La camicia rossa Episodi - Terza edizione riveduta e corretta
Chapter 14
--Quest'aria di cimitero, osservò il maggiore, non mi piace. Il gabelliere di Ponte Landolfo ci parlò di agguati. Ei mi sembra il caso. Di codesti abitanti non ne vidi uno al lavoro dei campi. Dove se ne andarono eglino? Il luogo eminente di Castelpetroso è naturalmente forte; io mi arresterei qui per oggi. Qui abbiamo le spalle assicurate. Che ne dici, Mario?
--Anch'io, risposi. Non sembra indifferente esplorare la montagna per chiarire la causa di tale derelizione. E giacchè i Piemontesi avanzano dalla via di Sulmona, di qui potrebbesi irrompere di fianco sul nemico accapigliato con essi di fronte. Tale consiglio prudente mi suggeriscono i dubbî di Nullo sulla fermezza de' nostri soldati.
A cui Nullo:
--Occuperemo Pettorano a due miglia da Isernia; vedetelo lassù, sulla punta di quel monte a pan di zucchero. Dobbiamo gettarci sul nemico anzi che arrivi il rinforzo di Scotti. Se gl'insorti ci minacceranno le spalle, noi sposteremo la nostra base d'operazione da Bojano a Castel di Sangro, mutandoci siffattamente in vanguardia dei Piemontesi. Se irresistibilmente attaccati di fronte, ripareremo con sicurezza su Bojano facendo testa a Castelpetroso.
--Però non credo, replicò Caldesi, che giovi scendere da un'altezza sicura per risalirne altra dubbiosa.
--L'idea di Nullo è brillante e schiettamente garibaldina, io ripicchiai, ma presuppone l'idea sorella che noi sfondiamo il nemico procedente da Isernia per effettuare la marcia di fianco sulla consolare di Castel di Sangro; la quale idea ne presuppone una terza: l'intrepidità dei soldati.
Comunque fosse di queste nostre speculazioni e discrepanze strategiche, prepotendo la massima abituale dell'andare avanti, si procedette sino ad un'osteria sulla consolare alle falde di Pettorano. Ivi attendendo le nostre genti, ristorai di acqua e di biada il mio cavallo, presagendo che in quel dì avrei dovuto contare non poco sul fatto suo.
Alle quattro facemmo il nostro ingresso in Pettorano.
Da Cantalupo a Pettorano apresi, solcata dalla consolare, una gola ripidissima e alpestre di ben tredici miglia, convergente sino a Castelpetroso e quasi parallela sino a Pettorano. Poi essa spandesi in dolce vallata ove giace Isernia, che si vede e si domina da Pettorano.
Nullo affidò un mezzo battaglione al capitano Zasio, commettendogli di piantarsi su Carpinone, arduo monte di prospetto a Pettorano. Collocò il maggiore all'osteria con sessanta uomini di riserva; e a me ordinò di munire, coi seicento rimanenti, il colle di Pettorano che protende una delle sue pendici a guisa di cuneo orizzontale verso Isernia.
Ciò fatto, spiegai in catena una mezza compagnia a traverso la gola, anello tra le falde di Carpinone e di Pettorano. Alle quattro e mezzo principiò la manovra del nemico da Isernia. Un battaglione di regî, la più parte gendarmi, avanzava sulla consolare e sui campi laterali con mezzo squadrone di cavalleria; alle ali _cafoni_ a torme. Per animare i nostri con una prova segnalata di valore, Nullo mi fece raccogliere le guide e i soldati d'ordinanza.
Così in diciotto si scese da Pettorano; toccata l'osteria, il maggiore e Mingon si aggiunsero al drappello. Di là al galoppo all'incontro dell'avanguardia borbonica sulla consolare. Quei di Carpinone, testimoni del fatto, ci battevano le mani, e mandavano alte grida d'entusiasmo ripercosse dal monte di Pettorano. Spintici in prossimità dei regî, li caricammo a briglia sciolta, e li mettemmo in volta disordinati.
