettando, con l'orecchio all'erta.
Il cuore non m'aveva ingannato. Non passò un minuto che l'udii parlare con quella particolare sillabazione di chi vuol farsi sentire da qualcuno, che non è la persona a cui parla. Aveva una curiosa voce, che pareva uscirgli dalle narici, con un soffio di siringa vuota. Galeotto della vendetta fu il giornale che teneva fra le mani.
— Ha visto? — domandò al suo vicino. — Hanno sciolto la Camera di lavoro di Livorno.
E dopo una pausa: — Pare anche che il Codronchi, in Sicilia, si decida a procedere con energia. Ha sciolto la federazione socialista di Corleone.
Il signore insonnito rispondeva con monosillabi d'approvazione.
— Ah, quello rimetterà presto le cose al posto. Ha anche fatto sequestrare il libro di quel Giuffrida....
— Scritto in prigione.
— Scarabocchiato in prigione.
Credevo che fosse finita. Ma l'uomo era ben provvisto di materiali da guerra. Accennò ancora (e sentii fremere di gioia la sua voce) alla “bella accoglienza„ fatta ai deputati socialisti francesi e agli altri fondatori della vetreria d'Alby dagli operai di Carmaux — a fischiate. — Ora sarò libero, — pensai. No, fu spietato. Biasimò ancora l'amnistia per i condannati politici, che s'annunciava in quei giorni. — Sa che comprende anche i facinorosi che son dentro per i fatti di Sicilia e della Lunigiana.... E ci fanno un bel regalo!
Mi prese una tentazione, e fu un punto che non vi cedessi. Volevo voltarmi a domandargli perchè non annunciava pure, per amareggiarmi l'anima, ch'era stato ammazzato il brigante Tiburzi nelle macchie d'Orbetello. Ma non volli turbare la sua gioia. Ah, la sentivo! Egli doveva sorridere infernalmente come Giacinta Pezzana nella _Maria Stuarda_ quando grida:
Ella si parte Col pugnale nel cuore. Oh vendicata Io son! Divina gioia!
Eppure, io non avevo in cuore che un sentimento di stupore: che due uomini, viventi nello stesso tempo e appartenenti alla stessa classe, potessero pensare e sentire così oppostamente intorno alla più alta delle quistioni del tempo loro, ed esser così certi tutti e due di esser nel vero, da provar odio e pietà l'uno per l'altro, come due creature diverse e nemiche di civiltà, di religione e di razza. Guyot non parlò più; pensava certamente ch'io non avessi più fiato nel corpo. Io feci il morto, per mantenerlo nell'illusione. Ma la parola _facinorosi_, detta da lui, mi ridestò un sospetto: quella parola, me ne ricordavo bene, ricorreva due volte in quella certa lettera anonima che avevo ricevuto dopo l'assassinio del presidente Carnot. Che la lettera fosse proprio sua? Mentre ventilavo quest'idea, egli discese all'imboccatura di via dell'Arcivescovado, e s'allontanò con passo di trionfatore, senza degnare d'un ultimo sguardo quello che restava di me sul tranvai. Da tutta la sua persona traspariva la superba certezza d'avermi finito.
*
Sulla stessa linea, partendo dalla barriera del Foro boario, all'ora dell'uscita libera dei soldati, vidi la sera seguente un quadretto nuovo e bellissimo: una carrozzata d'artiglieri, con una monaca nel mezzo, di quelle addette alle prigioniere delle vicine carceri; la quale dava l'immagine di Santa Barbara, protettrice dell'arma, scortata da un drappello dei suoi guerrieri, che la conducessero in trionfo a Torino. C'era al freno il protetto di donna Chisciotta. Appena lo riconobbi, m'andai a sedere accanto a lui, per vedere se era in bernecche. Non era, o non pareva; aveva la faccia rossa, peraltro, e rannuvolata, come sempre. Mi diede un'occhiata, come a un viso noto di frequentatore di tranvai, e partì. Subito dopo attaccò un moccolo solenne. Erano state tese le catene a traverso il viale, dovendo passare il treno di Milano: c'era qualche minuto da aspettare. Ahimè! L'uomo non perdeva che il pelo: appena fermato il tranvai, saltò giù e corse verso un bancuccio vicino, dove si dava il bicchierino di “rabbiosa„.
