La bufera

Part 20

Chapter 203,817 wordsPublic domain

— Va pure — rispose la contessa. Ma subito lo richiamò con la voce e col gesto: — No! Aspetta; vieni qui, siedi. Sta a sentire. Garonis mi parlò una volta d’una malattia molto strana e terribile. Ne ho scordato il nome, ma i sintomi sono questi: chi n’è colto sente le ossa diventar molli come le carni, le carni diventar flaccide e come stemperate nel sangue e negli umori; tutti i congegni del corpo si rilassano, le forze si riducono a niente... Io provo questo, ma nello spirito. Non ho più vigore, non ho più coraggio, non son più padrona di me, non posso più adoperar la volontà in nessuna maniera... Mi par di vedere intorno molti e molti ridotti così. È un’influenza che colpisce, gli uni dopo gli altri, tutti quelli del nostro ceto. Tu l’hai addosso, come mio fratello, come Mazel, come tanti dei nostri amici... L’epidemia non ha risparmiato nè la Corte, nè i ministri. I nostri avversari hanno saputo impossessarsi della nostra forza morale e se ne valgono, e ne abusano. Ci sono anche altre cose che non so discernere, e che pure...

S’interruppe, poi riprese tosto con accento di rammarico grave:

— La fortuna sorride alle forze soverchianti dei novatori. Essi sono padroni del campo, o lo saranno presto. Si combatte ancora, ma i colpi sono sempre più radi, sempre più lenti... Ma non bisognerebbe lasciar niente d’intentato, niente. Lottare, lottare con coraggio, con pertinacia animosa per risparmiarsi almeno i rimorsi. Sentiamo un po’, credi tu d’aver fatto tutto quel che potevi?... No, no, no! E continui a startene colle mani alla cintola!

— Cosa devo fare? — chiese Massimo, cupo.

— Fa.

— Almeno mi dica...

— Puoi cominciar domani, puoi metterti in giro, andar nelle città più vicine, nei villaggi, nelle ville, nei castelli, puoi visitare gli amici, i conoscenti, sentir le loro idee, far qualche proposta... stringer altre relazioni.

— Se la nobiltà è moribonda, crede lei ch’io possa prolungarle la vita?

— Chi ti dice che sia moribonda? Ti sembra così facile distruggere il passato, cancellare la storia, annientare tanti ricordi di gloria, di onore, di lealtà?... Oh Massimo, Massimo, almeno provare! Vuoi? Mettiamoci tutti d’accordo. Stringiamoci insieme. Arbaudi accenna nella chiusa della sua lettera a cose che non può spiegare: chi sa che il fuoco non sia già avviato in qualche altra parte! I piemontesi sono sempre stati fedeli, devoti al Re; adesso poi sono oltraggiati, minacciati, oppressi... Bisognerebbe incorarli, sostenerli, spingerli ad un grand’impeto eroico... Pensa, Massimo, pensaci, sai. Io spero molto in te... Tu poi devi confidare in me. Ho veduto la signora Ughes. La rivedrò. Non ti lascierò dimenticare da lei, sta tranquillo. Credo che sia appunto venuto il momento di diventar più prezioso, di farti desiderare. Non c’è niente che renda tanto pregevole e cara alcuna cosa come il vederla pronta a sfuggirci. Questo lo sai anche tu.

Massimo pensava che dovesse e potesse fare. Non gli riusciva più di spiccicare parola.

— Ora va — riprese poi la contessa, dopo un lungo silenzio. — Stasera abbiamo parlato abbastanza. Va e che la notte ti porti consiglio.

Massimo salì in camera e si affacciò alla finestra per rinfrescare e la fronte e la mente all’alito tranquillo della notte. Non c’era luna; la pianura si stendeva nereggiante e sterminata sotto il gaio scintillar delle stelle. Vi affissò gli occhi: gli parve di vederla brulicar tutta di fantasime armate. Stette un poco sospeso, immobile, come se aspettasse di sentirsi sfavillare nell’animo un’aspirazione bellicosa. Nulla!

— No — pensò egli, — non sono nè un prode, nè un eroe, sono un povero ufficiale che ha fatto quel che ha potuto, quand’era tempo... Dovrei provarmi a dar fuoco alla polveriera, a suscitar la guerra civile; una guerra da selvaggi, da cannibali... Io? Per l’amor di Dio, scusate se è poco!