--Indietro, indietro! I _cafoni_ al monte! urlarono di repente i nostri di Carpinone. Noi li udimmo, e nondimeno si proseguì l'irruzione. E per verità vivissime e inaspettate scariche ci colsero di fianco dalla pendice avanzata di Pettorano, che io avevo guernita di duecento uomini. Nullo non sapeva persuadersi come quell'importante posto fosse stato preso senza lotta, e temendo di perdere Pettorano, divisò di rifare il cammino sino alla borgata. Si accese pertanto un combattimento strano fra noi cavalieri e i _cafoni_, che dietro agli alberi ci bersagliavano diabolicamente a pochi passi. Al sottotenente Bettoni, delle guide, una palla infranse una gamba e lo condussero alla nostra piccola ambulanza all'osteria. Noi cacciando i cavalli su per l'erta nell'oliveto con rivoltelle e con spade venimmo alle strette coi _cafoni_. Intanto, scesi in aiuto alquanti da Carpinone, e accorsi quelli che io collocai nella gola, dopo un accanito contrasto ci riescì fatto di ributtare gl'insorti in piena rotta. Nullo mi ordinò di assumere il comando dei sopraggiunti, d'inseguire i _cafoni_, di regolarmi secondo le circostanze, e di tornare a ragguagliarlo. Egli e il maggiore e le guide voltarono il cavallo verso Pettorano.
Messi insieme un centocinquanta soldati, li guidai contro i fuggenti. L'avanguardia regia respinta dalla nostra carica a cavallo, il successivo ritrarsi dei _cafoni_ e lo affacciarsi del mio corpo persecutore gettarono qualche scompiglio nella colonna nemica, la quale ripiegava sovra Isernia. Tentò essa due volte di fronteggiarmi, ma raccolti i miei in massa l'assaltai alla baionetta, e pervenni di gettarne una parte sulla sinistra e d'impedire il suo ricongiugnimento col rimanente che per la consolare si rifugiò in Isernia. Mi sorse in pensiero d'entrarvi insieme alla rinfusa, ma ignoravo quale fosse la mente della cittadinanza; temevo d'oltrepassare le intenzioni del comandante, e quantunque i miei avessero superato le mie speranze, non ero certo della loro virtù per un cimento supremo e cotanto ineguale. Stetti perplesso alquanto, e al fine deliberai d'impadronirmi della linea di collinette che limitano la pianura e sovrastano a Isernia; ove mi collocai. A man ritta la consolare biforcandosi volge ad Isernia e a Castel di Sangro. Mi rallegravo d'averla sgomberata dai nemici epperò di poter porgere facoltà a Nullo d'eseguire senza ostacolo l'antiveduto cambiamento della base d'operazione, se necessario.
Era già mezz'ora di sera e nessun ordine mi venne trasmesso dal comandante. Laonde, consegnata ad un capitano la custodia della collina, rifeci la via al quartieregenerale di Pettorano per riferire il risultato delle mie operazioni, per apprendere i particolari della vittoria su tutta la linea e per ricevere nuove istruzioni. Una sequela d'archibusate partite da Pettorano mi fastidiva il ritorno, e deploravo il solito vezzo dei volontarî di tirare ad ogni ala di vento, anche contro ai proprî amici. Giunto con qualche difficoltà a traverso i campi, intercisi da fossati e da siepi, sulla consolare, mossi al trotto verso l'osteria discosta circa due miglia. Dopo un miglio m'imbattei in alcune squadre dei nostri carri senza cavalli. Riconosciutici a vicenda, queglino mi dimandarono notizie con voci confuse e paurose, narrando che furono sbaragliati dai regî e che pel momento favorivali l'oscurità.
--Caso parziale, io risposi con accento rassicurante; noi abbiamo battuto completamente il nemico e la giornata è nostra.
A tali asseveranze stettero paghi e lieti, ed io tirai diritto al passo. Il silenzio diventava di più in più profondo e solenne. Dopo breve tratto, dalla pendice di Pettorano la consolare piega a sinistra, traversa la gola, poi si ripiega a destra alle radici di Carpinone. Ivi mi percossero l'orecchio gemiti di moribondi, e la notte stellata consentivami appena di distinguere alcune masse brune sul fondo chiaro della strada. Smontai di sella e riconobbi che gli erano cadaveri e feriti, tragicamente mescolati insieme. Subito m'acquetai ricordando i caduti nel combattimento che sostenemmo per espugnare la pendice. Sperando che qualcuno di quei dolorosi potesse intendermi, li affidai che avrei mandato senza indugio a raccoglierli e medicarli. Veruno pronunciò sillaba, e l'ininterrotto rantolo dell'agonia fu la sola risposta che mi venne udita. Ma nel procedere sul mesto sentiero, la vista frequente di consimili masse brune funestò i sereni pensieri della vittoria, e mi assicurò che quello fu teatro d'altre e fiere lotte, mentre io all'avanguardia guadagnavo le colline d'Isernia.--Quant'è grave il sonno sugli allori! dicevo sospirando meco medesimo. Affè di Dio, si direbbe che non ci fosse anima viva! Poveri diavoli, le fatiche della marcia, le ansie della battaglia li affranse. Solito effetto del primo fuoco. La sensazione del primo fuoco stanca più della marcia. Avevo ragione di obbiettare ai dubbî di Nullo sul loro valore, e Nullo si sentirà arcicontento del torto, considerando che le prime armi dei volontarî americani nella guerra dell'indipendenza, e dei francesi nel 1792 si riepilogano in belle e buone fughe. Però se la campagna è seminata di morti a simiglianza della strada, vincemmo peggio di Pirro.
