La carità del prossimo

Chapter 15

Chapter 153,853 wordsPublic domain

Intanto per l'ambizioso il sacrifizio del padre parve avere aperto il corso delle prospere sorti. Egli aveva incominciato a vivere da signore, e la presenza dei genitori in mezzo al suo sfarzo gli rincresceva sempre più. Un giorno padre e madre ebbero il torto di soprarrivare a visitarlo, mentre Tommaso aveva seco una brigata di giovinotti dal più al meno eleganti, male lingue tutti. Figuriamoci di che gusto dovette riuscire a Tommaso quella visita! Accolse i genitori colla freddezza con cui si tratta un inferiore importuno, e traendoli brusco in altra stanza non mostrò solo col contegno, ma anche colle parole, quanto lo seccassero, e quindi lasciatili ambedue mortificati, senza curarsi maggiormente di loro, andò a raggiungere la comitiva.

--Chi sono quei villani? udì Matteo domandare nella stanza vicina da uno di quei signorini dagli occhiali inforcati sul naso.

E suo figlio a rispondere:

--Sono i coltivatori di una mia tenuta. E' mi hanno visto bambino, e, povera gente, mi voglion bene come lor figliuolo.

Matteo e la moglie si guardarono in volto quasi spaventati. Suo figlio li rinnegava! Da questo tratto furono loro aperti finalmente gli occhi. Tommaso era un egoista senza cuore, che non amava che sè stesso e i guadagni. Fu il peggiore dei dolori che potessero provare. A vedersi partire di mano il suo caro tesoretto; a dover abbandonare il diletto orto che amava con quell'amore tenace, appassionato dei villani per la terra, che tutti sanno; a lasciare il paesello natale dove aveva sperato di vivere e dormir, morto, in pace; a veder fatta incerta la sua esistenza e forse travagliosa la sua vecchiaia: Matteo non aveva ancora sofferto mai tanto quanto in quel momento.

Egli avrebbe voluto precipitarsi in mezzo a quella gente, ed investire lo sconoscente figliuolo colle meritate rampogne; ma la moglie ne lo trattenne. Tommaso uscì, senza lasciarsi vedere e i genitori dovettero aspettare sin tardi per averlo seco di nuovo.

Matteo appena lo scorse, non potè frenarsi e proruppe, pallido per ira e con voce tremante che pure preannunziava vicine le lagrime:

--Che? gli è proprio vero adunque?... Noi vi facciamo vergogna, noi... In questa casa i miei capelli bianchi sono accolti come un disdoro... Ce l'avevate già fatto capire colle vostre maniere, ma ora ce lo avete spiegato chiaro pur troppo!... Non abbiamo ad essere i vostri genitori, noi; appena se siamo degni d'essere i vostri servi... Ebbene sia. Il signorone stia di per sè; e noi non verremo più a seccarlo... Siamo noi, gli è il nostro denaro, gli è il nostro lavoro, gli è il sudore di queste fronti che l'ha rimpannucciato a quel modo il sor marchese... Che monta? Siam villanacci ed egli arrossisce al vederci. Vieni, vieni moglie mia... Questa casa non è fatta pei poveri diavoli come noi, e ci conviene uscirne, e non rimetterci i piedi mai più.

Si mosse diffatti: la moglie lo voleva trattenere, e supplicava cogli sguardi (che colle parole, angosciata com'era, non lo poteva) il figliuolo a voler placare la giusta collera del padre. Se Tommaso avesse detto una sola parola, avesse fatto un sol cenno di pentimento, di domandar perdono, questa gran collera sarebbe sbollita d'un colpo: il povero padre in sè stesso non aspettava che il menomo degli atti per cedere e rimanersi: ma il tristo figliuolo stette lì impietrito, l'aspetto insensibile, gli occhi a terra, senza pur muoversi. A tutta prima ben gli era venuto all'animo l'impulso di placare suo padre, ma poi tosto s'era detto fra sè, che quella era buona occasione per liberarsi una volta dal fastidio di quelle visite, e che per ciò non aveva che da lasciar andare le cose pel loro verso.

Matteo gli diede un'ultima sguardata, e lo sdegno s'accrebbe.

--Ebbene? che fai moglie mia? gridò egli trovando la sua mazza, impugnandola e camminando risoluto verso la porta. Vieni una volta, e togliamo a questo gran signore l'imbarazzo e la vergogna delle nostre persone.