XXI.

Massimo si svegliò però risoluto di accontentare in qualche modo sua madre. Appena alzato, fece attaccare e si recò col calessino a Monasterolo, ove sapeva di trovare un antico compagno d’armi, suo coetaneo.

Il commilitone lo accolse a braccia aperte; gli fece esaminare, ammirare, provare i suoi cavalli e non lo lasciò parlar d’altro in tutto il giorno. A sera poi, al momento di separarsi, promise di venire una volta o l’altra a Robelletta, e Massimo partì soddisfatto come se fosse già riuscito ad avviar la faccenda.

Il giorno dopo, altra gita. Massimo si ricordò d’un vecchio parente di sua madre, che viveva in un castelluccio, su quel di Villafranca. Vi andò a cavallo; fu ricevuto con cordialità dignitosa, trattenuto a desinare, provvisto d’uno schioppo e condotto in giro fino a notte nei campi e nei boschi.

Il gentiluomo accettò poi con molto gradimento l’invito di venire a cacciar sulle terre di Robelletta e fissò anche il giorno.

— E due! — pensava Massimo, ritrottando verso casa. — Neppure costui non mi ha lasciato parlare, ma forse è meglio. Quello che non ho fatto io, lo farà mia madre. Ella ha le idee chiare, sa quel che vuole. Per ora si contenti di avere in me un buon ufficiale d’ordinanza.

Giudicando che il suo mandato consistesse nel richiamare quanti più nobili poteva a Robelletta, egli continuò ad adempierlo scrupolosamente a piedi, in legno, a cavallo, senza badare nè a distanze, nè a fatiche.

Egli era sempre stato un po’ ritroso, un po’ orso; adesso, col doversi presentare a persone per lo più indifferenti, col dover cercare di allargare il cerchio delle sue conoscenze, si trovava obbligato a mutar abitudini, a combattere continuamente le sue inclinazioni, gli pareva perciò di far molto e cominciava a sperare in un risultato corrispondente allo sforzo.

Vedeva Liana assai più di rado e solo quando, andando o venendo, poteva passar per Murello; ma trovava un certo compenso nel sapere che sua madre la vedeva pur qualche volta. Sentendo pronunziare da lei il caro nome, provava un compiacimento nuovo, singolarmente profondo e squisito.

La contessa, che usciva spesso verso sera in carrozza, ordinava di fermare ogni qual volta incontrava Liana e suo padre; e avendo cominciato ad andare la domenica a messa cantata a Murello, prima di ripartire, si tratteneva sempre qualche momento con loro.

Ella menava una vita relativamente attiva e occupata. Si faceva condurre sovente, per diporto, ai villaggi ed alle cittadette circonvicine; percorreva a piedi i dintorni della sua villa; e mentre invitava e riceveva in casa gente di qualità assai più che negli altri anni, praticava volentieri con gli inferiori, trattandoli come li aveva sempre trattati, cioè con quell’alterezza signorile, che non esclude l’affabilità e tanto differisce dall’alterigia. Non tralasciava poi alcuna occasione di alleviare le miserie dei suoi contadini.

Verso la fine di agosto l’avvocato Oliveri fu riassalito dalla podagra e dovette tenere il letto. Questa volta l’insulto invece di limitar la sua durata a tre o quattro giorni, si prolungò, suddividendosi in piccoli accessi più o meno gagliardi, con remissioni intermedie.

La contessa lo seppe; mandò da prima a prendere notizie, poi, un dopo pranzo venne ella stessa in carrozza e invitò Liana a fare una trottata per prendere aria e svagarsi un tantino.

La inopinata, graziosissima offerta, se inorgoglì il padre, maravigliò e confuse molto la figlia. Liana lì per lì non seppe, non potè trovare una scusa e dovette accettare.

Pochi giorni dopo la contessa tornò; e poichè l’avvocato, sentendosi meglio, era andato a far una partita a tarocchi in casa Arignani, riprese Liana con sè. D’allora in poi, o per mantenere la promessa fatta a suo figlio, o perchè veramente la giovane signora le era simpatica, o perchè forse le pareva anche utile farsi vedere con lei, continuò a volerla per compagna nelle sue passeggiate. Così a poco a poco le due donne vennero in maggior dimestichezza, i loro colloqui si fecero sempre più facili e schietti.