Con siffatte riflessioni capitai all'osteria. Bruciavo dal desiderio di risapere gli eventi, di consolare le fauci riarse con un bicchier di vino e lo stomaco vuoto con qualche vivanda.--Quivi, pensai, piglierò in un favo il maggiore e Mingon a cena. Entrai, chiamai, picchiai e corsi la casa di dentro e di fuori. Deserto! nè ospiti, nè oste, nè creatura viva.--Bene, dissi, l'oste se ne sarà ito saviamente e gli amici sarannosi ristretti a Pettorano. Ma, perdio, nemmeno un picchetto di guardia! nemmeno una sentinella! Traversai la consolare e cavalcai su per la salita di Pettorano, scacciando dall'animo le cure uggiose che vi faceano capolino. La fantasia mi figurava la statua della vittoria coperta d'un manto funebre.
A mezzo dell'erta incontrai un pecoraio col suo gregge reduce dai pascoli propinqui; e con accento nemico rispose alle mie interrogazioni che non sapeva nulla, e giratami villanamente la schiena affrettossi alle pecore. Salendo con screscente sospetto, in prossimità delle prime case di Pettorano arrestai un contadino che discendeva, e impugnata la rivoltella gli domandai:
--Vieni da Pettorano?
--Sissignore.
--Vi sono gli uffiziali garibaldini, quei dalla camicia rossa?
--No.
--Come no? Dimmi il vero o ti buco la testa con due palle.
--Signore! ci sono i gendarmi e i soldati di re Francesco che mangiano e bevono in allegrezza.
--Ma gli uffiziali e la truppa garibaldina?
--Circondati e vinti dai soldati e dai paesani, un'ora innanzi sera i cavalieri tentarono ritirarsi per la consolare, e i fanti per i monti sulla direzione di Bojano.
Sbalordito da questo annunzio fulmineo, stetti alquanto sospeso e mi lampeggiarono alla mente in riprova gli ordini indarno aspettati, i colpi di moschetto di Pettorano, i carri di provvigione e il drappello tagliati fuori, il silenzio, i feriti senza soccorso, l'osteria abbandonata. Poscia ripigliai:
--I _cafoni_ dove si diressero?
--Si accamparono sulle alture che dominano la consolare da qui a Castelpetroso.
--Sono in gran numero?
--Non saprei quanti con precisione, ma certo da due a tremila.
--Tu m'inganni ed io t'ucciderò. Dissi e montai il cane della rivoltella; indi soggiunsi:
--Precedimi a Pettorano. Mossi il cavallo; e il contadino a me:
--Arrestatevi, signore; v'assicuro che là trovate i gendarmi, e v'incamminate alla morte. Se volessi ingannarvi, vi direi--andiamo.
--Ebbene, va a verificare di nuovo, io t'attenderò ai piedi della salita; giurami sull'ostia sacra che ritornerai e mi riferirai la verità; io ti regalerò due piastre.
--Giuro e vado per accontentarvi; ma i gendarmi ci sono come voi siete qui.
Parevami codardia lo scendere, eppure trepidando sulla sorte della mia schiera e risoluto di raggiungerla, scesi. Venti minuti appresso ricomparve il contadino a riconfermarmi il fatto terribile. Dategli le due piastre e stesagli la mano, lo ringraziai stupefatto assai più della sua generosità che della nostra disfatta. Egli, separandosi da me, mi augurò buona fortuna e mi consigliò di pigliare la cima dei monti. Io mi avviai verso le colline d'Isernia al mio manipolo. Ma a poca ora di là l'incontrai sgominato e atterrito e assottigliato; nel riconoscermi, quei miseri, si racconsolarono alquanto, e riseppi che un'ora dopo la mia partenza un nugolo di nemici fece impeto sulla collina, e ne li ributtò all'arma bianca, perseguitandoli.
