La Carrozza di tutti

Part 26

Chapter 263,914 wordsPublic domain

Quanto più s'avvicinava la fine dell'anno, tanto più sovente pensavo al giorno in cui avrei abbandonato la “carrozza di tutti„ che era da molto tempo il mio pensiero assiduo; e presentivo che sarebbe stato triste per me, come per il romanziere il separarsi dal mondo del suo romanzo; con questa differenza, ch'io non mi separavo da fantasmi, ma da gente viva. Avrei continuato a correre sui tranvai, certamente, e a vedere i miei personaggi e scene e casi curiosi; ma con la mente occupata da altri pensieri, non osservando più che per caso, non facendo più gite con quel proposito, non più tendendo l'orecchio, nè cercando o interrogando; e i miei personaggi familiari si sarebbero sbiaditi a poco a poco ai miei occhi, per rientrare poi e finir con perdersi nella folla. Sì, col novantasei si sarebbe chiuso un anno veramente singolare della mia vita, e benchè ne desiderassi la fine per riacquistare la mia libertà di spirito, pure avrei voluto insieme che si allontanasse; e per questo moltiplicai le corse, in quell'ultimo periodo, e cercai e osservai con più viva alacrità avvenimenti e persone, come per vivere più intensamente e prolungare nel mio pensiero il breve tratto di tempo che mi rimaneva. Intanto, qualche cosa essendo trapelato del mio disegno, io cominciavo a vedermi guardato da cocchieri e da fattorini con un'espressione insolita di curiosità, assai diversa negli uni e negli altri secondo il concetto che s'erano formati di quello ch'io intendessi di fare, e dello scopo del mio lavoro. Alcuni, quando li interrogavo, mi guardavano con un'aria di stupore comico, come una bestia rara, un bel capo matto, che stillasse sul loro conto qualche stramberia misteriosa, inaccessibile affatto a qualsiasi sforzo della loro immaginazione. Altri pensavano ch'io volessi dare una gran battaglia con la _piuma_ in loro favore, e, comunque esordissi con le mie domande, tiravano subito il discorso sul servizio duro e sulla paga scarsa e su torti fatti a loro o ad altri, suggerendomi proposte dì riforme _ab imis_ e argomenti di tirate tribunizie. Ma ne trovai anche parecchi, che, sospettando in me un ferro di polizia della _Belga_ o della _Torinese_, un furbo mariuolo che, col pretesto di fabbricare un romanzo, tirasse a far cantare gl'impiegati per regola e norma delle Amministrazioni, stavano in guardia, e ad ogni mia più innocente domanda, anche lontanissima dall'argomento sospetto, s'affrettavano a rispondere: — Ah, io non potrei dir nulla; non ho da lagnarmi; faccio il mio dovere, son trattato bene.... cosicchè.... —; e il cosicchè voleva dire: — Non mordo all'amo; ne peschi un altro. — Quello che diede più vicino al segno fu Carlin; il quale, la prima sera di novembre, sul tranvai dei Viali, mi si piantò in faccia sorridendo, e con l'aria di chi ha scoperto in un amico l'intenzione di fargli un tiro burlesco: — Ah, dunque, — mi disse, — lei _ci vuol metter tutti in poesia_?

