La bufera

Part 32

Chapter 323,757 wordsPublic domain

Ma in quell’istante Massimo fu come percosso da una forza subitanea ed impetuosa, e insieme assordato da uno strepito orrendo, simile al frangersi d’un immenso cristallo; una schizzata di fuoco, di terra, di ferro, di ciottoli volò stridendo sopra la sua testa. Saltò su quasi senza volerlo e si gettò contro il muro. Piovevano a scroscio calcinacci, scheggie e rottami; d’innanzi a lui, dal fumo crasso, dal polverìo denso uscivano gemiti, voci lamentose, grida soffocate. Gli tornò a mente sua madre e prese a correre verso casa.

Il frastuono continuava. L’Angelo della morte continuava a svolazzar per le strade all’impazzata. Davanti alla chiesa di San Filippo, una palla da cannone cadde stanca vicino a Massimo, e rimbalzando andò a colpir nelle reni un povero operaio.

Adesso il giovane andava innanzi senz’ombra di paura; provava il compiacimento ineffabile dell’uomo uscito illeso da un gran pericolo; si sentiva sano, vigoroso, invulnerabile; gli pareva quasi di esser rinato.

Giunto al palazzo, trovò la contessa nell’atrio, in accappatoio, in pianelle, che domandava e ridomandava affannosamente di lui ai servitori sbalorditi.

Alle cinque il bombardamento restò. Massimo e la contessa, seduti in sala sul sofà, si riscossero e si guardarono in viso.

— Un armistizio! — esclamò il giovane, movendosi verso l’uscio. — Forse una tregua.

— Aspetta! — disse la contessa, con accento supplice. — Non lasciarmi più. Manderemo qualcuno a vedere.

E suonò il campanello.

Il maestro di casa, che si presentò subito, ricevette l’ordine d’andare a prendere ragguagli circa quanto accadeva.

— Dovrò andare in piazza Castello — osservò Gringia; — forse fino al palazzo di Città.

— Va dove vuoi — rispose Massimo; — ma fa di tornare con notizie chiare, precise.

Passò un’ora. Massimo ogni tanto si affacciava al terrazzino; sentiva un ronzìo lontano che indicava un certo movimento; abbasso giravano coppie e brigatelle di soldati stranieri, e grossi branchi di villani; i cittadini andavano diritto per la loro strada, e nell’andatura di più d’uno si vedeva facilmente un non so che di stanco e di spaurito.

La contessa suonò di nuovo. Comparve un altro servitore, ed a questo ella ordinò di scendere e d’andare un po’ attorno, senza allontanarsi troppo dal palazzo.

— Tornerai fra un quarto d’ora, fra mezz’ora al più tardi, e ci dirai quel che avrai visto e sentito.

Mezz’ora dopo l’uomo venne a riferire che la gente lavorava a riparare i danni fatti dai proiettili alle case, ai palazzi, alle chiese, ed a combattere il fuoco, che serpeggiava qua e là; impresa tutt’altro che facile, perchè quel birbante di Fiorella aveva fatto portare in Cittadella le trombe idrauliche, le scale portatili, le secchie di cuoio, tutto quanto insomma serviva a spegnere gl’incendi.

Intanto russi ed austriaci cominciavano a far i prepotenti: volevano pane, vino, carne, riso, grano, fieno, biada; entravano nelle case e nelle botteghe e si servivano senza metter mano alla borsa. Gli straccioni e gli scamiciati rubavano scopertamente senza suggezione di alcuno.

— Sa, signora contessa, di che cosa ho paura? — si arrischiò a conchiudere il buon servitore: — che tutti costoro finiscano per sgraffignare ancora quel poco che gli altri ci hanno lasciato.

Alle otto e tre quarti arrivò il cavaliere Mazel molto brutto e tutto disfatto. Cospetto! non gli era riuscito di chiudere un occhio in tutta la notte, non a cagione degli spari, oibò! ma per un’emicrania, un dolore vivo e lancinante che gli occupava metà della testa. Non reggendosi in piedi, non aveva potuto venire subito al palazzo, come sarebbe stato suo sacro dovere.

Raccontò poi, dopo un poco, che nell’uscir di casa s’era imbattuto in due robusti mascalzoni avvolti in un palandrano e con un berretto di cuoio in capo; i quali, chiedendogli l’uno l’ora, l’altro una presa, gli avevano poste le mani ai taschini, privandolo a un tempo della tabacchiera, della ripetizione e di tutti i gingilli.

