La camicia rossa Episodi - Terza edizione riveduta e corretta
Chapter 13
Avviati i due battaglioni, il mattino susseguente li arrivammo e li oltrepassammo colla nostra carrozza, viaggiando a Campobasso oltre Appennino.
Raccogliticci e nuovi ai combattimenti, quei soldati avevano aspetto non troppo marziale e rassicurante.
--Se disponessi di¹ due battaglioni dei nostri Lombardi, osservò Nullo, m'assumerei d'entrare in Isernia _cum citharis bene sonantibus_.
¹ Le parole "disponessi di" mancano nell'edizione trascritta. (N. d. T.)
--Temporeggiando e destreggiando se ne può trarre partito, notògli Caldesi. Alle avvisaglie facendo mano mano succedere più gravi conflitti, io m'affido nella vittoria.
--Quando ci vedranno primi al pericolo, io soggiunsi, supereranno la nostra aspettazione. A Maddaloni i Siciliani, sotto Bixio, fugarono alla baionetta più d'una volta le ostinate colonne nemiche.
--Garibaldi, mio caro Caldesi, non ama le lungaggini, nè io le amo più di lui, replicò Nullo. Potremmo, indirizzando la parola a me, ottenere i risultati di Bixio se uno dei nostri incorniciasse i due battaglioni.
Ed io di nuovo:
--Supplirà al valore il numero. I tremila che suppongo troveremo a Bojano e qualche aiuto che fornirà Campobasso, capoluogo della provincia, ci abiliteranno ad una guerra corta e fulminea.
Eravamo già entrati nel Sannio. Il Matese e il Molise sui due versanti dell'Appennino, che noi varcammo sino a Campobasso e rivarcammo sino a Bojano, furono l'antica patria di quella stirpe guerriera e formidabile che umiliò Roma nei più fieri giorni della repubblica. Lungo il viaggio, data qualche tregua alle cure della guerra, allentammo la briglia al nostro entusiasmo d'umanisti, mutammo per poco la marcia militare in pellegrinaggio archeologico, e rifrugando nei nostri studî giovanili di Tito Livio, di Micali, di Niebhur, c'industriammo di ricomporre leggende, tradizioni, fatti, istituti, templi, città, collocandoli al loro posto sui dossi silvestri e desolati di quelle montagne limitate dalla Campania, dalla Apulia, dalla Lucania; dove un dì fiorirono oltre due milioni di Sanniti, ed oggi miseramente vi stenta la vita appena mezzo milione di _cafoni_.
--E stimi tu, mi dimandò il capitano Zasio, questi straccioni, con sandali di pelle di capra, con feltro a tronco di cono, messi sossopra da un vescovo per riavere il Borbone e la schiavitù, discendenti legittimi di quei terribili e pomposi guerrieri, che armavano talvolta ottantamila fanti e ottomila cavalli, e sfoggiavano tuniche marziali di preziosi colori e scudi intarsiati d'oro e di argento, e tenerissimi della libertà, facevano sudar sangue ai Romani intesi a domarli, e domi e pesti e scaduti potevano aiutarli validamente contro Annibale, e nella rassegna delle milizie dei soci in Roma figurare con settantasettemila soldati?
--Misericordia! esclamò Nullo, a tanto sfoggio d'impreveduta erudizione.
--Scommetto che ha il libro in tasca, disse Caldesi procedendo alla perquisizione personale. Perdio non l'ha! Fresco di collegio il giovinotto! Mette appena i baffi. Or bene, in che anno _urbis conditæ_ intervenne la rassegna?
E Zasio:
--Nel 529 per paura della invasione dei Galli.
--Bravo ragazzo, riprese Caldesi, verificheremo nella biblioteca di Campobasso.
--Io non dubito punto, risposi a Zasio, che in codesti _cafoni_ circoli puro il sangue sannitico.
--Le prove! le prove! interruppe Caldesi. Noi sappiamo che Silla, l'implacabile distruggitore del Sannio, andava ripetendo al terzo e al quarto, in casa, in foro e pei quadrivî, che Roma non avrebbe riposo sin che un solo Sannita sopravvivesse.
--Padronissimo il signor Silla; ma noi sappiamo altresì che centomila pidocchi divorarono prima lui e il desiderio crudele.
--Non dimenticare, ripigliò il capitano Zasio, che di venti città sannitiche non si rinviene più nè indizio nè memoria.
