La bufera

Part 21

Chapter 213,664 wordsPublic domain

— Son le tre e mezzo.

— Non capisco.... Una volta non si usciva mai prima delle quattro..... anzi tra le quattro e le cinque.....

Discese subito. La contessa era già in carrozza; i cavalli focosi scalpitavano sbuffando.

— Dove si va? — chiese Mazel, accomodandosi accanto alla dama.

— Prima a Murello, poi vedremo — rispose la contessa asciutta.

— Ha la luna — pensò il cavaliere. — Non c’è che star cheto e aspettare che passi.

Ma giunti alle prime case del paese, sentendo fermare e vedendo un lacchè saltar a terra e prender frettoloso una stradetta laterale, dimenticò il proponimento e domandò dove andasse.

— Ad avvisar la signora Ughes — disse la contessa.

— Oh! La moglie del..... E viene con noi?

— Naturalmente.

Liana, seguìta dal lacchè, si avvicinava con passo leggiero, dignitoso, elegante.

— Che linee! — osservò Mazel sottovoce. — L’attaccatura del collo magnifica, le anche solide e snelle.... E che occhi! Cospetto, che occhi!

La signora Ughes giunse alla carrozza; salutò la contessa sorridendo; accettò, ringraziando e arrossendo, il posto che Mazel le cedette.

Si ripartì. Nessuno parlò finchè il legno non ebbe attraversato il villaggio; riusciti all’aperto, la contessa si volse a Liana e le domandò con amorevolezza che cosa avesse fatto in quei due o tre giorni in cui non si erano vedute.

— Ho pensato molto a quello che lei mi ha detto — rispose Liana.

La gentildonna riflettè un momento.

— Ah! — disse poi — ho capito. Sentiamo come la pensa il cavaliere.

Liana, già pentita d’aver dato appicco al discorso che presentiva, le rivolse uno sguardo quasi supplichevole. La contessa non le badò e riprese:

— Mazel, voi sapete in che condizione singolare si trova la signora Ughes? Ve ne ho parlato? Bene. L’altro giorno le ho chiesto se non avesse notato qualche fatto strano, raccolto qualche indizio misterioso e tale da poter essere interpretato come un avviso.... Poichè insomma a me pare impossibile che due persone innamorate e unite da un vincolo indissolubile, possano dividersi... e non saper mai più niente l’una dell’altra!

— Mah! — fece il cavaliere, con un sospiro.

— E le ho raccontato il caso di madame de Saint-Floret. Vi ricordate?

— Quella vecchia signora emigrata che veniva in casa vostra?

— Appunto, morta nel ’96. Poveretta, aveva sposato un cugino, maggiore nel reggimento d’Anjou. Costui, dopo averle fatto perdere quant’ella possedeva, era andato in America con La Fayette. Ella non seppe più nulla di lui, non lo rivide più che una volta in sogno, cadavere sformato e disfatto, impigliato fra l’alghe nel fondo d’un fiume. Mi diceva esserle rimasta di questo sogno un’impressione così forte, lucida e viva, da non poter dubitare ch’egli fosse morto realmente così.

— Euh! — esclamò Mazel. — Un sogno! Se ne fanno di così strampalati!

— Eppure c’è chi vi crede, e tanto fra i contadini, come fra i signori; tanto fra gl’ignoranti, come fra le persone più culte.

— Vi è anche chi crede agli spiriti, alle ombre, ai fantasmi. Eppure io non ho mai visto niente, non ho mai avuto a che fare con loro...

— Lasciamo stare i fantasmi. Non è forse accaduto tante volte di veder verificati eventi previsti e predetti...

— Uhm! Già, già... Cose che si raccontano. Cose che turbano, ma non persuadono. Casi, coincidenze, illusioni, allucinazioni, amica mia. E la fantasia non la contate per niente? Vi par piccolo il piacere di abbellire o d’imbruttire, secondo i casi? Il piacere di esagerare, accomodare, trasformare? Mentre si parla, il cervello lavora. La prima volta si riferisce un fatto esattamente com’è accaduto, ma la seconda, la terza, la quarta, ehm!... E più si va avanti, più l’immaginazione si mescola alla memoria. Non avete mai notato le alterazioni a cui va soggetta la più semplice delle notizie, solo nel passar di bocca in bocca? Vediamo bene tutti i giorni quel che vale la testimonianza d’un uomo, o d’una donna, a proposito di cose di nessuna importanza e che nessuno avrebbe interesse a svisare?

