La bufera

Part 33

Chapter 333,842 wordsPublic domain

La molestia interiore cresceva così fieramente, che a un certo punto pensò di lasciar la strada e d’arrivar per i campi a Robelletta; si contenne ricordando che assai fossi e paludacci pericolosi attraversavano tutto il paese, e potevano forzarlo a girar largo, a perder tempo invece di guadagnarne.

Giunse a Polonghera senz’accidenti; passò oltre; si trovò nella strada del sale. Cominciò a guardare con la testa per aria dalla parte ov’era la villa. Non vedeva che cime fronzute, mosse dolcemente dal vento. Quante rimembranze! Che miscuglio confuso di tenerezza, di accoramento, di desiderio! Era ancor presto: non si sarebbe fermato a Robelletta che pochi minuti, il tempo di dar al gastaldo Devalle gli ordini riguardanti la squadra dei lavoratori, che voleva condurre a Torino, poi... Oh poi sarebbe stato libero, libero fino alla mattina seguente! Si vedeva arrivare a Murello, entrava nel cortile della casa di Liana, era sulla scala, cercava d’immaginare una scena, la scena... Qui la visione s’intorbidava repentinamente, le paure risorgevano a furia e l’ansia cresceva a tal punto, che gli pareva di soffocare.

È al Colombetto. Avanti, avanti. Ecco là il bosco di Riochiaretto, a sinistra; Robelletta è a destra. Un falco, bellissimo a vedersi, si librava nell’aria, roteando; attorno gli volava un branco di storni. Questo vedeva Massimo, e non le due ventaruole così note! Non pertanto eran là, dietro quegli alberi... Avanti dunque, per Dio! Ecco il giardino: l’integrità delle forme vegetali è completa. Ma le ventaruole? Ma il tetto? Ma il tetto?

Il sangue gli si mosse tutto e con tant’impeto, che, snervato com’era, credette di smarrire le forze e di cascar da cavallo.

Un contadinello, che veniva dal viale, scorto il padrone, voltò indietro e fuggì a tutta corsa. Il cancellone era spalancato; la rimessa, la tettoia, la casa rustica erano là, quali Massimo le aveva sempre vedute; la casa signorile non sembrava più che uno scheletro informe.

Il contino smontò macchinalmente in mezzo al cortile, e guardò. Provava la sensazione di chi, vedendosi in sogno sull’orlo d’un abisso, vorrebbe ritrarsi, e sente come una mano enorme che gli calca le spalle, e lo spinge, lo spinge... Mille domande, mille enigmi sorgevano, si confondevano tumultuariamente nel suo cervello. Come poteva accadere che una casa restasse così senza tetto? E la camera della contessa dov’era? E la sua? E quella dove dormiva Mazel? E le altre, le altre? Com’era possibile che quelle pareti fra le quali avevano vissuto tante persone si fossero trasformate in quel modo? Quattro muri disgregati e anneriti, poche travi ridotte in carbone, e cenere e polvere e macerie. Tutto perduto insomma, tutto consumato, sfumato, sparito, come le gioie, i dolori, i fastidi, le speranze, i rimpianti d’un tempo!

In un angolo del cortile v’era un mucchio di mobili, un arruffio di suppellettili salvate o risparmiate dal fuoco. Che roba era quella? Perchè era lì?... Ad un tratto egli riconobbe una veste di mussolina trapunta d’oro, che era l’abito favorito di sua madre; ebbe al cuore un sussulto, e alzò la testa come se si svegliasse.

Il gastaldo teneva per la briglia il cavallo; era allibito e pareva di sasso. Quattro o cinque contadini, che stavano presso al portone, si fecero avanti in punta di piedi.

— Che disgrazia, neh! — mormorò il più vecchio.

— È stata una gran brutta faccenda — disse subito un altro.

— Io non ho più potuto nè mangiare, nè bere — susurrò un terzo.

Il contino si buttò sur una seggiola tutta bruciacchiata, ch’era lì a due passi.

— A te! — diss’egli, volgendosi a Devalle. — Parla.

— Oh Signore! — esclamò questi — creda che mi par d’aver tutto il mondo addosso. Proprio tutto... Non sapeva niente?

— E che vuoi ch’io sapessi?

— Ho mandato un uomo apposta stamattina. Non l’ha incontrato? Veramente avrei dovuto mandar ieri, ma, come le ho detto, mi par d’aver tutto il mondo addosso...

— Avanti, avanti...