--Si; con ciò si spiega la scomparsa di tre quarti della popolazione: però sussistono Telesia, Isernia, Bojano, Eclano, Alfidena. Non ci troverai più parimente nè i due milioni di libbre di rame in moneta, trasportato a Roma da Papirio il giovine, nè le armature onde Carvilio fuse il colosso di Giove in Campidoglio, visibile dalla cima di monte Albano. Ma che per ciò? Le reliquie dell'antica razza sopravvissero con le reliquie di quelle città. Caduti i Cesari, passarono sotto il dominio dei Longobardi, esercito e non popolo: poi sotto la podestà dei Greci, dei Saracini, dei Normanni, eserciti sempre e non popoli. Nè popolo fu mai distrutto nell'età moderna. I luoghi disameni, la vita pastorale e rusticana, le rare e scarse convivenze cittadine non contribuirono certamente alla mescolanza dei sangui e a nuovi innesti sul primitivo ceppo. I successivi padroni li avranno tiranneggiati ed emunti, ma non impalmarono le loro donne, abbastanza brutte. Oggi costoro soggiacciono ciechi all'autorità del vescovo, che nelle chiese li stimola alla reazione e li determina alle più atroci vendette in nome dell'indipendenza.
--Nel tumulto d'Isernia, disse Nullo, mutilarono orribilmente gli avversarî presi. Un cafone vantava lo squisito sapore del lombo di don Peppino cotto alla bragia¹. Poi rivoltosi al vetturino lo interrogò sull'appellativo di _cafone_.
¹ Questo fatto ed altri parecchi dell'istesso genere, che allora correvano di bocca in bocca, vennero poi riconfermati nel processo che di quella reazione fu incoato davanti alla Corte d'Assise di Santa Maria di Capua (giugno e luglio 1864).
--_Cafoni_, eccellenza, si chiamano i contadini, e _galantuomini_ i proprietari.
--Il vescovo dei Sanniti d'una volta, io ripigliai, era il _Meddix-Tuticus_...
--Ferma, ferma, gridò Caldesi al cocchiere; e il cocchiere arrestò subitamente i cavalli.
--Che c'è? chiese il capitano Zasio.
E Caldesi con uno scoppio di risa:--Il nome di quel vescovo?
Il giovine Zasio, che in fatto di erudizione non gradiva lo scherzo, rispose con qualche enfasi:
--Meddix-Tuticus non era un nome proprio, ma il titolo del magistrato supremo di ciascuna società sannitica. Le loro convivenze erano teocrazie, e quel titolo è voce di lingua osca.
--No, interruppe Nullo seccamente.
--Come, no? replicò con vivacità e con faccia vermiglia il capitano.
A cui Nullo:--È voce di lingua bergamasca.
Il capitano, la cui serietà erudita dovette capitolare, fece al cocchiere:--Avanti!
Ma il maggiore Caldesi, vago di nuove celie, mi dimandò:
--Che c'entra monsignor vescovo d'Isernia col tuo _Tuticus_ per la discendenza sannitica dei _cafoni_?
--Come ora il vescovo, in altro secolo ispiravali e movevali arbitro il Tuticus, magistrato e sacerdote. Vedi là sulla sinistra quel monte? È il Taburno. Alle falde, le Forche Caudine.
Ed egli:--Me ne rallegro tanto.
--Sulla cima selvosa sorgeva uno dei sacri delubri custodito da cento spade fedeli, ove si raccoglievano i Sanniti con religioso tremore, nel silenzio, nell'oscurità, fra i gemiti delle vittime umane al piede degli altari scellerati. Là con orribili giuramenti promettevano sommissione e obbedienza assoluta ai principi sacerdoti. Obbedivano allora e combattevano per la libertà delle patrie montagne; obbediscono adesso a una simile autorità, e credono di combattere per lo stesso fine. I tempi e le forme mutarono, l'istinto di soggezione religiosa rimase invariato, e sussiste tuttavia vincolo sociale e ispirazione guerriera.
--Può darsi, osservò con ciera pensosa il capitano, ma le mi paiono arbitrarie analogie e fragili deduzioni. Un abisso di secoli disgiunge le due età, e ci vorrebbe la pupilla divina per discernere i sottilissimi fili del rapporto.
