La camicia rossa Episodi - Terza edizione riveduta e corretta
Chapter 5
Io comandava l'avanguardia composta dei cacciatori Bonnet. Pervenuti allo sbocco di una strada, volli cavarmi il puerile capriccio di tentare il guado sparando il primo fucile, datomi da un soldato¹, contro alcuni lancieri a cavallo. L'inopinato mostrarsi di bande armate e combattenti che parevano fioccate dai cieli, seminò lo spavento e la confusione negli abitanti, i quali con gemiti e lai pietosi affollavansi a rifugio nelle barche dei pescatori. Ci venne udita la generale. Indescrivibile la baraonda dei regî; ma in tremila, eglino potettero bentosto ricuperarsi dal primo turbamento. Dopo mezz'ora più compagnie d'infanteria ci s'avventarono contro da diverse direzioni; s'accese un fuoco vivo e le respingemmo successivamente. In pari tempo da Bagnara di sopra, sulla nostra destra, un movimento di fanti, di cavalli e di cannoncini sulle schiene dei muli mirava ad interromperci il ritorno. Laonde pacatamente ci ritraemmo; all'avanguardia nella discesa, ero alla retroguardia nella salita. Giunti all'ardua scala della rupe, i miei cacciatori avevano bruciata l'ultima cartuccia. Il bergamasco flautista, uno di loro, vuotata più presto de' compagni la giberna, pose mano al flauto, e fra il sibilo delle archibusate suonava in aria di scherno _La bella Gigogin_, equivoca canzone lombarda, che ci fece prorompere in argoliche risa. Ma il nemico parve svogliato di venirci a panni. Cotti dal sole, trafelati, quando piacque agli Iddj montammo all'ultimo gradino. Ripiegando sovra Solano, trascorremmo a sinistra dell'osteria, più veloci dei regî che volevano interdirne quel passo strategico; però più veloci di poco.
¹ Questo soldato si chiama Achille Olivieri e vive a Castel d'Ario nel mantovano.
Ivi si mangiò e si bevve in pace. Io alloggiai in casa d'un prete, il quale mi ammannì un piatto di maccheroni al pomodoro e mi diede una camicia di bucato, in cambio della mia che rassomigliava alla tavolozza d'un pittore. Però essa era di finissimo lino, e l'accorto prete giudaicamente me ne infilò una di cotone piuttosto sdruscita.
--Badate ch'è consacrata, ei mi disse con ciera di furfante.
Ed io di ripicco:--Se non che la mia vi paga i maccheroni d'un trimestre!
L'odore di bucato mi sollevava ad un mondo nuovo! Quanti dolci pensieri, quanti ricordi, quanta delizia da quell'odore! Steso sul sofà e rapito in mezza estasi m'addormentai. Il prete rientrò nella camera e scuotendomi diabolicamente:--Il nemico, il nemico, ululava; presto, presto, non mi compromettete.
Traballando, instupidito dalla stanchezza e dal sonno, esco e m'unisco al residuo dei compagni sulla piazza.
Alcuni istanti prima v'era arrivato l'oste a tutta corsa, senza cappello, senza gabbano, coi capelli irti, tralunato, cadaverico, disperato. Appena potè articolare le seguenti parole:--Gl'infami trucidarono mia figlia!
Oppresso da mortale angoscia cadde svenuto. Scoppiò un'esclamazione d'orrore dal petto d'ognuno di noi e dei paesani accorsi; e ci rodemmo le mani d'esser troppo pochi e senza munizioni per trarne immediata vendetta. In mancanza d'acqua di Colonia, riversammo una secchia d'acqua di pozzo sul capo del padre infelice, il quale tosto ricuperò i sensi.
Parlando e piangendo raccontò che millecinquecento uomini muovevano a marcia forzata verso Solano per circondarci e conquiderci; che un distaccamento, invasa l'osteria, minacciato di morte la figlia, perchè soccorse e onorò i garibaldini, le consentì la vita a patto del disonore; che, essendosi ella fieramente rifiutata, ed avendo impugnato un coltello da cucina per ferire chiunque avessela avvicinata, un sergente destramente l'agguantò al polso e disarmolla; che dibattendosi ella e svincolandosi dagli infami amplessi e gridando, uno di loro le vibrò un colpo di baionetta sul volto. La vista del sangue inebbriò quei crudeli, che di più colpi la trafissero.--La selvaggia scena, proseguì quello sventurato, rappresentarono sotto gli occhi miei, guardato da un picchetto di soldati e destinato ad una regolare fucilazione. Profittando della ressa dei sopravvegnenti e dello scompiglio causato dalla curiosità, mi sottrassi ai custodi, balzai nel vigneto. Inseguito per un miglio e fulminato, alfine mi perdettero d'occhio, e col cuore rotto mi trascinai fin qui.