Ogni tanto la contessa guardava il cavaliere di sbieco, stringendo le labbra; quand’egli ebbe finito, non replicò, si volse a Liana:

— Nel maggio del ’58, mio marito, allora assai giovane, aveva ottenuto da sua madre il permesso di passare qualche giorno alla Florita, per riposarsi dallo studio e svagarsi. Una sera, andato in camera per porsi a letto, e messa la candela sul tavolino, vide a un tratto la fiammella vacillare, farsi piccola piccola e spegnersi. La riaccese, guardò, cercò intorno: le finestre e l’uscio erano chiusi, non si sentivano correnti d’aria, nè soffi di vento, nulla insomma che potesse giustificare il fenomeno. Un’ora dopo arrivò un uomo a cavallo con la notizia che la contessa madre era morta...

Liana rabbrividì; Mazel non si attentò di far altre osservazioni.

La conversazione languì durante il resto della passeggiata; languì anche più quando, riaccompagnata la signora Ughes a Murello, la contessa e Mazel rimasero soli.

Massimo aveva lasciato Robelletta da quattro giorni. Egli si era accordato di ritrovarsi a Centallo con alcuni amici, in apparenza per cacciare nei dintorni, in realtà per affratellarsi e cercare i mezzi di rendere sempre più larga ed efficace la propaganda anti-francese.

La contessa Polissena, che aspettava con certa ansietà una sua lettera, non trovandola, entrò in pensiero; parlò pochissimo durante la cena, e subito dopo scomparve.

Il cavaliere ne fu quasi contento: era persuaso che l’amica fosse adirata con lui per le idee manifestate e sostenute poc’anzi, perciò non faceva altro che immaginare e temere lagnanze e rampogne, preparare e masticare le scuse. Andò a letto molto presto, ma almanaccò lungamente prima di poter prender sonno.

— È permalosa così, ma è buona — diceva tra sè — e domani mattina non se ne ricorderà nemmeno più. Non capisco però dove abbia preso certe ubbie; una volta non le aveva. Può darsi ch’ella finga soltanto di credere, per qualche suo pensiero nascosto. Ma allora perchè non dirmelo? O che mi tiene incapace di inventare qualche fanfaluca ingegnosa? Vuol vedere commossa, turbata, atterrita, spiritata, basita la sua nuova amica? Son qua io; siamo sempre in tempo!... Un fine lo deve avere, altrimenti non mi saprei spiegare tanta dimestichezza con la moglie d’un fanatico morto. Ci sarebbe mai qualche attinenza fra questo e quell’altro affare ch’ella dice di avere avviato? Polissena ha il pensier lungo, penetrare nei segreti della sua politica non è cosa facile... E se invece si trattasse semplicemente di ammansare la giacobina, e renderla docile e meno scontrosa con Massimo? Anche questo è possibile... Cospetto! ma io comincio a capirlo l’invescamento di Massimo: quella donna è piacente, seducente, attraente e... pericolosa. Pericolosa sì, perchè senza fine desiderabile.

Egli pensò poi al modo di rientrare nelle grazie della sua dama, senza venire a spiegazioni fastidiose. Bastava tornare destramente sul discorso che li aveva divisi ed esprimere idee affatto diverse. In quella ch’egli stava appunto cercando di accozzarne qualcuna, gli balenò nella mente il ricordo d’un fatto singolare, similissimo a quelli che la contessa aveva allegati.

Nella primavera del ’94, egli andava spesso a tener compagnia ad una vecchia parente, la marchesa di Cereseto, il cui figlio Cesare era capitano nel quinto battaglione dei granatieri, che sotto il comando del conte d’Andezeno guardava un punto molto importante sulla linea militare detta della Roja. Una mattina d’aprile egli l’aveva trovata tutta sgomentata e piangente, perchè poco prima, venendo per caso a passar nella stanza dov’era il ritratto di suo figlio, l’aveva visto pencolare, poi staccarsi dalla parete e battere in terra. Ella presentiva una disgrazia, e non si ingannava: precisamente quel giorno, precisamente in quell’ora, Cesare era morto, fulminato da una palla nel cuore.

