La camicia rossa Episodi - Terza edizione riveduta e corretta

Chapter 4

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Il cavaliero, le mule, i barili, il flauto, i presagiti prosciutti mutarono d'incanto in tripudio le prime malinconie. Il flautista, finito il brindisi, suonò una polka, che ballarono parecchie coppie di soldati. Altri con voci combinate e fuse insieme l'accompagnavano benissimo a guisa di violoncelli e di contrabassi. Sembravamo una brigata di virtuosi ad una festività campestre, anzichè un povero manipolo di patrioti militanti, avventurato fra quattordicimila nemici, diviso da' suoi per un ordine di fortificazioni, per la flotta e pel mare. L'Jonio e il Tirreno con onda purpurea, baciando i lidi della Sicilia, la quale, avviluppata da una nebbia di luce d'oro, pareva palpitasse in quel misterioso amplesso, l'indefinibile mormorìo delle foreste di faggi, ond'era chiomata l'erta vicina, che propagavasi sulla pianura in suono di note vocali, davano colore e tono a quell'idillio.

Frattanto arrivò il cavaliero.

Noi l'abbiamo amorevolmente circondato, e gli facemmo magnifiche accoglienze.

--Nella notte, egli fece, sparsa la novella in Reggio del vostro sbarco, il comitato segreto vi spedì sei mule cariche di viveri, e mi mandò sull'istante per ragguagliarvi che bande armate di Calabresi vi raggiungeranno. Il nemico ne sequestrò quattro. Ma, continuò quel pio per attenuare la dolorosa impressione patita dall'uditorio, si riparerà senza indugio alla perdita.

Il maggiore Missori ed io, invitato il nostro ospite a scendere di sella, ci appartammo seco lui per chiedergli particolareggiate informazioni sullo stato delle cose. Egli ci chiarì che il paese aspettava Garibaldi, pronto e risoluto a secondarlo, che la costituzione borbonica ottenne accoglienze irrisorie, che ogni transazione colla famiglia regnante diventò oggimai impossibile, che del resto le truppe rimanevano fedeli, che si sarebbero battute sino agli estremi, malgrado le disfatte di Sicilia, che, oltre i diciotto battaglioni custodi alla marina, dieci guardavano il punto strategico di Mileto, donde facilmente avrebbero vietato l'ingresso nella seconda Calabria a forze tre volte superiori.

--La cura di ciò spetta a Garibaldi, osservò il maggiore. Sapete ch'ei conosce il segreto di vincere coi pochissimi i molti, e d'espugnare fortezze senza uopo di cannoni; come avant'ieri Milazzo.

Durante il colloquio, il cavaliero ed io ci guardavamo con curiosa indagine come chi fruga nella memoria un'idea smarrita, onde finalmente gli dissi:

--Mi pare di conoscervi.

--E a me voi.

--Io non venni mai in Calabria. Voi viaggiaste?

--Dopo undici anni di galera, nel cinquantanove viaggiai a spese di Ferdinando II verso l'America. S'era in sessanta, e giudicammo miglior consiglio indurre il nocchiero a sbarcarci nella Gran Bretagna. Mi chiamo Gerace e nacqui calabrese.

--Ecco! vi conobbi a Londra.

--Tornai in Calabria di nascosto per prepararci degnamente ai nuovi eventi. Garibaldi si mostrerà contento della mia patria.

Egli si assunse di traversare nella notte lo stretto con nostre lettere al Generale. Il _lapis_ c'era, ma la carta mancava.

L'arrivo delle mule e la tirannia dell'appetito interruppero la ricerca della carta.

--Ecco qua la carta, disse il maggiore mostrando un foglio greggio che avvolgeva una forma di caciocavallo; e vi stese il rapporto al dittatore. Sopra un pezzo rimasto io scrissi a mia moglie, per assicurarla col fatto della scrittura ch'ero vivo e sano.

--_Sans adieu_, disse Gerace nel dipartirsi da noi. Ricomparirò con una mano di Calabresi entro due giorni.

Le scolte del nostro piccolo accampamento annunciarono la colonna del comandante. Sospese le mense, si aspettarono gli amici.