Il fattorino gli gridò dietro: — Guardati che c'è madama!
A quel grido egli si fermò e girò intorno uno sguardo sospettoso. L'altro diede una risata, e allora egli scrollò le spalle e andò a bere. Quella _madama_ non poteva essere che donna Chisciotta, nota ai colleghi di lui come sua protettrice, e precettrice severa e vigilante di temperanza. Ebbene, se quel _guardati_ aveva avuto forza d'intimidirlo, voleva dir che l'uomo non era ancora perduto affatto sulla via della combustione spontanea. Risalì sul tranvai forbendosi la bocca col dorso della mano, e sferzati i cavalli appena il passaggio fu libero, principiò a dar fuori quel tanto di filosofia che s'era messa in corpo per cinque centesimi. Cadevano le foglie secche dagli alberi di Corso Oporto: egli si mise a dissertare sulle foglie, come parlando ai cavalli. E una, e due, e tre, e via senza fine: erano le annunziatrici dell'inverno. Ah, quante cose gli annunciavano: le lunghe eterne giornate con la pioggia e col vento in faccia, le nebbie fitte e gelate, la notte alle cinque pomeridiane, le corse interminabili nella neve, interrotte da lunghe fermate, da cadute di cavalli, da sviamenti, da fatiche di negri. A un tratto si rivolse a me, come a un conoscente. E quella _povra fia_ come avrebbe passato l'inverno con quella scellerata tosse che le schiantava l'anima? Gli dicevano che le avrebbe giovato l'aria della riviera. Eh si! Ma l'insegna dell'albergo dove l'avrebbero tenuta gratis, quella non glie la dicevano. Con chi non ha _di questi_ la morte non fa cerimonie. Sono soltanto i signori che possono pregarla d'aspettare. — E soltanto dopo questo sfogo, mi diede la notizia che aveva una figliuola unica, la quale s'era ammalata e non più rimessa dopo una certa disgrazia. Ma non disse che disgrazia fosse.
Quando il tranvai fu per attraversare il Corso Umberto, il suo sguardo si fece fisso e il suo viso s'incupì anche di più, senza ch'io ne capissi subito la cagione. Non la capii che quando vidi il Corso Oporto ingombro di sciami di ragazzi che uscivano dalla Scuola municipale di Monviso. Allora principiò per il pover'uomo una vera tortura. I ragazzi, inseguendosi in giro e strillando, passavano e ripassavano a traverso le rotaie, a pochi passi dai cavalli, come per giocare col pericolo, e il disgraziato cocchiere, mutato in viso, pregava, minacciava, sagrava invano, stringendo le briglie con le mani tremanti e volgendo intorno gli occhi dilatati e spauriti, a cui s'alzava davanti la visione del bambino travolto ed ucciso; e nel viso e in tutti i movimenti della persona mostrava un contrasto violento e doloroso tra la furia di uscir di quel passo e la ripugnanza, quasi lo sgomento di procedere, come se oltre ai ragazzi scorrazzanti qualche altro impedimento terribile, veduto da lui solo, gli sbarrasse la strada. Quando finalmente si svoltò in via Venti Settembre, tirò un lungo respiro e si asciugò il sudore della fronte.
E per tutta la via Venti Settembre non parlò più. Stetti attento quando si passò nel punto dov'era seguita la disgrazia; ma egli non voltò il capo: tenne lo sguardo diritto davanti a sè, in fondo alla strada; con la fronte così alta, però, e con un'attenzione così fissa, da non lasciar dubbio che fosse forzata. Solo quando si sboccò sul viale Margherita, tornò a guardare le foglie che cadevano e riprese le sue considerazioni sull'inverno. — E una, e due, e via, a poco a poco, l'una dopo l'altra, vengon giù tutte; gli alberi perdono i capelli. Si sente già l'odore del giorno dei morti. Quest'inverno vuol essere anche più tristo dell'estate. Cosa ne dice? C'è mai stata un'annata _pì malheureusa_? Avremo una gran mortalità, certamente. Oh, per quel che è di me!... Andarsene, è tanto di guadagnato. Ma è veder andar gli altri.... Oh che brutto mondo!
