Chapter 17
--Oh bella! esclamò. Loro li conoscono dunque i signori Nicolazzo?
--No... Perchè mi chiedete ciò?
--Se qui ci hanno il ritratto della signora.
--Della signora Nicolazzo?
--Sicuro. La è tutto dessa, se non che qui in questa pittura la sta bene, e laggiù poveretta, pare a due dita dalla fossa.
Vanardi si sentì tutto commuovere.
In quella si aprì l'uscio ed entrò Selva che tornava dall'aver adempito l'assuntosi incarico.
Antonio si slanciò verso di lui, esclamando vivamente:
--Mio caro, finalmente la povera Gina è trovata!
Giovanni domandò spiegazione delle pronunziate parole a Vanardi, il quale gli disse in breve ciò che testè era intravvenuto con Matteo: Selva si volse a quest'ultimo.
--Da quanto tempo, gli chiese, codestoro sono in quella villa?
--Da due anni e più... sì, saran due anni all'autunno scorso.
--E' converrebbe, brav'uomo, che voi ci raccontaste per filo e per segno tutto quello che riguarda codesta gente, dal dì che li conoscete. Non e vana curiosità la nostra, ma ci sono in giuoco dei tremendi interessi, e voi, parlando, ci aiutate forse a compire un'opera buona.
Matteo non si fece pregare; e, recatosi alquanto sopra sè, fece di poi il racconto seguente:
--Questi signori arrivarono a Valnota una sera di tardo autunno, che le foglie erano già quasi tutte cadute. Il padrone era venuto pochi giorni prima a far mettere in ordine il casino, e non ci aveva detto altro se non che dall'oggi al domani sarebbero capitati dei pigionanti ai quali egli stesso avrebbe rimesso le chiavi... Quando giunsero, ventava forte e cominciava far piacere lo stare presso al fuoco. C'eravamo appunto mia moglie ed io e Gaspare, un bardotto di garzoncello che mi tengo per aiutarmi nei lavori più grossi. Sento la trottata di due cavalli... che da noi la notte è tanto quieta da sentire il soffio della grisa, che è la nostra cavalla, ad un centinaio di passi lontano... Sento adunque il trotto di due cavalli e il rotolare d'una carrozza che si ferma all'altezza della palazzina civile. Pan, pan, pan: si picchia forte al portone... Convien sapere che il casolare che noi abitiamo è in fondo al cortile; il palazzotto è verso la strada, e il suo portone ci mette; il giardino è da una parte e l'orto dall'altra della palazzina; noi, dal nostro casolare, abbiamo anche un'uscita di dietro che dà sopra una viuzza per cui si va ai campi.
«--Sono i forestieri che il padrone ci ha annunziati: dico subito alla moglie.
«--Può darsi, risponde essa.
«--Accendi un lume; le dico: io e Gaspare andiamo ad aprire.
«La moglie accende una lucernetta che dà in mano al garzone, io do mano ad un randello ch'è sempre dietro l'uscio, perchè in quel luogo solitario, con tanta gente senza timor di Dio, non si sa mai, e ci avviamo verso il portone. Traversavamo il cortile ed ecco il picchio ripetersi più forte.
«--Buono! dico a Gaspare, pare che la pazienza non sia la virtù di questa gente--Chi è? dimando giunto alla porta.
«--Siamo i pigionanti, mi risponde una voce cupa e rauca. M'affretto ad aprire, prendo il lumicino dal bardotto, metto la palma della mano dietro la fiammella per veder bene, e mi si presenta innanzi una faccia così poco da cristiano ch'io fui ad un pelo da ribattergli lo sportello sul muso e tornarmene senza altro al mio fuoco.
«Sulla strada era ferma la carrozza: l'usciòlo n'era aperto e dentro ci si vedeva un inviluppo che pareva un fardello di stoffe buttato là. Il signor Nicolazzo, che era quel brutto che mi si era presentato, mi disse imperiosamente con quella sua voce cavernosa:
«--Aprite tutto il portone, che la carrozza possa entrare sotto l'atrio.
«In un momento fu fatto. Allora la carrozza entrò e si fermò in faccia la scala. Il signor Nicolazzo mi disse:--Al primo piano c'è una stanza da letto che guarda nel giardino.
«--Signor sì, risposi.
«Ed egli:--Mandate tosto ad accendervi un buon fuoco e prepararvi il letto.
«--Il letto è bello e pronto: dissi; e il fuoco in due minuti è acceso.
