Part 16
Massimo solo non poteva staccare gli occhi dalla faccia del vecchio militare; vi vedeva tutta la maestà di un’anima elevata, e, mentre la riverenza l’avrebbe mosso a inchinarsegli e ad imprimere un bacio rispettoso sulla sua destra abbronzata ed incallita, il cuore si espandeva per una dolcezza ineffabile, quale non aveva forse provata mai nella compagnia dei suoi genitori.
Finalmente il conte Annibale riprese la parola:
— E così, signori, quando ci rivedremo? Bisogna fissare fin d’adesso un nuovo convegno.
— Giovedì, alle tre, in casa mia — disse Violant.
— Alle tre non posso, alle tre non posso! — esclamò l’abate. — Se fosse di sera...
— Giovedì sera, giovedì sera — ripetè forte il conte Annibale. — Siamo intesi?
Vi fu un breve mormorìo di acquiescenza; poi tutti si alzarono. Brunel salutò militarmente ed uscì il primo. Massimo lo seguì subito: gli pareva di doverlo ringraziare per aver espresso idee ch’erano pure le sue, per le quali aveva sopportato amarezze e rimproveri. Non osò. Discese lo scalone, attraversò l’atrio dietro di lui, e si fermò sulla soglia del portone. Dopo un momento gli passò accanto, salutandolo con un sorrisetto, l’abate Arbaudi. Mentre lo guardava allontanarsi franco, con la testa ritta, mostrando la bella gamba, udì camminare e parlare dietro le spalle.
Il conte Micard diceva a Violant:
— Caro marchese, bisogna aver pazienza; in tempi come questi, quello che meno si vede sono le cose evidenti.
Passarono, accennando appena del capo. Massimo si voltò per rientrare e si trovò faccia a faccia con Di Capolea.
— Vedrai che non si farà niente — disse questi. — Troppi saccentoni, troppi animali a sangue freddo. Quel barone! _Un vieux radoteur._ L’abate ha ragione. Quando i Tricolori sapessero che ogni casa può essere una piccola fortezza, ogni campo un campo di battaglia, ogni argine una trincea; che ogni siepe, ogni tronco, ogni cespuglio può nascondere un agguato, allora sì che farebbero presto a sgombrare il paese! Sono tentato di far gente, buttarmi alla campagna e provare per conto mio. Chi sa!... Non foss’altro che per dare il buon esempio. E tu dovresti unirti a me, sai.
— Cosa vuoi ch’io possa ancora fare? — rispose Massimo, mestamente. — Per riuscire in certe imprese ci vogliono qualità delle quali io manco totalmente: ci vuole abilità, e non posso dire d’averne; ci vuol fede, e non ne ho più; ci vuole sopratutto una forte volontà, e la mia è stanca, variabile, pronta a cedere al più leggiero soffio di vento contrario.
— Bene — ripigliò il cavalierino, distratto. — Ma pensaci; credi a me, val la pena di pensarci. Vincere o morire! Vincere o morire!
Ça ira, les patriotes à la lanterne! Ça ira, les patriotes on les pendra.
Seguirono a questa altre riunioni, in casa Claris e in casa Violant, più o meno numerose, e in ore diverse.
Massimo, docile alla volontà di suo padre, desideroso di compiacere a sua madre, interveniva a tutte assiduamente. Ma come l’acqua limpida, spruzzata in un muro, non lascia di sè alcuna traccia asciutta che sia, così uscivano subito dalla mente del giovane tutti i discorsi che udiva. Gli pareva che si dicessero pochissime cose con molte parole, e che se ne dicessero eziandio delle insulse. Invece di accendersi, l’animo diveniva ogni dì più torpido e più accidioso.
Un giorno ch’egli finiva svogliatamente di desinare, prima di recarsi ad uno di questi uggiosi convegni, il servitore lo avvertì che un signore desiderava parlargli.
Massimo spinse via il piatto, si alzò seccato e passò nella stanza vicina. Vi trovò Oliveri peritoso, ossequioso e sorridente, che dopo una farragine di scuse, di cerimonie, di complimenti, cominciò ad esporre le ragioni che l’avevano indotto a venir disturbare, in quell’ora indebita, l’illustrissimo signor contino.
