Part 31
Due o tre servitori, ch’erano nell’atrio, chiusero il portone senza aspettar l’ordine. S’udiva un urlìo, un rombazzo sguaiato e brutale che cresceva e si avvicinava.
Guardando verso il crocicchio, la contessa ed il cavaliere videro passare un gentiluomo con la spada nuda in mano, poi un domenicano con un crocifisso, poi una spingarda sur una carretta tirata da un asino, e dietro la torbida fiumana del contadiname ebbro di rabbia, di fanatismo, di vino.
Il ringorgo buttò una parte di costoro contro il palazzo; si attrupparono sotto il terrazzino, gridando tutti insieme che volevano far merenda. Erano armati in varie e strane guise, portavano abiti d’ogni foggia e d’ogni colore, avevano braccialetti, anelli, ciondoli, orecchini. Mazel osservò un pezzo d’omaccio, pieno di sudiciume e di strambelli, che si soffiava il naso in un gentilissimo fazzoletto guernito di trina.
La contessa, stomacata dall’odor di bestiame che saliva fino a lei, rientrò in sala; trovò il maestro di casa pallido e senza fiato, e gli ordinò di distribuir pane, vino, companatico dalle finestre terrene, senza aprire il portone. Quando si riaffacciò, una specie di porcaio aveva cacciato fuori un piffero e ne traeva di tanto in tanto qualche fischio; un gaglioffaccio, avvolto in un andrienne da gran dama, con un berretto da granatiere in capo ed un forcone in mano, gettava un grido, e tutti gli altri lo ripetevano saltando e facendo il chiasso:
— _Un saut per l’Imperator, ch’as farà sempre onor! — Un saut per i russi, ch’an levran prest dai crussi! — Un saut per la mort dii giacobin, ch’na faroma prest la fin! — Un saut per’l prevost, cha sarà sempre nost!_....
— Che fate, figliuoli? — gridò il cavalierino Di Capolea, giungendo sopra un muletto. — Non è qui che dovete stare: andate in piazza Castello, abbattete l’albero, poi chiedete e domandate, ci sarà d’ogni ben di Dio... Correte, correte!...
I contadini lo guardarono a bocca aperta, poi si mossero in frotta, e scantonarono schiamazzando.
— Tutto il mio rispetto, contessa — ripigliò Di Capolea, ridendo. — Come va, cavaliere?... Questi cialtroni di contadini non sanno far altro che rubare e mangiare. Ma l’affare cammina. Il maggior Meshco del settimo ussari, il luogotenente colonnello Ettingshausen d’Erdôdy, il conte di Neigper, l’aiutante Wukassovich, il capitano Veczey si sono messi alla testa dei diversi pelottoni di cavalleria ed hanno caricato magnificamente il nemico. Molti morti, molti prigionieri. Fiorella l’ha scampata bella. Parlo anche in rima, eh? Si figuri, contessa, ch’egli stava desinando al caffè Catlina, quel caffè che è sull’angolo dell’ultima casa della contrada di Santa Teresa. Vide passare i primi usseri a tutta briglia, poi li vide tornare subito indietro; allora lui via a gambe verso la Cittadella... Fece alzare i ponti e girare un pezzo in modo da spazzar la contrada. Ma noi passeremo ugualmente. Sentite, sentitelo che dispensa le sue grazie!... La divisione Kaim è già entrata tutta da porta Nuova..... Con permesso, contessa.
Alla cantonata, un personaggio in bianca assisa, con l’Ordine di Maria Teresa al collo, guardava intorno dubbioso; gli ufficiali del seguito, ben vestiti, ben armati, con dei bei cavalli sotto, discorrevano sommessamente.
— A destra, a destra! — esclamò Di Capolea, spronando verso di loro. — Voltare a destra, signori, per andare alla Cittadella, voltare a destra...
Mentre Mazel teneva lor dietro con l’occhio, la contessa rientrò di nuovo in sala e andò a gettarsi in una poltrona.
Alla vista del cavalierino, s’era fatto nella sua mente come un tumulto; il ricordo dell’assenza dei suoi, soffocato da tante sensazioni presenti, era ritornato distinto ed amaro.