— Dunque oggi ne abbiamo 28, eh? Il 25 a sera è capitato qui un signore, un signorino anzi; si vedeva che veniva da lontano: la sua bestia, un muletto, era coperta di schiuma e teneva la testa bassa... Mi domandò se la signora contessa era a Robelletta. Risposi che non c’era nessuno. — Non c’è rimedio — mi disse — dormirò sul fieno. Così sia. — Io... Ah! badi che la sua faccia non m’era nuova; quel giovinotto lì è già stato qui a pranzo e a cena, e più d’una volta. Dunque io ho creduto bene di dirgli che avevo le chiavi e che se voleva un letto... Ho fatto male, ho fatto malissimo, e mi pentissi tanto dei miei peccati quanto d’aver fatto quell’offerta...

— Com’era?

— Chi? Il giovinotto? Pareva non potesse star nella pelle, ecco.

— Ma...

— Del resto sano, svelto, denti di lupo, naso da aquilotto... Basta, accettò la camera, accettò anche qualche coserella per cena che gli portò mia moglie; poi andò a letto dicendo che voleva ripartire prestissimo per arrivar a Torino a buon’ora... Infatti andò via che era ancor notte. Cinque minuti dopo abbiamo visto le fiamme. Bisognerebbe essere un astrologo per saper com’è successo, ma io son sicuro che non l’ha fatto con malizia, e dove non è malizia non è peccato...

— Ma insomma?...

— Insomma: mettiamo che il signorino abbia riacceso il lume per vestirsi, e che nella fretta del partire l’abbia dimenticato vicino alla cortina; mettiamo anche un po’ di vento, una corrente tra l’uscio e la finestra, e capirà...

Massimo balzò in piedi e si accostò alle rovine.

— Se sapesse — soggiunse il gastaldo — come ho dovuto lavorare per salvar la cascina!

— Una fatica da cani! — esclamò il vecchio.

— Uf! — fece un altro — io ero sul tetto...

— Ehi! — gridò Devalle. — Cosa sono queste ciance? Chi v’insegna? Via subito! Ringraziate il padrone che è venuto a trovarci e via tutti! Tutti meno Carlino. To’ la briglia. — Si avvicinò poi al contino e ripigliò commosso: — È vero, sa; lei ci ha fatto proprio una bella improvvisata. Si diceva che l’avessero menato lontano... Le nostre donne pregavano tutte...

— Il paese — domandò il contino, — com’è il paese?

— Ehm! così così.

— A Murello... nessuna disgrazia?

— Disgrazie grosse no, ch’io sappia. La Pagliazza ha partorito due gemelli. È morto Masoero, ma aveva novantasette anni. C’è morto anche... ma di questo lei sarà stato subito informato.

— Informato di che?

— Della morte del forestiero... di quel signore grasso e rosso... dell’avvocato Oliveri.

— Oliveri! Lui? Ma come? Ma quando? È morto, oppure è stato...?

— Ammazzato? No signore! È morto da cristiano, nel suo letto, d’un accidente, credo.

Massimo corse al cavallo, afferrò il crine e l’arcione di dietro, mise il pie’ nella staffa, fu su. Prima di moversi fece il gesto di chi è invaso a un tratto da una nuova idea.

— Senti — disse a Devalle, indicandogli la rimessa, — farai cavar fuori e dar una buona ripulita alla carrozza vecchia, poichè posso averne bisogno stasera o domani. E quanto ai cavalli...

— Quanto ai cavalli, se si contenta del Moro e del Grigio, li ho tutti due in stalla.

Massimo assentì, spronò, e un momento dopo era scomparso.

XXXIII.

Quel giorno, verso sera, il notaio Arignani venne a far visita a Liana, e la trovò più pallida, più mesta del solito. Le comunicò le notizie della capitale; quand’ebbe finito, si rifece da capo e raccontò di nuovo tutto, interrompendosi ogni poco come chi segue, oltre le sue parole, un pensiero non espresso.