La donna, poverina, piangeva senza aver parole fatte, e voleva calmare il marito; ma questi la prese risoluto per un braccio e la trasse con sè a forza.

Tommaso non si mosse: vide partire il padre e la madre a quell'ora già tarda con occhio asciutto, senza una parola, senza un gesto. Matteo comandò alla moglie che del figliuolo non glie ne parlasse più mai; quanto a sè il nome di lui non fu mai più udito sulle sue labbra.

La famiglia non seppe mai più notizie dell'ingrato figliuolo, nè questi di quella. Tommaso non cercò mai di vedere i genitori; le sue vicende frattanto andavano sempre meglio; la sua fama d'uomo amantissimo dei poveri aumentava di pari passo colle sue ricchezze, e i suoi parenti, impoveriti per causa sua, stentavano la vita senza ch'egli si curasse non che di soccorrerli, ma di saperne novelle.

Erano passati parecchi anni in questo modo, quando Vanardi, spintovi dalla rinomanza di Salicotto, suonava timidamente il campanello dell'uscio del pubblicista per supplicarne la sua generosa protezione.

Ed ora che lo conosciamo per bene, possiamo seguitare il nostro amico Antonio e penetrare con esso nel santuario del famoso filantropo.

XVII.

--Che cosa volete? chiese il domestico che venne ad aprir l'uscio, in tono orgoglioso quand'ebbe squadrato la povertà degli abiti del visitatore.

--Parlare al signor cavaliere: rispose umilmente Vanardi.

Il servo si levò di mezzo all'apertura de' battenti e lasciò il passo. Il pittore entrò levandosi il cappello e incurvando la schiena.

Attraversarono, il domestico primo e Antonio dietrogli, un'anticamera piuttosto vasta, lastricata da formelle di marmo bianco e bruno avvicendate, e intorno alla quale, alle pareti, stavano armadii di legno inverniciato di color bigio. S'intromisero in un corridoio che n'era a capo, volsero a sinistra, entrarono in un salotto ben riparato, ben caldo, con un soffice tappeto sul pavimento, con comodi ed eleganti sedili d'ogni fatta, tappezzato di fine carta azzurrina a fiorami appannati del medesimo colore ma più scuro, adorna di buone pittura di paese, appiccate con cornici alle muraglie, rallegrata da un vivace fuoco nel caminetto.

--Aspettate qui: disse il domestico a Vanardi. Il signor cavaliere è là nel gabinetto (ed additava un uscio a vetri in faccia a quello per cui erano entrati); ha seco qualcheduno; appena sarà libero, potrete parlargli.

E poste ancora alcune legne sul fuoco, se ne andò lasciando solo il pittore.

Questi cominciava a conoscere che nel mestiere di supplicante, la prima cosa da impararsi è il fare anticamera.

All'uscio a vetri, dalla parte del gabinetto, erano appese tendoline di mussolina bianca, che impedivano di vederci per entro. La serratura n'era chiusa colla stanghetta a scatto; ma pur tuttavia il suono delle parole che si scambiavano nel camerino veniva nella stanza che lo precedeva, benchè indistinto. Se ne poteva però comprendere, che un colloquio animato aveva luogo, ed una voce massimamente, che pareva quella d'un vecchio, di quando in quando s'elevava come rampognante, sdegnata e minacciosa. I due uomini che discorrevano non erano seduti, e le loro ombre si scorgevano traverso le tendoline dell'uscio, e dall'apparire e scomparire d'una di esse si capita che uno degli interlocutori andava e veniva, come se impaziente, per la camera.

Antonio s'era già rassegnato ad aspettare chi sa quanto tempo; ed invece, poco dopo ch'egli era stato introdotto, ecco aprirsi bruscamente l'uscio a vetri, e un vecchio a chiome bianche, con panni contadineschi, pallido in volto, non si sarebbe potuto dire se per dolore o per isdegno, comparire sulla soglia. Dietro di lui, discosto due passi, era il signor Salicotto, la cui prima vista fece una cattiva impressione sopra Vanardi; chè diffatti a quell'uomo in tal momento davano un aspetto tutt'altro che simpatico la fronte aggrottata, una dura espressione di fisonomia, le labbra serrate e lo sguardo incerto, che pareva non osare di fissarsi in volto al vecchio contadino.

--Non temete: diceva questi, a cui la voce tremava come la mano che teneva ancora sulla gruccia della serratura: questa sarà l'ultima volta di certo, e Dio voglia!....

