Part 24
Dopo questo spauracchio per vari giorni non trovai che gente contenta. L'ottobre si presentava col sorriso in fronte. Il primo fu il mio buon Giors, sulla linea di Vinzaglio, allegro e fresco come la mattinata. Gli domandai subito della moglie. Guarita! Guarita da un pezzo, salda sui trampoli, _ardita_ come una sposa, e sana anche la frittura, tre sacchetti senza fondo, una rovina quotidiana. E, sorridendo, soggiunse in un italiano suo proprio una frase proverbiale che gli avevo inteso dire altre volte: — _Tuto va bene, trane la gran miseria_; — e si provò a fischiare il motivo della _Carmen_, ma senza riuscirvi. Poi mi diede notizie della _veja_, e poichè non capivo a chi volesse alludere: — Non si ricorda? La vecchia di Pozzo di Strada, quella del soldato d'Africa, che si mise a piangere a veder la battaglia stampata? Matta dalla contentezza, la povera vecchia! — Era stata nel tranvai quella mattina: un'altra faccia; pareva risuscitata; il figliuolo era vivo; le avevan mandato dal Ministero degli “affari della guerra„ per via del Comando del distretto, un pezzetto di carta sporca con quattro parole del ragazzo prigioniero, un foglio arrivato di laggiù, _da ca' del diau_, in un gran pacco, con molte altre lettere, che aveva raccolte e spedite quel prete mandato dal Papa. Ma proprio fuor di sè, da parere che avesse alzato il gomito, felice da allargare il cuore a vederla, povera anima tribolata! Portava il foglietto in seno, in un portamonete di pelle di pecora, e l'aveva fatto vedere a lui, e lo faceva vedere a tutti. — È venuto il foglio, va bene; ma quando verrà il figliuolo? Chi lo sa? Quando faranno la pace? Ne sa qualche cosa lei? Io non leggo la gazzetta perchè mi fan male agli occhi le parole piccole.... — E diede in una risata. C'era sulla prima panca un ostricaro con la berretta rossa e col canestro sulle ginocchia. Egli prese a stuzzicar l'ostricaro. Roba per aguzzar l'appetito, non è vero? E non c'era già abbastanza appetito per il mondo da portare in giro delle diavolerie per aguzzarlo? Che gusto avevano quelle bestie senza testa? Egli non n'aveva mai assaggiato in vita sua, e sentiva quella mattina un maledetto prurito di farne la conoscenza. E dicendo questo, fra una scossa di redini e l'altra, si voltava a guardare il canestro con un'espressione così comica di curiosità e di diffidenza, che l'ostricaro, esilarato, prese un'ostrica, l'aperse e glie la porse. Giors la sorbì, e trattenendola in bocca come per meditarne il sapore, domandò quanto costasse. — Un soldo e mezzo — rispose l'altro. — _Baloss d'un lader!_ — gridò lui, trangugiandola con una smorfia di spaventato —, e hai la faccia di far pagare quanto un pane una porcheria compagna? — Tutti i passeggieri risero, e quel riso lo eccitò. Eppure, sì, quell'acquolina “amaricante„ stuzzicava la fame, ed egli avrebbe dovuto tribolare il doppio quella mattina per arrivare all'ora della macinatura. Ma già era destino che glie ne capitasse una ogni giorno per scavargli lo stomaco. E raccontò quella del giorno avanti. Stava discorrendo con una guardia daziaria, alla barriera, quando, al momento di partire, era salita una bella contadinotta, un fior di ragazza, che n'aveva quanto tre balie, un vero capitale, una cosa, una cosa.... insomma, una cosa magnifica. E lui, così in celia, l'aveva presa a complimentare, maravigliandosi, però, di vederle fare il viso verde invece di rosso. A un tratto quella gli aveva detto nell'orecchio, presto e secco: — _Ciuto, c'a son d'tomin!_ — (Zitto, che sono caciole). Erano caciole di Rivoli! E qui una gran risata. Naturalmente, egli era stato zitto, non l'aveva tradita. Ma il più bello era stato poi: che, partito il tranvai, pigliando sul serio una sua facezia sul diritto a un compenso che gli dava la connivenza nel frodo, la bella ragazza s'era cavato dal seno e gli aveva dato un _tomin_, un po' ammaccato, ma fresco e di quei grassi, d'un odor squisito di panna, ch'egli aveva aggiunto, con gran piacere, alla sua colazione. Ah, che delizia di _tomin!_ Mai da che era al mondo egli s'era messo nel laboratorio un boccone così saporito, gli era colato giù fino alle polpe, gli aveva fatto montare alla testa mille grilli. E seguitò un bel pezzo a scherzare così sui cento sapori di quel boccone, senza mai eccedere, con una discrezione quasi istintiva d'uomo sano di nervi e di spirito, rifuggente dalle sudicerie, spandendo intorno la schietta allegria del suo buon appetito e del suo buon cuore e sorridendo coi denti bianchi all'aria viva d'ottobre, che accarezzava la sua bella faccia di galantuomo....