Nei primi tempi non parlarono di Ughes nè l’una, nè l’altra, come per comune accordo; poi un giorno, di punto in bianco, la contessa cominciò a interrogare, e Liana a rispondere; la sparizione del giovane divenne un argomento da cui non si uscì quasi più.

La gentildonna esaminava e riesaminava il caso con acume, con cognizione di causa ed anche con una certa effusione d’affetto. — Ah sì! compiangeva sinceramente la povera signora, onesta e bella, la quale non sapeva se doveva considerarsi come vedova o no. Una condizione insopportabile, inverosimile. Siamo tutti mortali e dobbiamo piegarci al destino: dopo aver assistito alla morte d’uno dei nostri, o almeno dopo aver acquistata la certezza che non è più quaggiù, si spasima, si piange, ma poi viene la rassegnazione. Il pensiero prende una forma, una direzione precisa. In terra tutto è finito, ma ci rimane la speranza di andare un giorno là dove ci aspettano le nostre care anime; e lo strazio si cambia in una dolce, malinconica attesa.

Ma così no, così si soffre sempre e non si va avanti. Questo dover cercar per il mondo, con la mente, una persona; immaginarsela viva, immaginarsela morta; e qui, e là, e in cento luoghi, doveva essere una cosa da far veramente ammattire.

E Liana ascoltava con la testa reclinata sul petto, in silenzio.

Così la contessa continuava, senza avere in mente alcun disegno determinato, a cercar di occupare e distrarre suo figlio, e nello stesso tempo a mostrarsi disposta a far del bene a colei, da cui avrebbe voluto staccarlo.

La corrispondenza tra Torino e Robelletta era attivissima. Il conte mandava di quando in quando alla moglie qualche biglietto sul fare di questo:

«Sono sempre alla Florita, ma vado qualche volta in città. Tutto va male, malissimo. Beati quelli che sono caduti pugnando colla santa illusione di versare utilmente il loro sangue. Non vedono ciò che vediamo noi. Invidiamoli».

Ma le lettere di Violant, di Mazel e di altri parenti ed amici spesseggiavano. La contessa era informata sempre e minutamente di quanto accadeva alla capitale.

Ginguené continuava a vedere in tutti e da per tutto nemici acerrimi del nome francese. Tutto intorno a lui si lavorava, si macchinava per far nascere dissapori, malumori, rancori tra il popolo piemontese ed i soldati di Francia. Poveretti! Questi si avventuravano inermi, mansueti, fiduciosi nelle strade della città, ed erano insultati, picchiati, trucidati. E quasi non bastasse, anche calunniati. I preti del contorno non li accusavano forse di far la caccia alle contadinotte e di portarle volenti o nolenti in Cittadella?

In Torino, in Asti, in molti altri luoghi i malviventi erano cercati, blanditi, prezzolati e trasformati in sicari.

Pubblica e libera la vendita dei coltelli e dei pugnali; pubblica e libera la diffusione di stampe inique, vituperose, fatte per eccitare all’odio ed alla rivolta. L’ambasciatore non si attentava di incolpare il Re ed i ministri, ma sì tutti quelli che tenevano i maggiori uffizi nella gerarchia ecclesiastica e civile, e nell’esercito. Egli si lagnava incessantemente; presentava note, proteste, richiami.

«Per mettere un po’ in chiaro le cose — scriveva Violant a sua sorella, — e anche per vedere d’intendersi, Priocca ha chiesto un convegno a Ginguené. Questi l’ha ricevuto in una sala del palazzo dell’Ambasciata. Avevano appena cominciato a discorrere quando: patatrac! l’uscio si spalanca, entra il segretario di legazione Marivault e, con certe mosse grottescamente tragiche, si avanza e mette sulla tavola un involto con entrovi stili e stiletti d’ogni misura. Erano armi destinate all’eccidio dei francesi, sequestrate e portate giusto in quel punto all’Ambasciata. Eh? Quando si dice il caso!... Ginguené guarda Priocca. Priocca zitto: non ha niente da dire. Ginguené aspetta un altro poco, poi si volta al segretario gabbacristiani e gli mostra la porta. Meno male, stavolta!