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È quella una corsa che deve fare, il giorno dei Santi, chi cerca lo spettacolo, non frequente a Torino, d'una grande moltitudine. Per il corso Margherita, per tutte le strade che vanno dal centro alla riva della Dora, sui ponti, sui viali del Regio Parco e per i sentieri a traverso i prati, s'allungavano cento processioni umane dirette al cimitero, cento torrenti e rigagnoli neri, che travolgevano nelle loro onde lente una profusione mirabile di fiori, come se avessero spogliato nel loro corso tutti i giardini della campagna di Torino. Il tranvai spezzava in due, a ogni tratto, delle grandi frotte di gente, così fitte e restìe a separarsi da parere stuoli enormi tutti di parenti e d'amici; famiglie numerose come tribù, dal nonno curvo ai nipotini condotti per mano, precedute dall'uomo più robusto, portante una grande corona; file di uomini e di donne, con corone piccole fra le mani, che facevano ala per un momento al nostro passaggio, mostrando una varietà infinita di visi pensierosi, spensierati, tristi, sereni, alcuni improntati d'un dolore recente, i più di indifferenza o di noia; e in quella grande moltitudine un grande silenzio, come in un esercito disarmato e prigioniero. Sulla giardiniera c'era un carico di corone e di ghirlande, adagiate o tenute ritte sulle ginocchia da signore e da donne del popolo; alcune di viole del pensiero e di rose bellissime; e forse ci sedeva già vicino e le adocchiava il ladro mortuario che ne avrebbe rubato il nastro la notte. O carrozza di tutti, piccolo panorama del mondo a dieci centesimi! Stando ritto in fondo, vedevo dentro il vano d'una gran corona di mirto e di semprevivi le teste combaciate d'un giovane e d'una ragazza che tortoreggiavano sulla panca davanti, e quell'idillio chiuso in quella cornice funebre mi faceva pensare a quante altre parole d'amore si sarebbero scambiate quel giorno, a quanti innamorati avrebbero pedinato le belle in mezzo alle croci e alle tombe, spandendo qua e là sulle iscrizioni dolorose la gioia degli sguardi e dei sorrisi corrisposti. Una povera donna, seduta davanti a me, teneva fra le mani una piccola corona di crisantemi violetti, da pochi soldi, che doveva esser destinata a un bambino, e parlava, parlava con voce accorata, come facendo uno sfogo, al marito duro, che non rispondeva. Ah, che pietà! Da qualche parola capii che la corona le pareva troppo misera, indegna del suo caro morticino, e che rinfacciava all'uomo l'avarizia crudele o il danaro sciupato all'osteria, che le aveva tolto di comprare una corona più bella. — _Pover cit, va!_ — diceva. — _Pover cit!_ — con un accento di compassione e di tristezza che stringeva l'anima, e guardava e rivolgeva la corona fra le mani con l'atto d'una bambina delusa e umiliata del regalo lungamente desiderato, lanciando tratto tratto delle occhiate d'invidia triste alle altre corone grandi e ricche, che le stavano intorno. Ci son piccoli dolori che fanno più pena delle grandi sventure. Mi dovetti voltare da un'altra parte, quando la povera madre discese al ponte delle Benne; dovetti guardare verso il Corso San Maurizio, che altri tranvai risalivano, pieni anch'essi di gente e di corone, tagliando una grande processione nera riversantesi da via Rossini in via Reggio, simile anche essa a un torrente su cui galleggiassero tutti i fiori delle sue rive predate.

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Rifeci la stessa strada il giorno dei morti; ma la gente era scarsa, e velata da una nebbia umida, in cui le file dei lontani apparivano come processioni d'ombre, che ritornassero dalla città al cimitero, dopo aver reso ai parenti la visita del giorno innanzi. Pareva una serata d'inverno. Sulla giardiniera c'eran poche persone. Tutta la mia attenzione fu attratta da una sola. Sedeva sopra una delle ultime panche, in mezzo a uno spazio vuoto, una signora di quarant'anni, vestita di seta nera sbiadita, con una miseria di cappellino nero, guernito di rose selvatiche, e una piccola corona fra le mani, di perline nere e gialle, sulla quale erano disegnate due iniziali. Quelle povere rose, benchè pallide e sciupate, parevano ancor fresche e d'un rosso vivo appetto alla pallidezza cadaverica del suo viso infossato alle guance, smunto e secco come un teschio con la pelle; nel quale brillavano d'una fiamma febbrile due occhi dilatati e fissi, esprimenti una stanchezza mortale, una tristezza infinita. Quella veste logora disegnava le forme non d'un corpo, ma d'uno scheletro, e dalla pelle delle tempie e del collo trasparivano le vene come le righe d'uno scritto dalla carta velina. La corona diceva: — Sono afflitta; — la veste: — Son povera; — il viso: — Son moribonda. — Pareva che portasse quei fiori al camposanto per sè medesima. Aveva l'aspetto d'una vecchia ragazza; era senza dubbio una signora caduta in povertà; sola al mondo, forse. Tutt'a un tratto, le prese un accesso di tosse; con un brusco movimento appoggiò un braccio sulla spalliera davanti, chinò il capo sul braccio, e si mise a tossire, riscotendosi tutta a ogni schianto, violentemente, come alle strette d'un artiglio che le frugasse le viscere, e inarcando le spalle ossute e il busto lungo, d'una eguale strettezza dalle spalle alla cintura, come un tronco d'alberella incurvato, che un colpo di vento può infrangere. E tossì, tossì, senza tregua e senza fine, in un atteggiamento d'abbandono sconsolato, facendo dondolar le rose del cappellino e tenendo la corona in là col braccio teso per non sciuparla; tossì d'una tosse fischiante, faticosa, implacabile, che quando pareva sul punto di cessare ripigliava più fitta e più aspra, come se non fosse dovuta cessare mai più, come se fosse stata un linguaggio, un'effusione di parole confuse, il racconto appassionato d'una lunga vita di miserie e d'angoscie, un'invocazione ardente, ostinata, disperata della morte. I pochi passeggieri stavano a guardarla con un'espressione mista di pietà e di ribrezzo. — Quella lì, — disse forte il fattorino, — non farà le feste di Natale. — Bruto! — gli dissi col cuore e con gli occhi. Un ragazzetto, voltato verso di lei dalla panca vicina, rideva. Finalmente, quando il tranvai fu a cento passi dal piazzale delle Benne, la disgraziata smise di tossire, e rialzato il capo, sfinita di forze, s'assicurò subito che la corona non si fosse guastata, palpandola qua e là con la sua mano di morta; poi, come ricordandosi a un tratto dello spettacolo che aveva dato di sè, girò sui vicini uno sguardo velato, umile, quasi vergognoso, come di chi chiede scusa d'un'offesa involontaria, e alzò a stento il braccio che pareva un osso, per far cenno di fermare. Quanto è male giudicare il cuore della gente incolta da una parola villana! Fu il fattorino, fu il _bruto_, che prima di lei saltò giù dalla carrozza e con un atto di premura rispettosa e triste le porse la mano per aiutarla a scendere. Io non avrei detto quella parola; ma non avrei fatto quell'atto. Ah, la rettorica dei cuori gentili!