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Trovai un'altra anima contenta sulla linea di Vanchiglia. Bastò il suo _cerea_ a rivelarmi l'uomo mutato. Una vera trasfigurazione. Era il povero fattorino stato ferito da una bastonata e rimasto malato di terror cronico. Al primo vedere la sua nuova faccia pensai che fosse stato accomodato l'affare della querela, e glie ne domandai. Gli passò un'ombra sulla fronte. No, non ancora; la cagione della sua contentezza era un'altra, e, raccontandola, tornò a rischiararsi. Gli era caduta sul capo una di quelle carte da visita della fortuna, che fanno data nella vita dei poveri diavoli come le vittorie in quella dei generali. Tre giorni avanti, arrivando col carrozzone vuoto alla barriera di Casale, raccattò sotto una panca un portafogli di bulgaro rinvoltato in un pezzo di giornale, se lo ficcò in tasca senz'aprirlo e, secondo la regola, lo rimise nella corsa di ritorno al controllore, perchè lo portasse alla direzione. Rivenendo verso la barriera, arrivato in piazza Vittorio Emanuele, vede correre incontro al tranvai, col viso spaventato, un signore grasso; il quale salta sulla piattaforma e gli domanda con voce di moribondo: — Avete trovato...? — e al sentirsi rispondere: — Sì, è stato trovato.... — si lascia cascar di picchio sulla panca, con le braccia aperte e gli occhi in su, ansando come un mantice. Atto finale: comparsa del signore alla direzione, interrogatorio e riscontro, restituzione del portafogli, tanto per cento secondo l'uso: cento lire al fattorino. — Cento lire, m'intende; un biglietto rosso nuovo fiammante, coi due occhi di civetta, che pareva stampato il giorno prima! Ah, benedetto Iddio, son venute a tempo! — Dopo quella disgrazia che l'aveva tenuto tre mesi a mezza paga non gli era più riuscito di riassestarsi; la famiglia menava una vita d'angustie; si dovevan misurare il pane per pagare i debiti, e non vedevan la fine di quel purgatorio.... — Ed ecco tutt'a un tratto.... Ah, bisogna dire che c'è un Dio! — Splendeva una tal contentezza sul suo viso pallido, e abitualmente spaurito, che metteva pietà; metteva pietà il pensare che cento lire possano operare un tal rivolgimento nell'anima d'un uomo da guarirlo anche dal terrore abituale d'essere ammazzato. E ragionava sulla sua fortuna per gustarla meglio. Su tante linee, si sa, tutti i giorni si trova qualche cosa: fazzoletti, spille, chiavi, scatole di sigarette, perfin delle lettere amorose; ma dei portamonete con migliaia di lire, bazzica, è un caso raro. E proprio doveva toccare al figliuolo di sua madre! Si chiamava _nascer fortunati_. E mi descrisse la scena della sera, quando, rientrando in casa, aveva sventolato il biglietto, come una bandiera, sul viso di sua moglie e sulla testa dei bimbi addormentati: la povera donna s'era messa a piangere, i bimbi s'erano svegliati e buttati giù dal letto, e poi tutti a ridere e a ballonzolare insieme da parer quattro villeggianti della Villa Cristina. — E che sarà allora — gli domandai — quando piglierete mille lire d'indennità a causa guadagnata? — A quella domauda si rioscurò, e parve ripreso dalla paura solita. — No —, rispose a voce bassa — quelle.... preferisco di non averle. — E rimase un po' pensieroso. — Ma! — esclamò poi rianimandosi. — Se non mi capitano altre disgrazie! — E soggiunse umilmente: — Io non faccio del male a nessuno, non voglio male a nessuno; nessuno dovrebbe volerne a me, non è vero? Perchè mi dovrebbero far del male? — Poi, dopo una pausa, guardandosi intorno, disse con un accento d'inquietudine, che mi fece pena: — Come si son già accorciate le giornate! — Non era ancora guarito, pover'uomo.