Da una formidabile posizione sopra Solano aspettammo di piè fermo per due ore il nemico, il quale non osò nemmeno penetrare nel borgo, sin che non ebbe certezza che ripigliammo la via del ritorno.
Da quell'altura si assiste ad uno spettacolo che forse non ha pari: l'arcipelago Eolio, il golfo di Gioia, lo stretto di Messina, ed alle due estremità del quadro due vulcani, Etna e Stromboli. Che mare! che monti! che cielo! che luce! che linee! che palpito di natura! quante memorie! quanti secoli! quanti popoli! quante civiltà!
Il sole tramontava. Involuto in una nebbia leggiera, pigliò figura di globo rosso, e l'occhio poteva affisarlo impunemente. Parve che quel globo posasse alcuni minuti secondi, come sovra candelabro, sulla punta dello Stromboli, piramide isolata in mezzo al mare.
Pieno la mente del magico tramonto e dell'imagine di Luisa morta, che sul mezzodì contemplai fiorente di vita, di bellezza e con tutto un mondo incantato davanti all'ingenuo pensiero, rifeci malinconicamente le sei ore di strada che avanzavano per arrampicarsi ai Forestali.
Pervenuti al sospirato altipiano, ci venne veduto gran chiarore sulla direzione della nostra casa, il quale cresceva a misura che c'inoltravamo. Che il nemico si fosse spinto costassù da Sant'Angelo fu la prima idea nostra. Epperò sostammo per raccogliere la colonna e regolarne le mosse colle debite precauzioni. Ventidue ore di moto per quelle rupi esaurirono le forze della nostra gente.
Appena fermati, quasi tutti si addormentarono di primo acchito. I Calabresi, rimasti alla retroguardia, serbaronsi freschi e gagliardi, e li collocammo in prima linea, guardiani del sonno d'un'ora consentito agli altri.
Faticosamente si ottennero da quelli cinque cartuccie delle cinquanta onde ciascuno aveva zeppa la giberna, e le distribuimmo ai nostri già rinfrancati e presti. Con movimento obliquo su tre ordini si procedette innanzi, impiegando due ore e mezzo a fendere l'eterna pianura. La luce mano mano diventando gran fiamma, cadde ogni dubbio che non fosse fuoco d'accampamento. Eseguito un movimento di fianco sulla destra, per tentare di gettarci a ridosso dell'erta, si mandarono alquanti cacciatori a riconoscere il vero. Scopersero costoro cinquanta calabresi accorsi ad ingrossare la nostra schiera, i quali, costrutta una pira di vecchio legname razzolato intorno alla casa dei Forestali, vi s'assisero dappresso placidamente per riscaldarsi, e novellare, ed affettare prosciutto, e mescer vino. Si mangiò adunque divinamente, si bevve un bicchiere di più alla salute de' nuovi commilitoni, che s'assunsero per quella notte la guardia del campo, e si dormì profondamente fino alle dieci.
L'impossibilità di trasportare i feriti tra quegli scoscendimenti ci obbligò di lasciarli a Solano. Il nemico trasseli prigionieri, ma li trattò con umanità, forse considerando che anche noi ne avevamo dei suoi. Un messo speditoci da un patriota di Solano riferì ch'ei vennero trasferiti a Reggio.
--Entro un mese andremo a riprenderceli, gli disse Missori.
Un fuggevole sogghigno d'incredulità sfiorò la bocca dell'astuto messaggiere montanaro. E la medesima incredulità mantenne inespugnabili al nostro apostolato i prigionieri borbonici. Impossibile indurli a militare sotto la nostra bandiera e a ridiventar liberi. Anteposero il proprio stato, benchè dovessero seguirci e partecipare ai nostri pericoli. Io particolarmente m'occupai di convertirli alla religione della patria italiana. Ma non m'è venuto fatto nemmeno di ottenere il menomo ragguaglio sulle cose del nemico. A qualunque quesito, l'uno come l'altro regolarmente rispondeva:--_Non saccio_.