«Ci mandai Gaspare: il signore riprese vivamente:
«--Ci avete bene la moglie?
«--Sì signore: dissi.
«--Mandatela lei colà, disse, e che aspetti in quella stanza, e quel giovinetto, disse, venga ad avvertirci quando tutto sia pronto.
«Fu fatto a suo senno. Teresa, che è mia moglie, andò su, e mentre s'aspettava il tornare di Gaspare, io aiutai il cocchiere a levare dalla carrozza i bauli. Nella carrozza nulla non si mosse mai, come se non vi fosse anima viva: quel mucchio di panni era sempre immobile. Quando Gaspare venne a dirci che si era in ordine, il signore pose il capo nell'interno della vettura e chiamò:--Gina!... Gina!...
--Ah! interruppe Vanardi con emozione, l'odi tu Giovanni? Non c'è più dubbio. Poscia, volgendosi a Matteo;--Era la moglie a cui dava questo nome?
--Sì signore: e la moglie era quel certo fascio di robe che ho detto. Nello stesso tempo che il marito la chiamava per nome, io avanzava il lucernino a fare un po' di lume. Al suono di quella voce, oppure a quel subito chiarore, la signora diede in un improvviso scossone e mandò un picciol grido, come spaventata. Vidi drizzarsi della persona una donna macilenta, pallida, con sembianze di sofferente, che girava intorno degli occhioni larghi, ardenti, come li vidi già a taluno che aveva le febbri nella testa e spauriti come quelli di uno spiritato.
--Poveretta! esclamò Antonio.
--Guardò essa il marito, mandò un altro grido e si ricacciò indietro rincantucciandosi, tremando, sclamando con voce rotta dallo spavento:--«No, no, lasciatemi.»--Il signor Nicolazzo se la prese con me--«Che fate voi qui? disse, niquitoso come un basilisco. Le avete scaraventato sulla faccia il vostro lume, disse, che l'avete fatta destarsi in soprassalto. Traetevi in là, disse, e non vi accostate più ch'io non vi chiami.» Ubbidii. E' si mise con mezzo il corpo nella carrozza e parlò tanto piano che non ne udii sillaba. Dopo un poco si drizzò e si rivolse verso di me e del garzone che stavamo chiotti chiotti, in un angolo:--«Venite qua, disse; bisogna levarla di là pian pianino, com'ella è, e trasportarla sul letto. La è svenuta, disse. È malata da lungo tempo, e la fatica del viaggio, disse, l'ha indebolita troppo più che non credessi.» Diedi il lume a Gaspare e la presi pianamente dov'ella era: la poverina non pesava guari più che un cuscino di piume; la portai su delle scale e il marito dietromi, fino alla stanza preparatale, dove Teresa stava aspettando.
«Ed ecco in che modo arrivarono. La carrozza se ne partì per donde ella era venuta, ed essi non si mossero mai più, senza che noi ne sapessimo altro.... Ah! soltanto pochi giorni sono, il signor Nicolazzo s'allontanò dalla villa e stette fuori un giorno: è la prima volta che ciò gli avvenne. Il padrone era venuto a riscuotere l'affitto, come fa ad ogni semestre; chè sono le sole occasioni in cui egli ci mette il piede; ed egli è la sola persona che ci venga. Adunque egli era venuto, e quando fu per ripartirne, il signor Nicolazzo venne da me e mi disse che si sarebbe allontanato per alcune ore--e se n'andò via diffatti col padrone--badassi bene alla casa ed a sua moglie, e le mandassi presso a custodirla la mia Teresa, perchè quella poverina avendo perso il ben dell'intelletto....
Antonio e Giovanni mandarono un'esclamazione.
--Sicuro! riprese Matteo. E dapprincipio conveniva sempre esserle a' panni, perchè la voleva scappare ad ogni modo e da ogni finestra voleva buttarsi. La mia buona moglie le ha fatto un'assistenza!... Perchè il signor Nicolazzo non vuole servitù per la casa, e, tolta una meschinella fante che non esce fuori della sua cucina, siamo noi che facciamo tutto. E la prima cosa che il signor Nicolazzo disse a mia moglie mettendola presso alla sua, si fu questa:... «Badate bene, disse, che di quanto possiate udire da quest'infelice, voi non avete da tener memoria nè ripeter verbo con persona al mondo, chè altrimenti, disse, mal per voi!...» Teresa promise e tenne così bene la parola che nemmanco meco non si lasciò sfuggire mai pure una sillaba. Del resto, poverina!... la sua pazzia è la più innocua che esser possa, e la non sarebbe capace di far male nè anche ad un moscherino. Certi giorni non fa che piangere, piangere; certi altri, ma sono i meno, ride e canterella come un bambino ancora nell'innocenza. Delle intiere notti sta in piedi, e va e viene per la sua stanzuccia che pare una fantasima; e il marito allora veglia ancor esso, ma nella camera vicina, che la non lo soffrirebbe nella sua per nissun patto, e parecchie volte ch'egli le si accosta essa da in convulsioni tremendissime che sono una pietà e uno spavento a vederla. A poco a poco però la si è avvezzata a que' luoghi, non ha più cercato di scappare, ed ora anzi la ci si piace.... Ma, forse io faccio male a raccontar loro tutte queste cose.