Io li ragguagliai della situazione, e gl'invitai a seguirmi verso Bojano, sulla consolare, aprendoci la ritirata con la punta della baionetta.
--La ritirata di soldati garibaldini, conchiusi, deve risolversi in un assalto.
Nativi del Molise quei volontarî, pratici dei luoghi, m'invitarono alla loro volta di lasciare il cavallo, di montare sulla cima delle montagne, e di cima in cima riparare a Bojano con minore pericolo.
Risposi che in quello infortunio non erami grave il morire, che avrei stimato viltà abbandonare il cavallo, e che preferivo la morte affrontando il nemico, alla salute evitandolo. Eglino non pertanto presero l'erta, ma, divisi nell'opinione, si divisero per le opposte montagne, ed io soletto voltai e mi mossi sulla consolare. Percorse due miglia, la gola allargandosi s'impaluda ed esala miasmi crudeli. Afflitto dalla febbre perniciosa nel settembre e paventandone la ricomparsa, balzai in piedi, tolsi, disotto alla sella, il panno e me ne feci mantello. Radi colpi di moschetto disturbarono di poco il mio viaggio. I cafoni sicuramente si concentrarono alla termopile di Castelpetroso. Procedevo al passo per non istancare il cavallo travagliato da nove ore d'incessante lavoro, serbandolo al supremo esperimento. Un miglio ancora e m'apparve sulla via biancastra una macchia nera. Dapprima la giudicai un albero abbattuto, ma il rumore dei passi di gente armata sul dosso soprastante m'indusse a crederla un gruppo di _cafoni_. In qualche minuto mi s'intimò l'_alto, chi va là?_ A cui, _Viva l'Italia!_ gridai, e mi spinsi avanti al galoppo.
--Ferma, amici, amici.
Era un pugno di sbandati, fra i quali parecchi uffiziali. Non appena io pronunciai alcune parole, mi vennero udite dall'alto le seguenti esclamazioni.--Ah! signor Alberto! signor Alberto! il mio padrone! E sento un uomo balzare da un enorme masso sulla strada e dietro di lui un cavallo fare il medesimo salto senza fiaccarsi le gambe. Strettemi le ginocchia, quell'uomo ripetè con traboccante emozione:
--Ah! signor Alberto! vivo! ora sono contento!
Era Pietro di Bergamo, il mio soldato di ordinanza.
Sei o sette di loro contemporaneamente s'industriarono di chiarirmi sulle vicende della giornata. Sfogato il naturale talento di spassionarsi in massa, mi furono cortesi di favellare uno alla volta. E narrarono che altri trovossi sul colle di Pettorano, altri all'osteria, e Pietro con lo stato maggiore. Appresi adunque che il battaglione regio e le due ali _cafoniche_ marciavano da Isernia in arco di cerchio, di forma che la sinistra toccando il monte di Carpinone e la destra investendo la pendice di Pettorano, il battaglione nel centro figurava in seconda linea, e che intanto un secondo corpo di gendarmi uscito dalla opposta porta d'Isernia, per celati sentieri irruppe su Pettorano di fianco, appoggiato dalla manovra simultanea della mentovata ala destra. Quest'ultima operazione eseguitasi mentre il comandante e noi del suo seguito si assaliva a cavallo il battaglione del centro, i difensori di Pettorano, avviluppati da due fuochi, separati da Nullo, che avrebbeli coll'esempio trattenuti o tratti in opportuno luogo, diedero volta a passo accelerato. La discesa sulla consolare e il ricongiungimento con gli amici furono loro vietati dalla presenza di ben tremila _cafoni_ in armi, i quali, sbucati dai versanti esterni della doppia riga di monti e calativi per primi, preclusero da tergo il passaggio.
