La carità del prossimo

Chapter 16

Chapter 163,899 wordsPublic domain

--Che riuscita ha egli fatto? continuò egli non istaccando i suoi occhietti dal volto sempre più turbato di Matteo. Eh, eh! sono secoli che io non l'ho più visto; da dopo ch'egli era solamente alto così... Ma mi ricordo benissimo che prometteva di farsi un gran talentone, e che tutta la gente vi consigliava di farlo studiare.

L'infelice Matteo trasse un sospiro più profondo del primo:

--Ho dato retta ai consigli della gente, e l'ho fatto studiare.

--Da prete?

--No... da professore.

--Ed ora, dove si trova egli?

--Ma!... Non so bene... Credo sia qui in città.

--Oh bella! Non sapete dove sia vostro figlio? forse che non vi scrive?

--No... cioè... voglio dire raramente.

--E non va a trovarvi qualche volta?

--Egli ha molto da fare; è sempre occupato...

--Vuol dire adunque che ha fatto davvero una buona riuscita?

Il villano tornò a sospirare.

--Oh sì, disse: guadagna di molto. Se la vive da gran signore--lui: soggiunse con amarezza.

--E voi continuate a far la vita faticosa d'un tempo?... Oh, perchè non andate a vivere con lui, riposandovi pur una volta per passare in santa pace quegli anni che vi rimangono?

Matteo si volse in là per nascondere una lagrima, che lo speziale vide pur tuttavia.

--Sentite: riprese Agapito con un calore che pareva cortesia di buon cuore, ed era invece solletico indicibile di curiosità. Il vostro padrone deve senza fallo venir da me questa mattina per esigere il semestre della pigione: il mezzo più sicuro di trovarlo gli è dunque d'aspettarlo in casa mia. Venite su, e perchè il tempo vi sia men lungo diremo due parole davanti un fiasco ed una fetta di salame.

L'ortolano se ne schermì, ma lo speziale ebbe in quella una vera, ispirazione!

--Vostro figlio vive da ricco, ed è professore?... Sta a vedere che gli è quello che abita qui di facciata che si fa dare tanto di cavaliere e si spaccia figliuolo d'un avvocato.

Matteo non potè e non cercò neppure dissimulare l'emozione che lo prese.

--Abita qui di facciata? Lui!...

--Vostro figlio si chiama egli Tommaso?

--Sì.

--È dunque lui, lo scommetto: esclamò Agapito trionfante. Matteo, assolutamente voi avete da far colazione con me: parleremo di codesto e d'altro.

Il contadino che amava pur sempre l'ingrato figliuolo, e che da tanto tempo non ne aveva più avute notizie, desiderosissimo di udire dei fatti di lui, accondiscese all'invito, e fu tratto dallo speziale nel suo alloggio agli ammezzati.

--Anna, Anna: gridò Agapito entrandovi.

La ragazza accorse sollecita.

--Ecco qui un brav'uomo del nostro paese; soggiunse lo zio: vedi un po' se lo riconosci!

---Compar Matteo! esclamò Anna giungendo le mani e quasi non credendo agli occhi suoi.

--Sì, sì, son io, disse il contadino ancora tutto turbato, e a cui anzi la presenza di quella giovane, rammentandogli il passato, accresceva la passione della sua presente sciagura. Buon giorno Anna; la ti va bene?

Per la povera giovane la vista di quel suo compaesano fu una gran gioia. Le parve ch'egli le portasse un po' dell'aure di quella diletta contrada ch'ella aveva abbandonata sì a malincuore e per essere poi tanto disgraziata in città, un po' di quella libertà ch'ella aveva dovuto scambiare con una sì trista e dolorosa schiavitù. I giorni gai della sua infanzia le sorsero innanzi con tutte le loro care memorie di luoghi, di tempi, di piaceri; dove avesse osato si sarebbe slanciata al collo del vecchio contadino ad abbracciare in lui tutto quel passato così rimpianto; la si rimase a pigliargli con effusione una mano e serrargliela con forza fra le sue, mentre gli occhi le si inumidivano per tenerezza.

La voce burbera dello zio venne a richiamarla brusco al presente.

--Va a prepararci un boccone da colazione: presto!

