La camicia rossa Episodi - Terza edizione riveduta e corretta
Chapter 3
--Avrebbeli forse, senza la spedizione di Marsala. Il re è giovane ed innocente delle colpe del padre; ma i Napoletani odiano la sua stirpe impastata di perfidia. D'altronde, l'unità nazionale oggi domina idea sovrana, che voi, Generale, con questa spedizione faceste scendere quaggiù dai cieli dell'astrazione e dell'utopia. Quind'innanzi nessun profitto locale potrà soddisfare gli Italiani.
--Fino all'ultimo momento del mio soggiorno a Palermo mi si tormentò con perpetue istanze di annessione al Piemonte. E tuttora la cospirazione prosegue; mi s'intralcia il cammino. Che la facciano! A me bastano poche migliaia di soldati per balzare in Calabria.
--A Palermo vi manifestai la mia opinione, ed ora ve la ripeto: Mero grido di partito. Se voi cedete la Sicilia prima d'avere Napoli, perdete la base d'operazione, e vi verrà impedito o quanto meno contrastato il transito dello Stretto. Il programma fissò lo scopo dell'impresa. Si parlerà d'annessione a Roma. Voi ne ammoniste di già chiaramente i Palermitani dal poggiuolo del palazzo reale con quelle parole monumentali, «dopo le battaglie, le urne e le assemblee.»
--Non siete persuaso che i Siciliani desiderino l'annessione?
--Desiderano l'unità italiana, non conoscono che Garibaldi.
--Sì, bisogna profittare dell'aura.
Garibaldi ascoltava il mio parere, come quello d'ogni patriota, benignamente sempre. Ma è inesatta la voce diffusa e creduta ch'ei ceda alle influenze e pieghi alle sollecitudini ed ai consigli altrui. Veruna accusa più di questa lo crucciava; e se ne rammaricava sovente. Io gli stetti vicino negli svolgimenti del dramma del 1860, e posso affermare che egli ha un'idea propria sulle cose, lungamente e solitariamente meditata. Solo quell'idea determina le sue azioni. Però la piccola guerra, il raggiro, l'insidia, l'opposizione occulta e pertinace lo irritano e lo stancano. Come leone che si sente avvolto in una rete, ne rompe le maglie e va via sdegnoso.
Poscia, ragguagliatolo sullo stato dell'Istituto, sulla sostituzione degli uffiziali, lo pregai di nominare altra persona in vece mia.
--Tenete in mano vostra la direzione e sceglietevi un vice-direttore. Un bel giorno manderemo a chiamare il nostro primo battaglione: per adesso lasciamo le cose come stanno. Indi, datemi alcune commissioni che rendevano necessario il mio ritorno a Palermo, soggiunse: Mi raggiungerete a Messina. Le truppe di Bosco ora s'imbarcano a bordo di legni francesi. La vittoria decisiva del 20 chiuse il nostro lavoro in Sicilia.
Quattro giorni in appresso mi gli presentai a Messina in camicia rossa e colla nomina in tasca di sottotenente d'ordinanza di lui.
La spensierata festività della reggia normanna non riapparve al quartier generale di Messina. Garibaldi, assorto in gravi pensieri, divenne taciturno, e la sua fronte, sempre spianata e serena, si fece corrugata e scura. Ogni dì, e spesso due volte, egli percorreva la via da Messina al Faro.
Un dopo pranzo ve l'accompagnai in carrozza col maggiore Stagnetti, e non si pronunciò verbo mai nell'andata e nel ritorno. Egli, come soleva, salì sulla torre ad interrogare per lunga ora col cannocchiale la riva opposta.
Ma più del problema militare del passaggio che il suo genio avrebbe certamente sciolto, turbavanlo gl'inciampi politici che incontrava ad ogni passo. E massime una lettera di Vittorio Emanuele che lo pregava di rinunciare alla liberazione di Napoli, a cui peraltro il Generale rispose, «le popolazioni mi chiamano; io mancherei al mio dovere e comprometterei la causa italiana se non ascoltassi la loro voce.» Cessata pertanto ogni incertezza, risoluto di proceder oltre, raccolse tutte le forze nella costruzione d'un ponte invisibile fra Cariddi e Scilla. Epperò egli sentivasi alfine nel proprio elemento, e dall'urto delle difficoltà materiali scoppiavano per lui scintille di nuova luce.