L’avvenimento allora gli era parso semplicemente fortuito, ora si sentiva inclinato a trovarlo anche strano. Ad ogni modo il rammentarsene a tempo gli risparmiava la fatica di lambiccarsi più oltre il cervello.

Aspettò l’ora della passeggiata con impazienza quasi giovanile; e sentì poi un certo compiacimento quando potè, presente Liana, dichiarare all’amica che dopo profonda meditazione su quanto s’era detto il giorno innanzi, egli aveva mutato parere.

Raccontò quanto era accaduto alla marchesa di Cereseto; ampliando, ben inteso, un po’ il fatto, fregiandolo con quei particolari che giudicava atti a renderlo più pauroso ed arcano.

— Davvero — continuò egli — non so spiegare come tutto questo mi sia uscito di mente. Certo che se me ne fossi ricordato ieri, non mi sarei mostrato nè così fatuo, nè così corrivo nel negare. Del resto chi sa quanti altri casi consimili rimangono ignorati! Quelli a cui capitano, spesso non ne avvertono, non ne comprendono l’importanza... oppure tacciono per timor del ridicolo. Quelli che ne hanno notizia, o non credono, o fanno... come ho fatto io.

— Ecco — mormorò la contessa, — in questo genere di dispute è troppo facile cavarsela con un sorriso ironico, con un frizzo, o stringendosi nelle spalle. Ma non è ragionare.

— Giustissimo, cara contessa, ma ormai ho confessato il mio torto!... Via, volete che vi dica di più? Ieri si era anche cominciato a parlar di apparizioni, di spettri. Io dicevo... Non so più quel che dicevo ieri, ma la mia opinione schietta e sincera eccola qui. Cos’è un fantasma? Un’immagine, una figura umana che va e viene, discorre, gestisce, e non ha corpo. Una cosa strana, inconcepibile. Eppure da che mondo è mondo se n’è sempre parlato; vi sono memorie, osservazioni, tradizioni, leggende. Vi si credeva e se ne aveva paura una volta, vi si crede e se ne ha paura anche adesso. Perciò... Eh, cosa vi pare?

— Avanti — disse la contessa.

— Perciò non mi meraviglierei che anche in questo vi fosse qualche cosa di vero.

La contessa non aprì bocca. Liana girava gli occhi senza sguardo sulla campagna; voleva contenersi, raccogliersi, e sentiva sorgere dall’intimo una bramosia disperata di saper altro, di approfondire subito quanto aveva inteso. Ecco, la speranza di riveder Luigi vivo si andava affievolendo, ma l’anima si apriva a nuove impressioni; queste venivano da lontano, arrivavano a lei attraverso molti e molti ostacoli, suscitavano immagini vaghe, idee indeterminate, lampeggiamenti rapidissimi che parevano rischiarare abissi tenebrosi e profondi. In certi momenti credeva perfino di afferrare un nesso fra questo stato di esaltazione mentale ed un fatto che doveva sicuramente accadere.

Ad un tratto si volse a Mazel e lo pregò, lo scongiurò di parlare, di dirle tutto quello che sapeva. — Dio, Dio! era dunque possibile che una parte dell’essere umano, una parte di noi continuasse a vivere oltre la tomba?

Il cavaliere, così incredulo il giorno prima, non voleva poi neanche mostrarsi troppo credulo adesso; riflettè perciò un buon poco prima di rispondere.

— Mah! — cominciò poi — questa è una matassa molto intricata, non si può nè dipanare, nè tagliare, bisogna lasciarla qual è. Non è possibile di parlare del soprannaturale, senza stabilire bene i confini del naturale; i limiti di ciò che è naturalmente possibile. E come si fa? Noi non conosciamo che una minima parte dei segreti di questo mondo. Certo che del cammino se n’è fatto da Adamo in poi, ma chi sa che cosa ci rimane ancor da scoprire! In fatto di rimedi, per esempio! Chi sa che non venga un giorno in cui ogni male avrà il suo specifico, e l’uomo non morrà più che di vecchiaia. Peccato che noi non ci saremo più!