Ma qui, curvandosi e cacciandosi avanti tutt'a un tratto come per gettarsi fuori del parapetto, urlò un: — Via! — sgangherato, che mi diede un rimescolo. Un ragazzo scalzo aveva attraversato le rotaie sfiorando il muso ai cavalli col capo.
— Ah! questi ragazzi! — esclamò poi con voce quasi di pianto. — Questi ragazzi mi faranno morir disperato! — e fermato il tranvai vicino al casotto di piazza Emanuele Filiberto, sbattè le redini sul parapetto con un atto di desolazione....
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Quelle ultime giornate del mese furono per le mie escursioni le più piacevoli dell'annata. Era il mio punto di partenza Porta Palazzo, donde passano o si diramano otto linee dirette ai sobborghi più lontani, e la mia linea preferita quella del Ponte Isabella; la quale percorsi l'ultima volta in una di quelle mattinate dolci e chiare di fin d'ottobre, in cui si confonde col sorriso della stagione che se ne va la malinconia di quella che viene, e si sente nell'aria come la mestizia d'un addio. Attraversato il centro della città, e percorso un gran tratto di quella interminabile via Cristina di cui sfugge il fondo allo sguardo, si svolta nel viale ridente di Raffaello, e di là si esce all'aperto, fra la fuga dei nuovi edifici universitari, ai quali i camini altissimi dalla forma di minareti danno l'aspetto d'un enorme falanstero orientale, e l'ultimo lembo del grande parco del Valentino, che si ristringe lungo la riva e va a finire con un bacio nel fiume. Qui nulla parla del passato, tutto è giovinezza e speranza, e par che non ci giunga il rumore e il fumo della battaglia della vita. Si attraversa una piccola città adolescente, tutta nomi di poeti e d'artisti, dove poche case rustiche resistono ancora all'assalto dei villini e dei palazzi, brillanti avanguardie cittadine, che da ogni parte le incalzano e le avvolgono; si arriva allo sbocco del corso Dante, di là dal quale sorge ancora un altro sobborgo bambino, che va fino al corso Galileo, ultima onda di Torino, a morire fra i campi; e si giunge sulla strada di Moncalieri, alle falde dei colli, dove il tranvai si ferma, in mezzo alla solitudine e al silenzio. E là discesi, ad aspettare che si ripartisse, ammirando il paesaggio vasto e sereno. Di qua le rive serpeggianti e solitarie del Po, ristretto e imbrunito dalle ombre dei boschetti, e la piramide del Monviso all'orizzonte, già tutta bianca; di là le acque larghe e lucide, rispecchianti il villaggio medioevale; più oltre, il castello rosso del Valentino; la mole Antonelliana nel cielo; e dietro di me la collina che cominciava a ingiallire, macchiata da un folto di pini, come una testa grigia da una ciocca nera. Tutto era terso e fresco, e l'aria odorava di vegetazione autunnale; ma pareva che vi corresse ancora un fremito della primavera e vi passasse già un brivido dell'inverno. Salì sul tranvai una coppia d'innamorati, che si tenevan per mano; di ritorno da una passeggiata romantica, forse: rosati in viso, eccitati dalla frescura e dal moto, luminosi d'amore. Il cocchiere solfeggiava un'arietta guardando le Alpi. Il grande silenzio non era rotto che dal filo di quella voce e dai picchi sonori delle lavandaie del fiume, che non si vedevano. Era uno di quei momenti in cui ci coglie come a tradimento il pensiero della vecchiezza, e ci rattrista. Guardavo i due amanti, e pensavo: — Essi sono l'Aprile, ed io.... il mese corrente. — Vedevo di là dal ponte la trattoria dell'_Olimpo_, appartata e chiusa, che mi ricordava dei festosi banchetti giovanili, dei cari amici, delle ardenti discussioni letterarie. Come mi pareva tutto lontano, e la casa, e gli amici, e le idee discusse! Eppure provavo un conforto vago in quella pace, come il sentimento d'una dolce rassegnazione, e il principio d'un riposo infinito. E udii con rammarico il grido brusco del fattorino: — Via! — come se mi dicesse: — Andiamo! Torniamo allo strepito della città e alle cure della vita; torniamo a lavorare.... e a invecchiare.