— Non so capacitarmi — diceva, — mi pare impossibile che fossero tedeschi. Sarebbe grave. Li credo francesi, piuttosto, due francesi travestiti.

Il marchese Violant venne a mezza mattina.

— Non posso fermarmi — diss’egli, soffiando. — Son qui per dirvi di viver tranquilli. So da fonte sicura che Suwarow ha fatto scrivere di buon inchiostro a Fiorella, dal principe Gortschakoff. La lettera suona press’a poco così: «Ah! voi minacciate di voler ridurre in cenere la città? Ah! voi volete far cadere sopra cittadini pacifici le conseguenze di un combattimento al quale non parteciparono? Ebbene se voi, contro tutte le costumanze delle nazioni civili, continuate a bombardare, io vi avverto, caro il mio signor generale, che ne soffriranno i francesi fatti prigionieri. Io li schiererò tutti di fronte alla spianata della Cittadella e ve li lascierò per tutto il tempo che continuerete a far fuoco. Lascio poi al vostro giudizio di valutare l’impressione che il vostro contegno produrrà sui popoli, ai quali i francesi promettono protezione e fraternità». Bene, eh? Questo si chiama parlare. Diavolo! Bisogna vedere quel che hanno sofferto la pubblica torre e certe chiese e certi palazzi; sentir quanti sono i morti, i feriti, gli stroppiati! Basta, domani alle dieci si canterà un _Te Deum_ a San Giovanni con l’intervento di tutti i Corpi sì regolari, che secolari, del Corpo Reale dei volontari, eccetera, eccetera. Poi pranzo di gala, serata di gala al Teatro Regio, salve di gioia intorno alle mura... Presto i cavalieri di Malta andranno a far visita a Suwarow, e sarebbe bene che tutti i nobili... Insomma vedremo, riparleremo, in qualche modo faremo. Intanto su via, allegri! allegri!

Il maestro di casa non tornò che verso mezzodì. Venne dinanzi ai padroni tutto mortificato e compunto, con un abito nero non tagliato al suo dosso, e senza fibbie alle scarpe. Trovandosi fuori, aveva pensato d’andar a vedere se non era accaduto niente ad una sua sorella che abitava in fondo alla contrada de’ Guardinfanti. Ma a un dato punto tre casacche bianche e due mantelli rossi, sbucati da una bettola, gli si erano avventati contro, ingiungendogli di scoprirsi. Poi gridandogli nelle orecchie: — Porche tosate, ti star giacobine! — e levandogli di dosso chi una cosa, chi un’altra, per poco non l’avevano lasciato in camicia.

Nel pomeriggio la città prese l’aspetto degli altri giorni. Il droghiere, il vermicellaio, la modista, che stavano dirimpetto al palazzo, aprirono pian pianino le loro botteghe. Non si udivano più grida, nè rumori violenti. Nella strada passavano carrozze, portantine, gente affaccendata e signori a diporto.

Massimo indusse sua madre a prendere un po’ di riposo; intanto egli uscì. Bramava di persuadersi vie meglio che le cose erano veramente cambiate.

Sulle cantonate i nuovi affissi coprivano già largamente i rimasugli dei vecchi. Il giovane si pose a leggerli prima distrattamente, poi con attenzione. V’era il manifesto col quale S. E. il signor conte Suwarow ristaurava il sistema di Governo dell’8 dicembre 1798 e creava un Consiglio Supremo. V’era l’ordine della città di Torino concernente l’illuminazione. Per parte poi del Comando austriaco, si ordinava: «al Capitano della sesta Compagnia, Battaglione primo della Guardia nazionale di comandare in suo nome a tutta la Guardia nazionale, di continuare il suo servizio in questa Capitale per mantenervi la tranquillità, e di accompagnare alla Municipalità tutti i Francesi che s’incontreranno, proteggendoli da ogni insulto».

Tutta questa roba aveva la data del giorno antecedente: 26 maggio; ma a lato v’erano parecchi fogli ancor più recenti. Massimo diede una rapida occhiata a due nuovi manifesti di Suwarow agli abitanti del Piemonte, l’uno pieno di lodi, d’incitamenti bellicosi e di promesse, l’altro riguardante provvedimenti diversi. Considerò invece i seguenti:

AVVISO AGLI ABITANTI DI QUESTA CITTÀ.

