La camicia rossa Episodi - Terza edizione riveduta e corretta

Chapter 15

Chapter 153,611 wordsPublic domain

Colà la gola si spalanca, la consolare cala dalla costa all'alveo del Tiferno e lo traversa; i tiri sempre più discosti e innocenti grado grado cessarono. Conceduto qualche respiro ai cavalli e acceso il sigaro:

--Senza di lei, mi fece Pietro, partito fra l'ammirazione e la gioia, io non ci sarei passato per Dio! e non so chi altri ci sarebbe passato. Ora possiamo contare d'essere nati due volte a questo mondo.

Nondimeno sino a Cantalupo sovrastava il pericolo d'un'imboscata, e benchè si progredisse in sull'avviso, estimavamo oggimai un gingillo qualunque sbaraglio. Ma la consolazione d'avere campata prodigiosamente la vita in tanto frangente ci amareggiavano il ricordarci degli amici trucidati, l'ignota fine dei rimanenti e la scena nuova per noi della sconfitta. Contristati dalla pietà, dalla incertezza e dall'umiliazione, a mezzanotte s'entrò in Bojano. Sulla piazza, una pattuglia della guardia nazionale ci fermò e le chiedemmo ansiosamente novelle e risapemmo che alcuni erano arrivati. Smontati alla stalla, sparsa di cavalli sdraiati con tale abbandono che parevano spirati, volai alla casa del gentiluomo, con cuore trepidante. Sedeva egli sul letto, sgomento e livido come una larva, con l'orecchio teso, immaginando _cafoni_ ad ogni ala di vento. Eppure, memore dell'ingrato scherzo di Maddaloni e della catilinaria della vigilia, nel rivedermi dopo la dispersione e la ruina, un lampo di soddisfazione guizzò negli occhi incavati, e un fuggitivo sogghigno gli contrasse gli angoli della bocca. Ne l'ho redarguito più tardi; per allora gli dimandai affannosamente degli amici. Entrato nella stanza indicatami, trovai Nullo corcato e Sottocasa da Bergamo, guida. Eglino a me ed io a loro sembrammo apparizioni. Mi raccontarono sommariamente che il maggiore Caldesi posteggiò alla volta di Campobasso per trasmettere un telegramma a Garibaldi, che nulla sapevasi del capitano Zasio, che quasi metà delle guide perì nella ritirata, e che appena un'esigua porzione della colonna fin'allora chiappò la riva.

--Un'ora prima del tramonto, continuò Nullo, circuiti e stretti da ogni canto, rompemmo violentemente il circolo degli assalitori davanti all'osteria, percorremmo la consolare, sotto un fuoco di fila a dieci passi durante cinque miglia, sino al di qua di Castelpetroso, pestando e ferendo quanti s'ardivano sbarrarci la via. Gl'infami assassinarono in carrozza Bettoni e qualche altro ferito, Lavagnolo e l'ordinanza del maggiore che li scortavano.

--Li trovai, interruppi, cadaveri e spogliati.

--Mori, ripigliò egli, ebbe ucciso il cavallo, e aggrappatosi alla coda d'altro cavallo venne atterrato e spento di moschetto e di pietra. Il piccolo drappello lottando con valore e con calma sopravvisse in parte all'eccidio con sì meravigliosa fortuna che tuttavia parmi una illusione. Non so comprendere come quegli astuti villani non abbiano asserragliato la strada, e spiego la singolare fortuna nostra congetturando che tirassero al cavaliere, avidi del cavallo. E per ciò e per la velocità e per l'audacia radi colpi percossero.

--A me però, disse Sottocasa, all'uscita di Castelpetroso ammazzarono il cavallo, ed io rimasi confitto in terra colla gamba destra sotto il suo ventre. Inutilmente mi sforzai d'estrarnela, e frattanto assistevo all'andirivieni dei _cafoni_ sul ciglione, intesi a tirare sui trascorsi, o in attenzione di nuovi vegnenti. Essi non m'uccisero forse perchè, vittima certa, mi riserbavano a più studiato supplizio; quando dopo mezz'ora d'agonia, in un sussulto estremo del cavallo che moriva, cavai la povera gamba lacera e schiacciata. Trascinatomi a quattro zampe fino al margine della consolare, diroccai a valle. Di laggiù, tutto ammaccature e guidaleschi, zoppicando e dolorando, in cinque ore feci le dodici miglia sin qui.