--No, brav'uomo: disse Giovanni, voi fate invece un'opera buona, perchè ci aiuterete a levar dalle mani d'un mostro una povera innocente ch'egli tormenta.
--In vero che la mi par così anche a me, se ho da dire proprio ciò che penso; quel signor Nicolazzo io non lo posso soffrire... E poi lei signore (ed accennò a Vanardi) è stato così buono per me, che io mi sono sentito di botto una gran confidenza a suo riguardo.... Ma intanto il tempo se ne va, e non vorrei perdere il vapore. Mia moglie mi aspetta e manderà il garzone colla carrettella alla stazione della ferrata, e se poi la non mi vedesse arrivare, la buona vecchia non se ne darebbe pace.
Tolse commiato, che fu da tutte due le parti affettuoso come fra gente che si conosce da un pezzo, e discese le scale più affrettate che ei poteva. Ma giunto Matteo al pianerottolo degli ammezzati, ecco un altro intoppo ad arrestarlo.
L'uscio dell'alloggio d'Agapito s'aprì di botto e comparve Anna colla sua pezzuola da villanella in testa ed un fardelletto sotto il braccio.
--Eccomi qui, diss'ella vivamente. Lo zio per fortuna non è in casa, andiamo, andiamo presto, che mi par mill'anni di esser lontana di qui.
--Ma dove abbiamo da andare? chiese Matteo.
--Ve lo dirò quando saremo per istrada.
E, senz'aspettar altro, Anna si chiuse l'uscio dietro di sè, e preso il contadino per un braccio, lo trasse seco giù della scala.
Camminarono un poco per la strada senza parlare. La giovane andava di buon passo e con sembianza irrequieta, come se temesse di essere seguitata e raggiunta. Matteo l'arrestò.
--Mia cara, le disse, io vorrei sapere dove andiamo: non ho tempo affatto da indugiarmi se non voglio perdere il vapore.
--Noi ci andiamo appunto al vapore, rispose la ragazza guardandosi attorno timorosa; venite, venite... Io partirò con voi, e voi mi farete la carità d'accompagnarmi.
Matteo allargò tanto d'occhi.
--Partire!... E lo zio lo sa?
--No. Egli non mi lascerebbe andare, ed io ne ho bisogno. Non posso più durarla così, non posso più viver qui.
--Volete dunque abbandonare la casa dello zio?
--Sì.
--Ma, mia cara: cominciò il vecchio con accento di rampogna.
--Ah! non mi farete cambiar pensiero, Matteo: interruppe Anna. Da lungo tempo meditavo di far così.
--Lo zio vi tratta dunque ben male?
--No, no: rispose la giovane impacciata. Ma io sono avvezza alla vita del paese, ho bisogno di quell'aria, qui in città soffoco.
--Eh! c'è un altro guaio, disse Matteo: gli è che io non istò più al paese.
Anna impallidì, giunse le mani, e con tanta passione che il vecchio ne fu tocco, esclamò:
--Oh mio Dio!
--Io sto a Valnota....
La faccia della giovane tornò ad illuminarsi d'un raggio di speranza.
--Oh non importa. È sempre dalle nostre parti; non è lontano dal paese che dieci miglia. Ci andrò bene di colà al villaggio da me sola.
--Ma che cosa volete farvi al villaggio?
--Lavorerò, mi metterò da serva presso qualcheduno, andrò da manovale in giornata, farò di tutto, purchè me ne viva colà.
--Voi siete dunque ben infelice qui? disse il vecchio commosso.
--Oh tanto! oh tanto! esclamò la poveretta; poscia, prendendo una mano del contadino e serrandola: per amor di Dio non mi abbandonate!...
Matteo fu vinto.