«Il Governo di Torino resta informato, e deve perciò annunziare agli abitanti della Città, che il nemico non farà più fuoco sopra di essa, che S. A. il Maresciallo Conte di Suwarow Kymniski per il bene dell’umanità ha consentito alla dimanda del Generale Francese di non attaccare la Cittadella dalla parte della Città, e per conseguenza gli abitanti devono essere in piena sicurezza, e si ordina pure a tutti gli artefici d’immediatamente aprire le loro botteghe, e ripigliare tranquillamente i loro lavori.

«Torino li 27 maggio 1799.

«LAVOOFF, _Colonnello di S. M. l’Imperatore delle Russie, e Cavaliere dei suoi Ordini militari_».

L’AMMINISTRAZIONE DELLA CITTÀ DI TORINO.

«Già alle ore dieci di questa mattina d’ordine dell’Illustrissimo signor Lavooff Colonnello di S. M. l’Imperatore delle Russie e Cavaliere dei suoi Ordini militari si è reso noto al Pubblico, che S. A. il Maresciallo Conte di Suwarow Kymniski aveva acconsentito di non attaccare la Cittadella dalla parte della Città; ora alle due dopo il mezzodì S. E. il Marchese di Chasteler ebbe la bontà di notificare, che viene d’essere segnata tra lui, e il Comandante Francese la convenzione, colla quale questi si sottomette di non più far fuoco verso la Città.

«L’Amministrazione della Città di Torino nell’annunziare questa fausta nuova ai Torinesi, fa loro osservare che questa segnalata prova d’affezione ai Piemontesi costerà alla brava Armata Austro-Russa maggior tempo, maggiori difficoltà, e maggior sangue per potersi impadronire della Cittadella, e che li sentimenti di riconoscenza devono essere proporzionati a un tanto e sì raro benefizio.

«L’Amministrazione stessa invita di nuovo gli artefici e negozianti a riaprire con confidenza le loro botteghe, e a riassumere li soliti loro lavori; e si persuade, che dopo le prese misure all’oggetto di assicurare la pubblica tranquillità, se ne farà ognuno un premuroso dovere per non incorrere coll’oprare altrimenti nella ben meritata indegnazione del Generale.

«Torino li 27 maggio 1799.

«BONVICINO _degli Amministratori dell’Illustrissima Città_.

«FRANCHI, _Segr. agg._».

LA CITTÀ DI TORINO.

«D’ordine di S. A. il signor Conte di Suwarow Kymniski Generale in Capo dell’Armata Austro-Russa si comanda a tutti gl’individui componenti la Massa Cristiana comandata dal signor Maggiore Branda de Lucioni, ed altri Contadini, che si ritrovano in questa Città armati, ed oziosi, di uscire da detta Città prima di mezzogiorno, e portarsi li primi nel luogo di Pecetto loro quartiere, e gli altri restituirsi alle loro rispettive case, ed in caso contrario saranno arrestati, e tutti coloro, che si permetteranno insulti agli abitanti, o tenteranno di saccheggiare, od introdursi nelle case, saranno senza formale procedimento fucilati.

«Si ordina pure a tutti gli abitanti, eccettuati li Pichetti, che restano al loro posto, e Corpi di Guardia Nazionale, di restare alle loro case, e non uscire armati per evitare uno spiacevole arresto dalle pattuglie di cavalleria, e fanteria, che scorrono la Città per mantenere la tranquillità e sicurezza.

«Dal Palazzo di Città li 27 maggio 1799.

«CONTE DELLA VILLA, _Amministratore_.

«FRANCHI, _Segr. agg._».

LA CITTÀ DI TORINO.

«D’ordine di S. A. il signor Conte di Suwarow Kymniski Generale in Capo dell’Armata Austro-Russa intima a tutti gli abitanti di questa Città, che hanno ricoverati Francesi di qualunque sorta nelle loro case, di darne avviso all’Ufficio di Pulizia fra ore tre dopo la pubblicazione del presente, sotto pena del saccheggio delle loro case.

«Dal Palazzo di Città li 27 maggio 1799.

«BONVICINO, _Amministratore_.

«FRANCHI, _Segr. agg._».

— In complesso — disse Massimo tra sè, quand’ebbe finito di leggere, — le cose si mettono bene. Ci resta a espugnar la Cittadella. Sta bene, all’occorrenza darò anch’io una mano, ma prima... Oh! prima...

E tornando verso il palazzo, sporgeva innanzi il labbro inferiore, e tentennava il capo ogni tantino, come chi sta pensando e discutendo fra sè stesso un importante disegno.