--Io non v'insisto: però v'ha un'altra qualità di prova; le medaglie scoperte a Rocca d'Aspramonte presso Bojano. Le teste nelle medaglie paiono fotografie dei _cafoni_; chioma crespa e voluminosa, fronte bassa e larga, naso schiacciato e narici turgide, zigomi espressi, mento ampio e labbra senza curve.
--Sembrano i connotati d'un passaporto, fece Caldesi. Se tali le medaglie, tali i _cafoni_; ma non basta per battezzarli Sanniti. Ci vuole una prova morale; li vedrò in battaglia.
A Ponte Landolfo ci aperse la sua casa l'esattore delle gabelle, caldo fautore delle nuove cose e uomo d'accorti consigli. Egli c'informò che duemila fra soldati regi e gendarmi occupavano Isernia, ove mettevano capo due o tre migliaia di _cafoni_, i quali mantenevano viva la ribellione in un raggio di quindici a venti miglia da quel centro. Costoro, spartiti a squadre che caporali dei gendarmi guidavano, campeggiavano sui monti dilatando l'orbita della insurrezione a' più rimoti villaggi, e componevano ugualmente a squadre i nuovi associati senza distaccarli dalla cultura dei proprî campi.
--E questi, ei proseguiva, sono i più terribili, perchè, scorgendoli voi alla zappa e alla marra sulle sudate pendici, non ne pigliate sospetto; ma eglino, ad un segno convenuto, per vie ignote altrui, ad essi notissime, vi balzano a tergo, oste ordinata e inattesa. Le vostre genti, quand'anche intrepide, salvo non formino esercito da schiacciarli, non gl'intimiderà. Solamente li impaurisce il fragore del cannone. Avete cannoni?
--No.
--Or bene, due cose vi sono indispensabili per vincere, secondo a me pare: un paio di cannoni, e cautissimo occhio contro le sorprese.
Quivi il maggiore toccandomi colla mano una spalla mi bisbigliò:
--Sai che comincio a crederli Sanniti davvero! Abbiamo lungamente dibattuto fra noi se dovevano chiedersi i cannoni a Garibaldi; ma poichè io solo mi vi opponevo, venne deliberato affermativamente, e commesso a me l'officio d'ire oratore a Caserta per ottenerli. Andai, dimostrai, insistetti, pregai, ma ritornai senza cannoni. A questa novella il gabelliere fece un segno di croce sopra il naso. Passate in rassegna le truppe a Ponte Landolfo, esse mossero per Bojano e noi deviammo a Campobasso.
Giace Campobasso in una dolce vallea cinta di poggi e di domestiche collinette floride di vigneti, le quali stranamente contrastano colle rupi del selvaggio Appennino varcate allora allora. Al nostro ingresso nella piazza, dalla strada di Civita Nuova arrivava un centinaio di _cafoni_ insorti, prigionieri di drappelli volanti dei volontari paesani, legati a due a due con corde ai polsi senza che la circolazione del sangue abbia messo in gran pensieri i legatori; un grosso cavo scorrente per lo lungo conservava in colonna le cinquanta coppie, e _cafoni_ patrioti custodivano e conducevano i _cafoni_ ribelli fra gli applausi della popolazione accorrente e accalcata, e li gettarono nelle carceri, stivate di già. Le carceri formavano un lato della piazza, e dalle finestre senza cassettoni, massime di pianterreno, i detenuti, arrampicati alle inferrate, conversavano placidamente coi cittadini, e dalle finestre superiori calando borse chiedevano l'elemosina. Alcuni cappelli tignosi allineati sul lastrico imploravano con tacita favella l'obolo al passeggiero, e qualche mano pia distribuiva il rame raccolto ai rispettivi proprietarî. Altri parlava, altri discuteva, altri chiamava, altri guaiva, altri cantava; tumulto assordante e perpetuo.
La popolazione ci accolse lietissima, e il signor X..., il più opulento e riputato dei cittadini, ci aperse le sue case ospitali.
Il tenente colonnello Nullo venne munito dal dittatore di piena potestà civile e militare nella provincia, per cui l'intendente De-Luca affrettossi ad ossequiarlo ed a profferirsigli ai comandi. Alto della persona, bell'uomo, energico, fiero, reprimeva faticosamente l'ingenita baldanza al cospetto di Nullo più fiero di lui, e in pochi istanti fastidito della sua facondia romorosa e soffocante. Con voce metallica e profonda e con gesto soggiogatore, l'intendente descrisse le sue recenti scorrerie militari in Isernia, le peregrine prove di valore, gli atti virili di repressione, il salutare tremore incusso, e sigillò la virtuosa istoria col fatto della ritirata; secondo me, consanguinea della fuga; gemella della ritirata di Senofonte, secondo lui.
