La camicia rossa Episodi - Terza edizione riveduta e corretta
Chapter 2
Avvezzi alla libertà vagabonda, avidi del denaro, e beati a un tempo di darlo ai parenti bisognosi, i quali prudentemente aggiravansi a poca distanza per ritirarlo appena distribuito, quei ragazzi trovavano insopportabile la clausura, insopportabile ancora più e ingiusta la perdita del tre tarì. Ripensando che altri mille dei loro amici avevano la libertà e i tre tarì, studiavano la fuga.
L'edificio dell'Istituto ha figura di un vasto rettangolo che abbraccia il cortile. La cucina, il refettorio, i magazzini, la cancelleria, le scuole al primo piano, al secondo i dormitori. All'appello del mattino mancavano or otto, ora dieci alunni. Nottetempo, arrampicandosi sulle spalle l'uno dell'altro sino alle elevate finestre delle sale, annodate coperte e lenzuola, senza badare al pericolo di fiaccarsi il collo, calavansi sulla strada, e rimessi i cenci di casa, correvano all'alba fra i compagni di piazza d'armi a ripigliarsi i tre tarì. Immediatamente raccolsi e chiusi nel monastero di San Polo quei mille, accelerando l'ordinamento del secondo battaglione. Tolta l'esca della paga, fu rimossa la causa della fuga. Per maggiore sicurezza affidai la guardia dell'Istituto a un picchetto di soldati della brigata Dunne, e collocai sentinelle agli angoli esterni dell'edifizio.
Il colonnello Dunne, inglese, apprestava una brigata di Siciliani, e sentendo imminente l'azione, industriavasi di colmare, come meglio gli poteva riescir fatto, le larghe lacune dei suoi quadri. Adagiato su una scranna nella spianata vicina all'Istituto, in soprabito di seta cruda, fumando una pipa turca, esercitava le sue genti all'armi, che per bizzarria vestì d'assisa bianca. Egli sedeva al centro ed esse movevangli in giro a modo di ridda. Dunne guardava con occhio lucente l'infiorescenza primaverile del mio primo battaglione, l'aria marziale, la precisione dei movimenti, il precoce sviluppo fisico di quei giovinetti.--Cari ragazzi! esclamava. Quanto sono contento di cooperare anch'io col mio picchetto di custodia allo incremento di questa gemma d'istituzione!--Per manifestargli la mia simpatia, una mattina, ritornando col battaglione dalle manovre, ordinai alla banda di suonare il _God save the Queen_, e al mezzodì, nel rilevare il posto, egli mandò il picchetto doppiato. Era una gara di cortesie. Nonostante mi mancavano sempre nuovi ragazzi, benchè sapessi di certo che nessuno fosse più sceso dalle finestre. Un dì a caso ne ravvisai uno, nuotante entro un'assisa bianca fra i soldati di guardia.
--Come sei qui? gli domandai maravigliato.
Arrossato e confuso ei rimaneva senza parola.
--Come fuggisti? parla, ripigliai con voce imperativa e scuotendolo per la pistagna.
--Signor comandante, i soldati di milordo mi hanno detto che col signor milordo sarei andato alla guerra fra poco, e un di loro mi condusse in caserma.
--Quanti fuggirono?
--Molti, ma non so il nome di tutti.
Io tenevo d'occhio le finestre, ed eglino, sogghignando, se la svignavano per la porta. Licenziai il picchetto, e il colonnello, nella probabile persuasione che quei cari ragazzi se ne fossero iti a lui in piena regola, me ne restituì alcuni. Gli altri avevano mutato nome. Quind'innanzi cessarono le evasioni: gli alunni cominciarono a capacitarsi che un tempo avvenire, ben altrimenti del recente passato, onorevole e rispettabile stava loro dinanzi, e l'Istituto procedeva alacremente e prosperava.
Incalzato dalle necessità del tempo, risoluto di partire con Garibaldi, non risparmiai fatiche e diligenze. Vedevo e constatavo ogni cosa di per me. Assistevo alle manovre, alle prove della banda musicale, alle lezioni dei professori; verificavo le provvigioni di cucina, saggiavo i cibi, vegliavo alla pulitezza delle mense e delle stoviglie, all'esatta quantità delle razioni, alla salubrità dell'edifizio e all'igiene. Sopraintendevo all'opera degli architetti e dei muratori nella riforma delle case appartenenti all'Istituto. Visitavo conventi e pubblici edifizî, per farne scelta, in vista dei seimila alunni. Mercè dei pieni poteri, provvidi largamente i magazzini d'ogni suppellettile militare. Organizzai l'amministrazione in guisa che nel maneggio del denaro, stante un reciproco sindacato, ci fossero le maggiori guarentigie. Feci arrestare un uffiziale pagatore che sorpresi nella colpa, il quale fu condannato a dieci anni di galera. All'infuori di questo fatto, fuvvi una emulazione di onestà, di abnegazione, di buon volere.
