Chapter 18
A questo nome l'ortolano sorse in piedi con impeto.
--Taci lì: gridò con accento che pareva sdegnato. Te l'ho pur detto, e più d'una volta, che di colui non volevo più che mi si parlasse, che non volevo più mai udire quel nome.
Teresa rimase un poco in silenzio quasi mortificata; poscia riprese a parlare con tutta amorevolezza:
--Tu hai lì dentro una gran pena, lo vedo, e tacere non ti giova, ma ti fa anzi maggior male ancora. Sono certa che tutto ciò proviene da.... da colui che non vuoi che io nomini; e se non è così non dovresti aver nessuna ripugnanza a dirmi la ragione di quella tua melanconia che vorresti, ma non puoi nascondermi.
Matteo non era uomo da resistere inconcusso alle amorevoli sollecitazioni della moglie; finì per narrarle tutto quanto gli era occorso coll'ingrato figliuolo, e di belle lagrime ne versarono insieme quegli infelici genitori.
Anna, da canto suo, benediceva e ringraziava intanto il Signore, perchè il suo disegno fosse così felicemente riuscito, e quella sera le si accordasse sì benevola e gradita ospitalità.
La stanza in cui l'avevan posta era modestissima, imbiancata a calce, non d'altro fornita che d'un letto, di poche seggiole e d'un cassone, ma pulitissima. A capoletto c'era il solito aquasantino, il ramoscello d'ulivo benedetto e un quadro a cornice grossolana di legno non inverniciato, in cui ci era la stampa orrendamente colorita di rosso, di celeste e di giallo della Madonna dai sette dolori. La finestra guardava nel cortile, precisamente in prospetto all'angolo del palazzotto dalla parte del giardino. La nostra giovane guardando traverso i vetri vide che una camera sola del palazzotto era illuminata, quella appunto che si trovava l'ultima verso il giardino e, posta in sulla cantonata, aveva un'apertura a ciascuno dei lati, un verone sopra il giardino, una finestra verso il cortile.
Dietro i cristalli di quella finestra, Anna vide un'ombra, che conobbe tosto per quella d'una donna, andare e venire irrequietamante, e le parve smaniasse e si muovesse come persona assalita da turbamento fortissimo. Talvolta la si fermava innanzi alla finestra e levava le braccia agitandole, poi si cacciava le mani sul capo, come per istracciarsi e sciuparsi i capelli, e ad un tratto le braccia le ricadevano come svigorite subitamente. E sembrava ad Anna che questi atti di maggior dissennatezza fossero accompagnati da certe voci, da certi lai, che non ostante la distanza e l'esser chiuse le due finestre, giungessero pur tuttavia fiochi e rotti sino a lei.
Anna aprì i vetri. S'era messo un tempo fosco, basso e d'un freddo umidiccio che penetrava nelle ossa e gelava il sangue. Un nevischio minuto minuto turbinava sotto le folate d'un vento del nord che fischiava fra i rami secchi degli alberi e alle cantonate delle case. La nostra giovane non udì voce umana, e facilmente si persuase che il sibilo del vento l'aveva tratta in inganno.
La donna della camera in prospetto parve pure tranquillarsi in quella; essa s'era ritratta e non compariva più che a maggiori intervalli lenta e quieta come persona che passeggi sovrapensieri. Anna si tolse alla finestra mezzo abbrividita, richiuse le imposte, e quando si trovò poi ben coperta e ben riparata nel suo letto benedì anche una volta il Signore che le avesse concessa una tanta fortuna.
XXI.
Quanto tempo avesse dormito, Anna non lo avrebbe saputo dire; quando fu svegliata nel cuor della notte da un forte e pressante picchiare all'uscio da basso.
Saltò su sollecita, mentre udiva la voce del servitore Gaspare che gridava:
--Chi va là?
--Son io, sono la Menica: rispose una voce di donna.
--Vengo subito.
--Oh, non occorre. Io scappo tosto, chè qui c'è da agghiadare... È la padrona che sta male, e non vuol più veder nessuno intorno a sè, e la Teresa è la sola cui forse la soffrirà d'avere allato. E il padrone mi manda a pregarla volesse un poco venire....
La Teresa medesima, che aveva udito il dialogo, qui entrò in mezzo.
--Ci andrò tosto che potrò: diss'ella aprendo una finestra; ma gli è che anche il mi' uomo non istà bene, e mi levavo appunto per scendere in cucina e fargli una scodellata di caffè.