Alla fine si alzò e si mosse. Liana lo accompagnò nel cortile, poi alla porta che metteva in istrada. E fu là che Arignani concluse:

— Basta — diss’egli, — ora che la Dio mercè ricomincia miglior serie di cose, anzi un’epoca veramente felice, ora che sia il Bechio di Murello, sia i Bechi di tutto il Piemonte, sono o scappati, o nascosti, o in gabbia, o all’inferno, e non possono più nuocere, lei deve tornare in città. Cosa vuol far qui sola soletta? Lei è troppo giovane, lei è troppo... bella per vivere in un luogo così fuor di mano. Tanto vale ritirarsi in un convento. In un convento almeno ci sono le monache, tante monache; la compagnia è una gran cosa. Qui non ci siamo più che noi: don Prato ed io, due vecchi barbogi. A Torino troverà parenti, amici, amiche... gente del suo ceto insomma. L’avvenire è nelle mani di Dio, e chi sa che Dio non le prepari qualche gran novità. Io le auguro tutte le felicità che può desiderare. Lo dicevo con don Prato ieri sera.

— Grazie! — rispose Liana — ma non posso partir così subito...

— Ah subito no! Nè subito, nè sola. Bisogna aspettar qualche giorno. Io andrò di sicuro a Torino per il ritorno del Re, che sarà presto, spero. Parlerò con gli amici del paese, con gli amici dei contorni; e quando saremo una comitiva, non avremo più nessuna paura. Lei, l’avviserò tre o quattro giorni prima, caso mai volesse approfittar dell’occasione. Va bene così?

Liana fece nuovi ringraziamenti al buon notaio, poi, quando se ne fu andato, passò in giardino. Un gran nuvolo nascondeva il sol cadente; l’ombra densa pareva pesar sul villaggio, si estendeva fin sopra la casa. Liana la sentiva sul cervello, la sentiva sul cuore. Prese a camminare sotto gli alberi senza alcun pensiero determinato.

Ad un tratto la campana della parrocchia rintoccò; ella si scosse, uscì dal cancelletto, attraversò il piazzale, discese nel cimitero. Inginocchiata sulla tomba del povero avvocato Oliveri, ella pregò a lungo. Si rivolse prima supplichevole a Dio, poi a suo padre. Applicò tutta la sua mente a evocarlo e presto venne nella persuasione che il defunto l’udiva. Udiva, sorrideva, le leggeva nel pensiero: — Ah tu vuoi un consiglio, eh? Tu vuoi un consiglio? Eccomi, vengo a te. Ma non alzare la testa, non cercar di vedermi. — Ella si coprì gli occhi con una mano e tosto si sentì come sotto un’influenza magnetica, sotto un fascino soprannaturale. Sì, suo padre le era vicino. Ma come? In ispirito, o quale l’aveva sempre veduto da vivo? Cosa strana: ella non riuscirà a rappresentarselo alla fantasia sotto nessuna forma.

— Eppure — pensava — per me egli esiste, per me esisterà sempre. — E tendeva ansiosamente l’orecchio.

Continuava a sentirne la presenza, e pianamente, soavemente, quasi come un’emanazione di questa, le tornavano alla memoria, le penetravano in cuore le parole pronunciate da Arignani.

Era dunque questa la risposta di suo padre? Anche lui la consigliava a partire, a lasciar quella specie di vita claustrale?

Si alzò commossa alle lacrime; tornò meditando donde era venuta.

Il nuvolone aveva invaso tutto quanto il cielo. La luce spariva. Le raganelle gracidavano di foga, così che il giardino ne pareva pieno.

Liana andò a seder sotto il cipresso. Nei giorni addietro, quel giorno stesso, fino a mezz’ora prima, le principali occupazioni dell’animo suo erano il rammarico incessante di aver perduto il padre, l’aborrimento dello stato presente e un vagar faticoso dietro a mille aspirazioni indefinite. Ed ecco che il cuore, che le pareva d’aver gonfio e pesante, era tornato subitamente leggiero. Il sangue non scorreva più nelle vene con veemenza febbrile, generando ardore, fastidio, inquietezza insoffribili, ma irradiava per tutto il corpo, per tutte le fibre uno spirito di refrigerio e di dolcissima attesa.

Era seduta sotto il cipresso e respirava con la bocca semi aperta e gli occhi chiusi, l’aria soave, resa olezzante dall’adulta primavera. Aveva dinanzi la casa; qualcuno discorreva con la serva in cucina, e alla fine il mormorìo richiamò la sua attenzione. Un limpido gorgheggio sur un albero lì presso le impedì d’intendere una domanda fatta da una voce maschile, ma poichè l’usignuolo si tacque, udì distintamente la risposta di Menica:

— No, signore, non può tardare; glie l’ho già detto. Ma vada ancor a vedere in parrocchia. Non l’ha trovata nè in casa, nè in giardino, la troverà in parrocchia.