«Il risultato dell’abboccamento fu questo: l’ambasciatore s’impegnò a provar fondate tutte le sue accuse. E qui viene il bello, Polissena mia. Ecco i fatti prodotti: — Gli ufficiali dei cacciatori (che i repubblicani chiamano spiritosamente: _scannatori_) hanno comprato e fatto affilare non so quante centinaia di coltelli da un tale che tiene bottega accanto alle Tre Corone. Infaticabili arrolatori di barbetti sono certi Rey e Toselli, tutti e due agli ordini di David, creatura di Castellengo; quartiermastro dei banditi, un certo Genesio. V’è pure un capo militare, ma il Governo l’ha sott’occhio, quindi inutile fare il suo nome. (Sai tu chi sia? Io no). Il cavaliere Lascaris ha pur egli voce in capitolo tra i masnadieri attruppati nei dintorni di Torino. Per munire quelli che lavorano sui confini del Nizzardo si spediscono armi dal nostro Arsenale. L’operazione è fatta da un certo Magna, che affida le casse al vetturale Gioccolaro. — Di’ quel che vuoi, non si può essere meglio informati! Andiamo innanzi. — Il padre dei due famigerati Ferruzza è venuto espressamente a Torino per toccar denari dall’erario. Sui primi di luglio quaranta accoltellatori hanno banchettato tutta una notte all’albergo del Gallo, poi giurato sui coltelli il solito sterminio di tutti i francesi. Un cordaio di Borgo Po è incaricato di iscrivere gli operai e gli artigiani disposti a pigliar parte all’eccidio... E via discorrendo, chè poi non ti voglio seccare. Debbo però aggiungere che l’ambasciatore chiede la destituzione, o qualche cosa di simile, del conte Thaon di Saint-André, governatore di Torino; del cavaliere Di Revel, suo figlio, governatore d’Asti; del conte Solaro, governatore d’Alessandria; del conte di Castellengo, vicario di Torino, e del suo segretario; del conte Adami, presidente del Senato; del cavaliere di San Réal, intendente d’Aosta, tutti segreti aiutatori di congiure e capi di assassini.

«E vorrebbe anche l’allontanamento del reggimento cacciatori.

«Roba da chiodi, sorella mia.

«S’io poi ti nominassi tutti quelli che i rivoluzionari accusano di assoldar furfanti, la lista riescirebbe lunghetta. Ci troveresti tutti noi che frequentiamo il casino dei nobili, e molti e molti altri ancora.

«Se ti dico che Cicognara osa affermare che in Torino si fabbricano più pugnali che scarpe!»

In un’altra lettera il marchese riferiva alla sorella quanto si era trovato in seguito a minute e diligenti ricerche ordinate dal Governo.

«1º Il coltellinaio, dal quale gli ufficiali avrebbero preso i coltelli, non fabbrica più che cesoie, e da un pezzo. 2º I soldati e gli arcieri fatti uscir di notte da Torino e mandati a frugar nelle bettole, nelle catapecchie, nei fienili indicati come nascondigli dei barbetti, non hanno scovato che merciaiuoli, vagabondi e accattoni. 3º Nessuna traccia di armi uscite dall’Arsenale, nessuna traccia del vetturale Gioccolaro. 4º La sala da pranzo dell’albergo del Gallo è capace appena di otto o dieci persone. 5º Il cordaio non è depositario di alcuna lista. — Insomma allo stringer dei nodi: niente o quasi, che fa lo stesso.

«Anzi a forza d’insistere, si finì per far confessare ad un tal Richini, detto _Contin_, arrestato appunto come capo di malandrini stipendiati, ch’egli fermava e predava bensì i convogli che portavano danari in Francia, ma sempre avvertito da alcuni commissari francesi, coi quali spartiva puntualmente il bottino. Bisognerebbe anche ridere, eh, Polissena? Ma come si fa?»

Il cavaliere Mazel, nelle sue lettere, dava notizie sempre migliori della sua salute. S’avvicinava il giorno in cui, terminata la cura, dichiarato guarito dai medici, sarebbe partito per Robelletta. Come sospirava, come anelava di rivedere l’amica! La parola umana non bastava ad esprimere le torture della lontananza. Ad una pagina o due piene di svenevoli dichiarazioni d’affetto, seguivano sempre altre pagine dolenti ed austere. I raggiri, le prepotenze, le bizze, le spavalderie di Cicognara e di Ginguené non occupavano più il cavaliere, egli si mostrava impensierito dal procedere ognor più minaccioso ed invadente dei francesi.