Il 7 agosto io era di guardia al palazzo. Chiamato nella sua stanza:--Volete prender parte, mi disse, ad una impresa audace e forse decisiva?
--Generale! risposi con impeto di contentezza.
--Domani alle quattro pomeridiane al Faro. Sarà opera di pochi scelti.
L'indomani, avviandomi al Faro in vettura, verso le due, incontrai il dottore Ripari, l'invitai a montare, e gli ripetei il colloquio della vigilia con Garibaldi.
Al vecchio soldato fluì subito il sangue alla testa, e nella lusinga di potersi rifare della mancatagli giornata di Milazzo:--Vengo anch'io, esclamò.
--E l'ambulanza generale?
--Troverà modo di tenermi dietro. Intanto vado io.
Garibaldi era a bordo dell'_Aberdeen_ ancorato sulla rada. Salimmo. Egli passeggiava sul ponte.
--Eccomi agli ordini, Generale.
--Partirete col colonnello Muss..., e apparterrete al suo stato maggiore.
--Generale! così Ripari, se mi permettete, andrò anch'io in compagnia di Mario.
E il Generale con occhio affettuoso e con benevola ironia:--Non è affare per voi; siete troppo vecchio!
Alle inaspettate parole, Ripari, acceso e spento quasi ad un punto, stette muto e immoto. Poi riscotendosi mi stese la mano, sillabando con voce abbassata d'un tono:--Sono troppo vecchio! Addio. Saltò in una lancia, disparve, e tornò a Messina a piedi per provare a sè stesso d'essere ancora abbastanza giovane.
Sull'imbrunire capitarono successivamente quattro ufficiali ad avvertire il Generale che le loro squadre trovavansi al luogo fissato.
--Va bene: tornate là e attendetemi.
Un quarto d'ora appresso, seguito dal generale Medici, da due aiutanti e da me, egli scese in un palischermo. Postosi al timone, si sguizzò inavvertiti fra le molte barche, e s'entrò in un canale che serpeggia intorno alle trincee del Faro. Alla foce stava preparato un navilio di settanta barchette e sulle ripe alcuni gruppi di gente armata; quivi fucilieri, costì cacciatori, colà guide, in silenzio, mentre sull'attigua spiaggia dello stretto riagitavansi e romoreggiavano migliaia di soldati nell'imminenza della ritirata.
Il Generale mi mandò al capo d'ogni gruppo per ordinare l'imbarco di tre uomini in ciascuna barchetta. Ridiscesi noi a mare, le settanta navicelle circondarono il nostro palischermo. Il Generale rapidamente spartille in isquadre distinte per numeri. Ciascuna barchetta governavano quattro rematori siciliani e un timoniere. Vi ebbe nel primo istante un po' di confusione; mancavano i _revolvers_, le scale d'assalto, alquanti soldati e parte della munizione. Alfine tutto fu in punto. Quand'ecco le guide, armate di carabine, s'accorgono che le cartucce superano la portata dell'arma; se ne sparge la notizia.
--Generale, gridò il non troppo accorto comandante della spedizione, le cariche non vanno alle carabine.
Il momento era supremo; ogni indugio impossibile. Prontamente e con accento soggiogatore, Garibaldi rispose:--Fatevela a pugni!
S'udì un sì collettivo ed elettrico.
Indi, ordinatomi di entrare nella barchetta del comandante, maestrevolmente sviluppò in un girar di ciglio quell'ingombro galleggiante che a foggia di spira avvolgeva la sua lancia. I tamburi avevano già battuta la ritirata.
La quiete regnava profonda. Noi non udivamo che la voce di Garibaldi a intervalli, sonora, concitata, onnipotente.
--O Rossi! rasentate la costa, dirigetevi sulla punta del Faro. Così egli comandava in dialetto genovese.
Rossi, genovese, capitano di mare, sedeva al timone della prima barchetta occupata dal colonnello Muss..., da Libero Stradivari, da Ergisto Bezzi e da me.
Manovrando su e giù lungo la linea, il Generale stabiliva le distanze fra barchetta e barchetta, fra squadra e squadra, e ammoniva i timonieri. Egli più a mare di noi diresse la propria lancia alla punta del Faro, disegnando una retta, e vi arrivò mentre la mia barchetta spuntava dall'ultima estremità di Cariddi, e si affacciava al nostro sguardo lo spettacolo del doppio mare.
--O Rossi!
--Generale!