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Il principio dl novembre mi portò ancora un'altra tristezza. Pochi giorni dopo, in una mattinata piovosa e malinconica, salii in Piazza dello Statuto sul tranvai del Martinetto, dove trovai Carlin, che mi diresse subito la parola per espandere un suo caldo sentimento d'ammirazione. — Ha letto, eh? Quel Kossuth! Quelli son vecchi di polso! A quell'età, battersi in duello! Hanno un bel dire; ma non ne nasce più.... Sacrestia! Ebbene, mi fa piacere. — Aveva letto nel giornale la notizia del duello seguito a Pesth fra i deputati Kossuth e Ugron per una quistione politica, e credeva che si trattasse del padre, di cui ignorava la morte. Egli lo conosceva, il grand'uomo; glie l'avevano indicato una volta in tranvai sulla linea della barriera di Casale, e gli pareva miracoloso, giustamente, che quell'uomo facesse ancora valere le sue ragioni col _saber_. Quando gli dissi che il duellante era il figlio, e che il vecchio Kossuth era morto l'anno prima, rimase stupefatto. Poi, essendoglisi chiarita la memoria, per dissimulare la vergogna del granchio, voltò all'improvviso la sua ammirazione verso il Chionio, l'autore del _Tempo che farà_, il quale aveva predetto la pioggia appunto per quel giorno: — Un altro grand'uomo quello, una testa che fa onore a Torino. — Intanto s'era infilato via Garibaldi. Passato appena il canto di via delle Scuole, il tranvai fu arrestato da un convoglio funebre: un meschino carro di terza classe, a cui era appesa una piccola corona di edera, preceduto da una ventina di _figlie verdi_, e seguito da un prete e da poche altre persone, la più parte vecchi, curvi e zoppicanti sotto gli ombrelli: una cosa misera e triste quanto si può dire, sotto quell'acqua fitta, in quella strada rumorosa, dove nessuno si voltava neanche a guardare, in mezzo a quei muri tappezzati d'annunzi teatrali raggrinziti dalla pioggia. Mentre notavo che i più di quei vecchi avevano un nastro all'occhiello, vidi davanti a loro, sotto il carro, un piccolo cane tutto impillaccherato, che mi parea di riconoscere.... Eh, sì, proprio, era Ciuchetto. O mio povero buon veterano! Era lui, dunque, che portavano via! E infatti, voltatomi a guardar la porta da cui il carro s'era mosso, lessi il numero 43, la porta donde avevo visto uscir tante volte il caro vecchio, con la mano in alto, per accennare al cocchiere che fermasse. Povero mio buon veterano! L'avevo trovato l'ultima volta così contento della sua gita ai laghi d'Avigliana e del matrimonio del principe di Napoli. E anche quella mattina, all'ora solita, in quel luogo solito, egli aveva fatto fermare il suo tranvai; ma non più alzando la mano, poveretto, e non più per salire: egli era salito sopra un'altra carrozza, tutta per lui, e diretta fuor della cinta; e il suo povero Ciuchetto, il suo ultimo amico, lo accompagnava per l'ultima volta, rimasto solo al mondo, solo e senza pane, com'egli aveva tristamente previsto. Ebbene, egli aveva compiuto il suo cammino, il buon vecchio, e andava a riposare in pace; ma quel povero cane infangato, che andava in capo al corteo come il parente più prossimo, abbandonato e triste come un orfano, era più compassionevole a vedere del carro che gli portava via il suo padrone. E per un pezzo non mi potei più liberare dall'immagine di lui, che sarebbe ritornato dal cimitero solo, verso la grande città annebbiata, dove non aveva più tetto e non l'amava più alcuno....

