La bufera

Part 34

Chapter 34816 wordsPublic domain

Il figuro intonò un suo turpe ritornello; e subito alla sua voce s’accompagnarono parecchie altre. Poi si gridò:

— Il maggiore! Il maggiore!

Il maggiore, un bell’uomo alto e ben fatto, era in grande uniforme da ulano, ma aveva in testa un berretto da notte; fumava una lunga pipa, e camminava a braccetto con un prete; lo seguiva una specie di guardia del corpo: sei o sette uomini, con lancie, spuntoni, e falci immanicate al rovescio.

— Senta — gli gridò Massimo da lontano, — sono stato fermato, trattenuto non so con che diritto... Mi faccia il piacere...

— Un momento — rispose molto garbatamente il maggiore: — mi favorisca il suo nome.

— Sono il conte Claris, e vado a Torino per...

— Scusi, il conte Claris è in Francia. Lo so di sicuro.

— Ma io sono suo figlio...

— È vero! — esclamò il prete che stava accanto al maggiore. — E io che non lo riconoscevo! È perchè ha la voce un pochino alterata. Sono io, sor contino, sono don Macari.

— Meno male! — ripigliò Massimo. — Sa che è una bella storia, questa! Mi raccomando a lei.

— Si figuri!

E il prete si voltò verso il maggiore, che mostrò d’assentire con un cenno. Massimo ringraziò don Macari, salutò, si ricacciò nel legno. I cavalli si mossero.

— I miei ossequi all’illustrissima signora contessa — aggiunse ancora il prete.

— È lì anche lei — susurrò una voce: — è lì dentro rimpiattata in un angolo.

— Ohe! ohe! — gridò più di uno. — Bisogna vedere, bisogna vedere... Alto! Alto là!

Liana afferrò il braccio di Massimo, glielo serrò forte:

— Siamo perduti! — mormorò. — Sei armato. Promettimi, giurami di non lasciarmi diventar preda di costoro...

— Silenzio! Coraggio! — rispose il giovane con i denti stretti.

— La lanterna! — ordinò il maggiore. — Su, alzate la lanterna!

Un raggio insolente ferì Liana dirittamente nel viso.

— Avanti! — urlò Massimo. — Devalle avanti, per Dio!

S’udirono battimani, voci e risa beffarde. In quel momento i cavalli staccati, bastonati, punzecchiati, trottavano pesantemente, l’un dietro l’altro, verso la cascina.

— Massimo! Massimo! — supplicava Liana raccapricciando. — Non lasciarmi cader nelle loro mani. Non voglio. Pensa!... Massimo, viva no in quelle mani, viva no! Sono tua, uccidimi tu. Moriamo insieme.

E gli si stringeva sempre più addosso; egli la respingeva inconsapevolmente per guardar da una parte, per guardare dall’altra, quasi sperasse di scorgere un rifugio, un asilo, una via aperta alla fuga per virtù di un miracolo. A un tratto tornò a urlare:

— Devalle! Alesso, Giberto, Barbero, aiuto, per Cristo!

Ed ecco il legno urtato, spinto, trascinato avanti di qualche passo. Eccolo di nuovo arrestato. Ecco correre all’intorno un calpestio furibondo, un’agitazione frenetica di corpi; e urli, rantoli, gemiti, bestemmie: voci e strepiti d’uomini ferocemente alle prese. Massimo, quasi fuori di sè, volle buttarsi giù a corpo perduto. Non potè aprire, non potè smontare. Cacciò fuori le pistole, imprecando, fremendo, digrignando: aveva in pugno la vita di due uomini, ma eran tanti! eran tanti!

Ricadde seduto. Liana, con le mani giunte dinanzi alle labbra, ripeteva sempre:

— Moriamo anche noi, moriamo anche noi...

— Prega! — rispose il giovane.

— Il cocchiere! Il cocchiere! — Si vociava al di fuori. — Il signor conte ha chiamato il cocchiere!

Una cosa rotonda, scarmigliata, grondante cadde nel legno.

Liana gettò un grido terribile; risposero sconcie parole, sconcie risate.

— La giacobina! La giacobinetta! Fuori, fuori! Giù la giacobina!

I due sportelli furono aperti con impeto; mani violente ed oscene abbrancarono la giovane signora per i piedi, per le gambe, per le vesti.

Ella si avvinghiò a Massimo alla disperata.

Egli ruggì:

— Andiamo!

E per due volte, la carrozza s’empì di fiamma, di fragore, di fumo.

Una pura, ridente, splendida aurora. Non una nuvola in alto; appena un roseo, leggierissimo velo di vapori fermo a mezz’aria, lungo il corso del Po.

Stefano Bechio, uscito da Torino quella notte, fuggiva come avesse i panduri alle spalle. Soffiava come un istrice, era senza cappello, e levava e rimetteva un parruccone arruffato, color biondo-lino. Si soffermava pure ogni tanto, per guardare indietro con quei suoi occhi sgranati, non esprimenti una perfetta lucidità cerebrale; per minacciare, scotendo rabbiosamente il dito, or Torino invisibile, ora il real castello di Moncalieri, ritto sulla falda, vestita di case e di torri.

Subitamente, passata una curva, si vide dinanzi un legno sconquassato, inzaccherato e piegato fortemente sur un fianco; intorno intorno il terreno era tutto orme e traccie sanguigne. Più oltre si vedevano forme umane abbandonate e giacenti.

— Alla larga! — brontolò lo speziale, saltando nel campo.

Fatti due o tre passi, si fermò, aguzzò l’occhio da cui tralucevano insieme la curiosità e il terrore; e invece di allontanarsi, si approssimò pian pianino. Intravvedeva due altri corpi irrigiditi sui cuscini.

— Uh! — fec’egli — stecchiti anche questi. Tutti morti! Tutti morti!

Non osando toccarli, si protese: non distingueva le fattezze di Liana sotto il fiume dei capelli disciolti; inopinatamente raffigurò il contino.

— Ah! — esclamò chinandosi, mettendogli il viso sul viso con uno stralunamento d’occhiacci rotanti: — Viva la Libertà!

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.