Giunto nel suo quartierino, staccò dalla parete, esaminò e caricò accuratamente i due _Kuchenreuter_, le sue pistole predilette; poi, lasciandole sul cassettone, uscì di nuovo e andò nella scuderia. Accostatosi al cavallo che i francesi gli avevano dato in cambio di Frontino, vide che essendo stato in riposo e ben pasciuto nei giorni passati a Pianezza, mostrava il fianco assai tondo, il pelo lucido e liscio, e pareva gli fosse entrato addosso un certo brio, che prima proprio non aveva.

— Non sei Frontino — diceva Massimo, passandogli la mano sul collo e sulle spalle e battendolo leggermente, mentre l’animale abbassava le orecchie, scrollava la testa e faceva l’atto di mordicchiare. — Non sei Frontino, e non gli somiglierai mai, povera bestia, ma pazienza! portami dove voglio andare domani, e saremo amici in eterno. — Volgendosi poi allo stalliere, soggiunse: — E tu non lasciargli mancar niente, fa che abbia da mangiare quanto vuole; e vedi anche come gli stiano i ferri.

Mezz’ora dopo, uscendo dalle sue stanze, la contessa trovò suo figlio che camminava innanzi e indietro per la sala, serio e pensieroso.

— Non sei uscito? — diss’ella.

— Sì — rispose Massimo. — E lei ha riposato? Ha dormito?

— Ho dormito quasi due ore e mi sento bene, mi sento tutta rinvigorita. Dunque, sentiamo, che cosa hai visto?

Massimo riferì in compendio quanto aveva letto negli affissi, poi continuò infervorandosi a poco a poco:

— Insomma, presto tutto sarà accomodato, e può darsi che i dispiaceri si volgano in allegrezza. Sarebbe tempo. Facciamo i conti: siamo nel ’99, i francesi hanno cominciato a vessarci nel ’92: sett’anni e parecchi mesi. Finalmente se ne sono andati. Non tengono più che questa benedetta Cittadella; un osso duro a rodere, ma non importa, ne verremo a capo o prima o poi. Si apriranno le trincee, si cominceranno gli approcci... Io vedo già una bella prima parallela da San Salvario a porta Susa, una seconda, una terza... Vedo già i russi coi grandi elmi che copron le spalle, coi guanti lunghi a uncini, con le scale in pronto... Però bisognerà fare il possibile per facilitare loro l’impresa; trovar buoni lavoratori per i trasporti di terra, per gli scavi... Le pare?

La contessa, ritta in mezzo alla sala, stava attenta per veder dove andasse a parare; quel calore, quell’entusiasmo le sembravano leggermente fittizi.

— Anzi — ripigliò Massimo, componendo il volto a un mezzo sorriso: — stavo appunto pensando se non fosse opportuno d’andare domani fino a Robelletta, e tornar doman l’altro con una buona squadra di contadini volenterosi, muniti di vanghe, zappe, picconi. Se ne potrebbero far venire alcuni anche dalla Florita. Sarebbe dare il buon esempio... Son certo che presto si pubblicheranno inviti, circolari...

— E naturalmente — disse la contessa sottovoce — darai una scappata anche a Murello?

Massimo arrossì, esitò un istante, poi ruppe in una furia di gesti scomposti.

— Ebbene sì. Andrò anche a Murello. Non so più niente da tanti giorni. Son tribolato da troppe paure. Ho un bel volermi persuadere che Liana... che la signora Ughes sta bene, che non le è accaduto nulla di sinistro, non ci riesco. Sarà un’idea mia, sarà una immaginazione, ma... Santo Dio! dopo tutto questo trambusto... E avrei tanto bisogno di un po’ di pace! Lei lo sa, lei lo vede, lei che mi vuol bene. Non è vero che mi vuol bene? Signora madre, permette, acconsente che io vada? Guardi, mamma, ho sofferto abbastanza, ho sofferto abbastanza!

La contessa aveva posato una mano sulla spalliera di un seggiolone, e la stringeva nervosamente, come per prender vigore e preparare la risposta. Pareva volesse pur soffocare qualche cosa che le si ribellava nel petto.

Massimo la guardava fisso, studiando la sua fisonomia, cercando leggervi anticipatamente quello che ella stava per dire.

— Vieni qui — disse la contessa, dopo un momento di silenzio. — Dimmi: tornerai presto?