Anch'io li ragguagliai delle mie avventure, lumeggiando in ispecie il serafico candore ond'erami sorbita la certezza della vittoria, e la brama, condita d'una dose di vanità, di far rapporto al comandante delle mie gesta, di cui già avevo ordito la tela della narrazione e composto il riepilogo sullo stile di Tacito: _il nemico rovesciato in Isernia, le alture occupate, la via a Castel di Sangro liberata_. Così eglino, in mezzo alle tragiche imagini di quella giornata, sorrisero un tantino alle mie spese.

Al tocco ci demmo la buona notte. Dopo sedici ore di sella, e digiuno, mi addormentai sul sofà nell'atto di svestirmi, e alla dimane trovai una braca e uno stivale cavati e una braca e uno stivale calzati.

Nella notte e al mattino capitarono nuove genti, ma nessuna traccia ancora di Zasio. Passeggiando sul mezzodì verso il Tiferno, mi occupava molto pensiero di Silvia.--E s'ei fosse morto, io mi chiedeva, che avverrà di lei? come celarglielo?--Mi figuravo la bellissima donna, desolata, impazzita; mi sentivo pieno il cuore di compassione e di malinconia.--Fin da ier sera ella sa certo del nostro disastro, e il maggiore avrà pure dovuto in un modo o nell'altro confessarle d'ignorare il destino di lui.--Ma le dimande, le risposte, le supposizioni, la pietà, ond'ero agitato, sospese il trotto d'un cavallo sul ponte. Ravvisai immantinente il giovine capitano.

Serratiglisi intorno cinquanta uomini delle due compagnie, ond'egli campeggiava in Carpinone, le quali nella sùbita invasione dei _cafoni_ alla schiena si sparpagliarono, Zasio tentò con vano impeto la calata sull'osteria nel momento della mischia. Riguadagnata la vetta e travagliato dai nemici postati in luoghi inaccessibili, destreggiossi, con avvedute e ardite evoluzioni e con felici scaramuccie, la notte e il mattino fra boscaglie e valloni e rupi, conducendo due terzi della brava coorte alla stanza sicura di Cantalupo.

Alle due Nullo rassegnò la riaccozzata colonna sulla piazza di Bojano. Duecento uomini muti all'appello, e sei dei quattordici distaccati dal quartiere generale del dittatore. Il giorno successivo ripartimmo per Campobasso.

In casa dell'ospite X..., a cena, spiegando la salvietta, ciascheduno di noi vi trovò entro un pugnale di finissimo acciaio con la scritta all'acqua forte, _vendetta_. Era lavoro d'una fabbrica d'armi bianche di Campobasso giustamente famosa nelle Sicilie, ignorata altrove, e dono simbolico di Silvia, presente e malata.

L'indomani sera in teatro, a mezzo dell'opera, i cantanti intuonarono l'inno di Garibaldi. L'intendente De Luca dal palchetto troncò quella musica, gridando:

--Basta, basta, non più inno. Viva il generale Cialdini, vincitore dei Borbonici e dei _cafoni_ al Macerone presso Isernia. Viva il re galantuomo!

Prima ingratitudine contro il Liberatore, di cui la serie la palla d'Aspromonte non chiuse.

Noi tumultuando urlammo _Viva Garibaldi!_ Rivolemmo ostinatamente l'inno, e l'inno fu cantato e ricantato.

Tornando a Caserta, il maggiore Caldesi mi fece:

--Ora credo anch'io puro sangue sannitico i _cafoni_ del Molise.

VI.

L'addio

--Perchè ve ne state laggiù? mi disse Garibaldi, a pranzo, nel palazzo reale di Caserta, il dì dopo del nostro ritorno dall'infelice spedizione; accostatevi e narratemi i casi d'Isernia.

Missori, Nullo, Zasio, Caldesi ed io, nauseati della frega adulatrice e vanitosa di molti uffiziali d'assidersi in mostra vicino al generale, ci raccoglivamo invariabilmente al lato opposto della mensa.

Conoscendolo insofferente di lunghe ciarle, gli raccontai l'accaduto con succinto discorso, e il maggiore Caldesi mi soccorse felicemente rilevando con elocuzione originale i tratti comici della tragedia. A Garibaldi era noto l'evento per minuto, dal rapporto del comandante Nullo; ma volle con pensiero gentile promuovere l'occasione di manifestarcisi contento di noi, benchè battuti, come se gli ci fossimo ripresentati vincitori.