--Fate più presto che potete: disse dal cortile la voce della serva d'Orsacchio, che ne abbiamo gran bisogno di voi, e il padrone mi ha proprio detto di pregarvene con tutta istanza.
La fante si partì, Teresa richiuse la finestra. Nel silenzio che succedette, alle orecchie di Anna che si vestiva in fretta, senza pur sapere che le toccasse di fare, giunsero alcune grida strazianti tra d'orrore e di spavento. Non era, no, una illusione; quelle grida venivano proprio da quella camera del palazzotto, la quale, già prima d'andare a letto, aveva attirata l'attenzione della ragazza.
Costei frattanto, dovendo vestirsi allo scuro, perchè non aveva fiammiferi da accendere il lume, aggirandosi a tentoni per la stanza a trovar l'uscita e poi ad imboccar la scala, non potè scendere in cucina prima che Teresa avesse già acceso il fuoco, e postovi sopra, appiccato alta catena, un ramino, che in mancanza di cuccuma, le serviva per fare il caffè.
--Voi qui, figliuola mia! disse Teresa meravigliata di vederla. Che cosa siete venuta a fare?
--Ho udito che son venuti a chiamarvi per la signora del palazzo; udii pure che compar Matteo non istà bene, e son qui per vedere se posso essere utile in alcun modo.
--Vi ringrazio... Ma coll'aiuto qui di Gaspare...
--Oh, non mi rinviate, vi prego... In tre potremo far meglio che in due.
--Ebbene, come volete: ecco qui l'acqua che sta per bollire; fateci il caffè: la scatola del macinato è qui sulla tavola. Lo porterete caldo caldo al mi' uomo... Ed io frattanto correrò a vedere la signora.
--Spero che il malessere di Matteo non sia nulla: disse Anna mentre la Teresa già s'avviava per uscire.
--Ah! pur troppo il pover'uomo ha molto male: disse la donna fermandosi. Egli ieri ha avuto un gran colpo... Soffre, poveretto!.... Siamo ben disgraziati, cara la mia fanciulla.
--Voi? esclamò Anna. Voi così buoni e pietosi verso gli altri!
--Dio ci ha dato una gran croce... Pazienza!... Non restiamo più che noi due vecchi soli a volerci bene... Povero Matteo!... Ah! non fo bene a lasciarlo adesso per quell'altra, che in fin dei conti non mi è nulla di nulla.
Anna fu pronta a suggerire ciò che di certo passava per la mente della donna e che non osava manifestare.
--Se provassi a recarmi io in vostra vece presso quella signora? diss'ella. Di buona pazienza e di buona volontà per accudire ai malati oso assicurare che non ne manco.
--Ecchè! esclamò Teresa: voi ci andreste?
--Certo che sì. Solo che Gaspare mi venisse a guidarci.
--Siate benedetta, la mia brava figliuola! Possiamo tentare. Se poi la povera inferma non vi vuole nemmanco voi, allora vedremo... E può anche darsi che frattanto Matteo migliori, ed io possa andarci senza più scrupolo. Tu, Gaspare, va ed accompagna questa buona ragazza, e menala innanzi al signor Nicolazzo, e contagli il fatto, e digli che non ha da riguardarsi per niente a metterla intorno a sua moglie, che glielo affermo io e che gli è come se ci fossi io stessa. Voi, poi, mia cara figliuola, ci rendete un servizio proprio di quei famosi.
Anna e Gaspare uscirono. Nevicava tranquillamente: il vento aveva smesso e i fiocchi cadevano larghi, lenti, con una specie di silenzio solenne. La finestra della camera di Gina era aperta non ostante l'ora e la stagione, e l'infelice stava là, al davanzale, disfatte e sparse le chiome, nudo il collo, discinte al seno le vesti, alla fredda temperatura di quella notte d'inverno. Parlava con una volubilità straordinaria, ora sommesso, ora forte, ora lentamente, ora con una rapidità convulsa. La sua voce a volta a volta era un mesto sospiro, un grido di collera, un lamento, una imprecazione; ora la si sfogava in pianto tranquillo, ora rompeva in urla disperate. Ma quello che dicesse non poteva capirsi bene, cotanto erano affollate le parole, tanto molteplici, varie, intralciate le idee.
I due giovani studiarono il passo per attraversare il cortile, e furono in un attimo al palazzotto.