Egli continuò così a saltar di palo in frasca, a passar da un ragionamento all’altro, finchè venne il momento di separarsi da Liana.

A Robelletta la contessa trovò la tanto attesa lettera del figlio. La lesse, la fe’ leggere al cavaliere, e commentarono insieme le notizie vaghe e confuse che conteneva. Non pensarono più nè l’una nè l’altro ai discorsi fatti con la signora Ughes.

Ma Liana invece vi tenne fissa la mente con tenacia e costanza tutta quella sera, e la notte, e nei due giorni di pioggia che seguirono. Al terzo, l’azzurro tornò sorridere ai campi. Nel pomeriggio Liana si ritrovò in carrozza con le due nobili persone e chiese loro apertamente se credessero alla possibilità di comunicare in qualche modo con gli estinti. Mazel, preso all’improvviso, balzò sopra il cuscino, poi disse con la faccia nebulosa e la voce sottile che, essendo la domanda assai complicata, doveva ponderare bene la risposta.

Ma la contessa non gliene lasciò il tempo e prese francamente la parola.

— L’interrogazione della signora Ughes è giusta — diss’ella, — e mi par meritevole di molta considerazione. Però io direi piuttosto così: — Credete voi che le anime dei nostri cari possano mettersi in relazione con noi? — Allora risponderei: — Sì, e per mezzo dei sogni. Il sogno ha già in sè qualche cosa di così misterioso, non è vero? Il corpo giace come morto, intanto l’anima veglia. Io m’immagino che l’anima, trovandosi in uno stato direi quasi di libertà, possa intrattenersi con altri spiriti vaganti intorno a noi, invisibili perchè spogliati d’ogni forma, perchè sciolti da ogni legame materiale. Noi non ci badiamo perchè troppo occupati e distratti, ma chi sa quante ispirazioni di quelle che noi diciamo felici, non sono altro che suggerimenti di persone che abbiamo perdute e che continuano a volerci ed a farci del bene! Quante volte non accade di addormentarci dubbiosi, perplessi, angustiati e di svegliarci risoluti e tranquilli!

Ella tacque un momento come se esitasse a continuare. Gli occhi di Liana brillavano; desiderii tormentosi e impazienze compresse le scorrevano sul volto e per le spalle e nelle mani, scosse a quando a quando da tremori violenti.

— Oh signora! — mormorò ad un tratto. — Dica tutto ciò che sa, tutto ciò che pensa, per amor di Dio!

— Vi sono di quelli che vanno anche oltre — ripigliò la gentildonna. — Quelli che asseverano si possa sentir la presenza, l’influenza degli esseri sovrumani, chiamiamoli così, anche nello stato di veglia... È un’impressione delicata, leggiera come un alito. Provate una commozione inopinata, inesplicabile, trovate inaspettatamente la spiegazione d’un fatto lungamente cercata, ricevete a tempo un consiglio, un aiuto, un impulso... Non dico sempre, ma in certi casi, non potrebbe l’amore essere più forte della morte? Forse, perchè il miracolo avvenga, è indispensabile che chi sopravvive continui a pensare molto a colui che se n’è andato...

Qui la contessa si voltò a Mazel:

— Sapete con chi parlo spesso di queste cose? Con Garonis. Lo credereste? Eppure... Egli ha avuto la disgrazia di perdere un figlio, nel quale aveva collocate tutte le sue speranze, tutta la sua ambizione. L’ho udito affermare tante volte ch’egli continua a vivere spiritualmente con lui. Il suo Ottavio aveva poco più che vent’anni, non poteva superarlo nello studio e nell’esperienza, ma mostrava un’inclinazione straordinaria per la medicina. Orbene, a sentire il povero padre, la maggior parte delle guarigioni ch’egli ottiene son dovute ai suggerimenti del figlio. Esagerazioni certo, ma belle, sante, consolanti esagerazioni!

