La bufera

Part 19

Chapter 193,762 wordsPublic domain

— Santo Dio! — esclamò Spadafora. — Cosa volete che faccia la popolazione se non può far niente il Governo?

— Ma le notizie che vengono dal Genovesato sono molto migliori — osservò Di Capolea. — Nei giorni scorsi i nostri hanno riacquistato terreno a furia; una parte della frontiera è nelle nostre mani, parecchie terre si sono sottomesse. I prigionieri genovesi sono molti e tra questi tanti ufficiali superiori; si sono prese bandiere, cannoni, mortai, fucili... Mi maraviglio che non si pensi a far qualche dimostrazione di gioia.

— Per me — disse La Torretta rivolgendosi a Massimo — sono qui, figurati! Nel ’93, i La Torretta erano undici al servizio; ora non siamo più che due: mio cugino Vittorio ed io! Tutti gli altri hanno lasciato l’ossa sulle nostre montagne!... Insomma non è la buona volontà che mi manca... Piuttosto bisognerebbe trovar qualche persona autorevole che si mettesse alla testa. Allora sì. Un uomo come Brunel, per esempio; quello è muso quanto chiunque. Se lui ci dicesse: — Ragazzi, son qua io. — Chiudo gli occhi e avanti a capo sotto.

— Anch’io! Anch’io! Anch’io! — gridarono gli altri.

— Proviamo a rivolgerci a Brunel — disse Massimo. — Chi va a trovarlo?

— Tu! — rispose Spadafora.

— Io solo?

— Prendi con te Di Capolea. E a rivederci più tardi.

Brunel stava nel palazzo del conte di Masino, isola di San Giuseppe.

I due giovani, concertati i termini della proposta che avevano da fare, salirono al modesto quartiere abitato dal barone, e spinsero leggermente l’uscio che era socchiuso. Entrarono in una piccola anticamera; dopo aver aspettato un poco, non vedendo comparir nessuno, si avanzarono con certa temenza verso un altr’uscio spalancato che avevano di contro. Metteva in un salotto oscuro; l’attraversarono, si trovarono in una camera grande e sfogata, e videro — che vista fu quella per loro! — quattro ceri accesi intorno al cadavere di Brunel.

Un vecchio colonnello di cavalleria, seduto sur un seggiolone accanto al letto, era così assorto, così abbattuto, che non alzò nemmeno il viso per guardar chi entrava. Due altri militari, ritti nel vano d’una finestra, non fecero alcun movimento; solo un servitore, che parlava sommessamente con un legnaiuolo, volse ai giovani uno sguardo che pareva dire:

— Oh, signori miei, non mi so dar pace neppur io!

Quando finalmente Massimo e Di Capolea furono persuasi della realtà di ciò che avevano sott’occhio, si avvicinarono insieme al letto, e inginocchiati l’uno accanto all’altro, rimasero così il tempo di recitare un _De profundis_. Stettero poi ancora un momento a contemplare, con l’animo pieno di sincero dolore, quei lineamenti marmorei non più conturbati da alcuna passione terrena, già affinati e addolciti dal riposo assoluto, che cominciato da poche ore, non doveva cessare mai più.

Nell’anticamera ritrovarono il servitore, che aveva già congedato l’artigiano. Ebbero da colui tutti i particolari della fine improvvisa. Il barone si alzava, andava, veniva, mangiava, ma non parlava più da due giorni. La sera prima, tornato a casa, come al solito, sul far della notte, s’era ritirato in camera, e sedutosi alla scrivania aveva cominciato a rivedere, ordinare e distruggere le sue carte. Il servitore aveva vegliato fin dopo le undici, poi non sentendolo muover più, pensando che egli si fosse posto a letto, era andato anche lui tranquillamente a dormire. La mattina di poi, entrando nella stanza per portargli il caffè, lo aveva trovato steso sul letto senza vita, in grande uniforme, con la spada al fianco e la croce di San Maurizio sul petto. Il medico, chiamato subito, l’aveva dichiarato morto di morte semplice e naturale.

I due amici ridiscesero nella strada e tornarono senza quasi parlare al palazzo Claris. Entrati sotto l’atrio, Massimo si fermò:

— Adesso sì — diss’egli — che mi sento anch’io scoraggito, disanimato... Va, di’ agli altri quello che hai visto; di’ loro che domani starò tutto il giorno in casa: se mai qualcuno avesse un’idea... E dopo domani mi troverò per tempissimo all’ingresso della Cittadella, presso lo stecconato a diritta, e starò là, pronto a unirmi al primo che griderà: viva il Re! morte ai francesi!

