La carità del prossimo

Chapter 19

Chapter 193,833 wordsPublic domain

Nel dire queste scellerate parole, pareva al trist'uomo di godere un'orribile gioia, gli sembrava di gustare ardentissima la voluttà dell'odio e della vendetta. E' teneva fiso lo sguardo sulla donna per coglierne ogni menomo trasalto, ogni mossa, ogni mostra di dolore, onde apparisse ch'egli feriva proprio nel vivo il cuore di quella sventurata. Essa dapprima udiva paziente, sommessa, quasi avvilita. Od udiva ella veramente? Quelle parole piuttosto le ronzavano penosamente all'orecchio senza che le capisse; producevano sì un accrescimento di tortura in lei, ma traverso la confusione di tutto il suo essere non giungevano pur tuttavia a far apprendere chiaro e preciso il loro senso all'intelletto sconvolto dell'infelice.... Ma ci giunsero alla fine. Allora tutto quello che c'era ancora in lei di forza e di vigore si ribellò contro cotanta infamia; ella sorse con nobile impeto, levò il velo e mostrò lo scarno volto colorito di viva fiamma, e l'occhio incavato ebbe un lampo di indignazione violenta.

Tese vivamente una mano verso il marito con tanta imponenza che questi ne troncò il suo dire. Fece un passo contro di lui, e parve pensare quale arma migliore dovesse scegliere ad opporre a quella con cui egli la veniva trafiggendo, con qual più acconcio colpo rispondere ai colpi di lui; ma la trovò di botto e con accento animato e con ineffabile scoppio d'amorosa passione, esclamò:

--Ebbene si, Adolfo, l'ho amato... più che ogni cosa al mondo... e lo amo... e l'amerò sempre... sì l'amo anche morto... il suo cuore vive nel mio, il suo spirito è qui meco... Io lo vedo e gli parlo... T'amo, Adolfo, t'amo!... Uccidetemi, io l'amo.

Per Orsacchio fu come, in una lotta, per l'atleta che ad un nuovo e più vigoroso assalto dell'avversario dapprima cede e indietreggia, poi tosto, ripresa nuova lena, si rifà più ardimentoso e più accanito alla pugna. Gli si erano allividite e contratte vieppiù le sue guancie, e il suo sguardo non aveva potuto reggere a quello avvampante di Gina; ma il furore in lui non era stato tardo a sovraggiungere, si slanciò su di lei, la afferrò alle braccia, le serrò i polsi e scuotendola senza un riguardo, ruggì, accostando a quello di lei il suo volto terribilmente impresso dall'ira:

--Sciagurata! sciagurata!

La donna, per un istante, pensò a resistere. Ebbe l'ardimento d'incrociare il suo con lo sguardo furibondo di lui; ma non potè oltre, tutta la sua forza ella aveva esaurita in quel momentaneo slancio. Nel sentirsi stringere da quelle mani ch'essa la sera innanzi aveva vedute rosse di sangue, e di qual sangue! le nacque tale un orrore che per poco non ne perdette gli spiriti. La si gettò all'indietro, si accasciò su sè medesima, gettò un grido di spavento disperato e con voce arrangolata dallo spasimo, esclamò:

--Misericordia! misericordia!... Oh abbiate compassione di me!...

Ella pendeva colle braccia tese, non sostenuta che dalla ferrea morsa delle mani d'Orsacchio che le facevano lividi i polsi; egli incombeva sovr'essa, a mezzo chinato, improntata la faccia della più ria ferocia. Stette così un poco, mentr'ella si dibatteva sotto di lui nelle convulsioni della paura, poi la ributtò villanamente, ed ella cadde come corpo morto sul suolo.

Orsacchio incrociò le braccia al petto e la sogguardò un istante in silenzio con un satanico ghigno.

--Alzatevi: diss'egli poi duramente.

Gli scotimenti che facevano trasaltare tratto tratto il corpo di Gina mostravano ch'ella era in sensi; ma tuttavia la non si mosse, nè accennò in alcun modo aver udito.

--Ah! voi l'amate, voi l'amate anche morto: ripigliava quel feroce: sta bene; siate pur lieta e superba del vostro infame amore. Vorrei aver potuto portar meco quel cadavere e gettarlo fra le vostre braccia amorose e dirvi: «Eccovi il vostro drudo, abbracciatevelo...» Vorrei potervi rinchiudere con esso, perchè ne aveste sempre innanzi agli occhi la bara, come ne avete nella memoria il pensiero.... Udite intanto com'egli sia morto. Ciò vi vorrà dare diletto non poco.