--Così il Senato Romano, io osservai sorridendo, andò incontro a Varrone disfatto a Canne.

--Ecco il fattarello analogo! proruppe Caldesi, provocando la risata degli amici con codesta sua frase ripetuta ad ogni passaggio erudito che io, per aprirgli la vena faceta, andava con istudiata frequenza innestando nelle nostre conversazioni.

E proseguì:--Generale, i disastri di Caiazzo e d'Isernia sono le tinte scure che danno risalto alla luce delle vostre vittorie, e provano che si vince solo quando voi guidate.

--Fistolo! io esclamai. Non ti sapevo così perito nell'arte del cortigiano. Sembri un gentiluomo di camera di Luigi XIV.

--Altro fattarello analogo! replicò egli distraendo, col gradito ritornello, l'attenzione dal suo inusitato volo pindarico.

--Il vostro infortunio, notò con gravità il marchese Trecchi, largamente riparò per vostra consolazione il vincitore del Macerone, che il generale nell'ultimo proclama c'invita ad accogliere come fratello.

Ed io di ripicco:--Fratello d'Abele.

E il marchese:--Malignità di repubblicano!

--Si vedrà... Intanto voi non potrete negare che la sua entrata in casa nostra senza picchiare alla porta, e il bando del re di Sardegna ai popoli delle Sicilie non siano un insulto al liberatore e ai liberati. Il re dichiara d'intervenire, non già chiamato da quello o da questi, ma da alcuni municipî e da alcuni notabili, per rimettere l'ordine.

Garibaldi, alzatosi, troncò la discussione, che principiava a scottare, con queste parole:--Farini scrisse il bando, e il re l'avrà firmato in buona fede, senza leggerlo. E se ne andò.

Il mattino appresso un aiutante venne ad annunciargli che la divisione Bixio lo attendeva nel primo cortile del palazzo. I vincitori di Maddaloni. Scese il generale ad ascoltare la relazione delle gesta della valorosa divisione nella battaglia decisiva del 1.º ottobre. Garibaldi e il suo quartier generale, Bixio e i suoi uffiziali superiori, componevano uno splendido gruppo sulla fronte della divisione, che distesa per battaglioni non occupava tutto l'immenso cortile.

A me fu commesso di leggere la relazione. Lessi a tutta gola io, ma la povera voce non oltrepassando le prime schiere, Vincenzo Cattabene, di più robusto polmone, mi surrogò. La materia discorsa in quel fascicolo c'interessava poco, trattandosi delle abituali prove di coraggio segnalate e lodate; ma allorquando voltata la pagina ci venne udito il nome di cinque uffiziali, infamati per viltà, rimanemmo inaspettatamente colpiti da doloroso stupore. Garibaldi comandò che i tre presenti dei cinque escissero dalle file e si presentassero al cospetto di lui e della divisione. A me pareva, anzi in quel punto lo sperai, che i raggi di tante migliaia d'occhi, conversi su quegli sciagurati, avrebberli come folgore inceneriti prima d'arrivarvi.

Al loro mostrarsi, il tremito delle ginocchia e i battiti spessi e forti del cuore mi obbligarono di puntellarmi alla sciabola. Avvenimento nuovo per me e tremendo! L'età giovanile dei colpevoli, il sentimento della umana debolezza, l'idea che un sùbito turbamento può sorprendere anche l'uomo di saldo petto, l'apparato solenne della punizione, la fisonomia e l'atteggiamento d'inflessibile severità di Garibaldi, destarono nell'animo mio un affetto prepotente di pietà. Sentirsi dire da Garibaldi «siete un vile,» appariva agli occhi miei morte peggiore d'ogni morte.

Eppure il supplizio era giusto e necessario.

Frattanto i tre giunsero alla presenza di lui e degli intenti battaglioni. Garibaldi, saettatili con uno sguardo di Giove Tonante:--Togliete loro la spada, disse al marchese Trecchi, e a Nullo:--Strappate dai berretti le insegne del grado.

Il marchese li disarmò, e Nullo gettò con forza a terra gl'infranti fili d'argento. I tre non morirono. Ma io vidi tramontare dal loro volto il lume divino dello spirito.

Quindi il generale arringò con eloquenza antica l'intrepida divisione, e rivoltosi ai tre impietrati:--A voi, tuonò con gesto come di maledizione, non avanza che di prendere un fucile e di farvi ammazzare agli avamposti.