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Il terzo contento fu un personaggio nuovo, un vecchio pretino che vidi uscire dalla stazione di Porta Susa, con la valigia e l'ombrello, e salire sul tranvai chiuso della linea di Casale. Dal modo come girò lo sguardo per la piazza, soffermandosi, e come lesse l'insegna del carrozzone prima di salirvi, e come vi salì, osservando ogni cosa con un sorriso di curiosità e di maraviglia, argomentai che non avesse mai visto Torino o non ci fosse più stato dal tempo dei tempi. Aveva l'aria d'un prete di montagna, un viso roseo, gli occhi chiarissimi, un'espressione ingenua e buona, quasi infantile. Entrò come in una casa d'amici, sorridendo a tutti, in atto di ringraziare della buona accoglienza, e, appena seduto, mi domandò se il tranvai passava per la piazza Vittorio Emanuele. Il tono con cui gli risposi gli fece subito attaccar discorso familiarmente. Da trent'anni non era più stato a Torino, era quello il primo tranvai sul quale saliva. Aveva bene inteso parlar della cosa; ma dall'immaginare al vedere c'è un gran tratto. Si voltava a osservare il fattorino e il cocchiere, le panche, i vetri colorati, gli annunzi, gli altri tranvai che passavano, come un bambino. Mi ricordò un altro prete di montagna che, anni avanti, sul ponte di Po, m'aveva manifestato la stessa maraviglia per l'_Angelo Brofferio_, ch'era il primo battello a vapore ch'egli vedesse. — Ma guardiamo un po', ma guardiamo un po'.... E si fa fermare quando si vuole, non è vero? E ogni strada ha il suo?... E va così sulle rotaie, da per tutto, come sulla strada ferrata? — E quando il tranvai si mosse, diede segno di viva soddisfazione. — Ma è un bell'andare, proprio.... senza scosse.... e come si corre.... Una bella cosa, veramente, una bella cosa. E ora si farà andare con l'elettrico, dicono.... Sarà una maraviglia.... Ah, son cose che fa piacere di vederle! — E sorrideva intorno ai passeggieri, come a compagni d'un lungo viaggio, sconosciuti ancora, ma coi quali dovesse far poi conoscenza; ringraziò come d'un regalo il fattorino che gli porse il biglietto; stette un minuto in ammirazione del congegno del campanello, e quando m'alzai per discendere in piazza Solferino, s'alzò egli pure, e fattomi un cenno di riverenza col capo come a un conoscente, si rimise a sedere, visibilmente lieto di non avere ancor da discendere, di doversi trattenere ancora in quella “bella compagnia„ esilarata dal sorriso gentile con cui egli rispondeva al suo sorriso canzonatorio, credendolo un segno abituale della squisita cortesia cittadina....