La Menica attendeva al pian terreno. Si stupì assai nel vedere una giovane che non conosceva punto; ma Gaspare avendole spiegato la cosa in poche parole, essa li lasciò montare ambidue al piano di sopra.
Appena ebbe udito i passi di due persone che si accostavano, il marito di Gina, che vegliava nella stanza precedente a quella dell'inferma, corse loro incontro ed aprì l'uscio.
Anna, all'aspetto di quell'uomo, fu per indietrare dalla paura. La poca luce che mandava dall'interno della stanza la lampada accesa faceva parere più infossate, più livide, più cadaveriche le guancie di lui; l'occhio fosco, affondato, irrequieto, brillava d'una fiamma sanguigna; il contrarsi delle mascelle e delle labbra aveva qualche cosa di spaventato e di spaventoso, di feroce e di doloroso insieme. Dalla stanza di Gina venivano più miserevoli, più strazianti i lamenti.
--Che volete? chi siete? chiese bruscamente quell'uomo, vedendo la faccia sconosciuta di Anna.
Gaspare entrò innanzi ed espose l'ambasciata. Orsacchio appena lo lasciò finire.
--Che storia è questa? esclamò egli ruvidamente. Lo sapete ch'io non voglio gente estranea per casa. La Teresa non vuol venire? E se ne stia... Andatevene, non ho mestieri di nessuno.
Ma in quella la povera Gina gettò un grido più acuto d'ogni altro: la si udì sclamare:
--Sangue! sangue alle mani! Ah, quel sangue!
Ed un tonfo che risuonò fece capire ch'ella aveva dato uno stramazzone per terra.
Accorsero tutti nella stanza vicina senza più parole. La misera donna si giaceva disanimata, bianca come un sudario, gli occhi chiusi attorniati da un livido cerchio, uno de' smagriti e deboli bracci sotto il capo abbandonato: nel suo deliquio doloroso, nell'eccesso del suo male pur bella tuttavia.
Il marito le fu primo dattorno, e presala alla vita, la sollevò e la trasse sopra un divano che era lì presso. Anna aveva visto per colà un fazzoletto ed afferratolo tosto, l'aveva immerso nell'acqua e ne veniva bagnando la fronte e le tempia della svenuta.
Dopo un poco, Gina aprì gli occhi e girò intorno uno sguardo smemorato ancora, ma non più dissennato. Vide prima d'ogni altro il marito, e se ne discostò ratta con immenso orrore. Avvisò accosto a sè dall'altra parte una donna, e senza nemmeno guardarla in viso, le si gettò fra le braccia, e nascondendole il volto in seno, esclamò in tono di commovente supplicazione:
--Salvatemi! salvatemi!
Ma Orsacchio sapeva che la crisi, una di quelle a cui l'infelice andava soggetta, era passata oramai, e quindi quel po' di ragione che era sopravvissuta ai colpi crudelissimi di tanti dolori, tornava a pigliare il governo della povera vittima. Le pose una mano sulla spalla e con accento pieno d'intenzioni, e quasi direi di minaccia, disse lentamente:
--Gina! ora la ti va meglio; tranquillati... Ora ben riconosci chi son io.
La misera, al tocco di quella mano, al suono di quella voce, s'era messa a tremare di tutte le sue membra. Quand'egli ebbe detto, ella rimase un poco senza muoversi, quasi meditasse seco stessa sulle parole di lui; poi rialzò lentamente la testa e guardò. Ma non si volse dalla parte dov'era Orsacchio; fissò alquanto Gaspare, il quale s'accorse in quel punto d'avere ancora piantato sulla nuca il suo cappellaccio, e se lo tolse di fretta facendo uno stupido sorriso ed un goffo inchino.
--Lasciatemi, diss'ella con fievol voce appena intelligibile.
Orsacchio commentò quella parola, mostrando la porta con un gesto che non aveva mestieri d'ulteriore spiegazione.
Gaspare non se lo fece ripetere, e scomparve guizzando via fra i battenti semichiusi dell'uscio.
Anna, a cui l'inferma si teneva ancora abbracciata senza badarci, capì che quest'atto del marito era un comando anche per lei, e fece a spiccarsi dalla poveretta. L'attenzione di costei da questo moto fu tratta a quella donna che essa non aveva ancora neppure guardata. Stupì nel vedere una persona che non conosceva; ma sulla faccia di questa persona c'era tanta benevolenza, tanta generosa pietà, tanto interessamento per lei, che la povera Gina ne fu tocca di botto. E come la ragazza voleva dipartirsi, l'ammalata la ritenne dolcemente e le disse con ineffabile tenerezza, guardandola fiso, e, per così dire, bevendo cogli occhi la simpatia dal volto di lei:
--No voi, non mi abbandonate!