--Ciò poco monta, sorse a dire Nullo; siete disposto, signor intendente, a riadunare i vostri commilitoni e a seguirmi?
--Veramente, colonnello, gl'interessi amministrativi della provincia...
--Bene, bene, riprese Nullo con sottile, ma visibile sogghigno, provvedetemi d'ambulanze e di viveri che invierete senza indugio a Bojano.
Frattanto il capitano Zasio, che, pari al Medoro dell'Ariosto,
«... avea la guancia colorita E bianca e grata nell'età novella; E fra la gente a quella impresa uscita Non era faccia più gioconda e bella,»
era rimaso a geniali colloquî con le signore di casa. Il giovine guerriero raccontava con ardente linguaggio le meraviglie dei Mille a una fanciulla di ventun'anni che ascoltavalo con crescente attenzione. Cognata del signor X... e orfana, visse insieme alla sorella nel severo raccoglimento d'una famiglia perseguitata dal Borbone, il quale interdisse per dodici anni al signor X... l'uscita dalla provincia del Molise. Chiusa in sè stessa, nelle letture assidue, nei lavori femminili e nelle cure casalinghe ella contrasse abitudini riserbate e contemplative. Non vide mai Napoli, centro del gran mondo e del bel mondo. In villa, l'autunno, dalla vetta del monte con avido occhio cercava quel mondo fra i vaporosi termini dell'orizzonte, schiva delle assegnate e borghigiane consuetudini di Campobasso, schiva della pedestre e vulgare gioventù concittadina. Ella perseguiva con pensiero costante un ideale che in quella valle rimota e solitaria giammai non avvicinò. Sortiti dalla natura alti e fieri sensi, nudrita d'odio contro la tirannide che perennemente stillavano le labbra del cognato, sospirava i terribili mattini della riscossa e della vendetta nazionale, e idoleggiava ne' suoi sogni un uomo, il quale con gli studî, con la coraggiosa propaganda avesseli affrettati, e con valorosa mano avesse aggiunta una foglia alla corona della vittoria. Nel nobile cuore di un tal uomo, Silvia immaginava di versare il guardato tesoro di forti e tenerissimi affetti. Non era una bellezza incontestabile, e per avventura il piglio energico offendeva le delicate linee della grazia, se pure la sua spontaneità nativa non rendevalo attraente come il fiore della selva. Spigliata e agile della persona, avea il passo, la posa, la dignità d'una principessa. Calzava il breve e asciutto piede con eleganza pericolosa; e se alcuna rara volta toglievasi i guanti, mostrava una mano lunghetta e rosea, con pozzette ridenti e con ridenti e rosee e ovali e tersissime unghie. Aveva bellissimi gli occhi bruni, ai quali le folte ciglia conferivano un'espressione complessa di voluttà, di mestizia, d'ingenuità, di penetrazione. I voluminosi e nitidi capelli neri, pettinati a ritroso e raccolti in un fascio di elaborate treccie, facevano spiccare la fronte di statua greca, ove esultava la giovinezza. Uno zendado bianco coprivale a metà la stupenda curva del capo, e aggruppato disotto al collo scendeva in doppia falda listata di frangia d'oro.
Il velo d'Iside.
Quel dì il capitano e Silvia, attirati inconsapevolmente l'uno verso l'altra, ebbero più fiate occasione di particolari colloquî: si trovarono vicini a pranzo, soli a passeggio in giardino nell'ora del caffè, e dirimpetto in carrozza. Questa serie d'opportunità non fu ordita, nacque da sè; e noi intertenendoci coi signori X..., vi abbiamo cooperato. Egli palesossi cavalleresco, appassionato, eloquente. Vago di sintesi ed educato alla scuola sentimentale degli umanitarî, le sue idee pigliavano sembianze pellegrine nella mente di Silvia, e vi s'impressero come una ghirlanda di punti luminosi che l'abbagliarono. Forse, udite da altre labbra, ella avrebbele accolte con più cauta deferenza; ma, raccomandate dalla giovinezza e protette dal valore, ogni acume di critica divenne ottuso. Silvia apparve ascoltatrice intelligente, interlocutrice vereconda, giudiziosa e arguta.