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Ma anche la “bella compagnia„ in quei giorni dava ragion di ridere alle sue spalle. Trovo notato fra gli appunti: — _Galileo Ferraris._ — È il ricordo d'una corsa fatta con lui per un tratto del viale Margherita. I giornali avevano pubblicato in quel torno le proposte fatte dalla Società al Municipio per l'istituzione dei tranvai elettrici, e spesso, tra i passeggieri, s'udivano su quell'argomento delle uscite amenissime. Sarebbero forse state più guardinghe le due eleganti bottegaie o modiste o quidsimile, che ci divertirono per cinque minuti, se avessero saputo che quel bel signore bruno e pallido, dal sorriso dolcissimo e dagli occhi socchiusi, il quale stava leggermente chino per raccogliere, senza farsi scorgere, i loro discorsi, era un elettricista di fama mondiale. La più giovane, con un cappellino incoronato di magnolie, giurava che sui nuovi tranvai elettrici non avrebbe mai messo piede, e domandata dall'altra del perchè, rispondeva vivamente: — Ma come? _E s'a se scianca 'l fil?_ (E se si strappa il filo?) Tutto va per aria! — Ma l'amica non si curava di quel rischio: aveva inteso dire che il maggior pericolo era un altro: se per inavvertenza, salendo o scendendo, si toccava la cassetta dov'era “il deposito delle scintille„ c'era da pigliare una scossa da cadere in terra stecchiti come per una nerbata sulla testa. Come se la godeva il buon Ferraris, lisciando la barba nera con la sua piccola mano femminea! Ma non era quella la più amena ch'egli avesse udita in quei giorni. La sera innanzi, sulla linea del Martinetto, aveva inteso un vecchietto ciaccolone fare i più neri pronostici su quei novi fili che stavano per aggiungersi ai troppi altri già distesi fra casa e casa; i quali, saturando l'aria di elettricità, erano cagione di tanti sconcerti nervosi, di tante malattie bisbetiche e stravaganze d'idee e audacie matte di partiti sovversivi, per cui il mondo andava diventando un inferno. Che strana cosa, non è vero? In una delle città più colte d'Italia, intorno alle maraviglie della scienza, forza e gloria d'una civiltà di cui insuperbiscono tutti, udire presso a poco gli stessi discorsi che s'udrebbero sulle rive del Victoria Nianza o in mezzo alle foreste del Gran Chaco! — Basta — concluse la modista giovane — non sanno proprio più che diavolerie inventare per accorciarci la vita. — Delizioso! — disse il Ferraris. Quella si voltò, e al vedere quel bel signore bruno che, pur avendo l'aria d'intendersene più di lei, pareva che consentisse nel suo giudizio, gli fece un sorrisetto di simpatia e di gratitudine.
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È di quei giorni una pagina sui “fenomeni d'elettricità erotica„ che posso trascrivere tal quale. “È l'avvicinarsi, che si sente nell'aria, della stagione sentimentale, è il pensiero che sia questo l'ultimo mese delle giardiniere, così propizie all'osservazione del bel sesso, e l'ultimo dei leggieri e scarsi vestiti estivi, ai quali succederanno tra poco gli alti colletti che fasciano i colli e gli ampi mantelli che nascondon le vite, son queste od altre le cagioni, per cui noto ora negli erotici un'intensità di sguardo, una fissità di contemplazione, un languore di voluttà più cascante che nei giorni dei grandi calori? Curiosissimo il tipo osservato stamani sulla linea di Madama Cristina: un signore vestito correttamente, con gli occhiali d'oro e una barba di sultano, d'una pallidezza e d'una serietà d'Amleto maturo; il quale, stando ritto in fondo alla giardiniera, con una spalla appoggiata alla colonnina, a ogni signora che salisse o scendesse da quella parte, sporgeva in fuori il busto e il capo per conoscere da quale calzoleria provenisse il suo stivaletto; ma con un piegamento guardingo, percettibile appena, della persona, che io gli vedevo preparare con un moto avanti del piede su cui doveva appoggiare, ogni volta che da quel lato della strada suonava un _alt_ femminile. Quell'atto ripetuto di scolaresca curiosità sessuale, fanciullescamente dissimulata, faceva