E l'iniquo, curvo sulla caduta, si pose a raccontarle divisatamente, con una lentezza crudele, tutto l'orrendo fatto: la provocazione sua, i rifiuti d'Adolfo, gli oltraggi a cui egli dovette ricorrere per obbligarlo ad impugnare un'arma; le descrisse il terribil momento in cui i due rivali stettero a fronte la pistola appuntata al petto l'un dell'altro, il colpo, il subito imbiancarsi della faccia d'Adolfo, il gemito di lui, il cadere... E' pareva compiacersi con orribil diletto nel minutamente esporre ogni cosa: era per lui come un trovarsi nuovamente a quell'atto, un uccidere di bel nuovo l'odiato rivale. I suoi detti cadevano fieri, spietati, incisivi sulla povera donna. Ella nel delirare del suo spirito intenebrato, non li capiva bene del tutto quelli accenti, ma li sentiva piombare dolorosissimi sull'anima. La era come il misero condannato alla flagellazione, il quale, dopo un certo numero di sferzate, più non sente quasi il batter della verga sulle lacere carni, ma ne sente al cuore più doloroso e più intollerabile il colpo.

Quand'ebbe finito il suo racconto, quando ebbe così un poco sazia quella esecranda sete d'odio e di male che lo rodeva, Orsacchio si chinò verso la moglie giacente tuttavia, e guardò s'ella fosse svenuta. Gina avea gli occhi larghi, stupiditi, riarsi, senza una lagrima, senza lume più d'intelligenza.

--Su via, alzatevi: disse l'uomo.

Ella non mostrò avere inteso.

--Alzatevi: ripetè più villanamente il marito, urtandola col piede.

Gina non si mosse.

Un passo d'uomo pel corridoio dell'albergo s'accostava all'uscio di quella stanza.

Orsacchio si curvò vivamente e prese la moglie alla vita per sollevarla; ma a quel tocco essa tutta si riscosse. Un tremito generale l'assalse; si rizzò di scatto come per nuova forza entratale subitamente: si sciolse dalle braccia di lui e corse a riparare nell'angolo il più rimoto. Colà, gli occhi spaventosamente fuor del punto, la faccia disperata, i denti che battevano insieme dal terrore, ella gridò:

--Non toccatemi... non toccatemi!

Il passo s'accostava sempre più.

--Silenzio! intimò il marito andandole incontro minaccioso.

Ed ella, peggio atterrita che prima:

--State in là..... state in là... Aiuto! aiuto!

--Silenzio! ripetè Orsacchio venendole sopra.

L'infelice si rannicchiò tutta nell'angolo, tremando, palpitando, senza più forza, non che a mandare un grido, ma ad avere il respiro.

Un colpo fu picchiato all'uscio colla nocca delle dita. Orsacchio fu d'un balzo ad aprire. Era l'oste che veniva ad avvisare i cavalli essere attaccati alla carrozza e il postiglione già in sella.

--Sta bene: disse Orsacchio; noi scendiam tosto.

Richiuse la porta e si riaccostò a Gina. Gli occhi e la guardatura della misera erano quelli di un dissennato. Le riabbassò il velo innanzi al volto, le fe' cenno d'avviarsi ed essa obbedì; le fece scendere le scale, la invitò a salire nella carrozza ed essa ci montò, ma schivando di toccar la mano ch'egli le porgeva; e' sedette presso di lei, e fu ripreso il viaggio.

Qualche tempo essi dimorarono in un riposto casolare della Svizzera. Che vita fosse quella dell'infelice donna, immaginatelo voi. Vivevano affatto soli, ella ed il suo carnefice, segregati dal mondo; ed ogni ora, ogni istante era un tormento per lei. Nel farla soffrire cotanto, il crudele marito soffriva ancor egli; ma questi patimenti a lui erano cari, si facevano ogni dì più una necessità dell'anima intristita.

Ma il cielo ebbe pietà della misera Gina. Le tolse a poco a poco la ragione.