Per più ruinosi sentieri del nostro arrampicaronsi essi, e noi li rivedemmo stracciati e sparuti. Ma l'insperata refezione e il favoloso bicchier di vino distribuito a ciascheduno rinnovellarono gli spiriti afflitti e fecero dimenticare le sopportate tribolazioni.

Rimessi in cammino e traversato l'altipiano, ci arrestammo ad una fattoria che sorge al piede del monte di Sant'Angelo. Ivi piantammo gli alloggiamenti. La fattoria, vecchio edificio solidamente costrutto e chiuso, aveva le sembianze d'un castello. Secolari faggi ombreggiavano i suoi dintorni, temperavano gli ardori quasi tropicali dell'agosto in quell'ultima regione d'Italia, e davano asilo alla nostra milizia. Il comandante e lo stato maggiore abitavano la casa dei contadini, prospiciente la pianura, che componevasi della cucina e di tre cameruccie basse, affumicate e misere. Il resto dell'edificio granai, cantine, fienili, rimesse e stalla; ma senza grano, senza vino, senza fieno, senza carri, senza animali. I due cordiali contadini ospiti nostri, cedettero il gramo letto coniugale al comandante; noi si dormiva sulle panche.

Il quartier generale era relativamente numeroso e singolare. Il colonnello comandante, un maggiore, quattro capitani, un luogotenente, due sottotenenti. Tre mesi addietro, di cotesti nove, uno era poeta, due avvocati, uno mercadante di tele, uno fotografista, uno notaio, uno ingegnere, uno agricoltore e uno letterato; quasi tutti soldati volontari nelle guerre italiane dell'indipendenza, indi esuli, o carcerati. Il coraggio e l'intuito supplivano alla scienza militare.

La mala riuscita della spedizione scemò autorità al comandante, il quale sentì il bisogno di agire dietro proposte discusse nel seno dei nove. I nove componevano il Consiglio di guerra in permanenza, il quale entrò in funzioni il mattino del 10 agosto. Altri propose di gettarsi sopra Cosenza e provocare l'insurrezione nelle due Calabrie superiori, altri di tentare un'irruzione su Reggio. Vinse il partito di attendere sino all'indomani i soccorsi calabresi e di eseguire, quale obbietto invariabile della nostra azione, una serie d'assalti improvvisi lungo lo stretto, tirandoci dietro il maggior nerbo di nemici possibile, per assottigliare i reggimenti che presidiavano la costa, e rendere così più agevole lo sbarco a Garibaldi. Stabilita inoltre la nostra base d'operazione sui gioghi d'Aspromonte, eravamo in grado di ricevere istruzioni fresche da Garibaldi stesso.

I contadini c'informarono che avremmo trovate qua e là pecore, patate e cipolle, e limpidissime fontane da per tutto. Laonde rimaneva sciolto il problema delle vettovaglie.

Sul meriggio capitarono ben centoventi calabresi in sandali, cappello conico e brache corte a similitudine del nostro pastore. Li guidava De Lieto. Ognuno aveva fucile con baionetta, due pistole a pietra alla cintola e coltello. Il giorno susseguente crebbero d'un centinaio capitanati da Plutino, e d'un centinaio la sera con Gerace. De Lieto e Plutino reggiani, Gerace di Catanzaro.

Io contemplai con ammirazione in quegli alleati uno dei più belli tipi della razza umana. Appartenevano essi alla costa bagnata dall'Jonio ed erano campagnuoli. Di statura media, di membra asciutte e vigorose; i capelli nerissimi cuoprivano, come nelle statue antiche, la fronte quadra e piena, e sotto due sopracciglia sottili e leggermente arcate sfavillavano grandi occhi a mandorla, neri quanto i capelli; pure un senso arcano di mestizia velava la vivacità della loro espressione. Il naso era fine e olivastra la tinta del viso, ornato di barba folta. La testa, piuttosto piccola, posava sovra un collo erculeo, pei calori estivi ignudo; ignudo aveano anche il petto velloso. Parevami che la vetustissima stirpe della Magna Grecia si fosse in costoro mantenuta nella sua primitiva integrità. Certamente due famiglie differentissime abitano le sponde dello stretto di Messina. Se nella calabrese si addita l'innesto greco sul tronco italico, nella sicula vi si discerne l'innesto africano. In me le due genti, come i due paesi, produssero l'impressione di due mondi.