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Fu il professore azzeccasonetti il mio primo incontro lieto del mese; lieto non per suo merito, ma in grazia del caso. Mi colse in un momento buono per lui, una sera di festa, sopra una piattaforma dov'eravamo già in sei più del numero legale, stretti, accalcati in maniera che non avrei potuto fare il minimo atto di difesa; ma, con mia gran meraviglia, non m'investì subito. Era d'un umore orrendo, coi baffi irti come penne d'istrice, furibondo contro il direttore d'un giornale letterario che aveva rifiutato i suoi versi: un asino, un cretino che avrebbe “cestinato„ un canto anonimo del Leopardi ed empiva le colonne di porcherie. — Già, ha pubblicato anche delle cose sue, — mi disse senz'ombra d'intenzione offensiva; — lei lo deve conoscere. — E mi credevo già al sicuro, quando egli aggiunse: — Senta però come l'ho conciato.... un sonetto che è un vero schiaffo di quattordici dita.... — Mi vidi perso; ma fui salvato. Salì sulla piattaforma, ridendo sonoramente, un bel fusto di ragazza rosata, scarmigliata, sfrontata, abbondante di tutto, mezza brilla e col diavolo in corpo; la quale mise lo scompiglio in quel serra serra e tagliò in bocca a lui il primo verso. Tentò d'entrare nell'uscio, non potè; si cacciò avanti e disse una facezia grassa al cocchiere; poi si rifece indietro, e poi a destra e a sinistra; in mezzo minuto scomodò tutti e rise con tutti, rigirando sopra sè stessa e cascando a ogni sobbalzo del tranvai ora addosso agli uni ora agli altri, che le scoccavano in viso degli scherzi, a cui essa ribatteva con una risata, mettendo in tutte le nari l'odore dei suoi capelli e il calore del suo fiato. E fu un bel vedere la scintillaccia che diè fuori da tutti quei visi barbuti e gravi, senza distinzione d'età nè di classe. Fu come l'effetto d'una candela accesa in mezzo a uno sciame di farfalloni assopiti. C'erano degli operai, dei padri di famiglia in cilindro, un consigliere della Corte d'Appello con una faccia che pareva il frontespizio del Codice, un vecchio impiegato dell'Intendenza di finanza, e degli studenti, che poco prima si guardavano per traverso, uggiti dal contatto reciproco, e imbronciati gli uni contro gli altri. Ed eccoli ora, quasi riconciliati e affratellati per incanto, mostrare tutti negli occhi il luccichìo d'un giolito comune e scambiarsi dei sorrisi quasi amichevoli, come gente che trinchi insieme toccando i bicchieri. Eterno femminino! E anche il poeta, attaccato dal contagio, teneva fissi gli occhi su quella capigliatura scomposta e insolente che di tratto in tratto sfiorava la bazza a lui pure, e mi pareva che il velarsi improvviso del suo sguardo accusasse ogni tanto un movimento indagatore del ginocchio; ma guizzava a un tempo sulla sua bocca l'espressione d'un altro sentimento. Era un sentimento di dispetto, un'umiliazione amara al pensare che poca cosa fosse la potenza della poesia, sua consolazione e suo orgoglio, se bastava l'apparizione d'una qualunque giovine asinella in calore, non solo a distogliere gli altri dall'ascoltarlo, ma a scompigliare nella sua mente stessa i “sudati carmi„ e a mutare in tutt'altro ardore il suo fuoco sacro. Quando la ragazza, lanciato in giro un _cerea_ burlone che mostrava la coscienza degli effetti prodotti, discese d'un salto, egli aprì la bocca per ricominciare; ma, anch'io discendendo, non ebbe più che il tempo di vibrarmi la prima metà del primo endecasillabo, che mi restò confitto nella schiena come un dardo spezzato.