Per proteggere l'Istituto dalle possibili ostilità del governo che dovea succedere alla dittatura, lo denominai _Istituto militare Garibaldi_. Ed anche presentemente si legge sul frontone dello stabilimento codesta iscrizione. L'Istituto fu rispettato. Ed oltre il nome di Garibaldi lo protesse la pubblica opinione, e massime l'affetto del popolo, che guardava con orgoglio i propri figli trasfigurati in _galantuomini_, appellativo del ceto civile nelle Due Sicilie. Garibaldi, che n'era il vero fondatore, tenevalo sovra ogni altra cosa carissimo e lo faceva argomento delle sue speciali sollecitudini. Spesso, accompagnato dallo stato maggiore, capitava all'Istituto e ogni mattina in piazza d'armi nell'ora della manovra. Scendeva da cavallo, s'informava d'ogni particolarità, dava suggerimenti, e ordini e provvedimenti efficacissimi, ed inebbriava colla sua presenza uffiziali e allievi.
In poco d'ora l'Istituto non popolavasi di soli figli della plebe. La sua buona fama, l'entusiasmo dell'epoca che tirava all'uguaglianza, le seduzioni della carriera militare in momenti di guerra, e la non ultima attrattiva del _gratis_ vi condussero giovinetti di famiglie civili, alcuni dei quali dell'alta Italia.
Ma non ogni cosa correva liscia. Quando l'ospizio dei trovatelli venne abolito e trasfuso nell'Istituto, Garibaldi mi raccomandò di trar partito dei maestri e dei guardiani dell'ospizio. Mi trovai quindi al tu per tu con un frate professore e confessore, e col cappellano. Ripugnavami la presenza del frate, e d'altro canto non osava dipartirmi dalle raccomandazioni del Generale. Mi gli mostrai poco benevolo, assistetti in attitudine di diffidenza alle sue lezioni, censurai il suo metodo d'insegnamento, ma egli imperterrito faceva orecchie da mercante. Gli dissi un giorno che io non poteva comportare la cumulazione di due impieghi, e ch'ei scegliesse fra la cattedra e il confessionale.
--Scelgo il confessionale.
--L'uffizio di confessore non ha stipendio: non posso stipendiare un sacramento.
--Sta bene; e poichè debbo mangiare, accennando in ciò dire alla propria persona di sei piedi, m'atterrò alla cattedra.
Battuto su questo terreno, immaginai di conferire ai professori e agl'impiegati un grado militare nominale, coll'obbligo di portarne il distintivo sul berretto. Il frate, antiveggendo l'ilarità della scolaresca per lo strano accoppiamento del berretto di luogotenente con la cocolla di San Francesco, chiesemi tempo a decidersi e più non ricomparve.
Ma non così mi è venuto fatto di sbarazzarmi del cappellano, che stavasi abbarbicato al suo posto come edera a muraglia. Era uomo di media statura, sui cinquant'anni, d'occhio fine e astuto, di modi ossequiosi: non diceva mai no; però sull'apparente condiscendenza intesseva difficoltà, distinzioni, obbiezioni, onde venivagli detto no di seconda mano.
Ito il frate, dopo lungo discorso sui privilegi antichi del clero di Sicilia, che lo mantengono relativamente indipendente dalla Santa Sede e pertanto estraneo alle sue vicende e alle sue passioni politiche, m'insinuò la proposta di assumersi egli l'officio della confessione, sin che avessi nominato un confessore fisso.
--Caro don Pietro, gli risposi, gli allievi sono fanciulli; incapaci di peccare, è inutile la confessione.
--È vero, signor comandante. Anch'io non accetto l'opinione dei teologi, che la ragione e la risponsabilità comincino a sette anni. Ma quivi ne abbiamo di diciassette, e so che parecchi di loro libarono al calice del piacere, e la loro purità...
--Chi ve l'ha detto, don Pietro?
--Eh! si sa; veruno l'ignora, e poi...