Il messaggiere per cortesia non rivocò in dubbio l'asserzione del maggiore, nè bastatogli l'animo di spingere l'adulazione sino a simulare di aggiustar fede a ciò ch'ei giudicava l'assurdo, mutò discorso, avvertendo che aveva seco la cassetta dei medicinali, e una sacchetta di biancheria per filaccie commessa da noi a Solano. Così dopo una settimana potè curarsi la mano del veneto ferito la prima notte, impassibile come uno spartano, arguto come un ateniese. Il chinino ci restituì una mezza dozzina di malati della terzana: ma senza lacryma-cristi e senza bistecche non erano sanabili altri sei o sette esinaniti dalle fatiche.
Quel mattino tutti i soldati vispi e ciarlieri aggiravansi nudi e crudi intorno al ruscello, da essi denominato il Giordano, altri bagnandosi, altri risciacquando le camicie o sbattendole su qualche sasso, o distendendole al sole. Una buona dormita, il bagno, il bucato, e la prima zuppa calda con brodo di prosciutto distribuita poi, li abilitarono a nuove gesta.
Nel Consiglio dei Dodici si discusse maturamente, il medesimo mattino, la nostra situazione. Volgeva il settimo giorno dallo sbarco; esigui gli aiuti calabresi; veruna notizia di Garibaldi; sfiduciate le ultime lettere del Comitato di Reggio; incertissimi i viveri, quasi sempre rapiti dal nemico; e finite le munizioni.
Riversiamoci nella Calabria citeriore, propose il capitano Salomone, appena tornato dalle solite escursioni per istudiare i luoghi, com'egli solea dire, e collocare gli avamposti. Gli avamposti costituivano la sua idea fissa, e quando noi, dopo una giornata di cammino, ci sentivamo rifiniti e rotte le ossa, egli tranquillamente si addossava la cura di descrivere un cerchio di sei o sette miglia di montagna «per istudiare i luoghi e collocare gli avamposti.» Nato abruzzese, partecipava alla natura ferrea degli orsi, suoi compaesani.--Penetriamo nel Cosentino; al nostro mostrarci, quelle fiere popolazioni sorgeranno e conquisteremo a Garibaldi un lido per l'approdo, e gli daremo una provincia per l'azione. Che cosa ci ripromettiamo fra questi burroni e questi boschi deserti? Qui noi possiamo gettare i nostri denti dietro le spalle come Cadmo, ma non ne nasceranno patrioti armati. Se il nemico possiede un'oncia di senso comune, con poche pattuglie volanti può impedire le vettovaglie, e senza consentirne l'onore di un fatto d'armi, in cinque giorni può averci a discrezione, ovvero al giorno sesto visitarci cadaveri su questo Calvario.--
L'enfasi, l'inaspettata erudizione ellenico-cristiana, l'accento abruzzese, il crescendo della voce, lo sguardo semi-serio dell'oratore, il mappamondo sulla tunica di tela russa colorito dal sudore, il capitano Nullo, l'eroico Nullo, che lisciandosi i lunghi baffi neri coronò la concione in suo dialetto bergamasco con un _miga mal!_ e un _bravo Cadmo_ scattato di bocca dal maggiore, provocarono un'ilarità benevola e prolungata. Ed egli, il simpatico e valoroso abruzzese, rise al nostro riso.
Alzossi con rigido sembiante il colonnello M... comandante _in partibus_:--Più gravi di quanto pare vogliansi considerare sono le riflessioni del capitano Salomone, e degna d'esame la sua proposta. L'impresa di Cosenza fia non meno ardua e pericolosa che il nostro campeggiare in Aspromonte, epperciò conforme ai vostri appetiti di gloria. Quivi non abbiamo munizioni nè modo di trovarne, onde l'istessa soddisfazione dei combattimenti ci viene contesa. Nato nel Cosentino, vi ho parentela numerosa, e amici, e clienti, e, non fo per dire, il mio nome vi suona gradito. Non credete millanteria, se vi affermo che il paese risponderà virilmente al nostro appello e all'audacia del nostro movimento. Nulla conosciamo di Garibaldi, e trascorsero oggimai sette giorni. La nostra missione in questi luoghi è compiuta.