— Ci sarò anch’io! — esclamò Di Capolea, prendendogli affettuosamente la mano. — Mi vuoi, eh?

La mattina del 3 luglio, la contessa Claris, che non aveva chiuso occhio tutta la notte, discese per la scaletta nell’appartamento di suo figlio.

Era molto presto, egli aveva il lume e stava scrivendo. Vedendo entrar sua madre, fece un atto di maraviglia e lacerò il foglio.

— Perchè? — domandò la contessa.

— Meglio così — rispose il giovane.

— Vai laggiù, eh?

— Sì, signora madre.

— Chiamami mamma. Sei armato?

— Sì, mamma...

— Cosa speri?

— Niente.

Non articolarono sillaba per qualche momento; si parlavano con gli occhi. Poi s’avviarono l’uno al fianco dell’altra verso l’uscio.

Vi giunsero.

— Aspetta — ripigliò la contessa, staccando la mano di suo figlio dalla gruccia dorata. E gettandogli le braccia al collo gli disse all’orecchio con una tenerezza, un affanno, uno struggimento indicibile:

— Torna, sai.

Tacque ancora, forse per richiamare a sè con uno sforzo tutto il vigore dello spirito, poi soggiunse con maggior fermezza:

— Va, va; sta quanto vuoi, sta sino all’ultimo, se occorre. Dio sia con te!

Ella risalì nelle sue stanze, con queste domande angosciose nel cuore: — Quando tornerà? Come vivere tutte queste ore? Che può succedere? Devo sperare, augurare che succeda qualche cosa? Per Massimo no. Per la causa del Re, per l’onor del Piemonte, forse sì. — Rammentava che Saint-André, governatore di Torino, aveva pubblicato un editto per sedare l’irritazione dei cittadini: dunque c’era realmente la probabilità d’un conflitto?

Il chiarore andava a poco a poco crescendo. Aprì la finestra: il cielo terso, profondo prometteva una bella giornata. La strada sottostante, poco frequentata nel buon del giorno, era in quel momento affatto deserta, ma alla svolta si distingueva gente che si moveva tutta insieme frettolosa. Pensò di farsi portare in carrozza verso la Cittadella, e collocarsi in luogo donde potesse veder bene quello che accadeva. Pensò d’andar a piedi subito, sola, in abito dimesso; e penetrare nella folla, cercare il figlio e metterglisi al fianco. Come mai non le era venuto in mente d’accompagnarlo addirittura, vestita d’altri panni? Il tempo presente comportava cose ed azioni che in addietro sarebbero parse stranissime. Poco più d’un mese prima, una certa Angela Ponzani, per ottenere la grazia di suo marito, condannato a morte dopo la rotta di Ornavasso, era venuta a Torino, ed aveva saputo, trasfigurata così da esser presa per un ufficiale, entrare nel palazzo del Re, ed arrivare supplicante ai suoi piedi... Ma era tardi; queste non erano più che fantasie inutili e vane. Si rammaricò di non aver pensato a informarsi dell’ora, del modo con cui si sarebbe compiuta l’occupazione abominata.

Uscì di camera, si aggirò un poco nelle altre stanze. Perchè il conte la lasciava sola? Perchè l’abbandonava così? Tornò stanca, spossata donde era uscita, si mise a sedere e chiuse gli occhi.

Che orrenda visione! — I francesi trionfanti in marcia verso i vecchi baluardi incontaminati. La folla cupa, fremente, raccolta in sè come una fiera pronta allo slancio. Massimo la dominava da un punto elevato. Egli alzava la mano, gittava un grido fortissimo. Seguiva un urlìo di morte. La turba si agitava, si avventava furibonda contro gli stranieri..... Massimo era in terra travolto, ammaccato, schiacciato da migliaia di piedi.

Una voce le ripeteva nell’anima le parole d’un prete emigrato, l’abate Frainier: — Vedete, la rivoluzione è una prova dell’ira santa di Dio; ira che vuol essere placata con sangue. — Se n’era versato già tanto, ma occorreva precisamente ancor quello di suo figlio per colmar la misura...