--Chiusi nell'Istituto faranno penitenza.
--È giusto; però il pensiero esce dal cancello dell'Istituto, e sfugge alla vigilanza dei guardiani. Lo spirito, signor comandante, può peccare come la materia.
--Caro don Pietro, il lavoro indefesso, ininterrotto, variato, ascendente, occupa il loro spirito, e la sera la materia affaticata fa un sonno solo, e senza sogni, fino all'alba.
--Voi avete ragione. Se non che, nella mia qualità di prete, ricorderò con tutto il rispetto, che la Chiesa comanda che la confessione...
--Qui comando io.
--Senza dubbio. A proposito, dimani è domenica. A che ora desiderate, signor comandante, ch'io dica la messa? Non se ne celebrò ancora una sola per questi ragazzi, dacchè l'Istituto esiste.
Ad un mio movimento d'impazienza il cappellano, addolcendo sensibilmente la voce, soggiunse:--Veramente in tanta furia di lavoro non avanzava tempo nè spazio per la messa. Io, credetemi, mi presi licenza di riparlarvene nell'interesse dell'Istituto medesimo, che sta tanto a cuore al dittatore e a voi.
--Penso che la messa presupponga la chiesa, e la chiesa deve ancora fabbricarsi. Se ne discuterà quando le finanze dello Stato saranno più floride.
--In prova della mia devozione a voi, non debbo tacervi che i parenti mormorano di già.
--So, don Pietro, che vi gradiva più l'ospizio dei trovatelli che non l'Istituto militare. Nessuno mormora. I fanciulli affluiscono sì numerosi che rimandai al mese venturo l'accettazione di cinquecento di loro per mancanza di spazio. Don Pietro! seguite un mio consiglio: acqua in bocca. Sapete che ci sono molti aspiranti alla nomina di cappellano.
--Signor comandante, mi raccomando a voi. Per mostrarvi quanto siami prezioso l'Istituto, mi vi offro da capo lettore gratuito di storia.
--Io nominerò ai vari battaglioni cappellani, che ammaestrano gli allievi ad amar gli uomini, l'Italia, la libertà, e che gl'imbevano di feconde e virili massime di morale. Quand'eglino potranno pensare da sè medesimi, adotteranno quel culto che a loro parrà migliore; ascolteranno la messa del prete, o il sermone del pastore, o la voce solitaria e spontanea della coscienza. Non ignorate che s'entra in questo Istituto senza la fede di battesimo.
Il cappellano, che ha capito il mio latino, temendo di perdere il comodo alloggio e la paga di capitano, trovò modo di salvare la fede e il salario col benefizio d'una distinzione e d'una seconda intenzione.
--Signor comandante, disse, la disciplina militare e la legge canonica m'impongono di obbedire ai superiori. Le vostre idee non contraddicono alla mia fede; soltanto non sono tutta la mia fede. La differenza fra ciò che voi volete e ciò ch'io credo verrà giudicata da Dio. Signor comandante...
In questo punto il portiere entrò con un biglietto che mi chiamava al padiglione.
--Dimattina, così il Generale, non assisterò alla manovra dei ragazzi. Fui invitato a colazione a bordo d'un vascello inglese. Volete venire?
--Grazie, Generale; dimattina devo comporre il secondo battaglione e inaugurare il bersaglio dell'Istituto.
--Visitaste la villa dei Gesuiti?
--Sì, Generale. Vasto e grandioso palazzo, ma troppo lontano. È già lontana, benchè al paragone vicinissima, la splendida villa Airoldi, che mi permetteste di occupare. Benchè capace di 400 alunni, vi rinunciai, anteponendole il convento di San Polo.
--Appunto a causa di San Polo vi chiamai qui. Per la terza volta la sorella di Rosalino Pilo, monaca di questo convento, mi fa istanza premurosa che il convento venga restituito. Come posso dir no alla sorella di quel prode che mi precorse e morì? Cercate altro luogo. Ne avete tanti a vostra scelta!
--Mi rincresce, Generale; temo sia tardi per appagare il voto della sorella di Pilo...
--Perchè? m'interruppe egli alquanto irritato.
--L'ho in parte sfabbricato e rifabbricato per adattarlo ai bisogni dell'Istituto, vi si lavora tuttavia, e nelle presenti angustie dell'erario ci spesi già quindicimila lire. Oggi le monache non saprebbero che farsi del trasformato edificio. Ma per esse ne adocchiai un altro migliore.