Nel pronunziar queste parole aveva levato verso il soffitto la mano destra col solo indice teso, in atto solenne: ma lo sguardo del filantropo, sgusciando fra il vecchio e l'uscio, aveva visto nel vicino salotto la figura d'un estraneo, perciò si affrettò egli ad interrompere il villico, slanciandosi in quella stanza, e quasi sospingendo il parlatore verso la porta d'uscita.

--Basta! diss'egli imperiosamente. Non più una parola; vi prego di non insultarmi più oltre. So che voi non mi comprendete, vi compatisco e vi perdono, perchè è dovere di perdonar sempre ai nostri simili, ma vi consiglio a rammentare che qui sono in casa mia ed ho diritto di mandarne fuori chi mi oltraggia.... Partite; ma ciò nulla meno, ad ogni volta che avrete bisogno di qualche aiuto, potrete sempre in tutta sicurezza valervi di me.

Vanardi cominciava a trovare molto nobile e molto degno il procedere del filantropo; ma il vecchio invece arrossì di sdegno e parve sul punto di prorompere in un'acerba invettiva, pur si fermò, ed allontanandosi vivamente, quasi con orrore, da Salicotto, esclamò fremendo.

--Sciagurato! sciagurato!

E si partì senz'altro, barcollando come sotto il peso d'una soverchia emozione.

Il signor cavaliere gli tenne dietro con uno sguardo che sembrava tutto mitezza e pietà.

--Infelice, diss'egli mandando un sospiro. Ah! com'è doloroso trovare degl'ingrati....

Poi andò presso il caminetto e tirò il cordone da campanello che vi pendeva presso. Il domestico che aveva introdotto Vanardi si presentò tosto alla porta.

--Quel vecchio contadino aveva egli detto il suo nome?

--No signore: rispose il domestico.

Questa risposta parve far piacere al padrone.

--Avete voi notata la fisonomia di quell'uomo tanto da riconoscerlo un'altra volta?

--Signor sì.

--Ebbene se mai si presentasse ancora, gli direte sempre che non sono in casa... fino a che non vi dia un ordine diverso. Andate.

Il servo uscì; allora il pubblicista democratico, socialista ed umanitario si volse verso Antonio.

--Lei vuole parlarmi? gli domandò.

--Signor sì, se la mi permette.

--Si dia la pena di passare qui nel mio gabinetto.

Lo fece entrare nello studiolo, sedette nella sua poltrona innanzi alla scrivania e fece sedere Vanardi sur una seggiola vicina.

Il cavaliere Tommaso Salicotto era tal quale lo aveva descritto la Rosina: grosso, tozzo, con un testone insaccato nelle spalle larghe e rotonde, il colore ulivigno, neri i capelli che aveva abbondantissimi e portava lunghi, pioventi fin sopra il bavero del vestito, nera del pari la barba, di cui lasciava crescere i baffi ed il pizzo al mento. L'occhio era nero ancor esso, e non mancava di vivacità, ma la guardatura non n'era schietta. Le chiome aveva piantate giù verso le sopracciglia da fargli la fronte bassa, ma questa era larga alle tempia e pareva quasi una lista al di sopra della faccia che la riquadrasse. Le traccie della sua origine villereccia gli si leggevano chiare nelle sembianze e nei modi, a dispetto del suo vestire elegante onde cercava dar garbo e distinzione alla sua persona.

Stette un poco ad osservare il suo visitatore, il quale non sapeva troppo che contegno tenere, poi gli chiese con tutta cortesia.

--Con chi ho l'onore di parlare e in che cosa posso servirla?

Antonio levò lo sguardo sopra chi lo aveva interrogato, e lo sguardo di costui fu lesto a guizzar via. Il povero pittore stava pensando che la sua prima accontagione con quel famoso filantropo era bene strana; poichè era arrivato nel punto in cui scacciava di casa sua un povero vecchio. Certo tutti i torti dovevano essere dalla parte di quest'ultimo; ma pure!...

Com'egli esitava, Salicotto riprese:

--Ha ella qualche difficoltà a dirmi il suo nome?

--Oh no: rispose vivamente Vanardi, e gli disse tutto l'esser suo.

--Bene! esclamò il giornalista. Ho molto piacere di conoscerla. Ella pittore, io scrittore; siamo si può dire, artisti entrambi; siamo quasi fratelli, o d'altronde tutti gli uomini sono tali.