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Il secondo che ritrovai fu Desbottonass, una sera di domenica, sul corso Cairoli, in uno stato miserando. Egli salì a stento sulla piattaforma, sorretto per le ascelle da sua moglie grigia e rannuvolata come il cielo, e appena su, si aggrappò alla colonnina e resistette ostinatamente alle istanze della povera donna, che lo voleva tirar dentro, per timore d'una caduta. Rimase lì, afferrato con una mano al ferro e appoggiato con l'altra al parapetto, piegato e tentennante sulle gambe flosce, fissando stupidamente le rotaie che parevano fuggire in direzione opposta al carrozzone, come avrebbe fissato un acqua corrente, col capo ciondoloni sul petto. Era ancor molto dato giù dopo l'ultima volta che l'avevo visto sulla linea della Crocetta. Aveva il viso ingiallito e risecchito, diventato piccolo come quello d'un bambino, rigato di grinze lunghe e simmetriche come grandi gambe di ragno; la bocca cascante, come se non avesse più muscoli, in un atteggiamento tra di disprezzo e di nausea, e dei moti involontari e fitti del capo come se rispondesse continuamente di sì e di no alle domande d'un fantasma.

Ah, certo, egli non aveva più il capo alla politica, non si vantava più d'appartenere all'_opposizione_! Ma più triste a vedersi era la sua povera moglie, alla quale si leggeva in viso, sotto un resto di sollecitudine per lui, la stanchezza di soffrire, un'ira sorda contro il destino, e l'odio che le si era addensato in cuore contro quell'uomo, con cui era condannata a trascinare una vita di supplizio, come un prigioniero chiuso nella cella d'un pazzo. A un tratto, l'uomo alzò la testa e mi fissò in viso uno sguardo di stupore profondo, come se gli fossi cascato davanti dal cielo; uno sguardo in cui riconobbi alla prima ch'era impossibile che mi riconoscesse. Poi mi sorrise d'un sorriso stupido e torvo, nel quale appariva un'intenzione di scherno provocante, e mosse le labbra come per dire un'ingiuria, che non potè articolare. Era già a quel punto in cui il veleno accumulato dell'alcool si volge nel briaco in odio contro tutti, in bisogno di offendere e di ferire, anche il primo venuto, senza ragione nè pretesto, non per altro che per placare il demonio che gli morde le viscere. Ed io pensavo con grande pietà che quell'uomo s'era battuto per il suo paese, che aveva ammirato ed amato caldamente uomini politici cari a me pure, che un mio semplice accenno al suo Garibaldi era bastato a farlo vergognare d'un atto brutale; ma che allora, per certo, se anche fosse stato meno ubbriaco, nessuna mia parola, nessun nome caro, nessun richiamo al suo passato di soldato avrebbe più destato in lui alcun sentimento nobile e forse neppur più risvegliato nel suo cervello alcuna memoria. E continuava a guardarmi fisso, con quel sorriso beffardo sulle labbra bavose, dondolando il capo in atto di sfida, tentando e non riuscendo a cacciar fuori l'insulto che gli gorgogliava come il catarro d'un moribondo nella gola bruciata dall'acquavite. All'improvviso, come se fosse stato percosso alle gambe, si piegò e stramazzò sulla piattaforma. Sua moglie gittò un grido e si chinò per rialzarlo, sfogando a un tempo in atroci parole la rabbia fino allora compressa: — Ah schifoso! Ah assassino! Te lo avevo ben detto! È questa una vita da farmi fare? Tu vuoi farmi morire, impazzire, eh? Su, su, svegliati, levati, su, sporca bestia, su! — Il cocchiere fermò; l'uomo fu levato di peso da lei e dal fattorino, calato giù e deposto sulla proda del fosso; e il tranvai ripartì. Vidi ancora per un tratto il corpo inerte, disteso come un cadavere, col capo nudo nella polvere, e accanto a lui la donna, che continuava a gridare col pugno teso, come se espandesse all'aria tutto l'odio del suo sesso contro il veleno infame che gli muta la casa in inferno e gli dà dei figli maledetti, predestinati all'ospedale e all'ergastolo. Poi un gruppo di gente me lo nascose. E presentii che non l'avrei visto mai più.