— Chi può cercar di me a quest’ora? — pensò Liana. — Don Prato forse?

Trattenne il respiro... Più nulla? Sì, sì, un passo. Il piede è agile, leggiero. Non può essere il prete. E poi, e poi... Dio che batticuore! Volle alzarsi, andar incontro a colui che stava per comparire, ma le ginocchia non la ressero; ricadde e si sentì alla nuca, alle gote, alle tempie quel sottil gelo che annunzia lo smarrimento dei sensi.

Si riebbe subito. Massimo era lì, curvo sopra di lei e le parlava, e le diceva tante tante cose con voce vibrata, con pause brevi, profonde, più espressive d’ogni parola. Ella rimaneva seduta, palpitando sempre, palpitando forte, mormorando interrottamente:

— Sì, sì... Ma basta, basta! So tutto. Non mi dica più niente... Aspettavo... Desideravo anch’io... lo ammetto, lo confesso. Cosa vuole di più?

Ma egli non ascoltava, non badava; egli non pregava, non implorava; egli non pareva più quel d’una volta: aveva espressioni ardite, accese, quasi insensate, espressioni piene d’un’arcana forza persuasiva, e alzava ancora, alzava sempre la voce.

Alla fine, vedendo che non riusciva più a chetarlo, Liana scosse da sè ogni languore, gli gittò le braccia al collo e gli chiuse le labbra con un lungo bacio mordente.

La vecchia carrozza massiccia procedeva lentamente, tirata da Grigio e da Moro guidati da Devalle. Seguiva un gruppo di dieci contadini con fardelli, bisacce, arnesi rurali in ispalla. Massimo aveva lasciato il cavallo a Robelletta, e camminava a piedi, baldo e leggiero, ora a destra or a sinistra del legno.

Adempiva la promessa fatta alla madre: tornava a Torino, ma aveva con sè l’amica sua, poteva mirarla, parlarle, sorriderle. Il sogno inenarrabile, al quale non aveva mai osato aprire interamente il suo cuore, si stava avverando. La sera prima aveva parlato lungamente, ferventemente con Liana del loro avvenire, trasvolando su tutte le circostanze che potevano ritardare ancora la loro unione. In due cose s’erano trovati d’accordo: il gran bisogno di quiete che sentivano entrambi, la necessità di non separarsi più a nessun costo.

E Liana aveva consentito a partire. Rincantucciata in fondo al legno, contraccambiava le parole colle parole, i sorrisi coi sorrisi; frattanto si provava a investigare il passato, ma si trovava impedita da una specie d’abbagliamento che le pareva d’aver dentro la fronte. Le cose erano cambiate per volere di Dio: credeva di scorgere nella serie dei tanti accidenti avvenuti come una traccia disposta da Lui per congiungerla a quello che doveva renderla pienamente felice. Ma lo era pur stata tanto nel breve tempo che aveva vissuto con Ughes!... L’effetto che questo nome le cagionava nello spirito era inesprimibile. Rabbrividiva pensando che si sarebbe sempre trovata senza difesa contro il ridestarsi improvviso di certe memorie. Eppure non aveva alcuna ragione di stimarsi colpevole. Tornando a grado a grado alla serenità normale, passando a un altro amore, ella non aveva fatto che obbedire a una legge naturale, forse a una legge conservatrice del mondo... Perchè struggersi in un lento martirio, mentre si sentiva un tesoro d’affetti nel cuore, mentre aveva tanta tanta sete di vita?... Così ragionava; ma intanto la sua coscienza continuava ad attristarsi d’un indefinibil rimorso. Perchè, perchè questo turbamento crescente? V’era dunque un’affinità, una rispondenza occulta tra l’anima sua e il tempo che si veniva spaventosamente rabbuiando? La burrasca imminente le annunziava forse una nuova sciagura?

Indietro il cielo era sgombro e sereno; davanti tutto occupato da lunghi nuvoli, che in alto figuravano come una immensa chioma grigia, tormentata gagliardamente dal vento, in basso finivano in una linea nera, quasi parallela all’orizzonte. Da questa scendevano grandi striscie di pioggia, plumbee sur un campo livido. Il tuono rumoreggiava irosamente; le vette degli alberi oscillavano al vento, che or si quetava, ora soffiava più forte, portando da lontano un grave odor lutulento.