--Bene, procurate d'accontentarle, replicò egli domato dall'argomento delle quindicimila lire, quando i suoi generali avevano due lire il giorno di paga. D'ora in poi lasciate in pace le mie monache.
I desiderî di Garibaldi erano comandi; ed io m'affrettai a San Polo col proponimento di soddisfare la sorella di Pilo. Ma i lavori spinti alacremente volgevano al termine. L'architetto mi dimostrò col nero sul bianco che a disfare e rifare come prima ci voleva il doppio dello speso.
Il convento, ricinto d'altissime mura, giaceva immezzo ad una selva d'aranci, di cedri, d'ulivi, di fichi d'India, solcata da viali d'alberi di pepe e di sughero. V'erano giardini, e peschiere, e getti d'acqua. Non so quanto le mistiche spose di Gesù Cristo, coll'ali invescate della terrestre voluttà che spirava da quelle fragranze pericolose, da quegli ombrosi recessi, da que' studiati spettacoli d'una vegetazione intertropicale, potessero innalzarsi alla meditazione delle pene del purgatorio.
Sotto quei boschetti, durante la fabbrica, serenava il secondo migliaio dei monelli che l'indomani dovevano diventare il secondo battaglione dell'Istituto.
Il mattino del 18 luglio, banda in testa, i due battaglioni avviavansi alla piazza d'armi. Le ultime righe del secondo si componevano di fanciulli di sei in otto anni; piccola carabina alla spalla, berretta piegata sull'orecchio sinistro, cinturino sotto il mento, testa alta, aria fiera, passo ardito, marcia in linea di mezza compagnia, distanze mantenute, conversione in colonna, secondo i casi, come vecchi soldati. Un'onda di popolo erasi riversata sulle vie, e le madri popolane traevano in coda ai figliuoli guerrieri, spargendo lagrime e facendone spargere agli spettatori.
Al ritorno un infermiere dell'ospedale dei feriti mi consegnò un biglietto di mia moglie così concepito: «Il Generale s'allontanò da Palermo; l'ambulanza ricevette l'avviso di seguirlo.»
Volo agitatissimo all'ospedale di San Massimo, e vi trovo Ripari, capo medico, mezzo costernato e mezzo furente, il quale dava ordini, contr'ordini e colpi di frustino per accelerare l'allestimento dell'ambulanza. Gli era un andirivieni di medici, di chirurghi, d'infermieri, di farmacisti e di ammalati colle ferite non ancora rimarginate, supplicanti di ritornare alle proprie compagnie. Mia moglie, nell'ultima stanza intesa ad infarcire di filacce, di bende e di agrumi i sacconi dei letti, mi fece:--Sei pronto a partire dimani? Noi partiamo dimani.
Ed io a lei sorridendo:--Non ti affannare, Garibaldi fa colezione a bordo di un vascello inglese.
--Molto probabile! mentre i nostri si battono a Meri!
--Da quando in qua?
--Fruscianti capitò qui cogli ordini. Il Generale s'imbarcò con gli aiutanti, le guide, i carabinieri genovesi e la brigata Corte arrivata testè da Gaeta.
--Dunque ieri m'ingannò! Impossibile!
Ritornai, non so se sdegnato o trasognato, nella prima stanza. Ivi rividi Ripari ignudo sino alla cintola e supino sul pagliericcio. La settenne galera di Pagliano lo disavvezzò dalle materasse, dalle lenzuola e dalla biancheria.
Data, un minuto prima, al bucato l'unica camicia di lana, non avanzavagli che l'_uniforme_ per cuoprirsi. Il suo baule non contenne mai filo di cotone o di lino, nè mai odorò di lavanda.
Condiscese al pagliericcio pel decoro del grado di colonnello, ma letto favorito eragli la panca.
Benchè stretti amici, bisognava in certi casi lo avvicinassi con cautela, essendo egli spinoso come un'istrice, e d'altra parte, facile a intenerirsi come una donzella.
--Ci ha corbellati ambedue, io principiai.
Rizzatosi a sedere e calati i piedi a terra, cominciò a far segni dispettosi sul pavimento col frustino. In quel mentre un disgraziato Siciliano gli si accostò, porgendogli un foglio di supplica per divenire chirurgo di battaglione.