— Il giorno della purificazione è venuto — pensava, coprendosi il viso con le mani: — rivedremo il nostro Re; tutto tornerà come prima, ma Annibale e Massimo saranno lontani, saranno ancor nelle mani dei nostri nemici, irritati dalle sconfitte, fatti spietati dalla bramosia di vendicarsi, di ricattarsi comunque sia. Chi sa che rappresaglie! Chi sa, chi sa come me li maltratteranno d’ora in poi!... A Grenoble!... Come può esser Grenoble?
Cercava d’immaginare, e non riusciva che a vedere una piccola città gelida e tetra, una specie di fortezza, oppressa da un cielo di piombo, perduta in una solitudine immensa e desolata....
E l’aria rimbombava sempre di grida, di colpi, di mille suoni lugubri e confusi. Ad ogni scoppio, nella sala e nelle stanze vicine tutto vibrava, tutto si scuoteva; i muri tremavano come percossi da un ariete invisibile.
All’improvviso Mazel balzò dentro: i suoi occhi brillavano, gesticolava come un burattino, tutta la sua persona esprimeva il desiderio cieco di far presto, presto, presto; spinse l’uscio che rispondeva nell’anticamera e scomparve.
La contessa si sentì rimescolare. Che cos’era accaduto? Che accadeva? Si mise attenta: udì il portone aprirsi e richiudersi. Suo fratello, forse? Il marchese che ritornava... No, no, no, sentiva bene che non era il marchese. Dunque chi?
Passarono alcuni minuti d’un’attesa acuta, indicibile; poi le venne all’orecchio uno stropiccio di piedi, e una voce...
— Diavolo! — diceva quella voce — com’è possibile che non abbiate ricevuto la mia lettera?
— Massimo! Massimo! — gridò la contessa, alzandosi precipitosamente. — Sono qui, sono qui, sono qui!
XXXI.
— Ma tuo padre... dove hai lasciato tuo padre? — disse la contessa a suo figlio, passato il primo sfogo di abbracciamenti e di lagrime.
Massimo rimase sbalordito: credeva il conte in casa, in un’altra stanza, stava appunto per domandare di lui. Quando Mazel gli ebbe raccontato, molto in succinto, quant’era accaduto, si battè con la palma la fronte.
— Ora capisco! — esclamò. — Ma da uomo d’onore non sapevo nulla. Se mi fosse balenato in mente che mio padre poteva essere fra i così detti ostaggi, mi sarei condotto diversamente. Povera mamma, lei ci credeva insieme, eh?
La contessa fece di sì con la testa.
Il giovane stette un momento immobile come per raccogliere le idee, poi ripigliò:
— Dirò così in compendio quello che mi accadde, senza fermarmi su tutti i particolari... Dunque da Robelletta fui condotto a Torino, anzi diritto diritto in Cittadella. Quando si giunse era notte avanzata. Smontato da cavallo fui chiuso in una stanzetta terrena nel palazzo del comandante, e lasciato con un lumicino. Dopo pochi minuti entrò un ussero, un ufficialetto pallido e bruno, il quale mi domandò seccamente perchè avessi fatto tardi; poi, senza aspettar la risposta, mi disse che dovevo dispormi a ripartire subito per raggiungere il grosso dei deportati già in cammino. Passò mezz’ora, un’ora, forse più: l’uscio si riaprì, l’ufficiale ricomparve e mi accennò di seguirlo. Trovai sul piazzale, dinanzi al mastio, un piccolo drappello ordinato in battaglia su due file. Montato anch’io a cavallo, sentii che non avevo più sotto il mio Frontino... In quel momento mi si indebolì l’anima, mi parve d’essere già lontano lontano, tutto solo... Una sciocchezza, ma non bisogna che ci pensi... Povero Frontino! Quello si chiamava cavallo! Non ne avrò più un altro che lo valga... Basta, lasciamo questo. Si venne alla porta di soccorso, si uscì alla campagna, procedendo verso Rivoli. Una invincibile tristezza mi mangiava vivo, ma neppure _messieurs les hussards_ non erano allegri: si sentivano in paese nemico; infatti, a giorno chiaro, quando ebbi veduto come li guatavano i campagnuoli ed i viandanti che si venivano incontrando, compresi che avevano ragione di star in guardia. Giunti a Rivoli, si seppe dal maestro di posta che la comitiva degli ostaggi aveva già continuato la sua via. Me l’aspettavo, ma l’ufficialetto diede in escandescenze, inveì di nuovo contro