Durante il pasto, che non fu nè sontuoso nè abbondante, non si parlò d'altro che di Tommaso Salicotto. Il padre era ansioso d'apprenderne ogni cosa; lo speziale era curiosissimo di trarre di bocca a Matteo il segreto delle relazioni che passavano fra lui e il figliuolo. Più nissun dubbio rimaneva in Agapito che il cavaliere, sedicente figliuolo d'un avvocato, non fosse il legittimo ed unico discendente di quel villano, e si prometteva di avere da questo argomento l'occasione d'una infinità di ciarle piacevoli ed interessanti con tutto il vicinato, cogli avventori, coi medici che capitavano a bottega.

Ma nel migliore delle sue suggestive interrogazioni a Matteo, ecco la nipote interromperlo per annunziargli che c'era il signor Marone.

--Venga: disse lo speziale; poi volgendosi al contadino: Eh ve l'ho detto io che l'avreste visto senza fallo, aspettandolo qui.

Marone si stupì molto di trovar lì il suo ortolano, prese la lettera che questi gli porse, la lesse, meditò un poco, poi disse:

--Da qui a mezz'ora passate da me, dove io abito, e vi darò una risposta da portare al signor Nicolazzo.

Poi si volse allo speziale domandandogli la pigione. Matteo comprese che non aveva più nulla da far lì e tolse licenza. Agapito chiamò la nipote, perchè lo scortasse fuori.

Quando furono all'uscio che metteva al pianerottolo, Anna disse sottovoce e tremando a Matteo:

--Ripartite presto?

--Fra un'ora al più tardi.

La ragazza giunse le mani in atto di preghiera e levò gli occhi lagrimosi in volto al villano con espressione così supplichevole che egli se ne sentì commosso:

--Ho bisogno di parlarvi, diss'ella, tanto bisogno! È il cielo che ho pregato così di cuore che vi ha mandato... Prima di partire, venite qui, ve ne scongiuro, e battete un legger colpo colle dita nell'uscio, io sarò dietro il battente ad aspettarvi... Venite per amor di Dio, ve lo domando come una grazia.

--Va bene, rispose Matteo, ci verrò.

--Sicuro?

--Sì, sì, ve lo prometto.

--Dio vi benedica, compare Matteo.

A che cosa il buon villano avrebbe impiegata quella mezz'ora che gli restava prima di andare a prendere la risposta scritta dal suo padrone? Se ne venne nella strada, guardando di qua e di là, come uno sfaccendato. Dallo speziale aveva appreso che nella casa precisamente di facciata abitava suo figlio; e quando egli giunse all'altezza di quel portone una forza superiore lo fece piantarsi là davanti, come se ci avesse da mettere le radici.

Da tanto tempo non aveva più visto quel figlio che in fondo al cuore gli era caro pur sempre! Chi sa che Tommaso non fosse pentito del suo fallo, e una sola parola di lui, il solo vederlo, non glie lo gettasse amoroso di nuovo fra le braccia! Senza un atto ben preciso di sua volontà, Matteo pur tutta via entrò sotto il portone, e come il portinaio che per caso usciva dalla sua loggia lo guardava con aria interrogativa, egli disse, quasi balbettando:

--Il signor Salicotto abita qui?

--Il cavaliere Salicotto, rispose il portinaio, sta al primo piano nobile.

Matteo salì le scale, suonò il campanello ed entrò nella casa del figliuolo con quella emozione che potete immaginarvi.

Il domestico, che lo aveva introdotto in quel salotto in cui abbiamo accompagnato Vanardi, passò nel gabinetto del padrone ad annunziargli che un contadino cercava di lui.

Tommaso, come soleva fare per ogni nuovo visitatore gli capitasse, se ne fece descrivere in digrosso le sembianze e il portamento. Il dubbio che potesse esser suo padre nacque di subito in lui; s'accostò cautamente all'uscio a vetri, e levò un poco una delle tendine per veder nel salotto. Al primo sguardo gettato su quel vecchio di cui l'impacciato contegno e il tremito delle mani che sostenevano il cappello dinotavano la commozione profonda, Tommaso lo riconobbe. Il primo pensiero di quel tristo, dello scellerato figliuolo, fu quello di farnelo rinviare dal servo; poi temette il vecchio rompesse in isdegnose parole che svelassero la verità e ne nascesse uno scandalo, disse adunque al servitore:

--Andate pure ai fatti vostri; farò venir qui fra un momento quell'uomo io stesso.

Quindi il miserabile stette alcuni minuti pensando quale accoglienza gli fosse più utile di fare a suo padre, e si risolvette per una brusca e scortese, affine di togliere al povero vecchio la volontà di tornarci un'altra volta.