Epperò di tre nuovi uffiziali, di data ancora più recente, arricchivasi il Consiglio di guerra. E sommò a dodici. De Lieto e Gerace capitani; Plutino colonnello. Costui, de' principali cittadini di Reggio e di molto seguito in quest'ultima Calabria, venne a dividere la nostra sorte per afforzarci della sua influenza politica nelle nostre operazioni militari, e, abbellito il proprio nome di fama guerriera in tempi pendenti all'eroico, per presentarsi a Garibaldi, dopo lo sbarco, governatore nato della provincia, o quanto meno capo della guardia nazionale. Veramente la sua azione politica non ebbe grandi occasioni di manifestarsi in quelle selve e in quei deserti campi di patate, ma risentimmo il salutare influsso de' suoi anteriori provvedimenti, nella spedizione periodica dalle circostanti borgate delle sante mule cariche di vivande e di vino. Ed elle arrivavano scalpitando, ragliando, alzando il muso e aprendo le labbra al sorriso, quasi per chiara coscienza del pietoso officio. E fra i soldati riconoscenti altri ne tergeva il sudore, altri ne confortava i riposi con eletto strame.

Il colonnello Plutino, uomo sui cinquant'anni, gentiluomo, di viso simpatico e di voce, alto e prestante della persona, di facile e sensato eloquio, guadagnossi prestamente gli animi; e le sue attinenze personali col conte di Cavour, se lo resero men gradito nel nostro campo ove predominavano spiriti democratici, conferirono certamente qualità al suo nome e al suo consiglio. Lungamente esule, pratico di varie genti, accostumato alle lotte della politica, aveva acquistato quella destra pieghevolezza che schiva la discussione ardente, e concede posto d'onore all'altrui opinione, quell'arte di non istancare con prolisso discorso, quella perspicacità di svolgere un'idea alla volta, inducendola da un fatto, ma celando che essa fosse la morale della favola.

La presenza di lui turbò i pensieri del nostro comandante. Calabresi entrambi, agognavano al primato nelle Calabrie, e l'uno appariva intoppo all'altro. Benchè il comandante fosse colonnello e garibaldino solamente da una settimana, Plutino vedeva con occhio torbido sul crine del duce del primo sbarco in Calabria tremolare una fronda qualunque d'alloro, che mancava alla propria corona; presagiva che l'evento, benchè fallito nel suo primo scopo, avrebbe procurato al rivale una pericolosa celebrità; se ne rodeva e meditava di scavalcarlo.

Di poco favorevoli apparenze, piccolo, magrissimo e livido, il comandante non possedeva nè eloquenza, nè scienza, nè pratica militare. Mi sollecitò in Milazzo di condurlo in assisa di colonnello alla presenza di Garibaldi. Dichiaratoglisi esperto dei luoghi e degli uomini calabresi, e in segrete comunicazioni coi soldati del forte d'Alta Fiumara, ei s'impegnò di consegnargli il forte in una notte, se condottiero di pochi dal cuore saldo. Il patriotismo di lui era provato, il coraggio presunto, non dubitabili i concerti narrati. Tanto bastava al Generale per affidargli l'impresa. In quanto al successo, Garibaldi riposava con animo tranquillo sugli uomini onde formò il piccolo corpo di spedizione.

Se non che il comandante stavasi pago di campeggiare in Calabria, nè gran che si doleva del forte non preso, e forse non ci aveva mai pensato molto seriamente. Almeno i nostri soldati così credevano, e ne mormoravano, e rammaricavansi d'obbedire ad uomo che non conobbero in campo, e tanto più acerbamente per gl'indugi frapposti al pronto operare, sembrando loro tardi di segnalarsi agli occhi di Garibaldi con qualche gesto degno del proprio passato. Desideravano che il comando venisse assunto dal maggiore Missori, capo delle guide a cavallo, valoroso e amabile uffiziale. Taluno nel Consiglio dei Dodici favellò in questa sentenza, e ne nacque disputa penosa e infiammata. Gli uffiziali calabresi parteggiavano pel comandante come paesano e noto in quelle provincie. L'istesso Plutino ne li secondava, perchè, consigliere e difensore degli atti prudenti e d'una cauta strategia, antivedeva in che gravi repentagli sarebbe stato tratto dall'audacia del maggiore.