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Un'ora d'oro, finalmente, e sotto un bel cielo di novembre, terso e lucente come l'acciaio. Salendo all'imboccatura della strada di Francia, trovai ritta sulla piattaforma di dietro, col suo sacco inseparabile, la vecchia di Pozzo di Strada, non trasformata proprio come Giors me l'aveva dipinta, ma con un viso in cui pareva si fossero ingranditi la fronte e gli occhi e diradata la rete delle rughe. Traspariva ancora dal suo sguardo un pensiero fisso; ma questo pensiero era: — È vivo —; c'era ancora sulla sua fronte un'ombra di tristezza: ma d'una tristezza in cui il figliuolo sterminatamente lontano non le appariva più steso a terra insanguinato, ma ritto in piedi, col braccio teso verso di lei, in atto di dirle: — Coraggio! Un giorno forse ci rivedremo. — Essa chiudeva gli occhi a quando a quando, e il suo viso assumeva in quei momenti l'espressione come d'un proponimento risoluto e saldo di campare, d'un animo preparato a vivere per molti anni sospeso dolorosamente al filo d'una sola speranza, con l'ostinazione invitta di chi aspetta il soccorso ancor lontano, afferrandosi a un cespo sopra l'abisso. Era il giorno quindici. Son date che non si dimenticano. C'era accanto a me un signore, con la schiena appoggiata al parapetto e la _Stampa_ fra le mani: un pezzo d'uomo che teneva il posto di due, con una barba fratesca, assorto profondamente nella lettura. Quella mattina io non avevo letto il giornale. Dando un'occhiata al foglio, ch'egli teneva spiegato, lessi in capo a una colonna un titolo in grandi caratteri che mi diede una scossa: — _La pace con l'Abissinia. La restituzione dei prigionieri._ — Poco mancò che non gli strappassi il giornale di mano. Guardai la vecchia: essa ignorava, senza dubbio. Dissi allora nell'orecchio al signore che quella donna aveva un figliuolo prigioniero del Negus, e non sapeva della pace, e che se m'avesse favorito il giornale le avrei data io la notizia. Quegli si voltò sull'atto a guardar la donna, ma non mi diede il foglio. Era anche lui un artista del sentimento. — Oh diavolo! — esclamò. — Ma glie la do io! — E l'apostrofò, quasi con violenza: — O, la buona donna! La pace è fatta. Non lo sapete? Ecco qua. C'è il dispaccio nel giornale. La notizia è arrivata stanotte; ma la pace è conclusa fin dal ventisei d'ottobre. Vuol dire che il vostro figliuolo è libero da venti giorni. I prigionieri si son messi in marcia per l'Harrar appena firmato il trattato. Qui è fatto il calcolo. Saranno all'Harrar fra un mesetto. Una ventina di giorni per arrivare a Zeila.... S'imbarcheranno a Zeila ai primi dell'anno. Dunque!... Prima della fin di gennaio lo avrete qui. Volete vedere il giornale?

O che non avesse capito nulla o che lo sbalordimento sospendesse in lei ogni altro senso, la vecchia non diede lì per lì alcun segno di commozione; prese il giornale, fissò sul punto indicato uno sguardo morto d'analfabeta, e poi guardò in viso il signore, corrugando la fronte, come per preparare l'intelligenza alla spiegazione che i suoi occhi chiedevano.

— Oh santa pazienza! — esclamò il signore ridendo. — Eppure ho parlato chiaro! C'è qui la notizia, per dispaccio. È fatta la pace in Africa. Menelik, il re di quelle parti, restituisce i prigionieri. Il vostro figliuolo è libero. Non avete un figliuolo prigioniero laggiù? Ebbene, fra un paio di mesi sarà a Torino.