E tese la sua mano larga e robusta ad Antonio che con rispettosa peritanza ci pose dentro la punta delle sue dita. Salicotto le serrò forte, e le scosse più forte all'usanza inglese.

--Or dunque parli.

Antonio si sentì il sudore spuntargli a goccie alle radici dei capelli; ma si fece forza, chiamò in aiuto tutta la sua risoluzione e cominciò non senza fremito nella voce il racconto delle sue sventure.

Salicotto lo ascoltò molto attento e raccolto, senza interromperlo mai e senza guardarlo in faccia pur una volta; ma egli mostrava interessarsi in sommo grado a quell'Odissea. Scuoteva la testa, moveva le mani, mandava sospiri a seconda, come uomo che è padroneggiato da profonda emozione. Quando Antonio ebbe finito, gli prese la destra non con una, ma con tuttedue le mani, glie la serrò più forte che prima, glie la tenne così fra le sue un cinque minuti e disse con accento d'uomo che per la compassione fosse lì lì per iscoppiare in pianto:

--Poverino! Quanta sventura e quanto coraggio! Oh come io ne la ammiro! La vede. Gli stenti del povero sono per me qualche cosa di grande, di sublime, ciò che vi ha di più sublime sopra la terra. Tutte le pompe del mondo, tutti gli sbarbagli della ricchezza non valgono a farmi stimare un uomo più che i cenci della miseria coraggiosamente sopportati. I ricchi!... Oh i ricchi!... Conviene perdonarli, perchè anche loro ci sono fratelli; ma l'organismo attuale della società ne fa tanti oppressori di noi povera gente. La vede. La società va rimutata da capo a fondo. Conviene che il voto di Enrico IV di Francia sia una realtà in tutto il mondo, per tutto il genere umano: che ciascuno abbia ogni giorno che Dio manda un pollo nella sua pentola. Ecco il mio programma! Io studio con tutta la potenza del mio animo, con tutta la forza del mio ingegno ad ottenere questo risultamento. Ha ella per caso letto i miei scritti? Le presterò, se vuole, la raccolta completa del mio giornale. Vedrà come dal primo numero a quello di ieri ho combattuto e combatto in favore delle classi diseredate. Sono un missionario, sono un apostolo dell'avvenire, sono l'avvocato dei poveri. Oh i poveri! Vorrei potere aprire le mie vene e dare tutto il mio sangue per farli ricchi. Io piango caldissime lagrime sulle loro sfortune: la vede. Che? Siamo tutti figliuoli d'Adamo, abbiamo tutti un'anima immortale; la nostra vita ha in tutti i medesimi bisogni, ed io dovrò stentare un boccone di pan nero, mentre il mio vicino mangia quaglie e beccafichi?

Prese fiato in mezzo alla declamazione di questa tirata, che aveva già ammanita le migliaia di volte in articoli ai suoi lettori.

--Che rimedio trovarci? La carità? Rimedio effimero: inutile, anzi dannoso palliativo: anche gli economisti la condannano. Senza contare che la è un'umiliazione della natura umana in chi la riceve. Però in circostanze straordinarie, per eccezione, via, l'ammetto ancor io. La vede. Pochi giorni sono un povero diavolo s'è tolto di vita lasciando una famiglia all'ultima miseria. Bene! Io ho tosto aperta nel mio giornale una sottoscrizione per venire in soccorso di quei poveretti, la quale ha già prodotto una considerevol somma. Sono fatto così io!... Ma gli è alle istituzioni, la vede, che bisogna domandare il rimedio; misure radicali ci vogliono, perchè la vera uguaglianza regni una volta sulla terra e quindi la vera fratellanza e la felicità umana. A questi principii ho consacrato tutto me stesso, e non ci fallirò per Dio!

S'alzò da sedere; e Antonio dovette imitarne l'esempio. Salicotto volse al soffitto il suo sguardo e si battè sul petto con aria ispirata.

--Non ci fallirò, finchè qui dentro palpiterà questo cuore, finchè un soffio di vita animerà queste membra.

Poi la sua voce si fece piagnucolosa.

--So bene che molte delusioni e molti dolori mi aspettano. Ah! ne ho già sofferti di troppi e che avrei creduto prima insopportabili. Iddio mi darà forza anche per l'avvenire, e la mia coscienza quell'unico compenso che mi posso aspettare.