--Puntate la prora su Alta Fiumara. Vicino a terra piegate a destra. Approdino tutti sulla vostra sinistra.
E volgendo la parola al corpo di spedizione:
--A voi l'onore di precedermi. L'impresa è ardita, ma ho fede in voi. Vi conosco a prova. Ci rivedremo fra poco... E intanto la piccola armata gli sfilava davanti.
Suonavano le dieci. La brezza notturna increspava leggermente il mare; le correnti dello stretto ci spingevano alquanto fuori della bocca del canale, onde timoneggiando verso il punto fisso, l'avventurosa flottiglia formava un arco stupendo, che io dalla mia barca in testa di colonna vedevo mano mano disegnarsi. La notte era stellata e senza vento, e fantastici volumi di nuvole coprendo la luna, spandevano una oscurità propizia sul nostro passaggio. Il timoniere coll'acuto occhio marinaro aveva a tutta prima ravvisati due legni borbonici della crociera, i quali, passando sotto Alta Fiumara, muovevano alla volta di Scilla. Verso il mezzo dello Stretto la luce rossa dei fanali e il distinto brontolio del vapore che scaricavasi dal minor tubo, ci segnalavano due o tre altre navi da guerra nemiche.
--In che l'oggetto della spedizione? dimandai al comandante, amico mio.
--Nell'assalto inopinato del forte di Alta Fiumara, durante la notte. Dianzi travestito penetrai in Calabria, m'affiatai con qualche sergente calabrese mio compaesano; fo capitale sovra una parte del presidio. Padroni del Faro da un lato, la presa di Alta Fiumara assicurerà il transito dell'esercito, impedendo col fuoco dei due forti di fronte l'avvicinarsi dei legni di Francesco II.
--Conducesti teco le guide del luogo?
--No, le troveremo di là. Appena a terra, egli mi commise, dividerai il corpo in tre schiere, piglierai il comando di quella di destra e risalirai il torrente fino alla strada quetamente, indi piegando a sinistra, assalirai il forte dalla parte superiore, le altre l'investiranno dal lato opposto. Una scala ad ogni cinque uomini. Mi fu promessa una porta aperta: il resto colle scale, coi revolvers, colle baionette. Un colpo di cannone annuncierà al dittatore il fatto compiuto.
--Santo diavolone! Un vapore! Siamo perduti! ulularono esterrefatti i nostri rematori.
Il pauroso grido volò di barca in barca, come eco cento volte ripetuta. Girai l'occhio sulle barche seguaci, e notai un attimo di sosta; un moto oscillatorio agitava quella magica curva natante, che solo si discerneva pel solco argenteo dell'acqua e per le fosforiche scintille provocate dal colpo dei remi. Ma essa conteneva intrepidi petti, ai quali il profondare sarebbe sembrata una festa al paragone del retrocedere.
--Non lo vedete? là sulla dritta? ci viene addosso, ripeterono i rematori con voce soffocata, stesi boccone e cercando puerilmente riparo dietro la sponda dello schifo. Noi li afferrammo per la veste, e col revolver li costringemmo a rialzarsi e a remigare.
Rimessi in piedi ricaddero ginocchioni; con parole rotte dal singulto e colle braccia aperte, imploravano misericordia per le loro famiglie, invocando santa Rosalia e la Madonna dei sette dolori. Ripresi i remi, si sforzarono di virare di bordo. Allora saltammo noi ai remi; laonde eglino giudicarono miglior consiglio l'obbedire. Una scena consimile accadde in ogni battello.
--Eccolo, eccolo là! gridarono.
Di fatti una massa nera, che noi non sapemmo distinguere dapprima, avanzavasi visibilmente sulla nostra direzione.
--Ferma, comandò il timoniere Rossi, che in tale frangente mostrò l'abituale bravura.
--Morte per morte, io dissi al comandante, dobbiamo tentare l'arrembaggio.
--Il vapore più veloce di noi, rispose Rossi sorridendo della mia imperizia, non si lascerà avvicinare, e ci manderà a picco standosene alla debita distanza.
Nondimeno fu trasmesso comando d'investire il vapore in caso di attacco.
Frattanto quella massa nera diventava sempre più manifesta e meno nera, e non andò guari che in parte apparve bianca. Ci raggiunse alfine.
--Un brigantino mercantile, proruppero in coro i rematori.