Noi c'eravamo accorti di questa simpatia e, per avventura, ne sospettò anche la sorella. Nell'intervallo in cui il capitano fu mandato da Nullo all'intendente per accelerare l'allestimento delle provvigioni, il maggiore Caldesi con pietoso artificio condusse la conversazione su di lui, e ne sbozzò con forti imprimiture la vita.
Silvia, assisa sopra divano appartato, sfogliando l'albo dei ritratti e sfiorando col mento la testa bionda d'una nipotina, non dava segno apparente di attenzione, ma bevea con avidissimi orecchi il grato eloquio dell'oratore faentino; e quand'egli ragionò del brillante coraggio di Zasio, io la colsi mentre, disotto agli archi delle magiche ciglia, essa saettò sul maggiore un'occhiata sfavillante di gratitudine, e, scolorata in viso, svolse con più rapida mano le pagine dell'albo.
Al ricomparire del capitano le accoglienze di lei divennero molto più contegnose di prima, e forse uno zinzino confuse. I loro discorsi mano mano si fecero meno eruditi, meno abbondanti e i silenzî più prolungati. Ognuno dei due cercava invano argomenti di chiacchiera, sentivasi vuota la mente, e dell'inopinata imbecillità stupiva e dispettava. Lo incontrarsi dei loro sguardi principiò a produrre un crescente e inesplicabile turbamento, e l'indomani sera, all'opera, porgendole il braccio sino al palchetto, egli fu assalito da un tremito, non isfuggito a lei, che gli concesse appena di reggersi in piedi. Il teatro era illuminato a giorno in onor nostro, ed ella vi comparve in tutto il fulgore della sua bellezza. L'ampio volume dei capelli, fisso posteriormente da pettine d'oro a mezzaluna, scendevale spartito in doppia onda di ricci sul colmo e agitato seno. La profusa luce di cento lampadi dava alla sua faccia, pallida per l'emozione di que' due giorni, una trasparenza e un tono di sì squisita delicatezza che solamente il pennello del Correggio avrebbe saputo colorire.
Alla sinfonia dell'opera precedette l'inno di Garibaldi, nuovo allora e miracoloso, che cantarono i virtuosi sul proscenio. Dalla elettrizzata folla eruppe un turbine d'applausi, e in quell'istante di universale esaltamento, gli occhi dei due innamorati si confusero in uno sguardo appassionato e decisivo. Dopo lo spettacolo, riconducendo alla carrozza l'angelica donna, l'uffiziale osò premere leggermente col suo braccio il braccio di lei, e parvegli che ella non isdegnasse la tacita dichiarazione. Ignoro se fosse il primo amore di Zasio; era certamente il primo di Silvia.
Indarno la notte, l'inebriato capitano provò di addormentarsi; riaccesa la candela, indarno tentò la lettura dell'ultimo _Politecnico_ che trovò sul tavolo; l'immagine di Silvia rifletteasigli dominatrice nel pensiero. Parendogli poca l'aria respirabile nella camera, si rivestì, aperse la porta che metteva in giardino, e uscì. Ma nemmeno la notturna brezza consentiva al suo petto traboccante di felicità il libero respiro. Egli esalava la piena degli affetti in caldissimi sospiri; spiava ne' cieli l'accarezzata forma, con le mani giunte mandavale baci lassù, e obliandosi esclamò quasi con un singulto:--Divina Silvia! Silvia non veduta, vide e udì. Abitava la camera superiore e, da più lunga ora, di dietro allo sportello della persiana invocava essa pure dal pio raggio delle stelle quiete al suo cuore commosso.
Il giorno susseguente ci ponemmo in viaggio per Bojano. Il capitano tesoreggiò il minuto in cui ella passeggiava soletta tra le aiuole del giardino, le si accostò peritoso, e le disse con voce tremante e con aspetto smarrito:
--Partiamo; forse non ci vedremo più; una palla potrebbe...
A questa frase s'accorse d'una lagrima sul ciglio di lei e tacque.
--Dunque, addio, Silvia, ripigliò l'agitato giovine.
Silvia, stesegli la mano, quel giorno senza guanti! Egli la strinse palpitando, e come uscito di sè stesso:
--Silvia, ti amo, balbettò; e fuggì.
Al nostro arrivo in Bojano, Nullo, che immaginò accampati sulla piazza i tremila volontarî, scorgendo la piazza ignuda, non frenò la sua ira contro il signor Pallotta.