Si alzò sconvolta e si affacciò di nuovo alla finestra. Tornò a sedere e a tender l’orecchio. Poi si provò a leggere, si provò a pregare, ma ogni poco si sentiva mancare il respiro, come se aspettasse l’imminente scoppio d’un fulmine.

Quanto tempo le sia trascorso così, non lo seppe mai. Alla fine ode un rumore di passi lontani, che però le pare venga dalle stanze, non dalla strada. Vuol balzare in piedi, e le gambe le si ripiegano sotto, mentre un flutto di idee ancor più disperate e più lugubri le invade la mente; ricade seduta, si sente quasi svenire, quando è riscossa dalla voce di suo fratello.

— È finita; sono entrati...

— E Massimo?

— È venuto a casa con me. Si è fermato in basso a posar le pistole.

La contessa giunse le mani, le alzò al cielo, ma non pronunziò una parola.

Massimo entrò di lì a un momento e venne a sedere in silenzio vicino a sua madre. Era pallido, aveva il viso contratto, come di chi ricaccia dentro l’anima un sentimento potente, pronto a manifestarsi. Violant, vedendoli quieti, prese a raccontare alla sorella com’erano andate le cose.

— L’avanguardia francese, comandata da Kister, si è presentata alla porta di soccorso alle cinque; l’hanno lasciata entrare appena compiute le formalità d’uso. Poi sono arrivati Ginguené e il generale Collin alla testa di due mila e più uomini. Il governatore, marchese di Ciriè, ed il comandante, cavalier di Nichelino, essendo ammalati, toccò a Casanova, colonnello del reggimento Monferrato, il delizioso incarico di fare la consegna. Qualcuno ch’era presente, mi disse che gli ufficiali ed i soldati facevano pietà. Chi sa quanti fra essi si saranno trovati a Cosseria! E dover sfilare, rendere gli onori militari al gran conquistatore Ginguené...

— Basta! — interruppe Massimo, con una voce rauca diversa dalla sua solita.

— Abbi pazienza, ho finito — seguitò il marchese. — Adesso si è rinforzata la guardia della porta, e Saint-André ha invitato a pranzo Collin e gli ufficiali superiori...

— E la gente? — domandò la contessa.

— La gente andò a vedere. La mattina era bella e lo spettacolo nuovo. Che volete? La buona città di Torino, contessa di Grugliasco, signora di Beinasco, adesso la prende così, sul principiare del secolo l’avrebbe presa in altro modo.

Il marchese sospirò, tentennò ancora un po’ il capo, poi fatto con la destra un saluto alla sorella e un altro al nipote, si avviò lentamente verso l’uscio.

Appena lo vide fuor della soglia, Massimo afferrò la mano di sua madre, abbassò il viso sulla palma, se la strinse sulla fronte, sugli occhi, sulle labbra.

— Mamma — mormorò egli: — partiamo, partiamo, andiamo via, non ne posso più!

XX.

In tutto il mese di giugno, il cavaliere Telemaco Mazel non era andato che quattro volte in casa Claris e sempre di sera. Egli si veniva mutando, e sfuggiva la luce del giorno per non impressionare l’amica. Soffriva incomodi, i quali tanto o quanto alteravano la sua sanità, e, guardandosi nello specchio, vi si vedeva giallo, con le pesche agli occhi, il collo che andava diventando color di nocciola e grinzoso come quello delle testuggini. Avrebbe voluto dar la colpa di tutto questo al caldo, alla stagione e sopra tutto agli eventi, così infausti per tutti coloro che si conservavano fedeli al Re; ma a queste idee si sostituiva, ahimè! sempre più molesta ed insistente, quella della vecchiaia vicina, inevitabile, accompagnata dalla bruttezza, dagli acciacchi, dalle malattie.

Aveva consultato successivamente Garonis e Ambelli; tutti e due lo avevano dichiarato guaribile, mediante una cura non lunga, non difficile, ma esatta.

Egli ebbe l’avviso che la contessa stava per partire appunto un giorno in cui si sentiva più indisposto e più scuro che mai. Pensò da prima d’andare in bussola al palazzo e chiederle scusa di non poter servirle di scorta come tutti gli altri anni; poi invece le scrisse ch’era malato, a letto, ma pronto ad alzarsi, a far ciò che considerava come un dovere. Non pensava alla possibilità d’un aggravamento, al pericolo di restar per istrada; lo inquietava, lo turbava l’idea di arrivare a Robelletta nè vivo nè morto, l’idea di averle a cagionar noie, pene, disturbi.