Allora alcuna ora di riposo, anche di bene, le fu concessa. Anzi tutto Orsacchio si atterrì la prima volta ch'ei fu chiaro di questa tremenda verità. Parve anche a lui un momento che la sua vendetta fosse ita tropp'oltre: ebbe del suo fatto come l'ombra di un rimorso. Inoltre, quella donna, cui egli ferocemente godeva di straziare, per uno di que' strani misteri che ha il cuore umano, egli insieme odiava ed amava più che non l'avesse amata mai prima. Temette morisse, e questo pensiero gli fu dolorossisimo; lasciò che all'infelice non venisse più altro tormento da lui fuor quello della sua vista e della sua presenza. Poi la pazzia, che ad intervalli assaliva la sventurata, non sempre le recava penose fantasie e tristi vaneggiamenti. Alcune volte ella si credeva fanciulla ancora, libera di sè, lieta, amante ed amata, e in isplendide, dilettose visioni, le appariva più bello, più caro, più amoroso il suo Adolfo a vagheggiarla, a sorriderle, a susurrarle incantevoli parole d'amore. Allora fra l'uomo e la donna rimanevano scambiate le parti, e questa diventava involontario tormentatore, e quegli soffriva i più acuti spasimi d'una gelosia da non potersi dire. Invano tentava egli rompere quei sogni dilettosi e trarre la riconfortata donna nella tristizia della realtà; la dissennatezza era più potente di lui, ed ella, non turbata punto, continuava il suo cantico d'amore e le sue felici visioni. Dopo queste benefiche crisi, Gina cadeva in una mestizia profonda, ma mite, che le concedeva per giorni parecchi sfogo d'abbondevolissime lagrime. Era ciò che la teneva in vita.

Di quando in quando, per contro, l'assalivano smanie tormentosissime, e delirii, e convulsioni che erano una compassione e uno spavento a vedersi. Era durante uno di siffatti assalti del male che abbiam visto Anna introdotta presso di lei. In quei momenti la vista del marito le tornava assolutamente incomportabile; un vigore straordinario, una febbrile vivacità la occupavano; i deliri della sua mente si traducevano in fiotti tumultuosi di parole insensate, confuse, in grida, in ispasimi di contrazioni quasi epilettiche, in isvenimenti da ultimo. Voleva uccidersi, chiamava con angosciose supplicazioni la morte. Succedeva poi un abbattimento, una prostrazione in cui completa era in lei la conoscenza delle sue condizioni, e tornava in tutta la sua forza il terrore che le ispirava il marito.

Trascorsi parecchi mesi, Orsacchio pensò di tornarsene celatamente in patria, e di trovarci un ripostiglio in cui nascondersi così bene che nessuno mai più avesse il menomo sentore de' fatti loro. E ciò era facile ad ottenersi. Gina non aveva parenti che lontani, i quali, dopo accasatala, non s'erano più dato il menomo pensiero di lei, e ch'ella esistesse o no, non si curavano punto. Egli aveva rotto col mondo ogni attinenza, ed il mondo oblia sì presto quelli che lo abbandonano!

Per maggior cautela cambiò nome, e prese le mosse per tornare in Piemonte. Gina s'era assuefatta alla dimora in quel pulito casolare svizzero e alla bella campagna che lo circondava. Come quella che in alcuna persona viva, fra le poche ond'era accostata, non poteva più mettere amore, l'anima della povera insensata aveva posto un certo affetto a que' luoghi, a quel cielo, a quelle aure. Per costringerla a dipartirsene ce ne volle e di molto. Orsacchio dovette impiegare tutta la tremenda autorità che gli davano su lei lo spavento e l'orrore ch'ella ne sentiva. La decise a spiccarsi di là, e la tenne quieta e sottomessa lungo il viaggio colla pressione continua delle sue minaccie e con certe tremende parole che, ricordando il passato, andavano dritto, traverso alla sua follia, sino all'anima della poveretta.

Orsacchio non iscrisse a nessuno, non commise ad alcuno di cercargli il suo ricovero: volle far tutto da sè. Condusse la moglie in una città dove non potessero essere conosciuti da anima viva; e colà, visto sugli annunzi dei giornali l'_appigionasi_ della villetta di Valnota, ch'egli sapeva in luogo montagnoso e solitario quant'altro mai del Piemonte, si recò difilato dal proprietario a trattarne l'affitto.