--Un brigantino, un brigantino! s'udì ripetere su tutta la linea: e il brigantino col vento in poppa e a vele spiegate tragittando a qualche metro da noi nel più alto silenzio, piegò verso l'ovest, e si perdette rapidamente nell'oscurità.
Rinfrancatisi, i marinari si diedero a vogare a tutta lena.--Quelle tre luci rosse costà, osservò uno di loro indicando colla mano due più alte e la terza più bassa, sono due vapori e una cannoniera. Li notammo partendo. Se ci veggono, siamo a tiro.
Ancora un quarto d'ora e la spiaggia calabrese ci si offerse alla vista come una livida striscia sull'onda bruna.
--Avanti! comandò Rossi a' marinari; cacciate la prora nel lido. E vôlto a noi: Seduti, signori. Indi con forza, a mezza voce, ai primi: Voga, voga! Ed ecco la prora penetrar con violenza nella sabbia della riva.
Desideroso di toccare per primo il suolo di Calabria, spiccai prestamente un salto e fui a terra, ma il sottotenente Bezzi divise meco quella priorità. In pochi minuti approdarono successivamente le settanta barchette a mancina della nostra: poscia, vuote dei soldati e delle scale, spesseggiarono al Faro.
Su quel ponte invisibile traversarono lo stretto duecentodieci garibaldini.
II.
I pionieri.
In obbedienza alle ingiunzioni del comandante, correndo lungo la spiaggia, composi le tre schiere.
Dal dosso sporgente del colle ci sovrastava il forte di Alta Fiumara che a noi pareva già d'avere in mano.
Tornato al comandante, riseppi che le guide paesane mancarono al convegno, ond'io a lui in suono di domanda:--Dunque?
Ed egli a me tranquillamente:--Si fa senza guide.
Postomi alla testa dell'ala destra, cinquanta uomini, salii l'asciutto torrente di Alta Fiumara. I sassi bianchi ond'era aspro il letto riflettevano una certa specie di chiarore in mezzo al buio fittissimo che c'involgea da circa mezz'ora. Toccai prestamente la strada maestra, e snodai alla bersagliera la mia squadra per approssimarmi inavvertito al forte.
Sopravvenuta una vettura a tre cavalli, ne feci scendere i passeggieri ingombri d'improvviso stupore, non forse dalla presenza di gente armata, sibbene dal non paesano accento.
--Donde venite?
--Da Reggio e andiamo a Scilla. Siamo calabresi.
--Tranquillatevi. Non vi vogliamo alcun male. Ma per ora dovete sostare.
--Signore, viaggiamo per negozi privati.
--A voi Calabresi saranno famigliari questi monti.
--Io li conosco, disse impetuosamente un giovinotto. Come cacciatore li tentai per ogni verso.
--Va bene. Tu verrai meco mezz'ora.
--Signore, interruppemi altro di loro con voce di pianto, il mio unico figlio! abbiate compassione d'un povero vecchio. Anch'io ho pratica dei siti; concedetemi in grazia ch'io v'accompagni in cambio di lui.
--Verrete entrambi. Non ho un minuto da perdere. Chi mi regala un sigaro?
Tutti ad un fiato:--Io.
Avuto il sigaro, fu acceso uno zolfanello, e a quella fiamma brillò la camicia rossa.
--Ah! esclamarono esultando, garibaldini! Quando sbarcaste? quanti siete? c'è Garibaldi? Nella tempesta dei quesiti mi diedero baci e strette di mano e di braccia e di collo.
Poi con favella ansiosa soggiunsero:--Badate, signor capitano, che a un quarto d'ora di qui oltrepassammo un battaglione di regii, diretto a Scilla per rilevare i presidî dei forti.
Spedii immediatamente il sottotenente Perelli¹ ad avvertirne il comandante.
¹ Questo valoroso pavese è stato ferito al petto nel combattimento del 21 luglio 1866 a Bezzecca.
Interrogatili sulle forze borboniche da Reggio a Scilla:--Quattordicimila uomini, disse il vecchio. E voi?
--Il nostro nome è legione!
Frattanto mi venne udita una vivissima moschetteria e poco dopo un colpo di cannone dal forte. Ordinato al cocchiere d'andarsene, augurai la buona notte ai viaggiatori, trattenendo le due guide.