La lettera ottenne l’effetto ch’egli aspettava e bramava. La contessa rispose subito, pregandolo di non muoversi e d’attendere a curarsi ed a guarire.

Mazel riscrisse confuso, umiliato, compunto, ringraziando come avesse ottenuto una grazia, un grandissimo favore. Prometteva di raggiungerla appena avesse potuto reggersi in piedi.

Così una bella sera, mentre il sole declinando verso occidente arricchiva d’oro e di porpora le nuvolette vaganti per il cielo tranquillo, gli abitanti di Robelletta videro entrar nel viale la carrozza della loro signora e osservarono con molta sorpresa che non era nè preceduta, nè seguìta dall’antico cavaliere.

La contessa Polissena riprese subito il tenor di vita di tutti gli altri anni: leggeva, scriveva lettere, faceva e riceveva qualche visita. Nei primi giorni non si occupò affatto di suo figlio: lo vedeva a desinare, lo vedeva a cena, ma non gli domandava mai come avesse passato il suo tempo.

Però un dopo pranzo, mentre passeggiavano discorrendo in un viale, ella credette d’accorgersi che Massimo andava diventando un po’ irrequieto, come se desiderasse, ma non osasse lasciarla.

— Vuoi andare? — diss’ella, pacatamente. — Va pure.

— Oh signora madre...

— Va, va in pace. Ricordati, passando in casa, di mandarmi madamigella. E... buona fortuna.

Massimo che aveva già fatto due o tre passi, si voltò a guardarla.

La contessa sorrise:

— M’hanno detto che la signora Ughes esce tutti i giorni con suo padre e con te...

— È verissimo.

— Bisognerà che tu me la faccia conoscere questa sirena. Vuoi?

— Scusi, signora madre, ma io non capisco...

La contessa non rispose, si fece grave, pensò un momento.

— Domani — riprese poi — farò probabilmente una visita al santuario della Madonna. Fa di trovarti con loro da quella parte, verso sera. Bada però che l’incontro deve parer casuale, perciò non devi avvertirli, non devi dir niente. M’hai inteso?

Massimo promise e si allontanò rapidamente, ma giunto sulla strada che metteva a Murello, sentì ad un tratto venir meno ogni volontà di andarvi. Entrò in un prato e si gettò sull’erba, nell’ombra di certi alti pioppi.

Che significava questo desiderio di sua madre? Doveva rallegrarsene? Accettarlo come un augurio? Era possibile che ne derivasse un bene qualsiasi? — E fantasticò fino a tardi senza venire ad alcuna conclusione, senza intravvedere un punto chiaro, uno spiraglio sereno nella densa caligine che gli nascondeva l’avvenire.

Tutta quella sera, e la notte, e il giorno seguente, finchè non venne l’ora di andare in casa Ughes egli si sentì amaramente tribolato da un pensiero: — E se Liana non riuscisse simpatica alla contessa? Se questa trovasse ch’egli aveva collocato male il suo amore? — E il dubbio, senza che egli sapesse come, nè perchè, andò sempre crescendo e prendendo un’importanza che gli pareva foriera di nuovi e gravi avvenimenti.

Massimo entrò in casa Ughes mentre battevano le quattro. Liana lavorava nel salottino, vicino ad una finestra; l’avvocato dormicchiava sul sofà. Egli si rizzò subito all’apparire del contino e ordinò ad alta voce, in modo d’essere udito dalla cucina: vino bianco, sciroppo di ribes, frutta e ciambelle.

Aveva fatto una buona sfogata di chiacchiere col parroco e col notaio al mattino, desinato con buon appetito, digerito bene: era quindi di ottimo umore.

— Adesso si beve — diss’egli, — e poi si va a spasso.

— Possiamo andar fino alla Madonna — suggerì Massimo, quasi sottovoce.

— Eh — fece l’avvocato — quella è sempre una passeggiata amena e piacevole.

V’era stato la sera prima ed avrebbe preferito rivolgersi a tutt’altra parte, ma perchè contrariare sor contino?

Quel giorno, come sempre, Liana sarebbe rimasta volentieri a casa, sola con i propri pensieri, ma sapeva di far piacere a suo padre, di far piacere a Massimo, venendo con loro, e cedeva. L’impeto di speranza che l’aveva spinta a partir per Murello era caduto; il nuovo periodo di attesa febbrile interamente finito. I giorni si succedevano tutti uguali, in una quiete sorda, piena d’incertezza.