Marone, dalle informazioni che gli furono chieste intorno alla casa ed alle vicinanze, dalla figura del pigionante, dalla facilità medesima di accettare ogni patto, capì che c'era lì sotto un mistero, e ne trasse partito per rincarare l'affitto. Orsacchio acconsentì all'esorbitanza del prezzo dimandatogli. Abbiamo udito dall'ortolano di che modo egli giungesse e si stabilisse nella villetta, come la moglie da principio non ci volesse stare, ma poi a poco a poco vi si acconciasse, come durassero sempre in Gina le vicende di umori lieti e tristi, interrotte di quando in quando da qualcuna di quelle crisi tremende, durante le quali il marito era costretto ad allontanarsi e la moglie di Matteo soltanto poteva accostare la inferma.

Ultimamente abbiam visto l'infelice donna sentirsi attirata di subito da una simpatia che era in lei come un istinto, verso di Anna, che il caso soltanto le aveva menato daccosto.

Ora vediamo un poco quei due bravi e generosi cuori, Vanardi e Selva, che cosa pensassero di fare in pro della sventurata, di cui avevano finalmente scoperto l'esistenza e il ricetto.

XXIII.

Giusta il comune avviso di Antonio e di Giovanni, il liberar Gina dalle mani del fiero marito era la prima e la sola cosa da farsi. Conveniva a quest'effetto, anzi tutto, assicurarsi, senza possibile errore, che quella di cui l'ortolano aveva loro parlato si fosse propriamente la Gina cui essi cercavano, esaminare cogli occhi propri, per quanto potesse loro venir fatto, come stessero le cose, e poscia, se occorreva, ricorrere alle autorità e chiamare sulla misera donna la protezione della legge.

Determinarono adunque i due amici, che il domani, che era un lunedì, sarebbero partiti ambidue per alla volta di Valnota, e là governatisi secondo l'occasione e i luoghi e le circostanze avrebbero loro consigliato e concesso; e siccome Selva per ragione de' suoi impegni non era libero tutta la giornata, stabilirono di partire al pomeriggio, di fermarsi colà la notte e tornarsene il mattino successivo.

Ma se per Giovanni v'era l'impedimento dei suoi affari a restar fuori un giorno intero, il buon Antonio, che non aveva codesto, e l'avrebbe voluto avere, si trovava impacciato da un altro ben più grave e più assoluto che è facile ad indovinarsi; il manco di denari. Essere del tutto a carico dell'amico gli rincresceva troppo, avendo da lui avuto sì generosi soccorsi, e parendogli che Selva facesse assai più di quanto gli toccava a metterci la sua parte in quel viaggio, egli che non aveva vista neppur mai la persona di cui trattavasi e che non aveva con lei altra attinenza fuori della compassione d'un cuor generoso per una soverchia ed immeritata sventura. Onde, sollecitato da questo bisogno che si aggiungeva agli altri della famiglia, Vanardi umiliò anche una volta la sua dignità innanzi alla necessità e si risolvette di andare per soccorsi dalla marchesa di Campidoro cotanto in fama di generosa.

Ah! ben gli sapeva d'amaro questo nuovo sacrifizio, e, per quanto rammollito e ricurvo dalla sventura, il suo animo aveva fieramente riluttato un bel pezzo; ma poi aveva fatto come il malato che ha da tracannare una disgustosissima bevanda, il quale chiude gli occhi e la caccia giù; e il mattino del lunedì si presentava vergognoso e raumiliato nell'anticamera della signora marchesa.

Dei supplicanti al par di Antonio ve n'era già un buon numero. Per essere intromessi al cospetto della vecchia signora occorreva o venirci con una commendatizia del parroco, oppure del presidente della congregazione di Santa Filomena, che era il signor Marone, oppure del filantropo cavalier Salicotto, od anche del dottor Lombrichi, o in difetto di alcuna di queste tornar accetti al signor Grisostomo. Antonio non aveva il primo requisito, ed era molto da temersi non avesse neanche il secondo.

Quand'ebbe detto al domestico che lo interrogava, nome, cognome e condizione, egli sedette in un canto e rimase ad attendere con tutta la paziente rassegnazione che nella sua corta carriera di supplicante aveva pur già dovuto imparare.

Ed aspettò tanto, che la mattinata omai era oltre e l'anticamera a poco a poco si era vuotata, senza che egli, rimastoci ultimo, fosse pur mai introdotto.

Antonio voleva appunto rivolgersi di nuovo al domestico, cui vide accostarsi a quella stanza, quando il servo stesso lo prevenne, e andandogli incontro, mezzo brusco, gli disse:

--Che cosa fate ancora voi lì?

--Aspetto sempre per parlare alla signora marchesa.