Passate le prime case di Lombriasco, l’acqua cominciò a venir con furore, mista con grandine. Bisognò riparare in un’osteria. Massimo fece portar da bere ai suoi uomini, poi entrò con Liana nella cucina, che era insieme la sala. Si misero a sedere uno in faccia all’altra ad un tavolino; e, mentre Liana pensierosa volgeva l’occhio ora sul palco affumicato, ora sulle pareti scalcinate, Massimo le veniva comunicando nuovi disegni e nuove speranze. Arrivando a Torino, egli l’avrebbe condotta all’Albergo Reale, e cercato quindi il modo di farla trovare con la contessa. Niente di più facile, a parer suo, che guadagnarne l’animo interamente, definitivamente. Il suo cuore presentiva anche prossimi la liberazione e il ritorno del conte. E lui pure, vedendo Liana, non avrebbe potuto tenersi d’aprirle le braccia.

— Diavolo! — esclamava, battendo il pugno sulla tavola. — Ne abbiam passate delle brutte, n’è vero? Delle bruttissime n’abbiam passate; ora che si respira, ora che la va benone, tutti devono voler vivere d’amore e d’accordo e in allegria.

Liana taceva, si sentiva l’anima come ammollita, come intorpidita. Or le pareva d’esser diventata molto molto vecchia, così che non metteva conto di pensare al futuro; ora invece provava l’impressione d’aver già vissuto quei momenti. Ma quando? Si rammentava confusamente d’essersi trovata un altra volta in una luce grigia e sinistra, attediata dallo stroscio dell’acqua che veniva alla dirotta. Forsechè s’era fermata in quel luogo con Ughes, al tempo del loro primo passaggio? Si sentì dentro come una scossa, una traffitta che le tolse il lume degli occhi. No, no, no: quel giorno c’era il sole, un bel sole, ed avevano passate l’ore del rinfresco a Carignano. Che significava questo garbuglio d’idee, questa sequela di reminiscenze ottenebrate? Perchè tutte o quasi tutte si riferivano ad Ughes? Possibile ch’ella lo amasse ancora? Ma se in quel momento stesso, mentre pensava a lui, riposava teneramente il suo sguardo su Massimo!

Intanto il tempo passava. Finalmente Devalle venne a dire che si poteva andare, che anzi conveniva rimettersi subito in viaggio.

Trovarono la strada fangosa da per tutto, guasta ed allagata in più punti. L’andatura dei cavalli diventò ancor più lenta e affaticata. Appena a Carignano, Massimo, vedendo ch’era ormai impossibile arrivare a Torino prima di notte, stette in fra due di fermarsi addirittura a pernottare dov’erano, o di pigliare un calessino e proseguir solo con Liana. Ma poi, riflettendo meglio, rammentando la sua promessa, pensando ai malviventi che andavano attorno, decise di non fare nè una cosa, nè l’altra. Rimanendo avrebbe scontentata e tenuta in apprensione sua madre; lasciando indietro i suoi veniva a privarsi, in caso di pericolo, d’un aiuto valido e pronto. Del resto poi si sentiva pieno di fidanza nelle proprie forze, nel proprio destino; pieno d’una volontà lieta ed intrepida che tutto abbelliva.

Si avviarono di nuovo, appena ripreso vigore. Adesso avevano dalla loro anche il tempo: le nuvole s’erano alzate e attenuate per modo che per tutto traspariva il sereno; le piante, lavate e riavute dall’acqua, verzicavano più belle di prima; sulle foglie e sui rami, le gocciole, tocche dal sole che piegava al tramonto, brillavano di tutti i colori dell’iride.

Di mano in mano però che andavano avanti, trovavano la strada men malagevole, e i cavalli procedevano con passo più libero e sicuro. I contadini, ai quali il padrone aveva fatto per due volte buonissime spese, cominciarono a motteggiare, e facevano a chi le diceva più belle. Dopo un poco Massimo aprì lo sportello, montò lesto e si accomodò accanto a Liana. Dubitava di non essersi spiegato ancora abbastanza, di non aver saputo esprimere efficacemente come, quanto l’amava. Voleva ripeterle che si sentiva consumato, divorato dentro dalla brama di appartenerle, di consacrarle tutti i suoi pensieri, tutto il suo tempo, di darsi interamente e con tutta l’anima a lei. Non riesciva neanche più a comprendere come avesse potuto viver lontano!... Pensava che avrebbero poi fatto bene, a suo tempo, a ritirarsi in campagna, in qualche luogo appartato, remoto, ove però vi fosse modo di adoperarsi anche un poco in altrui servizio e vantaggio. Del resto si rimetteva, si affidava in lei pienamente. Stava in lei il decidere. D’ora in poi ella doveva comandare, egli ubbidire. E seguitando a dichiarare il suo amore, cercava di rannodare alla meglio i pensieri, i casi della vita passata con l’insperata fortuna presente: dando o chiedendo timidamente spiegazioni di parole, d’atti, d’inezie rimaste oscure e dimenticate, e che ora rinascevano, si ravvivavano a furia. Egli veniva mettendo tra mezzo alle sue frasi, quasi inconsapevolmente, qualche soavissimo nome d’amore; e, quando il cuore provava troppo più che non potesse esprimere, le baciava le mani, le gote, i capelli.