Aprì l'uscio del gabinetto e disse al padre in tono burbero:

--Venite.

Il buon vecchio, che ad una sola parola amorevole si sarebbe slanciato verso il figliuolo a braccia aperte, ferito dolorosamente da quell'accento, s'inoltrò esitando, quasi timoroso.

--Ah siete voi, rispose Tommaso; che volete?

Matteo vide svanire di botto tutte le illusioni che s'era fatte venendo. Suo figlio non esisteva più per esso. Fissò ben bene i suoi occhi sul volto scuro di Tommaso, e disse:

--Ero venuto per vedere se qui trovavo ancora mio figlio, vedo ch'io non son più che un estraneo. Ho avuto torto a venire. Da voi non voglio niente.

E si mosse per partire senz'altro.

Il filantropo non si commosse punto. Soltanto, quando il padre aveva già una mano sulla gruccia della serratura, tese la destra verso di lui e disse:

--Le nostre esistenze corrono in due strade affatto diverse: sono quindi le circostanze, e non la mia volontà, che ci separano. Se mi ostinassi a voler camminare accosto a voi, farei danno alla mia fortuna, senz'altro pro. Che volete? Il mondo è così fatto...

Queste frasi spazientirono il vecchio contadino; rialzò egli la testa più risoluto, ed interruppe:

--Va bene. Risparmiate le vostre belle parole ch'io non capisco. Voi non volete aver più nulla di comune colla vostra famiglia, e checchè avvenga di noi ve ne lavate le mani. Che v'importa che vi sieno due poveri vecchi soli al mondo, senza conforto nessuno nella loro età cadente? È giustissimo: avete ragione: l'educazione signorile vi ha forse mostrato di queste belle cose, che noi gente alla buona chiameremmo... Ah! Dio mi perdoni!...

Il pover'uomo cominciava a scaldarsi. Tommaso fraintese affatto il sentimento del vecchio dabbene, e soggiunse col piglio dolcereccio da impostore con cui soleva smaltire le sue filantropiche tiritere:

--Io non ho mai detto di volervi abbandonare nei vostri bisogni. Voi forse siete venuto da me per avere denaro, ed io...

Ma il padre non lo lasciò continuare. Era l'amore del figlio, era la doverosa di lui gratitudine ch'egli era venuto a cercare. Diede sfogo a tutto lo sdegno doloroso che da tanti anni la condotta del figliuolo verso i genitori aveva ammassato nel suo animo. La verità parlò per la bocca di lui coll'accento della più viva rampogna, e la severa condanna paterna cadde, come una maledizione, sull'ingrato figliuolo.

Tommaso incrociò le braccia al petto e si mise a passeggiare pel gabinetto con fredda indifferenza.

--Dopo questa intemerata, pensava egli, ne sarò liberato per sempre.

Ma come l'intemerata durava troppo, ed egli cominciava a stancarsene, il tristo decise di farla finita. E poi, gli pareva che alcuno fosse entrato nel vicino salotto, e troppo temeva che quella scena facesse scandalo. Si piantò innanzi al padre e gli disse in tono risoluto:

--Ora basta. Sono in casa mia ed ho il diritto di farmi rispettare.

Il vecchio volle insistere.

--Basta! gridò più forte il figliuolo. Ho il diritto a chicchessia m'oltraggi di mostrare la porta.

Matteo indietreggiò d'alcuni passi, innanzi al viso fosco del figliuolo.

--Voi mi scacciate! esclamò egli. E sia: ma il cielo...

--Si: interruppe Tommaso con rea ironia; facciamo il cielo giudice fra noi. Ci acconsento, e intanto la sia finita.

Il misero padre uscì dal gabinetto e dalla casa del figliuolo in quella guisa che vi ho narrato nell'altro capitolo. L'angoscia del suo cuore chi la potrebbe esprimere? Ma nel piangere fra le braccia del buon Vanardi che, senza pur conoscerlo, gli aveva mostrato tanta pietà, alcun sollievo n'era disceso all'anima del povero vecchio:

--Via, fatevi animo: dicevagli Antonio; venite meco, appoggiatevi al mio braccio; avete bisogno d'un qualche corroborante. Andiamo lì dallo speziale...

Ma l'idea di ricomparire innanzi ad Agapito in quel momento riuscì assai sgradevole all'ortolano.