I loro nomi disonorò per sempre la _Gazzetta Ufficiale_ dell'indomani.

--All'alba si passa il Volturno; voi starete a' miei ordini; coll'usato piglio imperatorio dissemi la sera il colonnello Paggi.

--Distaccati dal generale?

Ed egli con visibile compiacenza, sicuro di seccarmi:--Distaccati.

E mi toccò d'inghiottire la nuova pillola.

Durante la notte oscurissima, procedendo a tentoni, potetti malagevolmente disporre alla marcia, secondo le ingiunzioni ricevute, le brigate Milano e Eber, che serenavano fra le vigne di costa alla strada. Verso la fine dell'opera mia sopraggiunse il colonnello Paggi e m'invitò di condurlo sul luogo della colonna di Pietro Balzani. A dieci minuti di là, chiestemi le indicazioni necessarie, mi rimandò al brigadiere Eber. Nel separarmi da lui:--È meglio, l'ammonii, che camminiate sulla strada per togliervi dalle vie incassate.

--Conosco il terreno, rispose con arroganza; e proseguì a traverso i campi. Io raggiunsi Eber; e si attese fino all'aurora, coll'arma al piede, il transito della divisione Bixio.

Persuaso al sonno dalla stanchezza e dalle cadenti stelle, io dormivo sulla cavezza stando in arcione, e avrei dato un Perù per due metri di superficie terrestre, ove distendermi. A intervalli fissi, sul punto di addormentarmi e di precipitare di sella, mi riscotevo per riaddormentarmi e riscotermi da capo. Mi accadde in quella guerra d'essere arso dal sole, irrigidito dalla luna, afflitto dall'appetito, estenuato dalle marcie, ma imparai che il crudelissimo dei mali è il male del sonno. Finalmente, non ridestatomi in tempo, stramazzai, e la salutifera botta mi svegliò. Scossa la polvere e fregati gli occhi, rimettevo il piede nella staffa, allorchè capitò mia moglie che accompagnava una barella.

--Un ferito!

--Il colonnello Paggi.

--Il colonnello Paggi!?

Spuntava il giorno, e ho potuto discernere un mucchio d'ossa e di carne e cento lacerazioni sul viso scolorato e semivivo del colonnello. Pieno di ineffabile compassione e contristato dal rimorso d'essergli stato molesto in vita:

--Ma come? ripigliai con ansia.

--Oltrepassando il campo laggiù, precipitò entro una via incassata e tolta alla vista dagli spineti che le crescono ai margini. C'è poca speranza di salvarlo, e tutta la certezza ch'ei non ridiventi mai l'uomo di prima.

--Cattivo augurio pel passaggio, tanto tempo meditato, del fiume! Non vorrei che l'esercito meridionale precipitasse alla sua volta in una via incassata. Ho paura gliela scavino i guastatori del re sardo!

Codeste strade profonde e serpeggianti a foggia di arterie, le quali aggruppansi a Capua e facilitano le sorprese nemiche, segano in varie guise la campagna sulle due rive del Volturno. Infatti, nella battaglia del 1.º ottobre una schiera borbonica, scivolando per una di tali uscite fraudolente, sfuggì alla vigilanza della divisione Medici e comparve repentina e formidabile sul vertice del monte Sant'Angelo tempestando alle spalle Garibaldi che in più bassa parte con poche genti tenea testa ad altra schiera di fronte. Qualunque capitano, io stimo, sarebbe caduto prigioniero, e in tale convinzione i nostri impallidirono.

Ma Garibaldi con aspetto tranquillo e con prontissima parola mutò le opinioni dicendo:--Costoro caddero in nostra mano.

Eseguendo un movimento di fianco e calcolando sul preordinato arrivo d'un battaglione della brigata Sacchi da San Leucio, che arrivò puntualmente col maggiore Ocari, costrinse il temerario assalitore di ritrarsi fuori della propria orbita e di cedere le armi alla dimane.

Finalmente venne la mia volta nella disposizione della marcia generale, e in qualità di capitano di stato maggiore io cavalcava alla sinistra del brigadiere Eber, indicatore del cammino. Addietro di venti minuti dalla divisione Bixio, noi avanzavamo soli. La strada, girando alla base del monte Sant'Angelo, sale e toglie alla vista il tratto sottostante del fiume.