di me, giurando che non sarebbe andato oltre Avigliana, che là avrebbe provvisto lui a modo suo, eccetera, eccetera... Forse non diceva così che per sfogarsi e per farmi un po’ di paura. Io feci come se non intendessi nè il francese, nè l’italiano infrancesato, e me ne stetti in silenzio. Dopo aver messo sottosopra la casa, l’ammazzasette ordinò la partenza. Le strade erano quasi deserte, ma quando fummo per uscir dall’abitato, ci trovammo chiuso il passo da un attruppamento di gente varia di età e di sesso, che pareva starsene lì in ozio. Alle intimazioni che venivano fatte di aprirsi, di dar luogo, si rispondeva con baie, con qualche risata, e nessuno si moveva. L’uffiziale non sapeva che partito prendere; guardandolo, pensavo che ne’ suoi panni mi sarei trovato anche più impacciato di lui. Che fare? Adoperar la forza, cioè buttarsi avanti e rompere e rovesciare, era cosa piena di pericolo: nella folla c’era un numero considerevole d’uomini; armi propriamente non ne portavano in vista, ma potevano averne sotto, e a un bel momento mettersi a lavorar coi coltelli e con gli stili. Indietreggiare non si doveva, e star fermi neppure: l’immobilità e l’irrisolutezza potevano sembrare paura. Oltre a ciò i soldati cominciavano a disordinarsi, a sparpagliarsi, a trovarsi in certo modo a discrezione della turba. Io non avevo più accanto che un sott’ufficiale, un veterano con un grosso codino grigio, con due palle di moschetto appese alle _cadenettes_; mi guardava in cagnesco, e vi fu un momento in cui credetti ch’egli avesse l’istruzione di bruciarmi le cervella senza cerimonie, perchè lo vidi abbassar pianamente la mano sulla fonda... Formavo il centro d’un gruppo di giovanotti che, senza proferir parola, s’ingegnavano di spingere il mio cavallo verso l’imboccatura d’una stradicciuola che era lì presso... Vi arrivai; chi si tirò indietro da una parte, chi dall’altra, ed io mi trovai libero affatto.
— Prenda a mancina; dopo gli orti, troverà i campi. — Si ficchi nel bosco. — Scappi, scappi! — Buon viaggio, monsù. — Grazie tante, figliuoli, ci rivedremo a miglior tempo.
Può immaginare, signora madre, come lavorai di sproni! Cinque minuti prima non avevo neppur l’ombra d’una speranza di uscir da quell’unghie!... Quando mi parve d’esser lontano abbastanza, rallentai il corso, e cominciai a fare i miei conti. Per tagliar corto, pensai d’indirizzarmi verso Pianezza e ricoverarmi nella villa del barone Avenati, che è ancora nostro parente e uomo dabbene, benchè passi per matto. Non sapevo così su due piedi trovar luogo nè migliore, nè più sicuro... Dopo cortesi, ma brevi accoglienze, Avenati mi condusse a vedere la sua collezione di mosconi, di bacherozzi, di scarafaggi; poi, sentiti i miei casi, mi mostrò con molte parole che assolutamente non mi conveniva tornare a Torino, dove chi mi voleva male avrebbe con facilità potuto trovarmi ed emendare il colpo fallito: — Sta qui con me; andremo a caccia d’insetti, t’insegnerò la storia naturale, e ci guadagnerai un tanto, capisci. Scrivi subito ai tuoi, penso io a far ricapitare. — Io scrissi e gli diedi la lettera: scommetto che l’ha ancora in tasca! Può pensare in quale agitazione mi trovai poi. Non sapevo più nulla dei miei, nè di nessuno. Le notizie che giungevano alla villa erano fatte da chi le portava sempre così fantastiche, e con tante favole tra mezzo che non potevo in esse distinguere cosa buona. Or mi risolvevo di venire in città di nascosto, travestito; or di muovere incontro agli austro-russi... Ma il barone, con buone maniere, seppe sempre tormi giù da ogni risoluzione. Intanto nelle campagne cresceva il rumore; ed alla fine la vanguardia di Rosenberg, comandata da Bagration, arrivò da Montanaro, e per Caselle e Pianezza, si spinse fino a Rivoli. Mi mossi anch’io. Ieri vidi piantar le batterie contro porta Nuova e contro porta Susina... Ed oggi sono qui.
La contessa alzò in viso al figlio gli occhi luccicanti, e gli stese la mano.
Il giovane la baciò teneramente, la strinse tra le sue.