Anna diresse uno sguardo al signore, per interrogarlo sul come la dovesse fare; Gina comprese, e volgendosi al marito, pur senza levargli in viso gli occhi.
--Oh lasciatemela: disse vivamente.
Orsacchio si tacque.
--Lasciatemela.
Il marito le si accostò vieppiù, ed alzando un dito come a segno di ammonimento, disse fissandola:
--Ma!...
Gina, sollecita soggiunse:
--Non parlerò; ve lo prometto.
L'uomo fece un cenno approvativo col capo, quindi si ritrasse lentamente non cessando di tenere il suo fosco sguardo sulla moglie. Anche costei guardava fiso lui, paurosa, seguitandolo in ogni suo moto; quando egli fu fuori ed ebbe rabbattuto dietro sè l'imposta dell'uscio, ella si drizzò un poco della persona e mandò un sospiro come se sollevata dalla gravezza d'un peso che l'opprimesse; poscia si volse ad Anna, le prese le mani, la trasse a sè, le fece un po' di luogo sul divano al suo fianco e ve la fe' sedervi; allora, guardandola ben bene con curiosità infantile e benevola, le disse:
--Vi ho già vista alcune volte io? Mi par di no... Se non vi riconosco bisogna perdonarmelo... Ho tante cose nella mia povera testa... Non domandatemi quali, perchè non ve le direi... Oh no certamente... l'ho promesso... Siete forse la figliuola di Teresa? È una molto buona donna Teresa, e le voglio bene... Vorrò bene anche a voi se ne vorrete a me... I vostri occhi mi piacciono... Come vi chiamate?
--Anna.
--Anna: ripetè l'infelice chinando il capo in atto di meditazione: non ho mai sentito questo nome... Dite, mi vorrete bene?
La giovane levò le mani pallide e macilenti di Gina all'altezza delle sue labbra e le baciò con effusione.
--Oh sì, diss'ella, tanto, tanto!
Gina liberò le sue mani e le battè palma a palma con gioia fanciullesca.
--Brava! staremo insieme, sempre insieme. Vi torna? Ne ho tanto bisogno! Io sono sempre sola con.... Zitto! Non parliamo di ciò.... Saremo amiche... Ne avevo una di amiche.... Come la mi amava!... Mi hanno detto che è morta.
E due lagrime silenziose le vennero agli occhi. Essa le lasciò gonfiarsi, traboccar dalle ciglia, colar lentamente giù per le guancie, senza badarci. Poi cambiando ad un tratto di tono, domandò quasi brusco:
--Chi siete?
--Una povera orfanella che va cercando di guadagnarsi il pane col suo lavoro.
--Un'orfanella! esclamò Gina, rifacendosi affettuosa. Ancor io sono tale. Da giovine sono rimasta sola. Niun appoggio, niun consiglio, niuna difesa... Povera Gina!
Appoggiò il mento al petto e stette assorta. Anna le si pose intorno con mano delicata a rassettarle i panni, a ravviarle i capelli, ad accarezzarne la fronte. La povera donna sentiva una destra amichevole e gentile occuparsi di lei, ed una soave sensazione se ne diffondeva per tutto l'esser suo; gli era come una graduata invasione d'un fluido magnetico affettuosissimo. Riappoggiò la testa al petto della giovane, adagiò mollemente sopra il divano le sue membra stanche, e con carezzevole intonazione di voce:
--Contatemi la vostra vita, Anna, diss'ella; mi farete piacere.
Anna obbedì pronta. Narrò le poche vicende della sua semplice esistenza. Quando ebbe finito si chinò verso il volto della signora. Essa aveva gli occhi chiusi, l'aspetto tranquillo, calmo ed a cadenza il rifiato. Stretta al seno della ragazza, la s'era dolcemente addormentata.
XXII.