Laonde, la scarmigliata colonna, offesa per ogni verso, arrampicossi sulle scoscese sommità con un filo di speranza di ridursi almeno in parte a salvamento. In questo mezzo, riedeva Nullo per difendere Pettorano, ma, pervenuto all'osteria, grosso nerbo di gendarmi e di _cafoni_ dalle finestre e all'aperto, lo accolse con un fuoco micidiale. Ricostituita, in mezzo alle palle borboniche, la retroguardia, già trabalzata dall'osteria, e le guide, con ripetuta irruzione saggiarono indarno di schiudersi il varco. Allora la scorata retroguardia rifugiossi al monte, ripromettendosi la compagnia degli accampati in Carpinone. Nullo, il maggiore Caldesi e sette guide, rimasti deserti, spronarono i cavalli nella folta dei nemici, e mercè di quell'impeto, di minacciose grida, di sciabolate e di colpi di rivoltelle passarono oltre, ma poco più in là urtarono nella moltitudine dei _cafoni_, e se ne ignora la sorte. Pietro, impedito di seguirli, dovette cacciarsi col cavallo alla montagna, e fra balze e greppi penosamente si trascinò là ove lo rividi. Se non che, la terribilità della situazione non era la morte, giudicata inevitabile, sibbene il modo della morte. Quegli spietati non accordavano quartiere, e i caduti nelle loro mani, o feriti o sani, lentamente uccidevano.
Durante l'esposizione della lacrimevole istoria, io meco stesso andavo indagando le cause del disastro, e parevami che Nullo, scambiato il temporeggiamento col tempo perso, errasse scostandosi dalla posizione gagliarda di Castelpetroso, prima d'avere munite le spalle e addestrata al fuoco la schiera novizia; e poscia, anteposto all'utile coraggio la temerità perniciosa, errasse dipartendosi, per avventarsi col suo stato maggiore sul nemico, dal battaglione di Pettorano. Lui presente e i suoi, la pendice non sarebbe stata perduta, nè Pettorano presa senza combattimento, e, in ogni ipotesi, egli avrebbe potuto colorire il disegno d'invertire l'ordine della guerra trasferendosi, con movimento obliquo, sulla consolare di Castel di Sangro, mentre le maggiori forze nemiche adunavansi su quella di Bojano. I nostri di Carpinone ne avrebbero agevolato la riuscita.
Esaurite le informazioni e le considerazioni, io così parlai a quella banda di afflitti:
--Strettamente recinti dal nemico cento volte più poderoso di noi, impossibile la resa perchè esso tortura e scanna i prigionieri e perchè i garibaldini non si arrendono. Noi siamo perduti. La fortuna ci ha riserbato questa fine, ma la nostra volontà ce la farà subire con infamia od affrontare con onore. Probabilmente la notte persuase il nemico di raccogliersi in Castelpetroso, ov'egli aspetterà le vaganti reliquie della nostra legione che tentassero il ritorno, sinchè il nuovo sole gli conceda di trucidarle per la campagna. Lo stato disperato v'ispiri il coraggio della disperazione. Vi propongo che ci apriamo il passo di Castelpetroso con la baionetta; io mi porrò in testa di colonna. Uniti e risoluti, qualcuno di noi potrà escirne vivo. La via dell'onore è anche la via della salute. Avanti!
Scossi e riscaldati dalla mia concione, benchè adagio, mossero i piedi e mi tennero dietro. A mezz'ora di là, c'imbattemmo in una carrozza rovesciata sull'orlo della consolare, senza cavalli. Era la carrozza, ch'io feci noleggiare a Caserta da Pietro. Dinanzi ad essa giaceva il vetturino immerso nel proprio sangue, che si dibatteva nell'ultime angosce della morte. Poco più giù, sulla china, stavano supini varî cadaveri ignudi; alla luce di fiammiferi ravvisai Bettoni di Cremona, ferito sotto Pettorano, sottotenente delle guide, Lavagnolo di Udine, Mori di Mantova, guide; il soldato d'ordinanza di Caldesi e alcuni altri che non riconobbi; tutti trafitti da arma bianca. Solo il cencioso vetturino era vestito. M'accorsi che il miserando spettacolo svigorì gli animi della mia squadra. Pur nondimeno si andò avanti, io vuotando il sacco delle buone ragioni, e Pietro associandovi alcuna salutifera piattonata sui renitenti. Un'ora di più, e spuntarono sul basso della strada varie case della fatale borgata, distaccate da essa un quarto di miglio; ce le indicarono le striscie di luce uscita dai balconi socchiusi. Io chiamai quattro dei più intrepidi a precedere la colonna in due coppie a cinquanta passi per esplorare la strada e antivenire una sorpresa, con ordine di ripiegarsi sulla nostra fronte in prossimità della borgata. Faticosamente potei deciderli a venti passi, e in qualche minuto, indietreggiando, si rimescolarono con gli altri. E a me che ne li rampognava, una voce ostile mi saettò che invece di mandare avanti altrui, vi andassi io stesso.