Eber mi dimandò:--Dov'è il ponte?

--Il ponte! già! ci vuole il ponte! pensai. Per verità a me anima viva non mi favellò di ponte, e ignoravo anche se il corpo del genio garibaldino avesse confidenza coi ponti. Bisognava rispondere:--Non lo so--e rimanere scornato, o indovinare dove ei fosse. E se fosse stato altrove? Nel duro bivio mi soccorse il mio maestro Bacone con un ragionamento induttivo: si valica il fiume, dunque c'è il ponte. Di costà non v'ha ombra di nemico, di qua non si scorge un soldato, dunque il ponte è vicino. In tre battute di polso succedutisi l'affanno, il ragionamento, la risoluzione, risposi:--Il ponte è là. E indicai col dito. Dopo l'affermazione baconiana passarono per me dieci minuti crudeli. Alla perfine ci vennero veduti e fiume e ponte: respirai!

Il ponte ideato dal colonnello francese Bordone costrussero mani inglesi della legione. Compaginato con barche d'ineguale altezza, strette insieme da funi, presentava un piano ondulato, e le tavole, mal connesse e mal chiovate, vacillavano sotto le zampe dei cavalli e sotto il piede dei fanti. Largo quattro piedi, faceva mestieri tragittarlo a uno a uno; pareva che ogni onda scorrente dovesse trarne seco un brano; così forte esso crepitava e gemeva! e non istette guari che un paio di barche furono rapite. Il ponte reclinò il capo nel fiume, e tutta la scienza meccanica del nostro affaccendato Bordone non valse a risollevarnelo. Quel magro, lungo e paralitico ponte provocò l'ilarità prolungata dell'esercito meridionale.

Valicato il fiume e compiuto l'ufficio mio presso il brigadiere Eber, m'affrettai al generale che antecedeva di qualche miglio.

Il nemico, munita Capua con diecimila uomini, si ritirò sul Garigliano. Nell'interposta pianura doveva darglisi battaglia insieme coi Piemontesi, Garibaldi incontrarsi col re sul campo, e ivi regalargli la corona delle Due Sicilie. Questa voce vestita di forme poetiche volava di bocca in bocca, e i nostri battaglioni, bramosi di mostrarsi al paragone dell'esercito regolare, chiarivansi mediocremente interessati dello incontro drammatico dei due personaggi.

Si tirava innanzi con tardo passo per vie incassate, strette e ingombre di truppe, paghi d'aver posto piede alfine sulla riva contestataci con sì ostinata fierezza, e commentando in vario stile i prenunziati eventi, allorchè s'intese che il generale Bixio, caduto da cavallo, ruppesi la testa e una gamba.

--E due! esclamai.

Diffatti poco stante, ad un trivio, lo trovai seduto a terra col capo fesso, col naso ferito, col viso insanguinato e colla gamba spezzata prestar mano impassibile agli infermieri, rammaricarsi d'essere impedito dal combattere, e raccomandare che la disgrazia rimanesse celata alla moglie.

Garibaldi aveva ordinato che s'arrestasse un prete fuggitivo. Bixio, immemore del grado e trasportato dalla consueta foga, scagliossi a tutta briglia sull'orma del prete, e nel girar la via incassata e selciata, il cavallo, focoso al pari del cavaliero, cadde di fianco, ed ei rimasto in sella percosse la testa contro la muraglia; la botta del cavallo gl'infranse la gamba, e la rovina di lui fu la salute del prete.

In quell'istesso giorno due carabinieri del drappello genovese si uccisero l'un l'altro a caso, e medesimamente due inglesi della legione. Giorno di malo augurio anche per gli spregiudicati.

--Se i polli non vogliono mangiare, vorranno bere, fece il console Appio Pulcro; e fattili gettare in mare appiccò battaglia coi Cartaginesi e la perdette. Vedi, mio caro (dirigevo la parola al maggiore Caldesi che ascoltava, sogghignando, il fattarello analogo), Tito Livio e Machiavelli disapprovano severamente il console. E se noi non diamo retta a questi segni augurali riducendoci ai nostri accampamenti d'oltre Volturno, se vogliamo che i polli bevano, perderemo la battaglia contro il re sardo.

--Contro il Borbone, tu vuoi dire!

--No, no, contro il sardo, il quale venne qui per fare la guerra a noi.

--Con le armi?