— Bisogna farsi animo, signora madre — diceva. — Vede che son pur ritornato: ritornerà anche il babbo. Forse è più vicino che non si crede. Deve sapere che il marchese di Saint-André, il quale era pure tra gli ostaggi, è stato anche lui liberato sulla strada di Susa da alcuni galantuomini che avevano servito sotto i suoi ordini. Egli poi ha trovato il modo d’andar ad incontrare Suwarow a Castelnuovo di Scrivia... Quello che è seguìto al marchese ed a me, può essere seguìto ad altri. Dunque chi sa!... Si può sperare, no?
— Oh sì! — rispose la contessa. — Dio non nega favore alla giustizia.
— Ostaggi, ostaggi! — brontolava Mazel, che andava e veniva dal terrazzino, soffiandosi il naso a ogni momento. — Che ostaggi d’Egitto! Pegni, cioè. Ma ci può esser pegno dove non c’è fede? Sono ostaggi come quelli che predano i corsari d’Algeri, i pirati di Tunisi, i ladroni di mare, insomma; pegni di un riscatto, ecco. Ma adesso lo pagheremo in piombo, il riscatto; in piombo e in ferro, ma non in oro e nemmeno in argento. Cospettone!
Cominciava a farsi notte; ma nè la contessa, nè quelli che erano con lei, parevano avvedersi della semi-oscurità in cui era la sala, che in tutt’altro momento li avrebbe avvertiti di provvedersi d’un lume. A poco a poco i tiri erano divenuti meno frequenti; poi erano cessati affatto.
Entrava dal terrazzino l’aria fresca della sera, e un rumore cupo e continuato, ronzìo e calpestìo ad un tempo.
Ad un punto un servitore venne a posare una lucerna sur un tavolino, e intanto annunziò il marchesino Violant.
Questi non tardò a comparire pomposo e trionfante. Baciò rispettosamente la mano alla zia, salutò familiarmente il cavaliere e dette in un oh! di grandissima meraviglia vedendo il cugino; ma poi non si curò di chiedergli per qual prodigio si trovasse a Torino invece che a Grenoble. Domandò di suo padre, e inteso che o prima o poi doveva venire, si accomodò in un seggiolone.
— Sono stanco che non ne posso più — diss’egli. — Non per vantarmi, ma credo di aver cooperato anche un pochetto al buon esito delle cose. Sono io che ho aperto porta Palazzo in barba ai francesi. I quali non scherzavano, ve lo dico io. Le baionettate fioccavano. Un sergente della guardia nazionale, che mi prestava qualche aiuto, ne toccò una nel petto, ma per buona sorte forò solamente l’abito. Poi ho condotto sui bastioni e nel giardino reale il capitano Zundeler, per mostrargli dov’erano collocati i cannoni. Poi, tornato alla porta, ho avuto l’onore di abbracciare e baciare S. E. il marchese di Chasteler. C’erano anche il cavaliere Derossi ed alcuni altri signori. Di là siamo andati tutti all’Arsenale. Trecento ottantadue cannoni, quindici mortai, ventimila fucili, munizioni in abbondanza, ecco quel che abbiamo trovato, ecco quel che si può chiamare il nostro bottino di guerra.
In quella entrò il marchese. Si rallegrò vedendo suo figlio, trasecolò raffigurando il nipote.
— Insomma questo è il giorno dei portenti! — esclamò, stringendolo al seno. — Mi spiegherai poi come va questa faccenda. Ma non adesso, che non ho più testa.
Ascoltò però con gran compiacenza il racconto delle prodezze di Giacinto. Si vedeva che non capiva in sè dalla gioia.