--Ebbene, venite, disse bruscamente; siete una buona e brava giovane, me lo ricordo, che il lavoro non ispaventa. In un modo o nell'altro si troverà bene dove allogarvi e forse, forse... Basta, non sarà mai Matteo che lascierà mancare d'aiuto una sua compaesana.
XX.
Matteo ed Anna arrivarono sull'imbrunire al paese a cui dovevano discendere dal treno della ferrovia, affine di recarsi poi per una strada comunale alla villetta in territorio di Valnota.
La giovine incominciava a riconoscere i luoghi della regione a cui apparteneva il suo paesello e il cuore le palpitava dolcemente. Ella poteva già scorgere le sue montagne, le sue valli, le dilette pendici; e quei luoghi le richiamavano vivo vivo il passato alla mente, e la ritornavano, come dire, nella tranquillità e nelle gioie d'una esistenza ch'ella aveva affatto perduta da quel momento, in cui ella aveva dato l'addio al suo villaggio. Gli occhi le si inumidivano di lagrime, ed ella, stringendo il braccio del vecchio contadino che le stava accosto, designava col dito ogni picco, ogni punta di collina che le apparisse, dicendone il nome con vero affetto.
Commozione siffatta si comunicava al buon Matteo che amava pur esso di pari amore quella contrada, e quasi pareva anche a lui di rivederla con nuovo e maggior diletto, e un medesimo sentire attemperando quelle due anime faceva nascere tra di loro una più spiccata simpatia. E poi, al povero vecchio, cui tanto dolore aveva dato un figliuolo, la confidente amorevolezza e la quasi figliale osservanza con cui quella giovane lo trattava riusciva come un sollievo, leggero sì, ma pure non inefficace. Ed alla giovane, avvezza ai mali trattamenti d'Agapito, priva da tanto tempo di ogni mostra non che d'affezione, ma del menomo interesse, il piglio buono, famigliare e schietto del vecchio era una squisita e cara amorevolezza.
Uscirono dalla stazione il vecchio prima e la ragazza dietrogli. Gaspare era fuori sulla spianata, ritto sulla carrettella, che faceva chioccare la frusta a tutt'andare di braccio per annunciare la sua presenza, e il cavallo bigio dell'ortolano, fra le stanghe del veicolo, teneva giù la testa verso terra, senza commuoversi punto a quello schioppettio.
In breve furono saliti nella carrettella, il vecchio e la giovine ch'egli conduceva seco, a veder la quale Gaspare il garzone si era stupito non poco, non sapendo chi ella potesse essere e per qual modo avere col suo padrone attinenza.
Non ci volle molto tempo, benchè il cavallo non fosse de' più veloci corridori, per giungere alla loro destinazione. Il bianchiccio del palazzotto cominciava ad apparire nello scuro della notte, che era discesa intieramente. Non un lume ci si vedeva, non una riga di luce che filtrasse pel fesso d'una imposta di finestra. Gaspare fece voltare il cavallo in una straduccia più angusta, peggio mantenuta, sfondata e guasta, la quale menava alla porta per cui s'entrava nell'abitazione rustica, e per cui passavano sempre i contadini. Quella porta era chiusa, ma Teresa, avendo udito il rotolare della carrettella sul suolo ineguale e ronchioso della stradicciuola, si veniva affrettando ad aprirne i battenti. Gaspare fermò la _grigia_ e saltò giù ad aiutare la padrona a spalancare le pesanti imposte del portone.
--Buona sera, Teresa: disse l'ortolano dal suo posto.
--Buona sera, Matteo: rispose la donna. Hai fatto buon viaggio? La ti va bene?
--Sì, grazie.... Eccoci qui sani per grazia di Dio.
Ma nella pronunzia di queste parole l'affetto della donna sentì l'accento d'una profonda mestizia dell'animo, onde alzò ella il lumino che teneva in mano per vedere in faccia il suo uomo, disposta, come pareva, ad altre interrogazioni in proposito; ma i raggi della lucerna caddero sulla giovane rincantucciata nel carrozzino.
--Oh, oh! disse Teresa, tu ci meni qualcheduno.
--La è un'antica nostra conoscenza, rispose Matteo; sai bene, la piccola Anna del nostro vicino Gianantonio.
Teresa alzò di meglio il lume e fece sbatterne la luce nuovamente sulla faccia della giovane.
--Che! diss'ella, proprio dessa?
Anna sportasi in fuori, accennava di sì, sorridendo mestamente.