--Con le armi politiche e anche con le belliche, se fia d'uopo. Noi ora andiamo a firmare l'atto d'abdicazione, ed è troppo presto per la libertà d'Italia: forse andiamo incontro all'umiliazione, ed è troppo grave per l'avvenire della democrazia italiana.

--Oggi sei pieno di ubbie e di melanconie; devi avere dormito male questa notte!

--È vero; m'addormentai in sella e mi svegliai boccone nella polvere.

--Altro segno infausto! proruppe con ironico sospiro il Caldesi.

--Che simboleggia la presente rivoluzione.

Noi si costeggiava una catena di monti in linea perpendicolare al fiume verso l'ovest, e sulla nostra mancina protendevasi la pianura soggetta ai baluardi di Capua, presupposto teatro della lotta finale.

Garibaldi mi comandò di salire in cima di quei monti e di riconoscere se nelle valli a destra apparisse indizio di nemici. Molte precauzioni simili aveva studiate e adottate il generale per ogni verso. Mostravasi cautissimo al solito, ma non al solito ardito. Io non ravvisava in lui il Garibaldi di Palermo e del 1.º ottobre, bensì il Garibaldi luogotenente del re, il coloritore d'una parte assegnata, di disegno non suo. Eseguiva e non creava. Era un generoso destriero umiliato fra le stanghe d'un baroccio.

Un capitano e quattro cavalieri ungaresi mi vennero compagni nella ricognizione. Superati i greppi dell'ascensione, si cavalcò penosamente varie ore di cima in cima paralleli alle mosse dell'esercito. Non abbiamo scoperto nemici; nè amici, imperocchè villaggi e casolari non consolano quelle vallate e quelle gole. L'aere ossigenato, la prossimità del mezzodì, il lungo cammino aguzzarono un appetito assai molesto nella comitiva italo-magiara. I magiari ed io, in mancanza d'un organo di comunicazione, non avevamo sino allora articolato verbo nè avverbio, quando alla veduta d'un monastero sulla metà della costa io ruppi il tedioso silenzio:--_Elyen Lajos Kossuth_. Quei muti ed affamati commilitoni, al suono del nativo idioma e del nome di Kossuth, si rifecero snelli e giocondi, e con viso di riconoscenza ripeterono:

--Elyen! Veramente non mi scaldava il cuore allora un evviva a Kossuth, ma ell'erano quelle le sole voci magiare di mia conoscenza per alludere al monastero.

E risovvenendomi che il capitano, come presupposto gentiluomo, avrebbe dovuto saperne di latino, lo tentai con maccaronica frase: _Monaci illi, censeo, dabunt nobis panem, caseum, vinumque._ A cui quegli di botto:--_Bonum! fames nostra est magna._ Mi confortai che in fatto di latinità del buon secolo il magiaro ed io non facevamo una grinza.

Cogliemmo i monaci a tavola. Sommavano a dieci. Cordialmente ospitali, cedettero il loro posto e vollero amministrarci le vivande eglino stessi. Bove bollito e fumante, castagne e vino per noi, e generosa misura di avena pei cavalli. Acquetate le prime urgenze dello stomaco, rossa la guancia e gli orecchi, si principiò a ragionare per diritto e per rovescio di teologia, di frati, di monache; e gli adiposi padri non si sgomentarono delle mie opinioni eterodosse, reggevano intrepidi alla barzeletta e ridevano ai lazzi sulla loro equivoca virtù. I magiari non capivano sillaba, però ridevano.

--Mi rincresce per voi, dissi al padre guardiano, ma questa _ripaille_ finirà presto.

--Davvero! proruppe colla gioia negli occhi un monaco smilzo, pallido e giovane. Il guardiano troncogli il discorso sulla lingua e lo rimandò grullo grullo alla sua cella. Indi rivolgendosi a me:--Egli è un patrizio innamorato d'una ragazza della plebe che il cauto e giudizioso genitore chiuse qui in penitenza. Ma, ritornando al primo detto, il dittatore forse avrebbe decretato...

--No.

--Oh! in tal caso ciò che non fece Garibaldi, odiatore di preti e di frati, non farà il rampollo della pia Casa di Savoia, venuto a prendere possesso del regno.

--Sentenza d'oro; se pur il sillogismo della storia non sarà più stringente di quella pietà. Del resto, con Casa di Savoia, se uscirete dalla porta, rientrerete per la finestra!

Dopo di cui ci separammo discretamente amici.