— Oggi — diceva — è stato giorno di gloria per il Piemonte e per noi. E, se Dio vuole, sarà principio di gloria maggiore. Rimetteremo tutto nell’ordine antico. È finito il tempo in cui i religiosi si chiamavano _fanatici_, i ladri _patrioti_; in cui il disordine era _legge nuova_, il libertinaggio _libertà_, la miseria universale _uguaglianza_. Tutte le distinzioni, titoli, ordini, collegi e divise sono ristabilite sul piede in cui erano sotto il regno di S. M. il Re di Sardegna. La città di Torino s’intitolerà nuovamente contessa di Grugliasco e signora di Beinasco; piazza Castello non sarà più piazza Nazionale. Ho avuto il piacere di veder atterrare a furia di popolo il maledetto albero della Libertà e ridurre in pezzi il piedestallo, i trofei, le iscrizioni. Ho avuta la consolazione di veder l’ingresso di S. A. il signor conte Suwarow Kimniski, feld maresciallo di S. M. l’Imperatore Apostolico e di S. M. l’Imperatore di tutte le Russie, Gran Croce di tutti gli Ordini Militari, commendatore dell’Ordine di Malta, conte dei due Imperi, e Generale in capite delle Armate combinate. Aveva da una parte il principe Costantino, dall’altra il suo cappellano; era in grand’uniforme, con un caschetto di marrocchino verde ornato d’un bel pennacchio di penne di gallo; inforcava un cavallino tartaro la cui bardatura alla cosacca non vale uno scudo. S’inchinava a destra, s’inchinava a sinistra; e la gente parevan tutti matti, baciavano la spada, gli stivali, tutto quel che arrivavano; ho visto io una dama chinarsi in fretta, raccogliere ed involtare nel fazzoletto certa roba (scusate) che il cavallo perdeva alzando la coda. Suwarow andò diviato a San Giovanni. È là che ho potuto esaminarlo da vicino e con comodo. È un uomo che non m’arriva al petto, ma ha un braccio che dove tocca lascia il segno. E che gambe, anche! Gli occhi paiono carboncini accesi; il naso è corto, con un bitorzolino da una parte; la bocca larga come un forno, con tutti i suoi denti. Andò avanti come si accingesse a ballare, si buttò giù con la fronte a terra, si rialzò, corse all’altar maggiore, baciò e ribaciò la mensa. Poi, dopo aver pregato un buon poco, porse all’arcivescovo due cordoni dell’Ordine di Maria Teresa perchè li benedicesse, e ne diede graziosamente uno a Melas e l’altro a Chasteler.... Il maggiore Inglesio, che serve già da qualche tempo in qualità di volontario sotto di lui, mi narrava che per Suwarow ogni battaglia è una festa. Bisogna vederlo, pare un demonio scatenato, qualche volta si spoglia perfino in camicia e combatte agile e destro, con nastri, croci e patacche di brillanti sul petto. Mangia carne cruda; dorme sulla terra dei campi, o nudo nella paglia o nel fieno che fa ammucchiare in mezzo alla camera. Aborre gli specchi e si diverte a mandarli in frantumi. Sa armare, esercitare, ordinare, disciplinare a maraviglia i soldati; e si dice anche che faccia propinar veleno ai malati per disbrigarsene, ma via, questa mi pare un po’ grossa. Però, osservandolo, si capisce che è un tartaro, un mezzo selvaggio!
— Cos’importa? — esclamò Mazel. — Purchè mantenga la parola, e ci ristori di tutti i danni sofferti.
— A me basta ch’egli venga a rimetter sul trono il mio Re — disse magnanimamente Giacinto.
— Bravo! — ripigliò il marchese. — E adesso bisogna andare a casa. Ho invitato a cena il capitano Kapzermet del quinto Bannat, ed il luogotenente Benizki del settimo usseri. E poi dobbiamo far accendere i lumi, per Bacco! Non sapete? La città di Torino ha stabilito che per tre sere, a cominciar da questa, tutti gli abitanti debbano dimostrare il loro giubilo con l’illuminazione delle proprie case.
Infatti mentre Violant, Giacinto e Mazel prendevano congedo dalla contessa e da Massimo, s’udì sotto le finestre passar correndo una frotta d’uomini e una voce gridare:
— Fuori i lumi! fuori i lumi! Viva il Re! Morte ai giacobini!
I servitori, sotto la direzione del maestro di casa, si affaccendavano già intorno alle finestre ed ai terrazzini; in poco d’ora il palazzo Claris scintillava da cima a fondo, come le case vicine.
Madre e figlio stettero ancora un po’ insieme, poi si separarono. Entrambi sentivano bisogno di riposo; bisogno sopra tutto di rinfrancare gli spiriti, di ricuperare le forze della mente. La contessa passò nelle sue stanze; Massimo discese nel quartierino terreno, pieno per lui di tante memorie, le une dolci, le altre amare. Si spogliò, entrò nel letto, e presto si addormentò.