Strinse di nuovo la mano d'Antonio e glie la scosse da fargli male.

--Io sono l'amico di tutti quelli che soffrono: sono anche il suo. Mi consideri come tale, la prego. S'accerti che non avrà persona mai la quale partecipi così di cuore a' sventurati come a' prosperi di lei successi.

E in ciò dire l'aveva tratto dolcemente nel salotto che precedeva il gabinetto e stava avviandolo verso l'uscio che metteva pel corridoio nell'anticamera.

--Signor cavaliere, balbettò Antonio.

E l'altro, senza lasciarlo parlare:

--Le manderò il mio giornale; son certo che la ne piglierà alcun conforto. Vedrà, oh vedrà s'io fallisco al dovere che mi sono imposto.

Apri la porta del corridoio e pianamente vi sospinse Antonio.

--Spero che ci rivedremo, soggiunse; anzi un'altra volta potremo parlare più a lungo. Le esporrò il mio disegno di riforma sociale; confido che otterrà la sua approvazione. La riverisco.

E chiuse l'uscio del salotto alle spalle del pittore. Il domestico nell'anticamera accorse sollecito ad aprire la porta di casa. Vanardi si trovò sul pianerottolo aggirato, confuso, mezzo balordito.

Che cosa gli restava da fare? Nient'altro che allontanarsi di là. Prese le scale e cominciò a discendere lentamente, tutto mortificato.

Alla seconda branca della scala trovò seduto, o meglio accosciato nell'attitudine del più doloroso abbandono, il vecchio contadino che aveva visto poc'anzi uscire dal gabinetto del cavaliere. C'era tanta espressione di dolore nel contegno del vecchio, i singhiozzi che rompevano come a forza dal petto di lui erano così angosciosi che Vanardi ristette, e un'immensa, subita pietà l'occupò tutto e lo spinse verso quel miserello dalle chiome canute.

--Coraggio, buon uomo: gli disse con voce piena d'affettuoso interesse. Non datevi così al disperato. Io non conosco le vostre disgrazie, ma qualunque esse sieno l'abbandonarsi dell'animo non può recar loro sollievo nessuno.

Il vecchio contadino sollevò verso chi gli parlava la faccia lagrimosa. I suoi lineamenti erano profondamente turbati, e la pallidezza delle sue guancie quasi cadaverica. L'accento simpatico del pittore parve confortarlo alcun poco; pure scosse il capo disperatamente, e rispose:

--Io sono il più infelice uomo del mondo.... Vorrei esser morto.... Ah no: Dio mi perdoni.... C'è costassù, a Valnota, una povera vecchia che mi ama e mi attende. Se non fosse per lei!... All'uscire di costì m'è mancata ogni forza.... Avevo dimenticato perfino la mia povera vecchia moglie. Bisogna ch'io torni presso di lei.... E sarà il meglio ch'io mi levi presto di qui.

Fece a drizzarsi, ma lo poteva a stento; Vanardi ve l'aiutò.

--Grazie! disse il vecchio, e si mosse per discendere; ma le gambe gli vacillavan sotto, e a mala pena si teneva in piedi.

--Venite meco, soggiunse Antonio; appoggiatevi al mio braccio; così, pian pianino. Siete debole; avete bisogno di qualche cosa che vi riconforti.

--Grazie, grazie: ripeteva il vecchio commosso. Voi avete pietà d'un povero vecchio: voi che non mi avete mai visto, mentre colui... colui!...

Tentennò un momentino la testa con atto dolorosissimo; poi riprese con voce soffocata dalla soverchia commozione, stringendo forte il braccio di Vanardi:

--Colui mi ha scacciato di casa sua, come uno che gli faccia vergogna.... E sono suo padre!

Antonio mandò un'esclamazione di meraviglia e di orrore.

Il vecchio, smarrita affatto ogni forza, s'aggrappò al braccio di chi lo sosteneva, appoggiò la fronte alla spalla del pietoso e scoppiò in pianto dirotto.

XVIII.

Il mattino di quella medesima domenica, verso le ore nove, un vecchio contadino aveva aperto l'uscio della bottega di messer Agapito e aveva domandato al signor Martino, che primo gli si era fatto incontro:

--La casa del signor Marone?

--Questa.

--Dove potrei trovarne il proprietario?

--E' non abita qui.

--Lo so bene. Vengo appunto dalla sua dimora, e la serva mi ha detto che l'avrei trovato in questa casa. Ho un biglietto da dargli che preme.