Orsacchio, scoperto che sua moglie amava, riamata, Adolfo Cioni, aveva costretto quest'ultimo a battersi con lui in un duello che era stato un assassinio, ed uccisolo. Poscia, preparato già tutto per una pronta partenza, s'era presentato alla moglie, le mani lorde di sangue del giovane, e seco l'aveva tratta ferocemente per torla al resto del mondo e farla vivere sola con lui, col suo rimorso, col suo dolore, coll'immagine tormentosa e la memoria dell'ucciso amante.
Quell'orrenda sciagura era caduta ad un tratto sul capo della povera Gina. Al venirle innanzi del marito, tremendo in vista e sanguinose le mani, un doloroso orrore l'aveva invasa, una di quelle inesprimibili strette di angoscioso raccapriccio che tutto sconvolgono un essere umano, e al cui urto sembra impossibile non si rompano le vene ed il cuore. Essa avea indietreggiato innanzi all'assassino, come favoleggiavano i Greci che si dovesse fare all'apparire della testa di Medusa, mezzo impietrita, mezzo fuor di senno; ed egli l'aveva afferrata ad un braccio ed a forza trascinatala e cacciatala in una carrozza, l'aveva fatta partire, ella non sapeva per dove.
Pensate che viaggio dovette esser codesto per l'infelice donna! L'unico uomo che essa amasse era spento, e l'uccisore era lì, presso di lei!... Non le sembrava avesse ad esser vero. Credeva d'essere come in un tristissimo sogno, oppressata dall'incubo, e che uno sforzo di volontà dovesse bastare a destarla e rimetterla in una meno angosciata condizione. Si riscuoteva tratto tratto sotto questo pensiero dal cantuccio in cui la si rannicchiava, ma il suo occhio smarrito incontrava tosto quello feroce, sanguigno, inesorabile d'Orsacchio, il quale tacitamente le affermava la di lei sciagura e il suo delitto. Allora si tornava ad acquattare più stretto, per così dire, nel suo angolo, sentendosi correre spasimi e brividi entro le vene all'accidentale scontrarsi pur delle sue vesti ne' panni di quell'uomo, che tutto le appariva alla mente turbata grondante del sangue d'Adolfo...
Di tutta la notte che seguì non parlarono mai, non chiusero mai l'occhio nè l'un nè l'altra; passarono crudelissime ore orrendamente lunghe. Gina teneva gli occhi sbarrati, privi d'ogni espressione che non fosse un alto terrore; e il volto pareva, ad ogni minuto che trascorresse, incavarsele, spallidirsi vieppiù, improntarsi dei segni della morte.
Nel suo interno succedeva un dolorosissimo e strano travaglio. Il più forte sentimento, il solo anzi a tutta prima, in lei, era stato l'orrore, quindi era venuto a pareggiarlo, se non a sopravanzarlo, l'odio. Oh! se quell'uomo che le aveva detto «io ho ucciso il tuo Adolfo» ella avesse potuto vederlo cadere fulminato ai suoi piedi! Oh! se avesse potuto versar sangue per sangue, rispondere con delitto a delitto! Nel caos turbinoso di pensieri che con tormentosa ressa le avevano assalita e posta sossopra la mente, anche quest'esso ci venne e ci stette chiaro e distinto un po' di tempo. Ma le idee s'erano tosto siffattamente scombuiate nella sventurata, che più niuna distinta vi ci rimase. Nel suo capo si fece come un vuoto, ma il quale pure era un importabile dolore. Non sapeva più di niente, non pensava più niente, non si ricordava più nemmanco, la misera: solo soffriva e sentiva di soffrire immensamente. Quindi questo immenso spasimo poco a poco prese una nuova tinta, e si congiunse ed anzi fu predominato da un immenso terrore.
Orsacchio pigliava nella mente esagitata di lei le proporzioni colossali d'un mostro; esso le tornava come qualche cosa di più tristo e di più feroce di quel che uomo esser possa. Lo stesso mistero del destino ch'egli le preparava, l'incognita meta a cui erano diretti, le riuscivano di maggiore spavento che non una realtà cui si trovasse dinanzi, per quanto crudele la fosse.
Questo alto terrore cresceva nella povera donna ad ogni momento. Le si affannava il respiro, le si smarriva il senno, le mancava il cuore. Ad ogni mossa dell'uomo che le stava accanto, ella si riscuoteva in sussulto. La era sempre nello stato doloroso di chi sia per isvenire, e non isveniva pur mai. Oh! almeno avesse potuto perdere i sensi! Avesse potuto morire!