--Saranno in caserma, fece burlando il Caldesi.
--Dove sono le genti promesse? chiese Nullo ingrecato al gentiluomo con una ciera che diceva:--Accònciati dell'anima!
--Signor colonnello, mancarono al convegno.
--Avete spedito esploratori?
--Non ne ho trovati.
--Di quanti militi della guardia nazionale pronti a marciare disponete?
--D'una ventina.
Ed io che conoscevo il lato debole del compare, mettendomi nel discorso, soggiunsi:
--Li guiderete voi.
--Vi pare decoroso per un maggiore, guidare venti uomini!
L'ingenua risposta ci restituì il buon umore, e pigliammo l'uomo e le cose dal loro verso, sostituendo l'epigramma e la celia all'invettiva e alla collera.
I due battaglioni, le guide e i cavalli nostri pervennero già sul luogo dalla sera antecedente. Il gentiluomo mandò in giro i tamburi della milizia cittadina per battere a raccolta, e si adunò l'annunciata ventina con un sergente e due caporali. Mentre Nullo si congratulava seco loro e li ringraziava, il maggiore Caldesi a me in aria di canzonatura:
--Questa ventina d'eroi incarna la novissima parola di _Bovianum_, metropoli della federazione sannitica, e, come ci tramandò Tito Livio, _opulentissimum armis virisque_.
Lo squarcio erudito del patriota di Faenza riscosse dal sonnambulismo il capitano innamorato; e, in istile satirico, rompendo il silenzio:
--Sta in difesa di Alberto Mario che _Bovianum_ rimase distrutto da Silla!
Ma le nostre oziose ciarle troncò un _cafone_ capitato da Isernia, il quale con allegro sembiante raccontava la improvvisa ritirata dei regi eseguita nella notte verso Capua con parte dei _cafoni_, e la scomparsa degli altri per l'appressarsi delle truppe piemontesi. La grata novella rinfrancò gli spiriti sbigottiti della città che temevano ad ogni ora una scorreria cafonica, e il novelliero ebbe carezze e benedizioni. Nullo ordinò immediatamente una ricognizione a Cantalupo con metà delle genti.
--Sai, Nullo, disse Caldesi con voce più nasale del solito; io non gli credo, e se fossi in te lo piglierei e lo farei fucilare qui sulla piazza da questi buoni militi della guardia civica. Che ti pare, eh?
E Nullo:--Si vedrà.
Montati in sella, uscimmo, nelle ore pomeridiane, di Bojano, la quale si sviluppa in lunga riga alla radice d'un monte dirupato, a dieci miglia da Campobasso, a venti da Isernia, e forma il vertice dell'angolo ottuso descritto dalla strada consolare. Mirando ad Isernia, Bojano costituiva la nostra base naturale d'operazione. Guadato il fiume Tiferno che le scorre dappresso, movemmo su Cantalupo, piccola borgata a ridosso d'una ridente collina, un po' a sinistra della consolare. Giratala con una compagnia, la investimmo di dietro e di fronte al passo di corsa e vi snidammo uno sciame di _cafoni_ insorti, i quali ricoverarono velocissimi sovra più alto monte da tergo, sulle cui sommità ravvisammo altre squadre postate di riserva e in vedetta. Il fratello del nostro ospite di Cantalupo, arrivato da Isernia nella notte, ci ammonì che i regî e gl'insorti accampavano in quella città, e che vi si aspettava da Capua il generale Scotti con quattromila uomini.
--Evidente dunque, susurrò Caldesi al mio orecchio, che la notizia fatta spargere in Bojano nascondeva un'insidia. Il perfido messaggiero certamente ora cammina relatore al nemico delle nostre povere forze. Quattro palle in petto gli avrebbero chiusa la bocca. Ma Nullo ha la natura del leone e sdegna di percuotere i colpevoli volgari!
Il giorno seguente (17 ottobre) sul mezzodì, chiamato da Nullo, giunse il resto della colonna da Bojano e, lasciati cento uomini guardiani di Cantalupo, si proseguì alla volta d'Isernia. Dopo le due, eccoci all'altezza di Castelpetroso. Troviamo la borgata letteralmente deserta, toltine un vecchio e una ragazzetta che ci contemplavano con atteggiamento d'idioti senza rispondere alle nostre interrogazioni.