Si statuì alfine, sulla mia proposta, che il colonnello, serbando il comando ideale, provvederebbe all'agitazione politica da promuoversi nelle Calabrie, e che il comando reale l'avrebbe il maggiore. Il colonnello piegò a cosiffatto divisamento, avvegnachè una lettera di Garibaldi, consegnata durante la seduta, ingiungevagli di porsi d'accordo col maggiore.

Subitamente il maggiore, un calabrese ed io, cavalcando le mule dei viveri, calammo a mare per esplorare le forze e le intenzioni del nemico. Pervenuti ad un poggio che domina il forte Torrecavallo, vedemmo schierato un battaglione intorno alla cinta, reduce dalla messa. Ci mostrammo sulla sommità a due tiri d'arco. L'inattesa apparizione di due camicie rosse alle spalle del forte provocò il segno dello all'armi. Il battaglione dopo varie manovre ci salutò a carabinate. Noi ci affacciammo successivamente da altri poggi, e mentre un'ala dei regii cercava di girarci, i rimasti ci saettavano alla bersagliera. Nel dubbio che i nostri volteggiando fra quei colli studiassero un assalto, tutti i posti nemici, nella lunghezza di parecchie miglia, si atteggiarono a difesa. Intanto noi, ripetuta la via, sul tramonto smontammo ai nostri alloggiamenti. Abbandonato immediatamente monte Sant'Angelo, si mosse al nord-ovest d'Aspromonte, salendo all'altipiano dei Forestali da cui spiccasi l'ultima cima di quell'immenso gruppo appenninico, tragicamente illustrato due anni più tardi, nell'istesso mese, dal generale Garibaldi. E vi giugnemmo all'alba. Il quartier generale si stabilì in una casa nuova, non finita, deserta, detta dei Forestali. La casa giace dove l'altipiano finisce e principia l'erta pittoresca, deliziata da copiose sorgenti d'acqua freschissima e pura che serpeggiano in ruscelli perenni. Volgeva il quinto giorno. Nè pettine aveva solcato i miei capelli, nè acqua confortata la mia faccia, nè l'unica camicia ottenuto il cambio nel suo ministero da più pulita compagna. Un paio di guanti gialli che fin allora non cavai, solo oggetto di lusso, conservarono sufficientemente nitide le unghie e le mani. Malgrado il sonno e la stanchezza grande, non mi riescì fatto di addormentarmi. Stetti tre ore in uno stato di febbrile vaneggiamento. Indi mi riscossi: spaventato e frenetico fuggii l'orribile albergo. Sembravami che cento formiche brulicassero sul mio corpo, mordendolo senza misericordia. Le giudicai formiche al tatto, ma erano pulci bisavole alla vista. Corsi al ruscello, e con precipitazione sbattendole dai panni le annegai. Risalito il ruscello ove l'onda spandevasi in laghetto, ridivenni l'uomo di cinque giorni avanti, con un lustrale lavacro. Poi m'accorsi che mancavano i pannilini. Epperò mi rasciugai al sole, e riposai soavemente all'ombra di quei boschi superbi sovra un letto soffice di foglie cadute in molti autunni.

Faggi e pini a ombrello e alcuna quercia si raggruppano ivi in masse diverse e spartite: l'accozzamento di verdi differentissimi e la più differente struttura degli alberi inducono una combinazione attraente di prospetti e di colori. La comune robustezza e la comune vetustà imparentano quella varietà mirabile. Gli alti fusti e le separazioni delle masse, permettendo alla luce di penetrarvi, conferiscono all'insieme una trasparenza che rende eleganti quelle forme gigantesche. Fra una massa e l'altra s'interpongono umili famiglie di nocciuole, di minori alberelle e d'odorifere madreselve, onde si disegnano sentieri e viottoli e meandri che paiono opere d'arte squisita. Pochi passi dalla pendice separano la mite temperatura della primavera dagli ardori dell'altipiano, ove nella notte il freddo è intenso. Quivi il sole ci bruciava, e le stelle c'intirizzivano.