Dormì d’un sonno continuo, perfetto fin verso le due; poi si risentì, si rizzò a sedere e tese l’orecchio. La città pareva tranquilla, immersa nel sonno. I cittadini, stanchi di festeggiare, di tripudiare, d’andar a sollazzo per le strade, riposavano. Ma dove s’era raccolto il canagliume di Branda Lucioni? Che facevano i croati, i panduri, tutta l’immonda genìa soggetta a Melas? Che facevano racchiusi in Cittadella i francesi vinti, furenti di rabbia? La fantasia gli dipingeva la fortezza paurosa e formidabile come un vulcano assopito. Gli pareva d’aver sentore d’un pericolo enorme che si venisse approssimando nell’ombra, e provava una inquietudine, un batticuore, una smania tanto insopportabile, che a un certo punto, buttate le gambe fuor del letto e messosi indosso un poco di veste, andò alla finestra e l’aprì.
La notte era pura, il silenzio profondo; fin dove arrivava lo sguardo, non appariva indizio di persona vivente. Sentì tosto salir dal petto più libero il respiro e svanire in parte quel terrore indefinito con cui l’animo combatteva. Ma ecco che nell’atto in cui si appoggiava coi gomiti sul davanzale, udì distintamente una detonazione lontana, più forte assai d’un colpo di fucile. Finì in fretta di vestirsi, discese, attraversò l’atrio, uscì in istrada.
Ora le esplosioni si ripetevano a brevi intervalli.
Il giovane si soffermò un momento per guardare a destra e a sinistra; poi corse alla cantonata e voltò risolutamente verso piazza San Carlo. Porte e finestre si aprivano e si serravano a gran furore, il bisbiglio cresceva, e tra mezzo qualche urlo, qualche strido. Una campana cominciò a sonare a stormo, poi due, poi molte altre. Spesseggiavano i sibili; le bombe scorrevano per l’aria, lasciando dietro lunghe striscie di luce; tremolavano su su tra le stelle e cadendo a piombo, ruzzolavano frusciando per le strade, per le piazze, per i cortili; o sfondando tetti e soffitti, scoppiavano nelle stanze, fulminando e fracassando ciò che trovavano.
Mentre Massimo arrivava sulla piazza, sboccava dalla contrada di Santa Teresa una turba di fuggenti. Uomini e donne semi-nudi; mariti che spingevano e tiravano le mogli, mogli aggrappate convulsamente ai mariti; fratelli con le sorelle in collo; padri e madri che stringevano in braccio o trascinavano per mano i figliuoli, tutti correvano rovinosamente a rifugiarsi sotto i portici. Massimo notò un uomo in livrea che ne portava un altro ravvolto in una veste da camera; tre monache coi crocifissi in mano; un vecchio militare, senza cappello e senza parrucca, che gridava disperatamente: — al fuoco! al fuoco! al fuoco! — Ad un punto si abbattè in una signora scarmigliata e discinta, che prese a raccontargli, brancicandogli la giubba, come mentre si affacciava al terrazzo, le fosse passata presso al viso una palla da cannone che le aveva levato il respiro, e come non sapesse più che cosa fare per riaverlo...
Una voce sonora proferiva parole tedesche di comando verso il mezzo della piazza. Massimo si mosse per avvicinarsi, si trovò attorniato da una frotta di soldati che schiamazzavano tutti insieme:
— Neh, che flagello! — Assassini, tirano e cantano. — Già la _Marseillaise_, la _Marseillaise_. — Senti, i nostri battono la generale. — È un’ora fa che dovevano batterla. — Se almeno ci fosse la luna. — Cosa vuoi far della luna? Hai le stelle filanti. — Ohe ohe, senti questa come gnaula! Viene qui! — Attenti! — A terra! a terra! — Giù tutti!
Il punto sfavillante rompeva l’aria fischiando acutamente. Massimo si trovò bocconi fra gli altri. Udì un tonfo; poi un crepito sottile, che non aveva nulla d’inquietante; non guardava, eppure vedeva il globo nero girar fumicando. Subitamente si sentì mancare l’anelito, gli parve di struggersi, di spappolarsi in un sudore ghiacciato.
— Non sogno — pensava — son qui... sono io. Ho fatto male a non avvertire, a non salutare mia madre. Perchè non ho scritto a Liana?... Purchè io non abbia a soffrire...
Poi si vide piccolino in una carrozzetta tirata da due capre... Si rammentò che voleva comprarsi un cavallo... Non sapeva perchè fosse uscito di notte, così, senza bastone...
— Non scoppierà più — susurrò un soldato steso ai suoi piedi: — la spoletta...