Il colonnello Plutino, a cui non garbavano le nostre scorrerie temerarie sull'esempio di Bagnara, e ancora meno sarebbegli garbato vedere il rivale sollevato sugli scudi nella Calabria citeriore, si oppose energicamente a quel disegno, asserendo problematica l'influenza del preopinante.
Questa frase dura ruppe il vaso delle ire distillate in segreto, e i due colonnelli si saettarono parole crudeli con pallide labbra. Richiamatili all'argomento e consigliati di risolvere le questioni personali su altro terreno, Plutino ricuperò la calma consueta, e suggerì di ripiegare su Gerace, forzando il nemico a distaccare dalla sua base d'operazione considerevoli forze per inseguirci sulle rive dell'Jonio.--In tale forma eviteremo, egli conchiudeva, d'essere tagliati a pezzi ai passi di Mileto e di Monteleone, prima d'arrivare a Cosenza, e staremo a campo in terre popolose e liberali. Accresciute le nostre file, potremo stendere la mano ai patrioti di Catanzaro e stabilire in questa città il focolare dell'insurrezione delle tre Calabrie.
--Ieri, io così parlai, piombando su Bagnara, provvedemmo all'ambulanza, dimani troveremo altrove la munizione. Il nemico è laggiù allo stretto; al di là vi sono i nostri che anelano di tragittarlo. Noi non gli daremo posa sin che non l'avremo in buona parte attirato quassù. Che importa se esso quivi ne circuirà, batterà, distruggerà, purchè venga fatto a una legione di sbarcare? Il piano ci dà patate discrete, l'erta chiare, fresche e dolci acque. Questo il nostro centro, questo il nostro posto.
E il sottotenente Zasio:--Non sappiamo nulla di Garibaldi, ma quando ei tace agisce. «Precedetemi, e a rivederci presto,» disse quella notte che ci mandò qui. Egli suol fare più che non prometta. Senza navi da guerra non può tentare con molta gente lontani sbarchi. Uccello di terra e di mare, saprà toccare il continente sotto il naso del nemico, in questo estremo lembo della penisola. Quivi dobbiamo aspettarlo, aspettarlo combattendo per stringergli la mano sul lido ov'egli approderà.
--Propongo un'invasione a Pedavoli, disse il maggiore; là procureremo la munizione, ordineremo comitati rivoluzionarii, e di là minacceremo Palmi.
--A Pedavoli, interruppe Plutino, fu assassinato dal popolo il patriota Romeo nel 1848; quel popolo borbonico si opporrà al nostro ingresso, e noi dovremo bagnarci di sangue concittadino.
--Dove si mostra la camicia rossa, gli rispose Nullo con un accento che non ammetteva replica, guerra civile niente. La camicia rossa è l'assisa del popolo.
Si deliberò la spedizione a Pedavoli.
A traverso foreste secolari di roveri e per vallate anguste e profondissime, dopo otto ore di sudato cammino giungemmo a Pedavoli al nord d'Aspromonte. Io m'era procacciato un mulo che montavo a bardosso e beavami nel pensiero di economizzare le mie povere forze ridotte agli sgoccioli. Ma la china del monte cadeva sì ripida che, per non scivolare dagli orecchi della bestia, fu gran mestieri smontare. Questa volta anche i Calabresi, malgrado i sandali e la singolare destrezza, dovettero accontentarsi di scendere sdrucciolando come noi e poi di salire a quattro gambe. Io ritentai il mulo, salendo, ma scivolato dal verso della coda, rotolai giù alcuni metri sin che un albero mi trattenne.
Dovetti starmi pago di ascendere con mani e piedi, come gli altri.
La colonna sostò ad una frescura di castagni superiormente al villaggio. Il comandante e noi, stato maggiore, s'entrò fra quelle mura temute. Pedavoli contiene duemila abitanti, e giace in una stretta gola. Era il quindici agosto. Il villaggio parato a festa, affollato di montanari del circondario, avvivato da bande musicali venute da Palmi, celebrava l'Assunta. La popolazione, stupefatta della nostra inesplicabile comparsa, ci guardava con dilatati occhi. Noi percorrevamo l'unica contrada, fatta a budello, in mezzo ad una turba che aprivasi gradualmente dinanzi e si rinchiudeva dietro a noi.--Ecco la casa ove trucidarono Romeo, ci fece il capitano Salomone, il quale nel quarantotto avea militato sotto gli ordini del nobile martire calabrese e fu testimone della sua tragica fine. Bisogna vendicarlo.