L'altipiano descrive un semicerchio di molte miglia di raggio, la cui base è l'erta, e solo punto sull'orizzonte il cilestro cono troncato dell'Etna. Ad enormi intervalli notasi, unica piacevole discordanza in quella interminabile monotonia, qualche capanna e qualche chiuso per le vacche, ma nessun vestigio d'animale vivente. L'altipiano sta a cavaliere di Torrecavallo, di Scilla e di Bagnara; e la fama che due o tre migliaia di calabresi armati campeggiassero con noi, pose il nemico in grave cura.

Esso spinse una forte ricognizione sino a Monte Sant'Angelo, e sguernì il lito da Torrecavallo a San Giovanni di due battaglioni, che si attendarono sulle alture. Dilungandoci dalla fattoria di Sant'Angelo, noi ci dirigemmo alla volta di Reggio. I contadini della fattoria udirono susurrare d'una sorpresa in questa città, e interrogati dal nemico, lo assicurarono che vi ci eravamo avviati. Se non che nella notte, operato un subito _dietro fronte_, si ascese ai Forestali.

Il maggiore Missori propose al Consiglio dei Dodici un'irruzione in Bagnara. Plutino obbiettava vivamente che Bagnara guardavano tremila borbonici, che le truppe di Scilla ci avrebbero minacciato di fianco, che da Sant'Angelo saremmo stati circuiti e impediti nella ritirata ai Forestali, che destreggiandoci intorno alle occupate altezze avremmo parimente conseguito il fine di costringere alquanti battaglioni sulle nostre pedate, e che frattanto nuove bande paesane sarebbero giunte ausiliarie al nostro campo.

--Noi, signor Plutino, replicò il maggiore, non contraemmo l'abitudine di numerare il nemico; i Mille di Marsala vinsero a Calatafimi e liberarono Palermo. Qui siamo devoti a morte, ma vogliamo morire degnamente. Se rifiutate di seguirci coi vostri, andremo soli; troppo sciolti e snelli del resto per non isfuggire ai tardi movimenti di truppe regolari.

I partigiani dei propositi più arditi, costituendo i tre quarti del Consiglio, votarono per Bagnara. Plutino, vuotato il sacco delle obbiezioni, concluse volgendosi a noi:--Quando vi ascolto e vi guardo, bravi giovinotti, io vi adoro, ma siete matti. Nondimeno starò con voi sino alla fine.

Partimmo a mezzanotte, e traversato l'altipiano si cominciò la discesa per luoghi quasi impraticabili e inusitati. La luna cortesemente illuminava la via, ma su quelle ripidissime chine sgretolate si andava più spesso a ruzzoloni che sui nostri piedi. Una risata ad ogni caduta mantenne la colonna nel miglior umore, e alleviò una marcia di dieci ore consecutive. Le squadre calabresi non risero mai, perchè colle loro scarpe di cimossa reggevansi in gamba meglio di noi; ed anche perchè la giovialità e l'allegria spensierata degli Italiani del nord contrastano notabilmente colla serietà mesta e contemplativa degli Italiani del sud.

Toccati i dorsi che dividono i versanti di Scilla da quelli di Bagnara, vi collocammo i trecento calabresi affidandoli a Francesco Curzio, l'uffiziale-poeta dello stato maggiore. Essi ci proteggevano il fianco sinistro.

Eravamo scesi già sino alla zona abitata. Olivi, vigneti, cedri, aranci, alberi di frutti d'ogni sapore ingemmavano quei clivi lussureggianti. La vista del mare azzurro, della Sicilia, delle isole Lipari, le quali pel purissimo aere sembravano vicinissime, la certezza di menar le mani fra poca ora, e sopratutto l'incontro d'un'osteria c'innondarono il petto di gratissimi affetti.

I nostri soldati, seduti sotto i festoni delle viti, piluccavano beatamente i pingui grappoli pendenti di zibibo, a titolo d'antipasto. Lo stato maggiore entrò nell'osteria. L'oste ci attendeva sulla porta con uno schioppo da caccia a due canne e col cappello in mano. Datoci con lieta faccia il benvenuto, soggiunse:--Eccellenze! viva l'Italia! Io verrò con voi indicatore e guida, e intanto pongo a vostra disposizione la mia canova e il mio forno.