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Ebbi un altro momento, di quelli che non si scordano, sulla linea della Crocetta, uno di quegli incontri inaspettati che ci lasciano stupefatti e pensierosi come se avessero il significato recondito d'un avvertimento del destino. Allo svolto da Piazza Carlo Felice in via Sacchi salì sul tranvai un controllore sui cinquant'anni, piccolo e pingue, con due enormi baffi rossicci brizzolati, che gli mascheravano mezzo il viso; e incominciò il suo giro sulle pedane per chiedere i biglietti. Dalla cautela con cui s'aggrappava alle colonnine e posava i piedi per non cascare, argomentai che fosse nuovo al proprio ufficio, al quale anche si prestava male la sua corpulenza. Quando mi fu vicino sulla piattaforma, ancora parato ai miei occhi da due persone interposte, gl'intesi dir forte al fattorino: — È al numero 136; — e quella voce risvegliò qualche cosa nella mia memoria, ma così lontano e confuso, che subito disparve, come l'ombra d'un uccello che passi. Essendo vuota l'ultima panca, il controllore s'infilò tra questa e quella accanto, per prendere i biglietti dei passeggieri ch'erano in piedi. Quando fu davanti a me, mi disse, toccandosi il berretto con una mano: — Il biglietto, signore.... — e restò con la bocca aperta e la mano per aria, fissandomi in viso. Ci fissammo così a vicenda, per qualche secondo, in atto interrogativo, e poi, nello stesso punto, uscì dalla sua bocca il mio nome e il suo dalla mia. Un intimo impulso gli fece sporgere il viso, ma si tirò indietro; io mi spinsi innanzi e gli baciai la guancia; egli mi rese il bacio, e volle dir qualcosa; ma non potè. Sorridemmo tutti e due, col respiro un po' oppresso. E un'onda di memorie attraversò la mia mente in un lampo: la Scuola di Modena, il suo lettuccio di ferro in un angolo del camerone della quarta squadra, una discussione sull'utilità dell'“ordine sparso„ sotto un albero del giardino ducale, il cappotto bigio chiaro ch'egli aveva portato dal Collegio militare d'Asti, e un nostro breve incontro per le vie di Piadena durante la guerra del 66. Da trent'anni non c'eravamo più visti, e non avevo più avuto notizie di lui. — Ebbene?... — Ebbene?... — Ma la conversazione s'arrestò lì; c'era gente intorno; vidi che gli tremavan le labbra; non si poteva proseguire. Fece un cenno con la mano, come per dirmi: — A più tardi, — e riprese il suo giro. Controllore! Dopo trent'anni! Lui! Per che vicende era passato? E ricordai i suoi bei disegni topografici con un tratteggio di montagna che gl'invidiavo, il suo costante buon umore, la rassegnazione di buon figliuolo con cui una volta era andato alla cella di rigore, estratto a sorte per un tumulto della compagnia, al quale non aveva preso parte. Poi, rifrugando nella mia memoria, mi parve di ricordarmi d'aver inteso dire molti anni innanzi ch'era andato in America, dove faceva il maestro elementare. E aspettai con impazienza che i vicini scendessero per interrogarlo e per dirgli la buona memoria che avevo sempre serbata di lui. Ma, tutt'a un tratto, egli discese. Dalla strada mi fece ancora un saluto con la mano, sorridendo, ma con una leggiera espressione di tristezza; poi voltò le spalle e s'avviò verso il Corso. Aveva ancora quell'andatura, tal quale, con quell'atteggiamento del capo, con quelle spalle curve, da cui scappavano le cinghie dello zaino. E lo seguitai con gli occhi fin che potei, con un senso di stupore misto di sgomento, pensando che un giorno solo, un caso, un punto della mia vita avrebbe potuto far sì che un altro mio amico, in quello stesso giorno, ritrovasse me su quel tranvai, con quel berretto gallonato sul capo, in atto di dire a lui: — Signore, il biglietto.... — Dopo quel giorno non lo vidi più.