--E come qui da noi? domandava la donna di cui s'era desta vivissima la curiosità. Dove l'hai rintoppata Matteo? Eravate, se non la sbaglio, allogata a Torino presso un vostro zio. Ve ne siete dipartita? E dove siete diretta? forse al paese?
Mentre la Teresa faceva queste interrogazioni, Matteo era disceso dalla carrettella ed aveva aiutato la giovane a venir giù essa pure.
--Per ora la è qui con noi: disse il vecchio ortolano, interrompendo alquanto bruscamente le ciarle della moglie: dove l'abbia da andare e quel che da fare ne discorreremo poi a miglior agio; frattanto entriamo in casa, chè qui tira un maledetto venticello che ti figge i fianchi.
Mentre Gaspare staccava la _grigia_, e la menava in istalla, e le metteva innanzi l'abbondante profenda, Matteo, Teresa e la loro ospite s'intromisero nella cucina a pian terreno, rallegrata dalla vampa d'un bel fuoco fiammante nell'ampio camino, dove cuoceva in un capace paiuolo la cena.
Fecero sedere la ragazza presso al focolare e Matteo le si pose in faccia sul basso sgabello che gli serviva di solito. Teresa, per riscaldar di meglio gli arrivati, riempì due scodelle di quel brodo che bolliva nel paiuolo a cuocere la minestra, ne diede una prima ad Anna, e l'altra poi al marito, dicendo:
--Bevete, che ciò vi vorrà far bene. E intanto la cena sarà presto all'ordine. Avrai fame tu Matteo, non è vero?
Il vecchio scosse la testa e mandò un sospiro: allora la moglie notò sul volto di lui le traccie d'un dolore profondo.
--O mio Dio! che cosa ci hai? dimandò essa con affannosa sollecitudine. T'è capitato qualche cosa?
Matteo si sforzò ad abbozzare un calmo sorriso.
--Nulla, nulla: diss'egli.
Ma la donna guardandolo fiso:
--Sì che c'è qualche cosa... Ah! che indovino.... Tu hai saputo di quell'altro... tu lo hai visto....
Il marito mostrò colla sua emozione come bene la Teresa si fosse apposta, ma l'interruppe bruscamente.
--Per adesso lasciamo stare codesto; ne parleremo poi.
In quella entrò Gaspare.
--Sentite Matteo, diss'egli, c'è qui fuori il pigionante che v'aspetta e vuol parlarvi.
--Ah! disse l'ortolano levandosi in fretta: ei viene a cercar la risposta al suo biglietto; ed io bestia non mi ricordavo manco più di lui.
Uscì sollecito; il pigionante andò vivamente incontro all'ortolano, appena lo vide comparire.
--Ebbene? diss'egli: la lettera di Marone?
--Non ne ho di sorta: rispose Matteo.
Nicolazzo, o per meglio dire Orsacchio, perchè oramai per noi egli si cela invano sotto quel finto nome, alzò impetuosamente la testa, come cavallo che adombra e mandò un lampo dagli occhi.
--Come mai?
--Se vuol favorire un momento in mia casa... Qui fa un certo freddolino...
--No, interruppe il burbero, dite su, e siate spiccio.
Matteo contò più breve che seppe ciò che era accaduto a Marone; Orsacchio mozzicò una bestemmia fra i denti.
--Converrà dunque che ci vada io stesso, diss'egli parlando a sè medesimo; poi volto a Matteo e facendogli un piccolo cenno del capo come a congedarlo, soggiunse: va bene.
L'ortolano fece un rispettoso saluto e stava per rientrare; il pigionante lo ritenne con una esclamazione:
--Ah! diss'egli: mia moglie sta peggio. Se lungo la notte avessi bisogno d'alcuno di voi, come dovrei fare?
--Mandi senz'altro la fante a picchiare al nostro uscio; qualcheduno di noi sentirà di sicuro, e ci affretteremo a' suoi cenni.
Ritornando nella cucina, Matteo disse di botto alla moglie:
--Madama Nicolazzo sta male, e il marito teme d'averci da chiamare sta notte.
Teresa giunse le mani e scosse la testa.
--Poverina! esclamò: son due giorni che soffre più dell'usato. La è proprio una compassione il vederla.