Dietro di lui lampeggiavano due stupendi occhi cilestri che ci guardavano con fanciullesca curiosità. L'oste appartandosi proseguì:--Vi presento la mia figliuola, che avrà l'onore di servirvi. Vestì gli abiti di festa all'annuncio della vostra visita, perchè ell'è garibaldina. Comparve sulla soglia della bettola una bianca, bionda e dolce giovinetta sui diciassette anni, che con garbo ci salutò.--Guà! esclamai, la Madonna del Sacco di Andrea del Sarto! Chi entrò nel chiostro dell'Annunziata in Firenze, ricorderà l'affresco insigne di Andrea. La soave testa della vergine è qualche cosa di più umano delle Madonne di Raffaello, e di più divino delle Madonne del Murillo.

Uno zendado di panno caffè con frangia d'oro piegato a quattro doppî copriva il capo della vergine calabrese e pioveale dietro le spalle. Cinque fili di corallo le fregiavano il collo e il seno. Di sopra ad una veste bianca scollata, con le maniche a campana, dal gomito in giù ricamate agli orli ed all'ingiro della parte superiore del braccio, essa portava un'elegante tunica fimbriata, di lana cremisi, alquanto più corta della vesta. Il busto pure di lana cremisi, semi-aperto davanti, con duplice riga trapuntata, disegnava due leggiadre curve sopra le spalle.

Allo spettacolo d'una sì peregrina e delicata bellezza noi restammo sospesi in atto. Io dimandai all'oste in quali acque avess'egli pescata la rarissima perla.

E costui con visibile emozione:--Sua madre era una gentildonna. Io nacqui in casa di lei e vi crebbi staffiere. Pare che fossi piuttosto belloccio. Fatto sta che l'amai e che ella mi amò. Fuggimmo. Diseredata, visse povera meco e felice, e morì due anni or sono. Il mio pensiero, il mio lavoro, i miei guadagni, la mia vita io consacrai ad allevare Luisa. Ella non serve nessuno, perchè voglio accasarla per bene.

Ed io a lui:--A guerra finita, qualche giovinotto garibaldino te la dimanderà, e da oggi mi offro compare dell'anello.

--Eccellenza, vi bacio la mano, conchiuse con enfasi l'oste arzillo.

In questo mezzo, la fanciulla apparecchiò la mensa sotto la pergola e l'oste ci cosse una frittata. Rimirai lunga fiata, mentr'ella ci mesceva il vino, le sue piccole mani vellutate e nitide come quelle d'una duchessa.

Indi, approntati alcuni orci di vino e vari canestri di pane, che l'oste in fretta mandò a comperare alla borgata di Solano, Luisa percorse la fronte della colonna, dispensiera di cibo e d'entusiasmo.

Per ordine di Missori, il capitano Federico Salomone aveva già opportunamente disseminate sentinelle ad impedire la discesa in Bagnara di chicchessia. Verso mezzodì ci rimettemmo in cammino, ed ecco Bagnara ai nostri piedi: grossa terra fabbricata sul colle e serpeggiante alla marina. Vedevamo sulla spiaggia una striscia di barchette, vedevamo l'andirivieni degli abitanti e dei soldati alla spicciolata. Un vapore da guerra avanzavasi proveniente da Scilla, ed una barchetta gli remigava incontro a ricevere o a recare dispacci. Veruno indizio che il nemico si fosse avveduto di noi o che sospettasse alcun male al mondo. La difficoltà riducevasi nel sottrarci ai cannocchiali della nave. Vennero tolte le baionette e rivoltati i fucili per evitare il bagliore delle canne. Scendemmo in catena quatti quatti per mezz'ora, guizzando fra gli alberi, le siepi e le viti. Ma Bagnara distava più che a primo aspetto non sembrasse. A un tratto il monte dirupando, si dovette l'un dopo l'altro calare per entro una fessura a scaglioni, aperta nel masso, di cento metri di precipizio. Poscia distesi nei vigneti e negli oliveti, e procedendo alla sordina, capitammo finalmente sopra Bagnara al tocco e mezzo.