Liana ascoltava sempre avidamente, tutta vibrante di una commozione senza nome. Di tanto in tanto domandava a sè stessa se non avesse mai provato nulla di simile. In sogno sì: sognava spesso Luigi... vivo e sano però. D’ora in poi sarebbe stata più attenta, pronta ad afferrare le sensazioni più fuggevoli e confuse. Ecco, questo doveva essere oramai il suo pensiero, la sua occupazione costante. Non vedeva l’ora di ritrovarsi a casa per chiudersi nella sua cameretta, ed attendere nel silenzio e nell’ombra. Ad un tratto fu presa da singhiozzi convulsi, senza lacrime. Subito la contessa e il cavaliere cercarono di consolarla, di rincorarla. Ella scoteva il capo, cercava di sorridere, stringeva fortemente una mano della gentildonna fra le sue. Dopo un poco riuscì a vincersi, si acquietò, si rianimò, cominciò a scusarsi.

La contessa la considerava amorevolmente; Mazel cercava cortesemente di tagliar corto.

— Eh no, eh no! Non occorrono scuse. È naturale, si capisce... Cospetto! si capisce...

E per non cambiar troppo bruscamente discorso venne a parlare di una dottrina che, a quanto aveva letto, era stata molto in voga presso gli antichi. Aveva anche un nome lungo, mezzo greco e mezzo latino che non ricordava. Secondo questa, l’anima appena uscita dal corpo dell’uomo, entrava in quello d’un animale qualunque, e non ne usciva più per un lungo volger di secoli.

— Ciò obbligava naturalmente i credenti a non mangiare carne, per scansare il pericolo d’ingoiare inconsideratamente qualche buon antenato.

Mazel, esilarato, prese poi ad assegnare facetamente una anima a tutte le bestie che vedeva. Uno svago facile e che pure gli dava il mezzo di mostrarsi molto arguto. Egli lo prolungò durante il resto della passeggiata, e vi tornò nelle successive ogni qual volta si trattava di evitare un discorso troppo grave od attristante. Cospetto! Questo non era più andare a spasso, tanto valeva assistere tutti i giorni, per gusto, a un funerale! La presenza di Liana cominciava a diventare per lui, non noiosa, ma un pochino superflua. Troppo seria, via... Non badava a ciò ch’egli diceva, mai non c’era modo di vederle i dentini, di strapparle una risatina. Diavolo! una donna bella deve sapersi mostrare sotto tutti gli aspetti: oggi mesta, domani gaia... ma più spesso gaia che mesta. Così si fa, quando si vuol piacere! Ma la signora Ughes non si curava affatto di piacergli, e questa era una novità che lo maravigliava e lo indispettiva.

La contessa poi continuava a non palesar le sue intenzioni, e, da quel gentiluomo educato e discreto ch’egli era, si guardava dall’interrogarla.

— È chiaro — pensava: — ella fa di tutto per persuadere la giacobina che suo marito è andato tra i più. Perchè? Forse per un fine pietoso. La carità non si fa solamente con pane, e Polissena è virtuosa. Ma la strada che ha presa può essere fastidiosa e lunghetta. A parer mio bisognerebbe finirla d’un colpo. Un bel finale come si vede nei romanzi... E dire che io l’avrei quasi trovato!

In quei giorni Mazel piantava spesso gli occhi in faccia a Fiordelis, o lo guardava attentamente da capo a piedi, poi aggrottava le ciglia come se facesse mentalmente un raffronto. Il cameriere non tardò ad accorgersene, immaginò subito che il suo signore avesse bisogno di lui per qualche servizio insolito, segreto, scabroso, ed esitasse a parlargliene per mancanza di fiducia. Cominciò, mentre lo abbigliava al mattino, mentre lo aiutava a spogliarsi la sera, a far cadere il discorso sui vari padroni con cui era stato ed a far sentire scaltramente come tutti lo avessero più o meno adoperato in negozi che non avevano niente a che fare con le sue occupazioni giornaliere.

Mazel lo squadrava, lo sbirciava e lasciava dire. Ma una sera, dopo aver posato sul tavolino l’orologio, la tabacchiera, la borsa, gli domandò a bruciapelo se volesse guadagnare onestamente due luigi.

— Si figuri! — rispose Fiordelis — Anche quattro, anche sei!...

XXII.

— Brava Menica! — esclamò Oliveri, entrando nel salottino e vedendo la tavola illuminata ed apparecchiata per la cena. — Cosa c’è di buono stasera?