--Adesso è tardi, buon uomo; la non riceve più. Potete andarvene.

Primo pensiero del pittore fu di scappare di trotto; ma la ragione lo soprattenne.

--Ho tanto, tanto bisogno di parlarle! diss'egli.

Il servo si strinse nelle spalle.

--Eh! dicono tutti così. Chi è che vi manda?

--Come? chi mi manda?

--Sì, voglio dire da cui siete raccomandato.

--Da nessuno.

--Ah! allora avrete parlato col signor Grisostomo.

--Non lo conosco.

--In tal caso, mio caro, non sarete ricevuto mai.

--Diavolo! Come ho da fare? Menatemi dal signor Grisostomo.

--In questo momento è fuori di casa: tornate dopodomani.

--Dopodomani! ripetè il poveretto lasciando cadere la testa e mandando un sospiro desolato che diceva tutta la sua disperazione.

In questa attraversava l'anticamera quella vispa fanciulla che abbiamo veduta nel fondaco di messer Agapito incontrarsi appunto col nostro disgraziato pittore. Ella udì quelle due parole pronunziate con tanta mestizia e quel sospiro tirato con tanta doglianza, e il suo buon cuore ne fu commosso. Si fermò a guardare chi le aveva dette.

--Voi volete parlare alla signora marchesa? disse la brava giovane accostandosi ad Antonio, e ravvisandolo di subito.

--Sì, madamigella.

--E vi preme?

--Oh tanto! esclamò il povero diavolo; e l'umiliazione, la vergogna, la confusione davano al suo accento una efficacia anche maggiore.

--Voi siete quel pittore che abita nella casa del signor Marone qui presso?

--Per l'appunto.

--Padre di famiglia?

--Quattro figli.

Carlotta non istette a pensarci nè tanto nè poco; fece un attuccio graziosissimo colla testa, come per dire «voglio così» e prese per mano senz'altro il pittore.

--Venite, disse, vi menerò io dalla marchesa.

Il domestico ch'era lì presente si mostrò tutto scandolezzato.

--Carlotta! esclamò egli in tono che significava: «Guarda che fai! questa è troppa temerità.»

La giovane rispose crollando vezzosamente le spalle.

--Eh! lasciatemi fare... il _turco_ è fuori di casa, e quando venga... se questi ci è ancora... ebbene gli diremo... gli diremo che son io che l'ha fatto entrare... oh bella!

E trasse Antonio nella stanza della marchesa.

Era un antico salone, proprio di quelli degli antichi palazzi in cui non si misurava con avara parsimonia lo spazio come nelle costruzioni moderne, con antichi mobili, antiche tappezzerie, antichi quadri, si sarebbe detto antica atmosfera. Entrando colà vi sareste creduti trasportati nel secolo scorso, e in mezzo a quell'ampio ambiente, fra tutta quella roba alla rococò, vi sareste aspettati da un momento all'altro di veder comparire un guardinfante od una parrucca incipriata.

Quasi ugualmente antica come le cose che l'attorniavano era la padrona di quel palazzo e di quelle ricchezze. Ella, meglio che seduta, sepolta in una gran poltrona, con attorno un esercito di cuscini, stava presso alla gran caminiera, entro la quale ardeva un fuoco poco meno che spaventoso. A ripararsi dall'ardenza che mandavano esorbitante le legna cui consumava la fiamma vivace e le braci accese, aveva innanzi un parafuoco di legno di mogano nella intelaiatura, con una stoffa di seta ricamata a personaggi sbiadita nel colore. Comechè regnasse in quella stanza una caldissima temperatura, la marchesa era tuttavia sotterrata da una montagna di varie pelliccie e scialli e mantelletti coll'ovatta; così bene che la non appariva che come un enorme fagotto di robe da cui sporgesse una testolina, con una gran cuffia bianca a ricciatura di tulle tutt'intorno, con una faccetta sottovi, ammencita, ossea, del color della pergamena, corsa in tutti i sensi da minutissime rughe. Questa testolina si dondolava di continuo per un moto meccanico e involontario; e per questo medesimo le mascelle non cessavano mai da un atto che sembrava un masticare.

Antonio, appena messo il piede riguardoso e peritante sul morbido e spesso tappeto che in quella stanza impediva affatto il rumore del passo, sentì una tossetta secca, e poi una voce fessa, debole, stonata, che quasi non aveva più nulla di femmineo, la quale diceva:

--C'è qualcheduno costì?