Il 14 luglio essi avevano solennizzato con manovre a fuoco, spari di cannone, danze e gozzoviglie, la festa della Federazione. Il 10 agosto celebrato con maggior pompa e clamore l’anniversario dell’imprigionamento di re Luigi; e pareva si preparassero ad una serie illimitata di esultanze e di trionfi.

In quelle limpide sere d’estate, i padroni della Cittadella si raccoglievano sui bastioni a godersi l’aura leggiera e refrigerante che scende dalle montagne. La banda militare suonava le sue arie repubblicane; e negli intermezzi i soldati intonavano canzoni guerriere e rivoluzionarie, con accompagnamento di sghignazzate, ritornelli, e grida di:

— _Vive la République! — A bas le Roi des marmottes!_

La folla, che si accalcava al di sotto, era composta di sfaccendati indifferenti o curiosi, di patrioti giubilanti e plaudenti, di realisti indignati e imprecanti, e di soldati fedeli mandati a mantener l’ordine... ed a mangiarsi le dita.

Di tanto in tanto s’udiva qualche fischio, qualche grido di: — Viva il Re! — lanciato animosamente come una sfida e seguìto da fremiti, da lunghi susurri, che parevano da un momento all’altro doversi mutare in ruggiti. Il governatore Saint-André, paventando il turbine d’ira e d’odio che si veniva addensando, cercava saviamente d’indurre il generale Collin a mettere in freno l’intollerabile oltracotanza dei suoi. Questi ora evitava di rispondere, ora negava che si eccedesse. Intanto si faceva ogni dì più sfacciata e palese la sua intenzione di offendere e incitare a rivolta i buoni torinesi.

«Ieri — scriveva Mazel, il 4 settembre — i francesi hanno festeggiato l’anniversario del 18 fructidor, giorno in cui il Direttorio scampò alle trame dei suoi nemici. Hanno cantato, ballato, sguazzato tutto il santo giorno. La sera baldoria nelle taverne, nei caffè e in tutti i luoghi ove si può stare allegri. Vi furono risse; corsero pugni, scappellotti, coltellate, si sarà forse anche trovato qualche morto nei sobborghi. I popolani si consumano di rabbia, e si sfogano come possono. Credo fermamente che se la Corte lasciasse fare, succederebbe qui, quello che avvenne a Genova nel ’46».

Il cavaliere Mazel arrivò inatteso a Robelletta il 18 settembre, sul far della sera. Baciò e ribaciò la mano alla contessa, abbracciò Massimo, poi entrato nel salotto, ne fece due o tre volte il giro toccando pareti, mobili, oggetti, come per persuadersi ch’era proprio desto. Assaporata così la gioia ineffabile di quei primi momenti, diede libero corso alle parole. — Cospetto! era venuto via senza salutare quasi nessuno, senza neppur avvertire Garonis e Ambelli che lo avevano guarito.