--No, diss'egli, piantandosi in mezzo la strada. Non ho bisogno di nulla.

Il nostro pittore era così commosso della sciagura e del dolore del povero vecchio che non l'avrebbe lasciato andare per tutto l'oro del mondo.

--Sì, sì che avete bisogno di qualche cosa: insistette egli, venite dal liquorista a prendere almeno un bicchierino.

E nella foga della sua caritatevole premura il dabbene dimenticava che non aveva allato nemmeno un centesimo.

--Grazie, grazie: rispose Matteo; ma non ho tempo da indugiarmi. Conviene ch'io vada in cerca del mio padrone per riceverne una lettera, e poi tosto che me ne parta.

In quella Giovanni Selva usciva dalla porta da via di Vanardi, vedeva costui e lo accostava sollecito.

--Una novità: gli disse affrettato: una brutta novità...

--Che cosa? domandò con isgomento il pittore avvezzo dall'infelicità della sorte a temer sempre il peggio. O Dio! ci è capitata qualche altra disgrazia?

--Non a te nè ai tuoi, rispose Giovanni. Rassicurati: la disgrazia c'è, ma è piombata addosso al signor Marone.

A questo nome l'ortolano allargò le orecchie.

--Il signor Marone! Che cosa gli è accaduto?

--Egli è costassù in casa tua, sul tuo letto, con una gamba rotta o slogata che sia.

--La vuol dire il proprietario di questa casa? domandò Matteo intromettendosi.

--Precisamente.

--Egli è appunto il mio padrone di cui debbo cercare.

--Ebbene, lo troverete lassù al sesto piano che grida come un dannato.

--Ma come fu? chiese Vanardi.

--È scivolato giù dalla scala. Il piede gli è smucciato sopra un ghiacciolo. Ti racconterò poi meglio la cosa. Ora corro in fretta a far venire una barella per trasportarlo e ad avvisare la serva di lui, perchè prepari l'occorrente.

E scappò via con tutta sollecitudine.

--Non avete di meglio a fare, disse Vanardi a Matteo, che venir su meco a vedere che cosa è capitato, poichè quello è il vostro padrone.

L'ortolano accettò il partito.

Ed ecco in che modo era avvenuta la disgrazia.

XIX.

La lettera che Matteo aveva recata a Marone era del tenore seguente:

«_Pregiatissimo sig. Marone,_

«Vengo a sollecitarla ancora una volta a proposito di quel tal quadro, di cui ella non mi ha più fatto saper nulla.

«Il mio desiderio di possederlo si è accresciuto a mille doppi, ed io sono disposto a pagarlo qualunque prezzo. Siccome non vorrei a niun modo trovarmi a fronte di quel Vanardi, ho accettato volentieri l'offerta che ella mi ha fatta di agire in questa occorrenza per conto mio; ma sono troppo impaziente per istar tanto tempo ad attendere senza risultato. Abbia dunque la compiacenza di mandarmi scritto qualche cosa intorno a ciò pel medesimo ortolano al suo ritorno qui, e mi creda

«Suo devotissimo «NICOLÒ NICOLAZZO.»

Marone, in conseguenza di questa lettera, esatti dallo speziale i denari della pigione, si era risoluto ad andare di bel nuovo in casa il pittore, a tentare la prova.

Saputo dalla portinaia che Antonio era uscito, tanto più sollecito e volentieri il padron di casa aveva salite le tante scale che conducevano all'alloggio del pittore, in quanto che sapeva che l'uomo era poco disposto a spogliarsi di quella tela e sperava invece molto più arrendevole la moglie. Rosina infatti trovò una proposta degna di accettazione quella che le venne fatta di dare quel quadro in pagamento dell'affitto dovuto, ma pur tuttavia non osò acconsentire al patto senza prima averne parlato col marito.

Marone adunque doveva partirsene senza aver nulla concluso; e se ne andava per rispondere al signor Nicolazzo: quando in alto di quell'ultima ripidissima branca di scala che metteva nel corridoio delle soffitte si trovò faccia a faccia con Giovanni Selva che saliva. Quest'incontro gli piacque poco; avrebbe desiderato che non si fosse saputo di questa sua venuta, e tanto meno da codesto amico del pittore con cui aveva avuto pochi giorni prima, riguardo a quel ritratto, l'abboccamento che fu narrato. Marone salutò in fretta: si strinse al muro, e fu sua intenzione sgusciar via per discendere sollecito; ma egli non aveva più l'agilità d'un giovinetto, e sugli scalini eravi ghiacciata l'acqua caduta dalle secchie portate su dai casigliani: al povero Marone mancarono di botto i piedi di sotto, ed egli rotolò con tutto il peso della sua grossa persona quasi fino al fondo di quella branca di scala.