La cena era pronta. Anna fu posta a sedere tra Matteo e sua moglie, al fondo della tavola sedette il garzone: la ragazza aveva bisogno grandissimo di sostentamento, e la buona Teresa la sollecitò con ogni amorevolezza a saziarsi. Matteo potè appena trangugiare qualche boccone: e la moglie inquieta, che non ispiccava il suo sguardo dalla faccia pallida del marito, non fece neppur essa molto onore alla gustosissima minestra che spandeva un consolante odore per tutta la cucina, ed a cui, per parte sua, Gaspare mostrò col fatto una stima tutto particolare.
Teresa si levò la prima di tavola; la mestizia del suo uomo, di cui ella pur troppo indovinava la cagione, si era riflessa nel volto e nell'animo di lei. Ella accese un altro lume, e sulle mosse per uscir dalla stanza, disse ad Anna:
--Vado a prepararvi un letto... Ah! non sarà, nè esso nè la camera, da signori, sapete... Siamo povera gente noi...
Anna l'interruppe pigliandole amorevolmente la mano.
--Ah, Teresa, credete voi ch'io sia stata nella bambagia fin adesso? Sapete anche voi se sin da piccina ho dovuto sì o no far conoscenza colla povertà: e dacchè le buone anime dei miei si partirono di questo mondo, se sapeste come ho vissuto!... Mi metteste anche sullo strame, sotto la tettoia, ci starei meglio... Non è di ciò che mi vorrei lamentare. Sono avvezza da tempo a cosiffatte cose. Per me, nessuna sorta d'agi richiedo, ma solo un po' di pace e d'affetto...
E le lagrime le brillavano in pelle in pelle.
--Pover'anima! disse Teresa commossa; ne avete ingollate di amare.
Anna sentì che aveva quasi il dovere di spiegare alla buona massaia com'ella fosse venuta colà e in tal modo, e che quello era per ciò il momento opportuno.
--Oh non dirò ciò che ho sofferto: rispose. Voglio dimenticarlo, e l'ho già perdonato. Forse il torto era mio più che d'altrui. Ma non potendo più reggere mi sono risoluta, qualunque cosa dovesse avvenire, di tornare a vivere nel mio paese. Colà almeno qualcheduno mi conosce, qualcheduno forse mi vorrà un po' di bene. E me ne siete prova ed augurio voi che mi avete accolta così generosamente.
--Eh! lasciate un po' stare, disse la donna: vedete mo' se gli è il caso di simili discorsi.
Anna riprese narrando come la vista di Matteo in casa lo zio avesse di botto reso più violento il suo desiderio di tornarne al villaggio, come quella le fosse parsa un manifesto eccitamento ed un aiuto al suo disegno mandatile dalla Provvidenza, e quindi ella si fosse determinata a non lasciare sfuggire l'occasione.
--Non ho pur tentato, soggiuns'ella poscia, di continuare il mio cammino per il villaggio, chè l'ora era troppo tarda e sapevo non me l'avreste permesso; ma domani io torrò congedo da voi, dolente di non potervi lasciare altro attestato della mia gratitudine che i miei ringraziamenti.
--Zitto lì, saltò su di nuovo la Teresa; voi parlate come se foste in città fra quella bella gente dalle frasi colle stampite. Eh! con noi è un altro par di maniche; noi abbiamo il cuore alla mano, e quel che facciamo non è per esserne ringraziati.
--Domani, disse a sua volta Matteo, lasciamolo stare il domani. Badate a riposarvi adesso, e non ponetevi in pensiero del resto. Quando ci saremo, a domani, ne discorreremo dell'altro.
La donna s'avviò: Anna rattamente le fu accosto e le tolse il lume di mano.
--Vengo con voi, Teresa, diss'ella, se me lo concedete, vi ci aiuterò per quanto valgo.
Scambiati gli auguri per la notte con Matteo, la ragazza uscì colla Teresa.
Matteo si ridusse ancor egli nella stanza coniugale. Quando Teresa entrò poscia colà, lo trovò abbandonatamente seduto sulla cassapanca appiè del letto, la testa fra le mani e le lagrime agli occhi. Era egli immerso in riflessioni che parevano altrettanto tristi quanto erano profonde: teneva le braccia appoggiate alle sue ginocchia, il corpo accasciato sulle reni, il capo chino e gli occhi, con quello sguardo atono che nulla vede, fissi innanzi a sè.
Teresa gli si accostò pian piano, e lo toccò leggermente sur una spalla; il vecchio si riscosse in sussulto e levò verso la moglie la sua faccia melanconica e gli occhi inumiditi.
--Matteo, disse la donna, io ho indovinato... Tu colà a Torino hai avuto novelle di Tommaso.