Quando di repente aperta la porta della casa, ne uscì una mano di Calabresi, de' nostri, mormorando le parole:--Fuggirono!
Costoro, vecchi compagni di Romeo, staccatisi chetamente dalla propria squadra, penetrarono là entro dalla banda del cortile per placare l'ombra, giusta la loro frase, dell'estinto condottiero. Ma la famiglia degli uccisori fortunatamente riparò a Palmi, tosto che si seppe della nostra visita.
Rimandammo con severo comando gl'indisciplinati, e ci dirigemmo al palazzo del comune. Sparsa la voce che noi fossimo venuti a far pagare il fio ai Pedavolesi per la morte di Romeo, un visibile sbigottimento si dipinse su tutti i volti. Dall'altro canto noi sospettavamo che la popolazione meditasse di assalirci, e si stava in sull'avviso. Avevamo già cautamente provveduto che la colonna ci attendesse coll'arma al piede. Due paure trovavansi di fronte.
Stemmi, busti in gesso e ritratti borbonici decoravano la sala comunale: il segretario, curvato dai settant'anni e sordo, sedeva aggomitolato in una logora poltrona di pelle voltando la schiena alla porta. Capitatigli noi sopra per di dietro improvvisi, il maggiore gli picchiò sulla spalla. Ci ravvisò in un attimo il segretario, saltò in piedi colla sveltezza di vent'anni, e cercò di ricuperarsi dallo sgomento appartando il seggiolone e ponendosi gli occhiali.
--E il maggiore a lui:--Siete il sindaco?
--Eccellenza, sono sordo.
--Siete il sindaco?
--Il segretario, eccellenza. Ho servito quarantadue anni. Spero che il generale Garibaldi...
--Dov'è il sindaco?
--Giovannino, rispose volgendosi all'usciere, conduci qua don Saverio; digli che...
--Spicciatevi, interruppe il maggiore.
--Va, figliuolo, digli che venga subito. Signori illustri, io ho servito la patria, mi spetta la giubilazione con paga intera. Lor signori non vorranno cacciarmi sulla strada con sette figli. Evviva sempre Garibaldi!
--E quei busti di Ferdinando II e di Francesco II? gli domandò Salomone.
--Ho due figli gendarmi, uno guardia urbana e uno carceriere, signorino. Le pubbliche magistrature sono dignità tradizionali nella mia famiglia.
--Che magistratura esercitavate voi quando i vostri concittadini uccisero Romeo? ripigliò Salomone.
--Ah! Romeo, buon'anima. Peccato che la memoria di lui... Tant'è la sua riputazione rimase macchiata.
--Macchiata! sciagurato sgherro borbonico, proruppe Salomone colle pugna chiuse.
--Macchiata, eccellenza, proseguì il segretario in atteggiamento supplichevole e con aria ingenua, dalle calunnie del governo di Ferdinando II. Perla d'uomo Romeo! Posso attestarne, perchè fui suo carceriere in altri tempi... Ecco don Saverio!
Il sindaco ci accolse graziosamente, fornì la nostra truppa di viveri e ci volle ospiti suoi.
Naturale curiosità punse la moltitudine in grande frequenza verso il castagneto ad ammirarvi quei terribili garibaldini, onde la fama aveva divulgate cose portentose, nelle quali entrò senza punto di dubbio la coda del diavolo. Erano laceri, scottati dal sole, smagriti dai disagi, ma in ogni soldato discernevansi ben presto i lineamenti, il contegno e i modi del gentiluomo.
Distribuiti una razione di vino, di pane, di salame fettato e sigari, pagata sul luogo ogni cosa da ciascheduno con alto stupore della folla spettatrice, svanirono a poco a poco i reciproci sospetti, principiarono a fraternizzare insieme i nostri ed il popolo, e fatte venire le due bande musicali, la solennità religiosa e la processione per la Madonna tramutaronsi in una festa da ballo che si protrasse sino a notte. Cantarono inni patriottici insegnati e appresi al momento; e con questo musicale apostolato, colle _furlane_, colle _monferrine_ e colla _tarantella_ le turbe s'accesero d'entusiasmo italico. Capo orchestra Libero Stradivari, pronipote dello insigne fabbricatore di violini.