--Eccoci scoperti, pensai; l'impresa fallì; non ci avanza che di vendere cara la vita. Raccolti i miei, mossi verso il forte in linea obliqua per comunicare col resto della colonna, che giudicai in grave pericolo, avendo alle spalle il mare, e per vigilare ad un tempo l'arrivo del battaglione nemico. A breve tratto di là rovesciai e dispersi una pattuglia borbonica alla baionetta, traendo due prigionieri. Un momento appresso mi fu segnalato un drappello di soldati all'alveo del fiume. Invertita la fronte e avvicinatici l'un l'altro:--Chi va là?--_Calabria_--_Messina_: nostra parola d'ordine. Il maggiore Missori e le guide.
--Che c'è di nuovo?
Ed egli:--Venuti per sorprendere fummo sorpresi.
--Ed il resto della colonna?
--Muove parallelamente alla montagna.
--Ma come accadde che il nemico s'accorse di noi?
--Il comandante non sapeva nemmeno ove giacesse il forte. I cacciatori Bonnet, i quali formavano la sinistra, spintisi fino alla cinta, s'imbatterono in una grossa pattuglia.--Arrendetevi, disse l'ufficiale. La pattuglia rispose con una scarica a pochi passi. I nostri d'un balzo le si avventarono addosso e la ributtarono precipitosamente nel forte, malconcia e scemata. Portata la notizia colassù, tuonò il cannone d'avviso. Ecco quindi in vista i fanali di due vapori da guerra.
--A momenti un battaglione di regii avvilupperà tra due fuochi il corpo del comandante e fors'anche il nostro.
--Il comandante lo sa.
--Appiattandoci dietro il ciglione superiore alla strada, potremo, benchè pochi, cogliere all'impensata il battaglione nel suo passaggio, fulminarlo a bruciapelo, sbaragliarlo e vendicarci dell'impresa mancata.
--L'ordine preciso è di guadagnare la montagna. Terremo però d'occhio il battaglione, per tutelare i nostri se in ritardo. Cerchiamo una guida al primo casolare.
--Ne ho due meco.
Collocate sentinelle morte a corta distanza dalla strada, volteggiammo sulla sinistra sin che avemmo certezza che il grosso della colonna pervenne in sicura parte e che il battaglione passò oltre. Poscia, rivalicato il torrente, si cominciò l'ascesa per luogo dirupato e talora quasi insuperabile, figurandosi a parapetti. Se il buio e l'esagerata opinione delle nostre forze, siccome risapemmo dai prigionieri, non trattenevano il nemico dall'inseguirci, eravamo perduti. In quei frangenti desideravamo le scale che, diventate impaccio, furono abbandonate. Montando l'uno sull'altro, superammo i parapetti. All'ultimo dei nostri rimaso si sporgeva dall'alto un fucile ch'ei afferrava a due mani, e, stampando passi scivolanti sul parapetto, venivagli fatto di alzarsi sino alla portata delle braccia d'altri soldati che tiravanlo al nuovo stadio. Affranti dalla fatica, grondanti di sudore, si proseguì fino a notte alta quel sentiero da camosci. Gradualmente alleggerito l'animo dell'angoscia per la non riuscita spedizione, abituati, come si era, alla vittoria, e pel temuto corruccio di Garibaldi, si tirava innanzi esilarati di tempo in tempo da qualche facezia dei soldati, molti dei quali studenti d'università.
--Una capanna! esclamò uno di loro dall'altezza del nuovissimo parapetto. La speranza di trovarvi acqua da bere balenò quasi raggio di luce ricreatrice, quando si intese uno sparo di fucile, ripercosso di monte in monte. Subitamente ciascuno pose mano alle armi.--Cosa da nulla, disse un soldato in dialetto veneziano: nel porgere il fucile lungo il parapetto, partì la botta e mi forò la mano. La palla aveva trapassato il palmo della mano. Gli diedi la mia pezzuola per fasciare la ferita e lo condussi alla capanna. Il solo medico della spedizione trovavasi col comandante. Il ferito, curato ivi alla meglio, continuò intrepido la marcia, abbastanza disastrosa.