Liana commossa, sopraffatta, rispondeva sommessamente come per non essere udita da chi era fuori; non ricambiava le carezze, ma non le sfuggiva e non faceva alcuna forza per tener lontano l’amante.

Di repente ella gli si svincolò dalle braccia con un gemito sordo, con un moto convulso di tutte le membra; poi, chinato il capo, si strinse le tempie fra le palme e rimase alcuni istanti come presa da timor panico, incapace d’articolare parola.

— Che c’è? — domandò Massimo, turbato. — Che cos’hai? Cos’hai visto?

— Niente — rispose Liana. — M’è venuto un capogiro... Cioè no, è stato un abbaglio: ho creduto di vedere comparire un uomo allo sportello, e non c’è nessuno. Non è vero? Non c’è nessuno.

Massimo si sporse, guardò, crollò il capo. Tacquero tutti e due. Dopo un poco Liana aperse le labbra con impeto, poi si contenne.

— Liana? — disse il giovane, con maggior passione che mai.

Ella esitò un istante, e ripetè piano:

— Non c’è nessuno, e non ci può esser nessuno: la persona che ho creduto di vedere, non è più di questo mondo.

Massimo aspettava ch’ella si spiegasse; ma ella pareva non potesse aggiunger parola.

Nel silenzio s’udiva una voce alta e sforzata al possibile:

La luna lisi, fa bel camminare È questa l’ora di rubar li doni; Rubar li doni non si chiama ladro, Si chiama cavalier di buon soldati.

D’improvviso la carrozza si fermò. In quel punto la strada maestra era raggiunta da un’altra che moveva direttamente da una cascina lontana un cento passi. Il lume del crepuscolo fece vedere a Massimo e a Liana un uomo ritto al bivio, con uno schioppo lungo come una pertica ad armacollo.

— Chi viva? — gridò costui.

— Viva il Re! — rispose Devalle.

— Già — ripigliò l’uomo: — viva il Re! Adesso gridano: viva il Re anche quelli che la settimana passata gridavano: viva la Repubblica.

Massimo saltò a terra.

— Cosa c’è? — domandò. — Cosa volete?

— Di qui non si passa, senza il permesso dei superiori.

— E chi sono i tuoi superiori?

Colui, invece di rispondere, cacciò un fischio. Nella cascina si levò un ronzìo come in un nido di calabroni. Cinque, sei, otto ombre nere sbucarono dal portone, arrivarono correndo alla maledetta.

Massimo accennò prestamente ai suoi di serrarsi alla carrozza.

— Cosa c’è? — domandò a quel dello schioppo, una specie di frate, con le maniche rimboccate fino al gomito, la tonaca tirata su, e un antico spadone al fianco.

— Giacobini che scappano — rispose l’altro.

— Ma non vedi che vado verso Torino?! — esclamò Massimo.

Si sentiva bollire il sangue nelle vene; si pentiva già amaramente di non aver presa una risoluzione rapida, immediata. Bisognava slanciarsi sull’uomo di piantone, senza lasciargli fare un sol gesto, afferrarlo per il collo, atterrarlo, imbavagliarlo, e tirare di lungo. E anche adesso, se fosse stato solo...

Girò l’occhio intorno, mordendosi il dito: i briganti erano almeno una trentina, e ne comparivano altri che parevano balzar di sotterra.

Un brutto figuro vestito di rosso, con un gran tricorno di sotto al quale uscivano i capi d’un cencio che gli fasciava le tempie, si accostò a Massimo e lo pregò, con fare sdolcinato, di pazientare un pochino, e l’accertava che l’indugio non sarebbe stato lungo. Gli altri si misero a ridere sguaiatamente.