Giovanni corse a ricoglierlo su, chè l'altro urlando disperatamente non poteva levarsi da solo. Ma quando si trattò di star sulle gambe e di muovere il passo, non ne fu niente: un piede gli doleva di guisa che non poteva nemmanco appoggiarlo per terra. Marone gridava più forte che mai, e Selva non sapeva che cosa farsene.

Tutte le comari delle soffitte, all'udire il rumore della caduta e le grida, erano corse fuori a vedere che fosse, e fra loro prima la Rosina, che a capo scala mandava esclamazioni, interjezioni e parole ammirative, offrendo però con quel buon cuore, che era sua dote precipua, la sua casa e tutte le sue robe in sollievo del mal capitato.

Selva, il quale si reggeva fra le braccia il non lieve peso del padrone di casa, non vide altro partito migliore che quello di accettare lo offerte di Rosina, ed aiutato da alcuno degli accorsi trasportò Marone che urlava come un indemoniato sino sul letto di Antonio, dove allogatolo, Giovanni discese tosto nella spezieria di messer Agapito, perchè vi corresse a prestare al caduto i soccorsi dell'arte.

La spezieria era piena di gente e ci aveva luogo un'animata conversazione, in cui teneva il campo messer Agapito, che gestiva colla sua presa di tabacco fra le dita.

Si parlava della meravigliosa scoperta fatta quella mattina medesima dallo speziale intorno al famoso cavaliere Salicotto, e se ne facevano i più caritatevoli commenti, e se ne deducevano le più innocenti conseguenze che sappiano la malizia umana, l'invidiosa maldicenza e la malignità pettegola.

Tra questi accusatori insieme e condannatori, il più gentilmente maligno e severo si mostrava l'elegante dottor Lombrichi, il quale ravviandosi con un pettinino di tartaruga i peli dei suoi baffetti e del suo pizzo, guardandosi con ingenua compiacenza nello specchiettino che stava sul manico custodia del piccol pettine, facendo vedere in un grazioso sorriso i suoi denti bianchissimi, provava chiaro come il sole, che il filantropo, nuotando nell'oro, lasciava morire di fame suo padre, la qual cosa era l'azione più scellerata che uomo potesse commettere.

Tutti approvavano con entusiasmo siffatte conclusioni, ed era cosa certa che di quella mattina medesima, per opera di quella brava gente raccolta nella farmacia, la notizia dell'essere e della condotta di Salicotto si sarebbe sparsa per tutto il quartiere, il che non avrebbe però impedito menomamente che quegli stessi valentuomini, trovando per caso il signor cavaliere, non l'inchinassero con tutta riverenza.

Fece diversione al discorso Giovanni Selva entrando ad annunziare la disgrazia di Marone.

--Come! Il mio buon amico Marone, esclamò con interesse il dottor Lombrichi, mettendo in fretta il suo pettinino richiuso nel taschino del panciotto; poi si alzò da sedere, s'abbottonò il pastrano e con gesto che non sarebbe stato disacconcio ad un eroe che partisse pel campo di battaglia, soggiunse:

--Andiamo un poco a vedere; messer Agapito, veniteci anche voi con qualche vostro cordiale.

Ad Agapito non tornava gran che il rimettere la punta del naso nell'alloggio della Rosina, e se ne sarebbe volentieri astenuto, dove la sua benedetta curiosità non lo avesse spinto ad andare sollecitamente a vedere coi proprii occhi ciò che era capitato. Diede dunque di piglio ad alcuna delle sue boccette di spezieria, e seguì Giovanni ed il dottore su per le scale.

Rosina si affaccendava con tutto zelo intorno al signor Marone, il quale non cessava di lamentarsi come un uomo alla tortura, e la non mostrò neppure d'aver visto lo speziale che era entrato chetamente in coda agli altri.

Il giacente, appena scorse il medico, tese verso di lui le braccia ed esclamò quasi piangendo:

--Ah, mio caro dottore, mi salvi lei... Sono un uomo rovinato... Oimè! oimè! Sono tutto fracassato.