Voltegli le spalle nude e lasciatolo col braccio teso e col foglio in mano, Ripari, dirigendosi a me, proruppe dolorosamente:
--L'accompagnai a Roma nel 49, in Lombardia nel 59, l'altr'ieri a Marsala, ed ho sessant'anni. Non me l'aspettavo! Ricevetti appena dianzi l'ordine di apprestare l'ambulanza e di _seguirlo_!
--Dove andò?
--Pare che Medici siasi impegnato in disuguale combattimento con Bosco presso Milazzo. Garibaldi accorse in aiuto.
--Partiremo insieme?
--Va bene; io me ne andrò dimattina.
Ne seppi abbastanza; m'affrettai al padiglione.
I Palermitani, sbalorditi, chiedevano con ansietà se Garibaldi li avesse veramente abbandonati. Aiutanti ed uffiziali mostravansi afflitti del non meritato obblio.
Al generale Sirtori, capo dello stato maggiore e depositario della potestà dittatoria, io rassegnai immantinente il mio ufficio di comandante.
--Rimarrete al vostro posto, egli mi rispose seccamente. Non siete un giovinetto che abbia bisogno di guadagnarsi gli speroni.
--Generale, l'accettai da Garibaldi col patto di rinunciarvi e di seguirlo appena ripigliate le armi.
--Comunque, dovete restar qui finchè l'opera vostra sia compiuta. Un soldato più o meno non conta. Sarebbe un delitto lasciar perire l'Istituto.
--Non soffrirà per la mia assenza. Esso va coi suoi piedi. Basta mi nominiate un successore.
--Ciò che non farò punto.
--Generale, io non sono militare.
--Avendo assunto il comando dell'Istituto, siete nell'elenco dei capi di corpo, e avete il grado di colonnello.
--Ma, generale, non supporrete, spero, che io abbia preso sul serio questo grado. Vedete, sono ancora un _borghese_: quando indosserò la _camicia rossa_ ciò sarà come un soldato.
--Dio! che Dio mi dia pazienza! egli sclamava fremendo nell'adempimento d'ingrati doveri che lo tenevano lontano dal campo ove anelava di trovarsi. Tutti, ripigliò, impazzarono. Ecco qua la centesima rinunzia ricevuta nelle sei ultime ore. Rimanete... al vostro... posto... Capite l'italiano?
--Bene, generale, accordatemi un permesso di tre giorni. Se il dittatore respingerà la mia preghiera, vi prometto che mi riavrete qui.
--Andate al dittatore o al d....
--Grazie, generale.
Tornai in gran premura all'Istituto, col proposito d'irmene possibilmente la sera. E per fermo non mitigò la mia brama l'incontro della brigata Dunne che scendeva alla marina.
Preceduto dalle notizie, mi vennero presentate le dimissioni degli uffiziali e dei sotto-uffiziali.
Qui mi casca l'asino. Come indurli a desistere, quand'io m'accingo a lasciargli? E con che cuore d'altronde patire che l'Istituto appena surto rovini? A riflessioni finite m'abbottonai l'abito e con volto severo parlai nella seguente conformità:--Il prodittatore rifiutò la mia rinunzia, ed io non posso accettare la vostra. Raddoppiamo i nostri sforzi, e quando io possa dire onestamente a Garibaldi, «l'Istituto si regge anche senza noi,» egli certo ci accorderà l'onore di combattere.
Cuoceva a quei bravi giovani l'indugio anche di un'ora, pur eglino consentirono di rimanere sin ch'io fossi rimasto, ed uno di loro suggerì che ciascuno si cercasse un sostituto. Accettai la proposta, e avanti sera ne furono rinvenuti parecchi fra i garibaldini, i quali, rifiutatisi di dimorare all'ospedale dopo la partenza dei proprii medici e chirurghi, e tuttavia troppo deboli per riprendere le armi, accolsero con gioia di sostituire i loro più fortunati commilitoni. Il povero Rodi dibattevasi penosamente fra due contrarii affetti. Era diviso fra il desiderio di ricongiungersi a Garibaldi, che non aveva mai fatto una campagna, dal trentaquattro in poi, senza di lui, e la tenerezza per i suoi _piccoli diavoli_, i quali lacrimando lo supplicavano di non li lasciare o di condurli alla guerra.
Lusingavami di trattenerlo, dimostrandogli prossimo il tempo di far marciare il primo battaglione.
--Signor comandante, è pronto adesso.
--Ma non abbiamo ordini.
--Volete procurarveli?
--Sì.
--Allora differisco d'andarmene.