Massimo, comparso all’improvviso una bella mattina, era stato ricevuto dalla signora con tranquilla amabilità, senza esclamazioni, senza alcuna dimostrazione di maraviglia, come si fossero lasciati da poche ore, non da quasi tre mesi. Continuava a frequentare la casa, ad accompagnarla fuori: pago di notare nel contegno di lei, nei suoi modi una affabilità semplice, costante, sicuro indizio che la sua compagnia non le era sgradita.

Uscirono e presero la strada che metteva al santuario. Liana camminava silenziosa fra i due uomini. Oliveri recitava ad alta voce una poesia giocosa che gli aveva mandato l’avvocato Bottalla per il suo compleanno. Massimo guardava avanti, si voltava indietro, sperando e temendo ad ogni momento di scorgere la carrozza di sua madre. Respirò vedendo deserto il piazzale davanti alla cappella: meno male, erano i primi, la contessa non aveva dovuto aspettare.

Sedettero sur una panchina; e Oliveri, invaso, infiammato dall’estro, cominciò a improvvisare un sonetto in risposta all’amico. Voleva anche appiccarci la coda, quando Massimo lo interruppe stendendo il braccio ed esclamando:

— Mia madre!

— Oh, oh! — fece l’avvocato, chetandosi subito e palpandosi la parrucca, la gala del petto, i manichini. Soggiunse poi piano, mentre la carrozza arrivava sul piazzale: — Signor conte, mi dica lei come devo comportarmi.

La contessa discese, s’avviò con la testa alta e gli occhi bassi verso la porta della chiesetta, vi entrò.

— Bisognerà ch’io faccia il mio dovere in qualche modo — seguitava a dire Oliveri, già in piedi. — Credo conveniente, indispensabile qualche segno di rispetto, di ossequio. Si tratta della madre di chi ci onora, si può dire ogni giorno... E capirà... Insomma, adesso vedremo.

Massimo cercava invano qualche parola per disporre la signora Ughes alla presentazione; la vedeva seria, indifferente; temeva di trovarla poi fredda e riluttante quando fosse giunto il momento. Così intanto egli taceva, fissando con un po’ di batticuore la porta socchiusa, presso la quale adesso stava di piantone un lacchè.

Dopo pochi minuti, che parvero secoli al giovane, la contessa ricomparve, e dalla soglia girò con gli occhi il piazzale. Mentre un altro lacchè, ritto accanto al legno, s’affrettava a spalancar lo sportello, Massimo e Oliveri si scoprivano il capo, e Liana si alzava.

La contessa li vide; si mosse bel bello guardando Liana e sorridendo a fior di labbra. Incontrandoli, fu la prima a parlare, e lo fece graziosamente. — Aveva sentito dire tante belle cose di loro da suo figlio! Massimo si mostrava così soddisfatto d’averli per vicini, affermava di trovarsi così bene in loro compagnia, che aveva destato in lei una curiosità grande, un vivo desiderio di conoscerli. Era proprio contenta di trovar finalmente una buona occasione.

Liana aveva appena cominciato a proferire alcune parole gentili, quando Oliveri la interruppe. — Diamine, toccava a lui di rispondere! A lui padre, avvocato, poeta! — E lo fece con una dozzina di frasi ampollose, gonfie d’una rettorica ricercata, stantia ed anche un pochino servile.

Si avviarono poi tutti a piedi verso Murello: le signore davanti, gli uomini dietro. Fatto così un breve tratto, la gentildonna si fermò, si accomiatò e risalì nel legno, che li aveva seguiti di passo.

Massimo riaccompagnò a casa l’avvocato e sua figlia, poi pigliò per le scorciatoie: non vedeva l’ora di essere a Robelletta, di sapere quale impressione avesse ricevuto sua madre, che cosa pensasse di Liana.

Trovò la contessa in piedi, presso la finestra del salotto terreno, interamente assorta nella lettura d’una lettera. Egli tornò nel cortile e andò su e giù per dieci minuti, finchè un servitore venne sull’uscio e fece un inchino.

Entrò nella sala da pranzo. La contessa e la vecchia damigella erano già a tavola; don Bonhomine stava per sedere.

La cena fu silenziosa. La contessa aveva l’occhio freddo, la fronte un po’ corrugata. Non era sdegno, ma poteva esser peggio. Massimo si sentiva gelare, mangiò poco e non fiatò mai.