— Subito — rispose Massimo, con quel respiro che vien prodotto dal batticuore, — subito; glielo prometto.

— Dio dunque vi benedica e vi renda felici... Ma adesso non parlarmene più, te ne prego; non parliamo più di questo.

XXXII.

Non parliamo più di questo.....

E Massimo ossequente, timoroso, non osò quasi aprir bocca in tutta la sera. Andò a letto presto; dormì poco e si alzò all’alba, deciso di mettersi senza indugio in cammino. Nell’atto in cui adattava nelle fonde della cintura le sue pistole, gli parve di non essersi congedato abbastanza affettuosamente da sua madre; ne sentì rimorso; pensò che sarebbe stato bene rinnovarle la promessa di tornare senza fallo il giorno appresso, e... domandarle anche, arditamente, se non fosse il caso d’indurre l’avvocato Oliveri a venire subito con la figlia in città.

— Qualche cosa dovrà rispondere — diceva egli tra sè. — E forse forse verrò a conoscere che cosa ha voluto dire con quel suo: Dio vi benedica...

Egli aveva meditato tanto quella notte, su quelle parole: «Dio vi benedica e vi renda felici!» Che cosa potevano significare?... Che la contessa si arrendeva, si piegava, lo lasciava libero di star con Liana; che non intendeva più di frapporre ostacoli alla loro unione, anzi augurava loro ogni prosperità... Il senso della frase era questo; ma riafferrando l’atto, la voce, lo sguardo con cui era stata pronunziata, si sentiva cader dal cielo e sprofondare nel dubbio. Era dunque un destino? Egli non sarebbe proprio mai arrivato nè a comprendere, nè a farsi comprendere in questo mondo indiavolato?...

Battè i piedi con impazienza: per parlar con la contessa, bisognava aspettare che si fosse svegliata... Essa era andata a letto stanca, spossata; chi sa fino a che ora avrebbe dormito! Come impiegar questo tempo? Come vincere l’inquietudine che lo torturava? E se in quel mentre Liana fosse in pericolo? Che pericolo? Ne vedeva tanti, ne vedeva troppi, era uno sgomento, una scurità, una cosa orrenda a pensarci!

Passeggiò un poco, triste e scontento; poi tornò a battere i piedi, e uscì in cortile per dar un’occhiata al cavallo. Il cavallo era in punto; con un salto fu in sella, e alcuni minuti dopo era a porta Nuova. Là egli dovette fermarsi per lasciar entrare una lunga, esotica schiera di fanti, preceduta da tamburi e da pifferi, seguita da una specie di ospedal volante, e da un guazzabuglio di bagagli, vivandiere, animali, monelli.

Un colpo di canna ch’egli vide piombar sulle spalle di un tenente, lo sdegnò per modo che, rivolgendosi al comandante percussore, gli disse in faccia, a tutta voce, che le bastonate si davano ai cani e non agli ufficiali d’onore. Colui non intese o non volle intendere, e tirò via senza rispondere.

Uscito all’aperto, Massimo s’accorse subito che non avrebbe potuto nè riposar l’animo, nè ricreare la vista. Il suo occhio veniva ad ogni momento rattristato da oggetti dolorosi. Più qua e più là, nei campi che non imbiondivano ancora, si vedevano branchi di cavalli pascenti. Squadriglie di cosacchi barbuti, con le lancie attaccate dietro le spalle, andavano attorno, unicamente intenti a frugare, a razzolare, a carpire. Le cascine avevano un aspetto desolato e silenzioso, quasi fossero tutte vuote di abitatori; le ville, le case padronali mostravano gli usci sforzati o sconficcati, le imposte sgangherate o pendenti, le invetriate rotte; ogni cosa guasta, fracassata dalla soldatesca o dai briganti che le avevano invase e spogliate.

Dov’era gente, ivi erano luridi cenci e miseria ammontata. Vecchi, donne, fanciulli alzavano i visi estenuati, e le mani scarne e tremanti verso il giovane, il quale raccapricciava pensando che, mentre quelli si rammaricavano e piagnucolavano accovacciati contro i muri delle loro casupole, altri a cui il digiuno aveva già levato le forze, morivano nell’interno lentamente di fame.

Massimo raccapricciava e soffriva; quel giorno la sensibilità dei suoi nervi era tanta e così squisita, che ogni minimo urto dato dalle cose esteriori, gli faceva fare lo sbalzo istintivo d’un uomo punto in una parte vitale. Mentre un pensiero fisso lo occupava tutto, lo travagliava di continuo, impressioni fugaci, sinistre, attraversavano a quando a quando il suo spirito, turbandolo e contristandolo.