Tale risoluzione diminuiva di non poco le mie difficoltà. Erami ancora mestieri rendere conto formale della amministrazione, e appianare il cómpito al mio successore, riassettando il meccanismo dell'Istituto. V'impiegai quattro giorni di assiduo lavoro, ed arrivai in Milazzo a battaglia finita.
Battevano le otto pomeridiane, e Garibaldi dormiva.
Nell'uscire dal quartier generale intesi chiamarmi dal maggiore Mosto, appoggiato ad un balcone di faccia.
Varcata la soglia d'una grandissima porta, mi trovai nel chiostro d'un monastero mutato in ospedale. Salii: nei lunghi corridoi poca paglia o qualche rara coperta erano letto ai feriti più avventurati; gli altri giacevano sul pavimento col capo appoggiato alla bisaccia del pane, unico guanciale. C'erano feriti dei due campi.
Strinsi la mano a Mosto tutto polveroso, rotto dalla fatica e triste, congratulandomi di ritrovarlo vivo e sano.
--È andata bene! gli feci; narrami.
--Vincemmo, ma a caro prezzo. Il mio corpo decimato secondo il solito.
--Come si diportò Ungarelli?
--Da valoroso.
--E come dubitarne? Ho gran voglia di rivederlo.
--Trovasi laggiù nel cortile.
--Dove? costà?
--Sì. Morì sul campo d'una palla in fronte. Venne raccolto cogli altri miei e trasportato quivi.
--Morto!
--Non lo sapevi?
Mi si agghiacciò il sangue. Così giovane, così bello, così intelligente, così buono! Io non potevo associare l'idea della morte a tanto splendore di vita. Mosto per distrarmi mi variò dolore.
--Gli otto superstiti compagni di Pisacane, che mi raccomandasti, si segnalarono. Cinque sono caduti.
--Li trasportarono a Barcellona, soggiunse mia moglie approssimatasi a noi in quel punto. Rota, Bonomi e Cori si potranno salvare, ma non credo Conti e Sant'Andrea.
--Quant'altri de' miei, signora Jessie, avete in custodia? le dimandò il maggiore.
--Venti per certo; i rimanenti giacciono dispersi in chiese umide. A Barcellona fu una gara di quel nobile popolo per ricoverare i feriti nelle proprie case; qui non si trova nemmeno paglia da riempire i sacconi portati da Palermo.
Procedendo con mia moglie lungo il primo corridoio, una voce sottile e debole mi salutò per nome. Voltomi, vidi tre ragazzi sulla paglia coll'assisa bianca macchiata di sangue.
Ed ella:--Sono i tuoi alunni dell'Istituto, fuggitivi alla brigata Dunne. Guarda codesto (e m'indicò un fanciullo addormentato con una vescica piena di ghiaccio applicata al moncone sinistro), fu amputato or ora, povero bambino: ha solamente dodici anni. Mi disse:--Sarò buono, se ella mi tiene, signora; non griderò; piangerò un pochino. Lo tenni, onorò la sua parola, e mi disse dopo che io piansi più di lui. È vero. Adesso dorme, come fanno quasi tutti finita l'operazione.
--Siete in collera con noi? mi chiese il più grandicello pigliandomi la mano e carezzandola. Ci perdonate? Tanti della nostra brigata sono morti o feriti. Il colonnello dichiarò che dopo la battaglia di Milazzo nessuno potrà dire che i Siciliani non si battono.
Io mi sentiva soffocare e non potei parlare; baciai quelle fronti pallide lasciando sul letto alcuna piastra e corsi all'aria fresca.
È molto mesta la notte della vittoria, quando non si ha partecipato alla battaglia!
L'indomani visitai il Generale, che mi stese la mano con queste parole:--Vi aspettavo.
--Dopo la battaglia, Generale? Voi avete dimenticato la promessa.
--Non dimentico mai! Remigando verso il vascello inglese ricevetti il dispaccio di Medici, e m'imbarcai subito con quanti avevo sotto mano. Non importa; vi compenserò, non dubitate.
--So, Generale, che vi esponeste ad un conflitto personale con alcuni lancieri. Non considerate che la riuscita o la rovina della impresa dipende unicamente dalla vostra vita?
--Se così è, vivrò per compierla. Porgendomi un sigaro, proseguì coll'usata modestia: fu una semplice combinazione. Tacque per poco, indi ripigliò: pensate che la costituzione bandita da Francesco II abbia appagati i Napolitani?