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A questa avventura di romanzo succedette una scena di farsaccia, che vorrei non aver veduta, e che racconto soltanto per non lasciar nulla da parte di quanto può accadere sulla carrozza di tutti. Ma chi avrebbe potuto prevedere una scenata simile osservando quella giardiniera pochi minuti avanti, quando la raggiunsi in piazza dello Statuto? Era proprio una carrozzata di gente per bene, alla quale disdiceva intollerabilmente un cartello sospeso al di sopra della panca di mezzo, con su scritto in grossi caratteri: — _Letame di cavallo. Trovasi in vendita a pressi convenientissimi presso la Società Belga._ — Vedo ancora sulla panca in fondo un consigliere comunale e un medico militare in divisa; più in qua un generale di brigata pensionato, con la _Gazzetta di Torino_ fra le mani; due maestre della Scuola Sclopis; signore, signorine, faccie rispettabili di grossi contribuenti e d'impiegati da tremila in su. Regnavano tra quella eletta di passeggieri la pace e il Galateo; il mormorio discreto delle conversazioni era coperto dallo scalpitìo dei cavalli lanciati al galoppo; nulla dava indizio dello scoppio che doveva avvenire. All'improvviso, dando le spalle alla compagnia, sentii il suono d'una ceffata e due grida furenti: — _Baloss!_ — e: — _Canaia!_, e voltandomi, vidi alle prese nel mezzo due signori senza cappello, che con una mano si tenevano afferrati a vicenda per la cravatta e con l'altra si barattavano delle mazzate sul capo; una signora che gridava, altre che si preparavano a svenire, uomini saliti sulle panche per separare i lottatori, e poi un gruppo stretto intorno a questi, di cui non m'apparivano più che le due teste scarmigliate e i due bastoni branditi. La lotta cessò subito; ma i due nemici non s'allentarono, e rimasero in quell'atto di rappresentanti della “situazione europea„ ciascuno tenendo l'altro per la gola, come per dire: — Se non mi picchi, non picchio; se ti muovi, t'accoppo. — E quella coppia così atteggiata, su quella carrozza che correva, faceva uno strano effetto, come d'un quadro plastico, concorrente al premio, portato in giro sopra un carro di carnevale. Il cocchiere aveva appena fermato, che i due campioni si allentarono e si rimisero a sedere, improvvisamente racquetati dal pensiero del cappello volato via; e allora la corsa ripigliò. Ma non mi riuscì neanche allora di vederli in viso perchè restavano in piedi i loro vicini, intesi a sedare la contesa verbale che ricominciava; nè potei capire che cosa dicessero, perchè il cicalìo dei commentatori soverchiava la loro voce. Le notizie che arrivarono fino a me eran contradditorie. Chi diceva che fosse nata la lite dal fumo che l'uno dei due mandava in viso alla moglie dell'altro; chi diceva invece d'un piede dato nelle reni alla signora per sbadataggine; chi asseriva che non si trattasse d'un piede sbadato, ma d'una mano investigatrice. Quello in cui tutti concordavano era che alla ceffata maritale aveva dato la mossa decisiva un _boric_ nudo e crudo opposto dall'altro ad un'osservazione vivace. Finalmente, quando i pacieri sedettero, riconobbi la triade alle facce pallide e convulse e ai due cappelli magagnati: una bella donnina col nasino all'in su, un marito col viso bitorzoluto, e un biondo secco coi baffi sovversivi, all'ultima moda. E fu il cocchiere, una faccia di ex carrettiere burlone, che, rivoltando in bocca una cicca, dedusse la morale dell'avvenimento. — S'ha un bel dire —, disse, fra due sputate nere —, bene educati, male educati.... signori e povera gente, quando c'è di mezzo _la fumela_, se le ammollano tutti ad un modo....