un contrasto altamente comico con la quasi tragica gravità del suo viso barbuto, e anche più comico all'immaginare i pensieri ch'egli doveva volgere in capo, ma di cui non un lampo appariva dietro agli occhiali d'oro, in quegli occhi sporgenti, grigi, muti come due palle di cristallo. Ah, se si potesse, in un solo tranvai, penetrar con la mente dietro al velo misterioso di tanti visi gravi, freddi, innocenti o indifferenti, che mostruoso guazzabuglio si scoprirebbe di pensieri e d'immaginazioni, di desideri e di propositi, infinitamente diversi da quelli che le maschere fanno supporre! Un viso eccettuato, peraltro: quello della “vergine morta„ che salì al crocicchio del corso Valentino, e per la quale gli occhiali d'oro si sporsero avanti come per l'altre; un viso così bianco, così puro, così virgineo da far giurare che non nascondesse mai neppur l'ombra d'un pensiero che la bocca non potesse esprimere, e che non sarebbe potuto arrossire nemmeno s'ella avesse saputo che lo sguardo di quegli occhiali vedeva a traverso ai panni la sua nudità. Come sempre, si voltarono tutti a guardarla; ma sul suo viso di marmo candido neanche questa volta non tremò un muscolo, non passò un lampo, non guizzò il barlume d'un sentimento di compiacenza. Soltanto, quando fu seduta, cosa insolita, girò il capo a destra e a sinistra, con un movimento vivace, come se cercasse per la via qualcheduno, da cui sospettasse d'esser cercata....„
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Feci riguardo agli erotici, i giorni appresso, quest'altra osservazione: che si possono ascrivere alla famiglia loro quasi tutti quei baldanzosi, i quali, nonostante il peso degli anni e della pancia, che li dovrebbe render prudenti, rischiano ogni momento d'andare a letto per quaranta giorni, saltando sul tranvai mentre corre. La più parte, in fatti, saltano per la donna. Hop! Hop! E là! Cinquant'anni e vedete che leggerezza! È divertente studiare i diversi campioni. Per parte d'alcuni, che la compiono con disinvoltura, la prodezza può far colpo; ma ad altri tolgono ogni virtù di seduzione lo sguardo ansioso che fissano sul punto di mira, gli atti scomposti della rincorsa, lo sgomento che mostrano in viso del pericolo corso, e la pena che durano, dopo seduti, a ricomporre la carcassa, soffiando come foche: quando pure non cascan sulla panca malamente, aggrappandosi alla colonnina come a una corda di salvamento, col cappello sbiecato e la parrucca andata di traverso. Ah, vecchi peccatori impenitenti e temerari! Ma se sul tranvai non c'è bel sesso, non c'è caso che si cimentino. E gareggiano nobilmente tra di loro, e sono gelosi del salto più snello e più aggraziato dei giovani. Ne fui testimonio la mattina sulla linea di via Cernaia. Uno di questi vecchi acrobati galanti, con tanto di panama e di sottoveste bianca, che pareva tinto col granatino, aveva fatto la sua prova in piazza San Martino. Poco dopo, mentre s'andava di tutta corsa, un giovanotto biondo e asciutto, vestito da damerino, saltò su egli pure, ma da tre passi distante, e senz'afferrarsi alla colonnina: un vero salto da maestro. Non era che il primo saggio. Passato il corso Siccardi, saltò giù, corse a un banco, prese un giornale, raggiunse di volo il tranvai, e vi saltò sopra come prima. Le signore si voltarono a guardarlo. All'imboccatura di via Santa Teresa, saltò giù un'altra volta, corse alla buca delle lettere, vi buttò dentro una cartolina, e poi da capo una corsa, e un salto, e ritto là sulla piattaforma. S'alzò un mormorio di stupore: non s'era mai vista una cosa simile: le signore n'erano ammirate; fu un vero trionfo. Ma l'uomo del panama, ingelosito, ruppe l'incanto. Si chinò un poco verso le signore dell'ultima panca e disse abbastanza forte: — È il Tony della compagnia equestre del Balbo, quello che salta otto cavalli. — Poi soggiunse, scrollando una spalla: — Sfido io; è la sua professione! — e detto questo, dopo aver dondolato un po' il piede fuori del montatoio, si lasciò andar giù sulla strada con mollezza elegante, — vendicato.