Martino si strinse nelle spalle.

--Non saprei che cosa dirvi. Sarà certo da qualche casigliano a riscuoter l'affitto. Potete andar cercando di lui su per tutti i piani della casa.

Il villano s'avviava per partire, quando messer Agapito, che dal punto in cui quegli era entrato, l'osservava attentamente e con una certa sorpresa, s'alzò ratto, e fece un gesto per arrestarlo.

--Un momento, diss'egli. O io mi sbaglio, o vi conosco, brav'uomo.

--Può darsi: rispose il contadino volgendo la faccia e lo sguardo verso lo speziale.--To', esclamò egli a sua volta, appena ebbe veduto i lineamenti di costui: ella è messer Agapito.

--Bravo! E voi siete l'ortolano Matteo.

--Per l'appunto.

Agapito tese verso il contadino la sua tabacchiera aperta.

--Evviva! Mi fa molto piacere il vedervi. È un secolo che non ci siamo trovati.... E voi come la va? E la vostra famiglia? E dove state? Già siete sempre al paese, non è vero?... Che cosa c'è di nuovo per colà?... E che buon vento vi mena da queste parti?

Matteo, fra tante domande, pensò bene di non rispondere che ad una sola.

--Non sono più al paese. Sono ortolano ad una villa in Valnota.

--In Valnota? che? vi siete traslocato colà?

--Sì signore.... E son già degli anni parecchi.

--È strana. Non avrei creduto mai più che voi vi sareste deciso ad abbandonare il villaggio.

La faccia di Matteo s'imbrunì e curvando la testa fra le spalle in atto di dolorosa rassegnazione, egli rispose:

--Che cosa vuole? Non l'avrei creduto nemmen io un tempo: ma delle sventurate circostanze sopravvenute mi vi obbligarono.

La curiosità dello speziale intravide tutta una storia che fu tosto assai ghiotto di apprendere.

--Ah si? diss'egli con molto interesse: raccontatemi su, da bravo...

--Oh! gli è un affare molto lungo...

--Non importa...

--Io ho fretta...

--Lasciate un po'... Quando si trova dopo tanto tempo un compatriota!... Quella villetta dove ora siete è vostra? l'avete comperata?

Matteo scosse dolorosamente la testa.

--Oibò. Ci sono al servizio del signor Marone.

--Davvero!

--Sicuro. Saranno tre anni a San Martino.

--E vi ci trovate bene? Ci avete dei buoni guadagni?

--Eh là! non mi lamento.

--Una volta mi ricordo che la vi andava molto bene....

--Ah! questi non sono più i tempi d'una volta. Ho avuto ogni fatta disgrazie.

--Poveretto!... Ma via, sedetevi un momento qui presso al braciere, che possiamo discorrerla più comodamente...

--Grazie, non posso.

Il trovare così restio al parlare quel vecchio contadino accrebbe la curiosità dello speziale, che lo spinse fino alla generosità della seguente offerta.

--Voi berete bene un bicchierino di qualche cosa di _tonico_... di _ratafià_ per esempio.

--Grazie tante. Lei è molto buono; ma sono ancora digiuno: e poi non posso fermarmi. Conviene ch'io trovi il padrone per dargli la lettera del signor Nicolazzo.

--Nicolazzo! chi è costui?

--È i! pigionante della villetta. Questa lettera preme di molto, a quel che mi ha detto, consegnandomela; e mi ha comandato di recargliene la risposta il più presto possibile.

--Alla campagna?

--Già!

--Forse ch'egli abita colà?

--Sicuro.

--A questa stagione?

--Sono due anni ch'ei non se ne move nè state nè inverno.

--Che gusto! È matto?

--Egli no: ma sua moglie pare di sì.

--Ah, ah! c'è anche una moglie?

--Sì signore.

--E vivono colà soli?

--Come i gufi, tutto l'anno, schivando perfino la compagnia nostra, di me e di mia moglie.

--Cospetto!... A proposito; e la vostra famiglia? Non ve ne ho manco ancora domandato. Come va?

Il pover'uomo trasse un sospiro.

--Mia moglie sta bene, povera vecchia!... Grazie!

--E vostro figlio?

La faccia del vecchio mostrò un certo imbarazzo che eccitò grandemente la curiosità di messer Agapito, il quale ci travide un segreto da apprendere.