— Zuppa _alla savoiarda_ — rispose la donna.

— Bene, e poi?

— Ah, poi vedrà.

L’avvocato si sentì venir l’acquolina in bocca: quando voleva, Menica faceva certi manicaretti ch’erano un desìo.

— E la signora? — domandò egli poi, sedendo al suo posto e cominciando a sbocconcellare un po’ di pane. — Spero in Dio che non sarà mica fuori con questo buio d’inferno?

— Madama è in camera, e la chiamo subito.

Così dicendo la serva uscì; dopo un poco tornò con la zuppiera, e seguìta da Liana.

L’avvocato accolse con un sorriso la figlia, diede una fregatina di mani, e gustò subito ghiottamente la minestra.

— Ebbene? — domandò Menica, che aspettava il giudizio.

— Buona — rispose l’avvocato, nettandosi le labbra col tovagliuolo, — ma...

— Cosa?

— Sente il lardo.

— Bisogna che lo senta, caro lei; se non lo sentisse, non varrebbe niente.

— Sì, ma non troppo, non troppo, non troppo.

Menica andò via brontolando. Ricomparve con una pietanza di carne, e ripigliò tosto la difesa della sua zuppa. L’avvocato replicò; la disputa continuò monotona e ostinata finchè non fu sparecchiato.

Quando la donna si fu ritirata in cucina, Oliveri si alzò e andò a prendere un libro che stava con altri sul piano del camino. Tutte le sere, prima d’andar a dormire, egli usava leggere un poco ad alta voce, sia per tenersi in esercizio, sia perchè credeva con questo di agevolar la digestione. Se poi si trovavano presenti il parroco, il notaio, il chirurgo, egli si animava ai passi più eloquenti, e, chiuso il libro, seguitava a memoria; oppure anche recitava squarci maravigliosamente lunghi di classici, o prendeva a dissertare acutamente sopra un tema qualunque, come colui che versatissimo era in siffatte materie. Ma quella sera, non trovando tosto la pagina che cercava, s’impazientì e cambiò idea.

— E così — diss’egli a sua figlia — sei andata a spasso?

— No, babbo — rispose Liana, — non sono uscita.

— La contessa non è venuta?

— Non è venuta.

— Sono tre o quattro giorni che non si fa vedere!

— Appunto; tre o quattro giorni.

— E il contino?

— Non ho più visto neanche il contino.

Liana rispondeva a mezza voce, con l’accento di chi non attende affatto a quel che gli si dice; mirava una piccola farfalla grigia, che ora roteava affannosamente intorno al lume, or si trascinava sulla tovaglia come sfinita. Oliveri, seccato, allungò la mano, appuntando l’indice per ischiacciarla.

— No! — esclamò Liana, opponendosi — è una crudeltà.

— Caspita, che parolona!

— Lasciala vivere, babbo, te ne prego.

— Sta a vedere che ti metti a piangere. Ecco che incominci a fare i lucciconi! Oh questa è bella! Questa è bella!

Oliveri lasciò la farfalla, si rizzò e andò a rimettere il libro dove l’aveva preso. Stette poi alquanto appoggiato al camino, sogguardando sua figlia e dondolando la testa. Gli pareva ch’ella si venisse mutando, ma non sapeva se in bene od in male. Il viso aveva sempre un contorno grazioso e delicato; non era più così pallido come in addietro, tinto anzi sulle gote d’un leggiero incarnato... Ma gli occhi lo inquietavano soprammodo: sembravano più grandi che mai e insieme meno espressivi, con un non so che di fisso, di attonito, di abbagliato.

— Basta — diss’egli dopo un poco, stringendosi nelle spalle come chi rinunzia a risolvere un problema; — tu hai dato la lingua al fabbro, ed io me ne vado a letto.

Prese una candela, l’accese, e se ne andò senza che Liana mostrasse d’accorgersene. Ma ella si scosse subito, appena dileguato per le scale il rumore dei passi di suo padre; chiamò Menica, che girava per la cucina rimaneggiando le stoviglie e seguitando a brontolare, e le disse che poteva andare a dormire.

— Vado subito, ma chi chiude? Chi spranga gli usci? Chi...

— Farò tutto io, va pure.

La donna uscì senza aggiunger altro.