Don Bonhomine e sora Teresa, come la chiamavano i servitori, si ritirarono appena preso il caffè. La contessa si alzò, passò nel salotto, seguìta dal figlio, e se lo fece sedere accanto sur un piccolo sofà.

— Ecco — diss’ella, — leggi questa lettera.

Massimo, un po’ inquieto, prese il foglio che gli porgeva sua madre, vi diede un’occhiata e si riconfortò subito non vedendovi nè il suo nome, nè quello di Liana.

Era l’abate Arbaudi che scriveva da una sua villa vicino ad Alessandria. Anche in quella città i malintenzionati, indettati e diretti dal generale Ménard, comandante della Cittadella, avevano formato un comitato e cominciato a macchinare ed a corrispondere con gli altri comitati impiantati qua e là.

Per farsi un’idea chiara dei loro disegni, don Castellani, amico dell’abate, prete ardito ed accorto, s’era governato in modo da trovarsi presente ad una conventicola segreta e decisiva. Aveva visto allora che il caso era gravissimo.

I repubblicani, rioccupato Carosio, pensavano di approfittare dell’agitazione che poteva produrre la dedizione della Cittadella di Torino, per tentar nientemeno che un colpo di mano contro Alessandria. Contavano naturalmente sulla cooperazione dei soldati francesi, e speravano che il moto si propagasse per tutto il Piemonte. Non c’era tempo da perdere; la bomba doveva scoppiare il 5 luglio: non si trattava di giorni, ma di ore.

Il governatore Solaro fu subito avvertito e prese le sue misure. Mezzo squadrone di Piemonte reale alla Cascina grossa; un distaccamento di Peyer-im-hoff alla Spinetta; uno di Saluzzo a Marengo e uno di guastatori a Castel Ceriolo. D’Osasco poi, all’alba del 5, era in battaglia tra porta Ravanale e porta Marengo, con trecento soldati, parte di Saluzzo e parte guastatori, e con ottanta dragoni. Il conte Alciati, partito dal Bosco con quattrocento uomini di Savoia e di Stettler, e cento di cavalleria, era giunto alle quattro e tre quarti alla Spinetta. I contadini della Fraschea avevano ricevuto anch’essi istruzioni, incoraggiamenti, armi e munizioni.

Poco dopo le cinque, un ufficiale, postato in avanti, aveva veduto spuntare sulla strada di Marengo una colonna di circa mille uomini, con bandiere e cannoni. Era l’_Armata infernale_, partita allegramente da Serravalle, passata senza trovar impedimenti presso Tortona, e quasi sicura di arrivare pacificamente fino ad Alessandria.

L’ufficiale, lasciati scaricare ai suoi i fucili, aveva ordinato la ritirata senz’altro. E i repubblicani subito dietro a furia, spensierati e baldanzosi.

Ma ad un tratto: — Avanti! avanti! — ecco a sinistra una forte schiera di soldati lanciati alla baionetta. I rivoltosi li avevano accolti a fucilate e a cannonate; ma poi, sentendosi galoppare Piemonte reale e altra cavalleria alle spalle, s’erano buttati disordinatamente nelle boscaglie e nei campi. La battaglia sarebbe finita così, appena incominciata, con pochissimo spargimento di sangue, se non fossero saltati fuori strepitando e sparando i frascheruoli appiattati fra i cespugli, dietro gli alberi, nei fossati. Ufficiali e soldati avevano fatto quanto umanamente si poteva per strappare i vinti dalle mani di quegli arrabbiati; ma la carneficina era stata lunga ed orrenda.

Due giorni dopo la caccia all’uomo durava ancora, s’udivano ancora schioppettate, strida, gemiti, bestemmie...

Quando fu a questo punto della lettera, Massimo, disgustato e attristato, lasciò di leggere, sebbene vi fosse ancora tutta una pagina.

— L’abate ha ragione — disse la contessa, credendo ch’egli fosse arrivato fino in fondo: — Se tutti i nostri contadini odiassero i francesi e i patrioti come quelli della Fraschea, le cose andrebbero assai diversamente.

— Sì, ma che orrore, signora madre! Che tempi!

— Eh già! Non son tempi da idillio, figliuol mio.

Massimo si morse il labbro e si alzò.

— Permette? — diss’egli. — Vado un po’ fuori.