--Sono io, rispose la Carlotta accorrendo sollecita presso la padrona.

La marchesa volse all'insù più che potè il suo capo dondolante, e disse trascinando le parole e stentando nel pronunziare:

--Dov'è?... dov'è Grisostomo?

--È fuori di casa.

--Gli è mezz'ora che chiamo, e nessuno viene... Non ho più il mio campanello... È un ora che lo cerco... chi l'ha preso?

--Eccolo qui: disse Carlotta raccogliendolo in terra e porgendolo alla signora; le era caduto.

--Mi si lascia sola come un appestato... È questo il vostro dovere, canaglia?... Nessuno ha cura di me... Fatemi venire Grisostomo.

--Le ho già detto, signora marchesa, che egli non era in casa.

--Dove è andato?

--Non lo so.

--Ancor egli mi abbandona... L'ingrato!... Datomi da bere, Carlotta... Quel Grisostomo è un ingrato... Non è vero che gli è un ingrato?

La giovane era andata a prendere un gotto sopra un vicino tavoliere, e lo porgeva alla vecchia.

--Eccole da bere.

--Ma ditemi se quel Grisostomo non è un ingrataccio.

Carlotta sapeva troppo bene che non le conveniva a niun modo sparlare del favorito servitore, anche quando la marchesa pareva più disposta a sentirne dir male, epperò rispose con accortezza diplomatica:

--Forse la signora marchesa lo avrà mandato essa stessa a far qualche commissione.

La vecchia parve riflettere profondamente.

--Io? disse, come parlando fra sè; l'ho mandato io?... Mi par ben di sì... Oh la mia povera testa!... Non mi ricordo più di niente... Sì, sì, l'ho mandato a prender nuove del presidente della Congregazione di santa Filomena che s'è rotto qualche cosa... che cosa s'è rotto?

--Si è slogata una gamba.

--Giusto: e poi doveva andare in un altro sito.. Dove l'è che doveva andare? Ah! dal notaio... Sicuro, ora mi ricordo, dal notaio... Vogliono che io rifaccia il mio testamento.

Guardò con una specie di curiosità maliziosa la cameriera.

--Sapete che mi vogliono far cambiare il mio testamento?

--So di nulla, io.

--E lo rifarò... E se siete buona, e se mi servite bene, ci sarà qualche cosa anche per voi.

Un accesso di tosse la colse. Carlotta le pose innanzi la tazza che aveva sempre tra mano.

--Beva!

--Che cos'è quella bevanda? dimandò la marchesa.

--Gli è sempre quel calmante che il dottore ha ordinato si ripetesse, perchè dice che le fa tanto bene.

La testa della vecchierella s'agitò in un modo assai vivace, e la sua vocina si fece tutta irritata.

--Non lo voglio più, non lo voglio più... Mi sento sempre più male, io... Pare a voi che esso mi faccia bene?

--Io non saprei...

--Siete una sciocca: interruppe stizzita la marchesa.

--Però credo di sì: s'affrettò a soggiungere Carlotta.

--Voi non sapete di niente... chiamate Grisostomo; domanderò a lui.

--È la terza volta che ho l'onore di dirle che Grisostomo non è in casa.

--È vero... è vero... Mi pianta sempre così sola... Riponete pure quella droga... Non voglio attossicarmi... Aspetterò a bere che Grisostomo sia tornato e mi dica lui come debbo fare... Ah! è una gran brutta vita la mia!... Povera donna!... In mano d'una gentaglia... Non ho una persona a cui fidarmi... E quella senzacuore di mia figlioccia che non si lascia mai vedere!... Tutti mi fuggono... Mi vedono malata da morirne... Ho proprio assai male, sapete... E il dottore? Non s'è ancora lasciato vedere il dottore?

--È presto l'ora in cui è solito a venire, e credo che non mancherà.

--Anche quel dottore è ingrato; sono io che l'ho messo all'onor del mondo; ne prenderò un altro. Tutti ingrati, tutti!... Non c'è che quella povera Mimì che mi sia fedele. _Mimì, Mimì_, dove sei _Mimì_?

E la testolina oscillante della marchesa si chinò verso il suolo da una parte e dall'altra della poltrona, poi s'agitò vivamente irrequieta.

--Oh mio Dio!... Dove l'è?... _Mimì, Mimì._ Non c'è più... Cercatela.