— Ma non ne potevo più! Bisogna vedere cos’è diventata Torino in questi mesi, da che la Cittadella fa, si può dire, parte del territorio francese... L’altro ieri poi, domenica, è successo un fatto inaudito. Il tempo era magnifico, nè caldo, nè freddo, quello che ci vuole adesso per me. Sono uscito verso le quattro e andato pian piano fino ai viali della Cittadella. Ero lì che guardavo passare la gente, quando sento vociare: — La Corte! la Corte! — Che Corte d’Egitto! Erano tre carrozze che parevano venir diritto dalla fortezza. Per un momento non raccapezzai niente, poi vidi che si trattava d’una mascherata fuor di stagione. Nelle carrozze c’erano vivandiere, o peggio, camuffate da dame di Corte, e ufficiali in abito nero, parrucca a borsa, cappello sotto il braccio, spada al fianco, tutto appuntino. Avevano lacchè, corrieri, usseri di scorta, e non so che seguito. — Uhm! — dissi fra me — vedo bene chi volete schernire. Purchè il gioco, duri poco. — Invece durò, e come! Andarono fino al Valentino; tornarono per San Salvario, scompigliando brutalmente la gente che aspettava la benedizione davanti alla chiesa; si fecero vedere da per tutto, sempre più infervorati nel loro bel divertimento. Intanto era nato un po’ di subbuglio in piazza Paesana. Alcuni soldati francesi, venuti a parole con operai piemontesi, avevano messo mano alle sciabole; erano sopravvenuti altri operai, poi entrato in ballo anche qualche soldato dei nostri. La voce dell’alterco si sparse in un battibaleno, arrivò esagerata sui viali della Cittadella, proprio nel momento in cui la mascherata vi faceva ritorno. Gli usseri ed i corrieri, trovando chiusa la strada dalla gente agitata, cominciarono a regalar sciabolate e mazzate. Vi furono subito dei contusi, degli ammaccati, dei feriti... Intanto, lassù sui bastioni, la musica suonava a gloria. Mi ero avviato verso casa, per non farmi schiacciare inutilmente le costole, quando ad un tratto sento uno sparo, poi un altro e un altro, dopo pochi minuti divennero scariche. Cospetto! pareva una vera battaglia, non mancava più che il cannone. Però dopo un poco tutto si chetò come per incanto, e alle otto di sera la città pareva un camposanto. Ieri chi diceva che la guardia avanzata francese, vedendo crescere il fermento nel popolo, avesse chiusa la barriera e cominciato il fuoco prima contro i cittadini inermi, poi contro i soldati accorrenti; chi asseverava che il primo colpo era stato tirato da una sentinella piemontese contro due repubblicani che la volevano disarmare, e che tutto il resto non era venuto che in conseguenza di questo. Comunque sia, il pericolo d’un grosso conflitto fu imminente e gravissimo. Se non scoppiò si deve a Saint-André, che riuscì a far sgombrare presto i viali e, secondato da molti ufficiali, a far rientrare nelle caserme i soldati. Si deve al generale Mesnard o... Ménard, venuto per caso da Alessandria a Torino, che corse in Cittadella ai primi rumori, trattenne Collin, che sbraitava come un ossesso, esortò, comandò, minacciò, impedì che si facesse una sortita, e sopra tutto non lasciò che si toccassero i cannoni. A sentire Violant però la faccenda sarebbe ancor più grave e più complicata. Cicognara, Collin e compagni, facendo assegnamento sulla complicità vera o presunta dei reggimenti svizzeri e di uno o due squadroni di cavalleria, avrebbero voluto provocare realmente un tumulto, per potere intervenire e ristabilir l’ordine, cioè proclamar la repubblica. In fatti si sa di certo che tra gli ufficiali mascherati, v’era il vicereggente ed il segretario di Collin, e dietro le carrozze, un codazzo di giacobini con armi nascoste. Il colpo sarebbe fallito per causa del generale... Ménard, che, non informato, si frappose nel momento decisivo; e per causa di Ginguené, il quale andò in villa, invece di restare a Torino a soffiar nel fuoco anche lui. Basta, è un caos, un caos politico, un nero miscuglio di sotterfugi, d’intrighi, di perfidie, di... porcherie. Vedremo cosa ne uscirà.

— Ecco il male! — esclamò la contessa, concitata. — Si sta a vedere, mentre è tanto terribilmente tempo di agire. Vi ostinate a restar in città, soffocati, ridotti all’impotenza da un’atmosfera di infamie e di brutture, invece di uscire, di gettarvi nelle campagne, dove se non altro si respira; dove forse si può ancor far qualche cosa!

Più tardi, dopo cena, ella espose lungamente le sue idee, le sue intenzioni, le sue speranze. Il cavaliere, seduto di fronte, la mirava come rapito in estasi; ascoltava con un dondolio della testa, quasi la voce di lei fosse una musica e se ne potessero segnar le battute.

Salì poi alla camera che aveva sempre occupato, si mise a letto; dormì fino a tardi, e discese riposato, ripicchiato, e pronto a riprendere le sue antiche abitudini ed il dolce servizio.

Egli sperava di riveder subito l’amica, dovette invece impiegare a leggicchiare ed a fantasticare il resto della mattina, poichè ella non comparve che per mettersi a tavola.

La gentildonna si ritirò poi di nuovo subito dopo desinare, per finire, a quanto disse, una lettera; e Mazel, ritornato in camera, si appisolò sopra l’ampio e soffice canapè coperto di raso giallo a righe alternativamente opache e lucide, sul quale aveva, in quelle ore, schiacciati tanti bei sonnellini.

Vi stava da poco più che mezz’ora, quando Fiordelis venne ad avvertirlo che la contessa lo aspettava per la passeggiata.

— Ma come! È già in basso? — chiese egli, scuotendosi.

— Sì, signore.

— Cospetto! Ma che ora è?