Un lumicino di ferro d'un becco, appeso ad un candeliere di legno ricurvo, rischiarava con torbidi getti di luce la lurida e negra stanza della capanna, appestata dall'odore di antica fuliggine che l'ampia gola del camino esalava. Non valsero le nostre parole e la cura d'ingentilire la voce a rassicurare una donna ed una ragazza, rannicchiate sovra un giaciglio di paglia fradicia, le quali il singulto quasi soffocava, perchè invitammo il marito e padre di guidarci per miglior via. Non le vinse la pietà del ferito, non le acquetò qualche moneta d'argento gettata loro in grembo, nè il risaperci garibaldini e liberatori. Garibaldi e la libertà erano una persona ed un'idea ignote in quella capanna. Le insolite armi in quella inviolata solitudine ed in quell'ora della notte privolle d'ogni senso di ragione.
Il pastore, che vide seguìto il suo insistente rifiuto di accompagnarci dalle minacce, ed avvertì in due paia di piedate sufficienti un principio d'esecuzione, si risolse di vestirsi. Inforcate le brache di spelato frustagno, mozze al ginocchio, calzò due sandali, di cimossa la suola e il tomaio, foggiati a punta ritorta e legati con fettuccie a treccia intorno al collo del piede, ond'ei camminava queto ed inavvertito come il Sonno dell'Ariosto che ha le scarpe di feltro. Indi, messo un cappello conico di panno nero frusto, orlato di velluto, dal cui vertice svolazzavano due liste pure di velluto, e preso sotto il braccio un corto gabbano, disse addio alla moglie ed alla figlia, le quali, prorompendo in acute strida, si strinsero l'una l'altra convulse e disperate.
Sui muti passi del pastore ripigliammo il tribolato viaggio per viottoli più agevoli. Presso la prima ora del mattino il cielo principiò a rasserenarsi; potevamo scorgere la vetta sospirata, a cui dovevasi arrivare. Vedevamo la lanterna di Cariddi ai nostri piedi e più lontano lunghe strisce luminose che c'indicavano Messina, e più lontano una piramide immensa e scura che sembrava sorreggesse l'arco del cielo, ed era l'Etna. La notturna brezza, l'aria fine, la vista dell'orizzonte ci rinfrancarono le forze semispente.
Si procedeva spediti, perchè nessuno di noi possedeva sacco o cappotto o panno: non avevamo impicci d'ambulanza, nè di viveri, nè di munizioni, e nemmeno di sigari.
Partiti per un'impresa di quattr'ore, per una sorpresa, ci trovammo di un tratto capofitti nell'ignoto, con venti cartuccie ciascun soldato.
--Siamo in Aspromonte, ci fece il pastore, montagna deserta molte miglia all'intorno. Quivi la terra si coltiva a patate e a frumento; gli agricoltori vi ascendono dalle coste o dai più rimoti villaggi a seminare e a mietere. Boschi di roveri, di pini e di faggi cuoprono la massima parte di codesti dirupi.
A tali notizie lusinghiere, onde il pastore compulsato dalle nostre interrogazioni, ci veniva consolando, i soldati facevano i più ameni commenti, finchè si toccò in sull'alba la vetta.
Persuasi che la vetta fosse una vetta, ci occupò alta meraviglia nel vedere spiegarsi al nostro sguardo una sterminata pianura, in fondo della quale spiccava da capo la montagna. Licenziato il pastore, cercammo ricovero in un pagliaio, ma il tremito delle membra e lo stridore dei denti per vento freddissimo ci contrastarono il sonno, malgrado la stanchezza grande, finchè il sole non ci ebbe intiepiditi.
Ci svegliammo alle nove, poi vennero le dieci, poi le undici.
«. . . . . e l'ora trapassava «Che il cibo ne soleva essere addotto «E per suo sogno ciascun dubitava.»
Stretti a consulta sul modo di vettovagliarci, disputavasi con varia opinione senza che un partito razionale fosse manifesto, quando da lunge comparve un cavaliero che, trottando alla nostra volta traverso i campi di frumento mietuto, agitava per l'aria il cappello. Seguivano più lente la sua traccia due mule cariche.
--Sento il fluido animale del prosciutto che s'accosta, disse un soldato.
--Ed il fluido vegetale del pane che l'accompagna, soggiunse un secondo.
Col cannocchiale del maggiore speculai i provvidenziali quadrupedi, ed annunciai due barili. Un flauto a questa novella modulò dolcemente le note del brindisi nell'_Ernani_:
«Allegri beviamo...»
--Un flauto! sclamai con gioconda sorpresa.
--È un giovane volontario bergamasco, sorse a narrarmi un vicino, che inneggia alla lieta fortuna. L'Orfeo della spedizione. Ha sempre marciato e combattuto col flauto in tasca.