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Uno che non salta, per esempio, è il cavalier Bicchierino. Lo vidi salire il giorno dopo sulla giardiniera di via Garibaldi, mentre stavo sulla piattaforma in fondo con l'operaio lattoniere, vestito dei suoi panni da lavoro, con un tubo da gas acciambellato sotto il braccio. Posato e preciso in ogni cosa, egli fece fermare alzando e abbassando tre volte la canna come un antico capo tamburo, non salì che dopo aver guardato se i cavalli eran ben fermi, e non sedette sull'ultima panca che dopo averla spolverata accuratamente col fazzoletto. Poi, per riassestarsi addosso i panni scomposti nella salita, scrollò un po' il capo e le spalle, come fa la gallina per scoter le penne, e, compiuta quell'operazione, non si mosse più. Era proprio un destino ch'io non potessi mai conquistare durevolmente l'animo suo. Il lattoniere, con la sua serietà e lentezza solita di pensatore, aveva avviato un discorso sulle nuove funzioni dei municipi in Inghilterra, delle quali s'occupava da qualche tempo, nelle ore rubate al sonno, con la diligenza che gli era propria, ritagliando notizie da giornali e trascrivendo periodi da riviste nel suo grosso vademecum di conferenziere. Interrottosi un istante per osservare l'operazione d'insediamento del signore sconosciuto, ripigliò: — Quando lo diciamo noi, pare che sian cose dell'altro mondo. Ma il municipio di Birmingham, per esempio, quando saranno passati i settantacinque anni per cui diede in enfiteusi agli impresari il terreno per lo sventramento, resterà ben padrone di tutte le case costrutte, con un reddito annuale di cento mila sterline. E questo è bene un passo sulla strada che condurrà il municipio ad essere come il direttore d'una grande impresa cooperativa di cui ogni cittadino sarà azionista.... —
Un movimento leggerissimo delle spalle del cavaliere m'avvertì ch'egli aveva inteso le ultime parole e un'inclinazione appena visibile del suo capo m'avvertì che stava in ascolto.
Il lattoniere, accarezzandosi il mento con la mano nera di piombo, continuò a citare, pacatamente, col tono d'uno che dettasse. — Un gran numero di città inglesi avevano convertito in servizi municipali, con piena soddisfazione del pubblico, i servizi dell'acqua potabile, del gas, della luce elettrica, ricavandone benefizi enormi e ribassando i prezzi. Il municipio di Glascow s'era assunto anche l'esercizio dei tranvai, riducendo l'orario degl'impiegati, aumentando i salari e istituendo le corse di cinque centesimi per mezzo miglio, con un profitto molto superiore al canone che gli pagavan prima le Società private.... —
Tutta la disapprovazione che possono esprimere la nuca e la schiena d'un cittadino io la vidi espressa a quelle parole dall'aspetto posteriore del cavalier Bicchierino; il quale doveva credere esagerati iperbolicamente i dati di fatto, se pur non credeva tutte una fantasia quelle citazioni.
Il lattoniere continuò, insistendo sull'esempio del municipio di Glascow, che da qualche anno esercita con vantaggio proprio e del pubblico anche altre funzioni di indole più privata. — Giusto, perchè il municipio non potrebbe anche incaricarsi di far lavare la biancheria?
A quest'ultimo colpo, il buon cavalier Bicchierino non si potè più contenere e si voltò a guardarci mostrandoci negli occhi arrotondati e nella bocca aperta tutta la stupefazione che può contenere un'anima umana. Diede uno sguardo all'oratore e un altro a me, che avevo l'aria d'approvare, e in quello sguardo lessi la mia sentenza. Un uomo che stava a sentire, acconsentendo, delle stravaganze così spropositate, delle assurdità così mattamente ridicole, non poteva essere che un insensato, meritevole della più profonda commiserazione; un uomo da perdonargli che gli paresse stretta via Garibaldi e che tagliasse il _Popolo_ con le dita. E dal modo come voltò le spalle e riprese il suo atteggiamento capii che non mi restava più nessuna, nessuna speranza di risollevarmi nella sua stima.
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