Si fermò a Carignano sol quanto bastava per ristorarsi e per lasciar riposare il cavallo; poi si rimise in viaggio e per il Ceretto, Campagnino, Lombriasco, giunse ove doveva varcare il Po.

La chiatta si staccava in quel momento dall’altra riva.

— Ho già dato una voce — disse un uomo di mezza età, magro e cencioso, ritto accanto a un somarello carico di pentole, pentoli e pentolini. — Ho già dato una voce ed è là che viene.

Massimo scavalcò e aspettò stropicciando nervosamente la rena col piede.

— Lei — riprese il pentolaio, dopo averlo squadrato: — viene magari già dalla capitale, eh?

Il contino accennò di sì con la testa.

— Feste anche là, eh? — continuò l’altro. — Purchè la duri. La settimana passata la gente non ha fatto altro che correre incontro agli alemanni. Ne ho sentite delle campane! Ne ho visti degli stendardi, e dei San Rocchi, dei Sant’Antoni, dei San Giovanni in processione! Ma, dicevo io a quelli con cui parlavo, non sapete che gli alemanni vengono di fuorivia ed hanno un’altra religione? Cosa volete che ne facciano dei nostri santi, se non li conoscono? Se non rispettano nè i preti, nè la roba dei preti. Don Castagna, prevosto di Settimo, si lagnava con uno di questi generaloni che i corazzieri gli avessero rubata una pisside e pizzicata a fondo la serva. Ero presente, monsù, sa cosa ho sentito rispondere?... Vada, vada, reverendo, vada in chiesa, canti un _Te Deum_ e non mi rompa l’anima. Precise parole.

— Ohe! — fece il chiattajuolo, approdando, — sei qui, buona lana? Cosa ne facciamo dei tuoi cocci? Buttali in Po.

Massimo passò prestamente col cavallo sul tavolato; il pentolaio lo seguì. Il chiattajuolo, un vecchio nero e peloso come un caprone, con una guardatura di ribaldo matricolato, cominciò a manovrare; ripeteva sempre:

— Buttali in Po, buttali in Po.

— La solita cantilena! — esclamò il pentolaio.

— Non abbiamo più niente da metterci dentro!

— Colpa tua! Dovevi far salsiccia dei tanti francesi che hai pigliati e freddati.

— Non ho mai freddato nessuno in vita mia.

— Hum! Va là che i pesci del Po devono aver inghiottito dei gran bei bocconi; dì la verità!

— Guarda come parli, linguaccia! Non mi muovo mai di qui, cosa vuoi che io sappia? Son quindici giorni che non ho più visto francesi, e gli ultimi due... Oh questa te la voglio contar subito. Sai che il Po è stato grosso dal principio fin quasi alla metà di questo mese? Bene. Dunque tenevo qui per aiuto anche mio figlio. Una mattina, non era ancor giorno chiaro, Cecco mi dice: — Ehi! guardate un po’ là! — Mi volto, e vedo una barca che veniva giù, proprio nel filo. Saltiamo nella nostra; quattro remate e ci siamo. Da lontano pareva vuota, ma da vicino... Indovina un po’ cosa c’era?

— Su su, tira via.

— C’erano due uomini nudi come vermi, e inchiodati come due Cristi nel fondo; uno era già stecchito, l’altro boccheggiava come un barbio fuor d’acqua.

— Madonna! Due francesi, eh? E cos’hai fatto?

— Cosa vuoi che facessi? Se la barca fosse stata vuota l’avrei fermata, ma essendoci gente...

— Non ti sei voluto impicciare? Hai fatto benissimo. Non è vero, monsù?

Il contino, scuro in viso, guardava fissamente la riva che pareva venir loro incontro.

— La guerra è guerra! — riprese subito quel delle pentole. — Però che matti! Pensar che in fin dei conti si ammazzano per un po’ di terra. Andate là che n’avremo tutti quanto basta da coprirci, quando sarà tempo! Heheh! tre tappe: prima a Mortara, poi a Fossano, poi a Marsiglia: si muore, si va giù nella fossa, poi si marcisce. Dico bene, monsù?

Massimo aveva già pagato il passo, in un lampo fu in sella e prese, di mezzo galoppo, la via di Casalgrasso.