Dai discorsi, dal portamento, dalla cortesia e dal pagare a pronti contanti, quei montanari compresero che non eravamo soldati di mestiere, che militavamo per una causa generosa, epperò le mogli e le figliuole, derogando dalla selvatichezza nativa, obbliata la chiesa e l'Assunta, parteciparono al ballo campestre.
Il sindaco ci preparò un lauto pranzo e invitò gli uomini principali e liberali della terra. Gli uffiziali calabresi rifiutarono l'invito e s'astennero dall'ingresso in Pedavoli. Accusavano la popolazione della morte di Romeo; censuravano la nostra imprudente fiducia e predicevano un tradimento. Essi accamparono le loro squadre in poggio più eminente, per separarsi dai paesani.
--Non scendete a Pedavoli? dimandai al colonnello Plutino.
--A vendicare Romeo?
--No, a mangiare un pollo arrosto.
--Temo il veleno, o un'archibusata dalla finestra d'un granaio.
--Contemplai or ora la mensa imbandita del sindaco; c'è fior di maccheroni, e burro eletto, e mastelletti opimi di miele, e vini prelibati, e frutta superbe, e fiori, e olezzante biancheria, e posate d'argento e lieti visi. A questi patti, caro colonnello, vale la pena di lasciarsi avvelenare.
--Ottimamente; ma non vengo.
Dopo pranzo il comandante M..., in tutta la pienezza della sua autorità politica consentitagli dal Consiglio dei Dodici, istituì un Comitato di rivoluzione in Pedavoli, spedì lettere-circolari in tutte le città e borgate della Calabria, con istruzioni di ordinamento e d'insurrezione simultanea alla notizia dello sbarco di Garibaldi. Il valentuomo sottoscrisse codeste circolari nella seguente conformità:
«M..., colonnello di stato maggiore, aiutante di campo del dittatore generale Garibaldi, comandante in capo il primo corpo di spedizione sbarcato sul continente con pieni poteri civili e militari!»
Poscia si mandò a Palmi per la munizione che doveva esserci ricapitata in Aspromonte.
L'indomani retrocedemmo, e sulle quattro pomeridiane rieccoci al nostro campo dei Forestali, ove ci aspettava una bella francese, _madame Le M...._, corrispondente del _Journal des Débats_, partita la vigilia da Messina. C'informò che il dittatore scomparve, che l'ansietà e la perplessità erano universali, che il grido pubblico dava noi per morti e seppelliti.
Alle sei il capitano Salomone, reduce dagli avamposti, annunziò che alcune masse nere discernevansi ad intervalli alle estremità dell'altipiano. La nostra Armida se ne tornò senza indugio, e rapì un Rinaldo dello stato maggiore.
Missori ed io, oltrepassati gli avamposti, ravvisammo un grosso corpo di nemici spartito in tre colonne. Le due ali, avanzando più rapidamente del centro, intendevano a precluderci ogni scampo. Alle sette e mezzo seimila uomini con cavalleria e pezzi da montagna, sviluppati in una linea di cinque miglia, ci si offersero in battaglia a breve distanza.
Dalla nostra parte i Calabresi occuparono la sommità dell'erta, i duecento le falde. I malati vollero che li trasportassimo con noi; ma il medico dimenticò nella casa le medicine, e i cuochi abbandonarono le pecore scuoiate, i prosciutti e il pane. Era il crepuscolo. Le due ali nemiche a perdita d'occhio raggiunsero i monti e penetrarono nei boschi, il centro s'innoltrò a un miglio dalla casa; due compagnie di cacciatori ne esploravano le circostanze per impadronirsene.
--Non c'è ragione, disse Nullo alla testa delle guide, che i nostri malati rimangano senza medicine e noi senza prosciutti.
E un soldato:--Andiamo a pigliarceli.
E più voci:--Andiamo.
Scendemmo in trenta, e, scambiate alcune carabinate, con una corsa alla baionetta disgomberammo il sito, e mercè della sinuosità del terreno, delle piante, dell'oscurità crescente, traemmo in salvo pecore, cerotti e pentole. Quindici al trasporto e quindici alla difesa. Non si lasciò indietro nè un'oncia di carne, nè una benda. Qual cena rapita ai cacciatori napoletani lassù! in quella solitudine _senza tempo tinte_!