Lombrichi aveva incontrato nella visuale de' suoi occhi il piccolo specchio che a Rosina serviva di teletta e vi si era dato un sorriso; di poi fece scorrere questo sorriso e il suo sguardo verso il malato, e rispose:

--Su via coraggio, mio bravo signor Marone... vogliamo sperare che non sarà nulla.

--Sì, speriamo che non sia niente: disse a sua volta lo speziale.

--Niente! niente! gridò Marone. Se sapessero come mi duole... Ahi! ahi! Lo provasse lei messer Agapito... Ohi! ohi!...

Lombrichi si curvò sul giacente.

--Oh! bisogna guarir presto, mio caro; c'è gran bisogno ch'ella sia in gambe.

E soggiunse piano che nessun altro potesse udire:

--Ci abbiamo un mezzo sicuro da rovinare affatto Salicotto nello spirito della marchesa di Campidoro.

Non ostante i dolori del suo piede, queste parole ebbero forza di scuotere Marone.

--Davvero! esclamò egli facendo un movimento come per alzarsi. In che modo?

--Le dirò tutto poi a miglior occasione. Per ora stia tranquillo, ed esaminiamo un poco questa gamba. Dov'è che le duole?

Tastato ben bene di qua e di là, in mezzo agli omei del paziente, il signor dottore si dirizzò sulla persona con piglio d'importanza, guardò intorno a sè con aria trionfale, e sentenziò gravemente che quella gamba doveva dolere, perchè la si era fatta male.

--È rotta? dimandò Marone tremante.

Lombrichi si lisciava la barba guardandosi di nuovo nello specchio.

--No, rispose, frattura non c'è, ma lussazione completa.

Soggiunse che da solo non avrebbe potuto rimettere l'osso a posto, ma che ci sarebbe occorso un chirurgo; e siccome l'operazione non sarebbe tanto facile, e poteva anche essere penosa, stimava fosse meglio che Marone venisse trasportato nella sua abitazione, il che secondo lui, si poteva fare senza inconvenienti, purchè coi dovuti riguardi. Selva si offrì di andare a provvedere al bisognevole, e la sua offerta venne accettata.

Agapito, che in quel luogo ci stava con non poco disagio, propose di far discendere frattanto l'infermo sino al suo alloggio agli ammezzati, che là avrebbe potuto esser meglio coricato per attendere la barella, e tutte quelle scale già discese sarebbero un tanto di fatto, quando poi questa fosse giunta. Il medico non dissentì, e tosto si accinsero a trasportarlo i garzoni dello speziale, che erano venuti su ancor essi ed alcuni uomini fra i vicini accorsi.

In quella sopraggiunsero Vanardi e l'ortolano Matteo.

--Ah! siete qui voi? disse a quest'ultimo Marone, il quale stava per essere sollevato a braccia dal giaciglio. Vedete in quale stato io sono ridotto... Ahi, ahi!... fate piano per carità!... Ditelo a chi vi ha mandato... e che per un poco non posso occuparmi nè di lui nè del quadro che gli preme...

Ma queste ultime parole gli erano appena sfuggite ch'egli, vedendo lì accosto anche Vanardi, si morse le labbra. Per Antonio queste parole non erano passate inavvertite.

Quando Marone fu portato fuori, e dietro di lui furono usciti lo speziale, il medico ed i curiosi, il pittore arrestò Matteo che voleva partirsi ancor esso.

--Una parola se vi aggrada, gli disse.

--Parli, parli pure: rispose il contadino con tutta premura.

--Scusate se v'interrogo, ma si tratta di cosa che mi preme assai. Voi siete stato mandato al vostro padrone da qualcheduno per cagione d'un quadro?

--Non so per che cosa sia. Il signore che appigiona la villa mi ha dato una lettera pel padrone e mi ha detto venissi giù a portargliela e ne aspettassi la risposta.

--Chi è questo signore?

--Il signor Nicolazzo.

Rosina, che era lì ad ascoltare, interruppe vivamente.

--Nicolazzo!... Tò, tò... non mi sbaglio, questo è il nome che il padrone di casa dava a quel brutto signore che è venuto qui pochi giorni sono, e che rimase incantato innanzi a questo ritratto.

L'attenzione e lo sguardo di Matteo dall'atto di Rosina furono chiamati sopra il quadro che ben sappiamo; appena l'ebbe osservato, l'ortolano fece un gesto di sorpresa.