--Andrò, risposi, se uno di voi assume il comando in luogo mio. Promisi d'essere primo nell'entrata di Castelpetroso e sarò primo. Ad ogni modo qui siamo tutti ugualmente primi.
Io e Pietro all'antiguardo, e i tetri guerrieri ci tenean dietro lentissimi. Oltrepassato in pace il casolare, eccoci al fine a Castelpetroso. Costrutta a tre quarti della montagna ripidissima, Castelpetroso è una borgata lunga oltre mezzo miglio, tortuosa e solcata dalla consolare. In quella notte vi si attendarono effettivamente due migliaia di _cafoni_, perchè punto strategico.
A un gomito della strada arrestai i seguaci, e li arringai di nuovo quanto più calorosamente mi venne fatto. Frattanto i posti avanzati dei _cafoni_, impediti di offenderci coi fucili, perchè ivi il monte, ergendosi a picco, ci cuopriva, rotolarono sassi e macigni che ci rovinavano addosso; allorquando da un cespuglio di faccia, appartato dalla consolare, s'intese il _chi va là?_ Pietro chiesemi che cosa dovesse rispondere.
--Rispondi: _Viva l'Italia!_ No: _Viva Garibaldi!_ Capiranno meglio.
Replicarono alla nostra risposta con un colpo di fucile che chiamò all'armi le masnade.
--Amici, così io parlai; ora alla prova. Avanti! Viva l'Italia! Io vi precedo. I sassi piovuti feceli titubare, la carabinata li distolse dalla forte risoluzione, e retrocedettero. Indirizzatomi a Pietro, gli dissi:
--Vieni tu?
--Vengo.
Vôlto un pensiero d'addio alla moglie mia, mi spiccai al galoppo.
Il nemico, schierato sul ciglione che costeggia da un capo all'altro della borgata la consolare serpeggiante, ci aspettava coll'arme puntata. Una scarica di prospetto ci salutò nell'ingresso, e, girato l'angolo, fummo tempestati di fianco da un turbine di palle a brucia pelo. Pietro, che galoppava alla mia sinistra, giudicò prudente di porsi alla dritta, ond'io coprendolo gli fossi schermo, ed attuando questa manovra mi levò dal piede una staffa. Inefficace precauzione, imperocchè nel descrivere le curve e gli angoli della contrada, eravamo talora fulminati e di fianco e di faccia e da tergo. Un getto continuo di cartucce accese, tanta era la propinquità degli offensori, balenava per ogni verso intorno a noi e ai cavalli. Agli spessi volgimenti aggiungevasi il forte pendìo che ne costringeva a rallentare il corso, e ci offrivamo al nemico più continuo e più agevole obbietto. Il mio cavallo, sempre irrequieto e indocile nei combattimenti, quella notte, forse penetrato della gravità del caso, aveva messo giudizio e filava diritto come una freccia. Intanto si andava avanti. Pietro impugnava uno spadone, io la rivoltella per farci largo nella possibilità d'un assalto sulla via; e studioso dell'equilibrio mi occupavo nel tempo stesso a tirare or da un lato ora dall'altro il panno che m'ero già tolto di dosso e avevo posato sul collo del cavallo: la cura della umidità del di poi e della febbre probabile, mi distraeva dal fuoco attuale e dalla morte certa. I _cafoni_, irritati di non vedermi cadere malgrado i cento e cento colpi, raddoppiarono di lena coll'appendice delle feroci imprecazioni, degli ululi furibondi, e ne intesi anche di donne. Era un tumulto. Sulla fine della borgata la strada sviluppasi in emiciclo nella congiunzione di due monti, ove le offese nemiche allentarono. In capo ad esso un cavallo ucciso ingombrava il passo: quel di Pietro trascorse senza difficoltà, ma il mio, affetto dal ribrezzo del confratello estinto, rinculava, dava volta, impennavasi. Il nemico, profittando dell'intoppo, mi bersagliò con tiri convergenti e gettossi sulla strada per afferrarmi. Finalmente, più del ribrezzo, potendo sull'animo della sconsigliata bestia la logica degli speroni, si risolse di saltare il morto e di conservare due vivi.