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Con quest'avventura volgare dovrei chiuder l'ottobre, se proprio la penultima sera del mese, per andare allo Sferisterio, non avessi avuto la buona ispirazione di salire sulla giardiniera della linea dei Viali, nel punto dove il Corso Oddone sbocca sul Corso Margherita. Salendo, vidi alzarsi un cappello a cencio da una testa che a tutta prima mi riuscì nuova; ma nell'atto di sedere sulla panca davanti riconobbi un muratore venuto tre anni addietro a casa mia per darmi dei ragguagli intorno al lavoro dei garzoni, quando pensavo di scrivere sulle fatiche precoci dei ragazzi; e nell'atto stesso vidi accanto a lui l'operaio della caramella, sua moglie e il piccino, seduti anch'essi sulla stessa panca. Vidi passar nell'occhio del marito, nel momento che si fissò nel mio, il ricordo di quella scena: non altro che un'ombra sfuggevole, ma che era ancora di rancor voluto, più che di rammarico, e al tempo stesso una mal celata espressione di stupore ch'io fossi conosciuto e salutato quasi amichevolmente dal suo compagno. Sedetti, voltando le spalle a lui e agli altri tre, e stetti in una vaga aspettazione, non so ben di che, inquieta, e pure piacevole, pensando che la curiosità gli avrebbe fatto domandare all'amico chi fosse lo sconosciuto ch'egli aveva offeso, e che una parola di quello sarebbe bastata a mutargli in tutt'altro senso quell'antipatia cieca, ch'era nata, come tante nascono, non dal risentimento d'un torto patito, ma dalla coscienza amara e dispettosa d'un torto fatto.
Appena seduto, in fatti, udii delle voci sommesse, da cui compresi che le teste si erano avvicinate; ma durarono pochi secondi, e la brevità del colloquio, appunto, m'accertò di quanto già l'altra volta m'aveva fatto supporre il giornale che gli avevo visto leggere: che, soltanto il mio viso essendogli sconosciuto, non gli sarebbe occorsa alcun'altra notizia o spiegazione quando avesse inteso il mio nome. Seguì un silenzio lungo, durante il quale mi parve di sentirmi entrar per la nuca e scendermi dal cervello nel cuore i suoi pensieri. L'ascoltavo, udivo le sue parole come se veramente le pronunciasse. E gli rispondevo dentro di me: — Vedi che ti sei ingannato. Ah certo, fu una trafittura al cuore che tu m'hai dato. Ma non credere, non t'ho serbato rancore. Io ho capito. Eri senza lavoro, abbandonato, infelice; eri sdegnato contro la società, e ti è parso uno scherno ch'essa porgesse un dolce al tuo bambino mentre negava il pane a te, a lui e a sua madre. Pensa se non t'ho capito e scusato! — E pensavo pure ch'egli avrebbe voluto fare un atto, dirmi una parola che m'esprimesse il suo sentimento; ma non immaginavo in qual modo si sarebbe potuto esprimere senza fare al proprio orgoglio una violenza che sapevo difficile, io che in tanti altri casi simili non ero riuscito a farla al mio. — Non farà e non dirà nulla — pensavo — mi saluterà al momento dì scendere, e sarà tutto. Ma basterà questo. Purchè io sia certo che ha mutato sentimento; che importa che me lo dichiari a parole?
Ebbene, m'ingannavo. Nel punto che si svoltava sul corso San Maurizio, udii di nuovo un rapido bisbiglio dietro di me, poi un breve silenzio, poi qualche cosa come un peso mutato di posto, e mentre mi domandavo che cosa potesse essere quell'armeggio, mi sentii prima un alito nell'orecchio, poi una piccola mano sopra la spalla, poi una bocca infantile che strisciò la mia guancia. Ah, caro bambino! Me lo porgevano. Era lui il messaggiero muto, il pegno palpitante della riconciliazione. Potete immaginare come me lo presi....
CAPITOLO UNDECIMO.
Novembre.