Orsacchio, prima del duello con Adolfo, annunziando alla moglie la partenza per la sera, le aveva detto sarebbero andati alla campagna. Ma quello non era il suo proposito. Egli voleva togliersi ad ogni conseguenza che potesse nascere dall'uccisione del Cioni; voleva condurre la moglie là dove nessuno più potesse frammettersi tra lei e la sua vendetta. Correva le poste diretto all'estero: il suo viaggio era una fuga.
Non si fermarono che a mezzo il giorno successivo alla partenza. Nè all'uno nè all'altra l'interna passione lasciava sentire la fatica. Scesero al meschino albergo d'un piccolo villaggio fuor di mano. Orsacchio non avea voluto viaggiare per le vie ferrate, dov'è impossibile esser soli e non esser visti, ed aveva scelto strade non frequentate per incontrare meno gente. Saltò giù dalla carrozza egli primo. Per quanto facesse forza a sè stesso, gli eventi del giorno innanzi e quella lunga notte avevano stampato sul suo volto certi segni ch'e' non valeva a nascondere. Si volse all'interno della carrozza e porse a Gina la mano, per invitarla ed aiutarla a scendere. Essa lo guardò spaventata, e con raccapriccio trasse indietro le sue mani e sè stessa.
--Scendete! disse il marito in tono basso, ma imperioso e concitato.
E le presentò nuovamente la destra.
Gina mosse le labbra livide per parlare, ma non uscì suono alcuno dalla sua bocca; fe' cenno cogli atti egli si scostasse, la lasciasse, sarebbe discesa da sè.
Orsacchio si pose dallato allo sportello. La povera donna, radunò tutte le forze che le rimanevano, si spiccò dal posto in cui stava accasciata, e discese. Appena il marito ebbe veduto alla più piena luce i guasti dello scarno viso di Gina, le si fece innanzi per toglierla agli sguardi d'ognuno.
--Abbassate il vostro velo, diss'egli, e come la misera indugiava, forse non avendo neppure capito, Orsacchio prese ratto il velo scuro che pendeva all'indietro dal cappello di lei, e glielo calò innanzi al viso.
--Venite: soggiunse additandole la porta della locanda, sulla cui soglia l'oste stava facendo de' grandi inchini per accoglierli.
Gina si provò a camminare, ma le gambe si rifiutavano all'ufficio loro; Orsacchio passò una mano sotto il braccio di lei a sorreggerla: a quel tocco un raccapriccio scosse tutti i nervi dell'infelice, le forze le tornarono di subito; si sciolse bruscamente e disse con una certa forza:
--Vado... vado.
--Una camera: comandò il marito all'oste entrando; ci fermeremo due ore.
Quando furono soli, rinchiusi in una stanza della locanda, per la povera Gina fu peggio ancora. Si sentiva come affatto disgiunta da tutto il mondo e in balìa assoluta dell'odio di quell'uomo; trovavasi press'a poco come l'agnella serrata nella gabbia con una tigre, che s'aspetta ad ogni momento essere sbranata. In sè stessa voleva pure riagire contro quello spavento che pareva quello d'una rea cui vincesse il rimorso, mentre, fuorchè d'un affetto purissimo fin dalla prima giovinezza entratole in cuore, ella di nulla poteva accagionarsi; ma pure invano cercava sollevar l'animo a un po' di coraggio: sentiva sempre più venirle meno ogni forza.
Gina s'era lasciata andare sulla prima seggiola che le era capitata, rimanendo vestita così appunto come essa era, senza nemmanco levare il velo che la mano del marito le aveva poc'anzi abbassato sulla faccia.
Orsacchio le si pose innanzi fulminandola collo sguardo feroce, e con una barbara gioia, con un'ironia spietata le disse:
--L'avete udito?... ve l'ho detto io stesso, signora..... Adolfo Cioni è morto ieri sera..... Morto d'una palla di pistola che gli ha attraversato il cuore. Che peccato eh! che disgrazia!... Egli era pure più giovane di me... oh assai più giovane... e più bello di me... oh assai più bello, non è vero? Ed io sono qua vivo e sano per vivere chi sa fin quando... non vi fate lusinghe su questo punto, chè conto invecchiare di molto... Adolfo invece è steso nella bara... a questo momento gli salmodieranno gli uffici de' morti... stassera gli faranno la sepoltura... Mi par di vederlo... bianco bianco... le sue belle chiome nere scomposte... Aveva delle belle chiome il leggiadro giovine...