— Stamane — diss’egli, — essendo uscito per far due passi dopo colazione, come mi ha raccomandato Chiovetti, ho visto diversi capannelli in piazza San Carlo; pensando che qualche cosa bollisse in pentola, ho cercato subito di avere informazioni. Così venni a sapere che i nostri patriotti — dico nostri per modo di dire — minacciano un grande attacco alla periferia del Piemonte, ma un attacco serio, sperando forse in un movimento interno che li aiuti a scombussolare ogni cosa... Io già lo prevedevo, sa. Da qualche tempo è ricominciata la grandine dei libercoli, dei proclami, dei foglietti incitanti il popolo a rivoltarsi, i soldati a disertare. I brulotti, insomma, quelle navicelle piene di materie combustibili e di fuochi artificiali delle quali si fa uso in guerra per incendiar ponti od altre opere di legno e dar fuoco alle grosse navi nemiche. Lei le sa meglio di me queste cose. Veniamo al punto. Torno a casa, trovo mia figlia con un viso così ingrullito, così melenso, che proprio faceva rabbia. — Aspetta, aspetta! — dico io. E le do le nuove. Misericordia! Non l’avessi mai fatto! Sgranò tanto d’occhi, e si mise a tremare, come se battesse la febbre. Cosa vuole? Tutto questo combina con un sogno che ha fatto stanotte e con certi suoi presentimenti... Si figuri! E voleva scendere nella strada per sentire, per sapere, benchè Menica avesse già messo in tavola... Basta; ho ingollato in fretta un boccone e son venuto qui a importunar lei, sperando d’ottenere dalla sua amabilità qualche particolare di più.
Massimo guardò l’orologio. Mancavano pochi minuti all’ora fissata, e doveva ancora andare fino al palazzo Violant. Si scusò con l’avvocato, promettendo formalmente di venire, appena libero, a comunicare alla signora Ughes quanto avrebbe potuto raccogliere.
Uscirono insieme e si separarono appena fuor del portone.
Giunto in casa Violant, Massimo si avvide subito che non aveva bisogno d’interrogare e che gli bastava di star a sentire. Non si parlava d’altro che del nuovo subbuglio. Pareva d’essere in una di quelle giornate d’estate, in cui, dopo un’afa e un ardore insopportabile, s’ammontano per aria nuvoloni scuri, bianchicci, cenerognoli; i lampi sanguigni guizzano per ogni lato, e s’aspetta ansiosamente per vedere se s’incomincia coi goccioloni, oppure con la grandine.
Si parlava, fin dagli ultimi di marzo, d’un conciliabolo tenuto a Milano dai rifugiati piemontesi, con intervento di alcuni ufficiali disertori venuti da Vercelli. S’era poi saputo che costoro, d’accordo col Comitato rivoluzionario di Genova e con altri giacobini residenti nel Delfinato, avevano stabilito di violar la frontiera e penetrare in Piemonte. E le notizie si erano venute facendo più precise e più gravi. Il generale Fiorella, comandante della guardia nazionale di Milano, e i piemontesi Baratta, Rossignoli e Soman erano riusciti a mettere insieme da sette a ottocento uomini, un guazzabuglio di piemontesi, lombardi, veneti, francesi, polacchi, dalmati, corfiotti, americani; e a fornir loro abiti, fucili e cannoni. Costoro si andavano attruppando sui confini dell’Alto Novarese, sotto gli ordini di Seras, aiutante di Brune, e di due ufficiali francesi: Lions e Léotaud.
Si aggiungevano a queste altre voci sinistre. Si affermava, si smentiva, si confermava che i repubblicani si disponessero pure a scendere nelle valli Valdesi. Si dava per certo che dalla Liguria movessero due torme: la _Divisione del mezzodì_, condotta da Spinola, nobile genovese, da Pelisseri e Trombetta, piemontesi, e afforzata da una mano di finti disertori francesi, provenienti da Tortona e comandati da Camillo Guillaume; l’_Armata infernale_, guidata da Giuseppe Tordo.
In casa Violant si facevano già i nomi degli ufficiali destinati a contrastare ai ribelli. Il brigadiere Policarpo d’Osasco, aveva l’incarico di ributtare le bande liguri. Il conte Del Carretto di Millesimo, colonnello del reggimento Torino, e Alciati, colonnello dello stato generale, dovevano rintuzzare l’orgoglio di quel maledetto Seras o Serassi, chè chi lo chiamava in un modo e chi in un altro. Una colonna formata dai reggimenti Cuneo, Acqui, La Marina e Mondovì, comandata da Avogadro di Ronco, andava a mettersi a disposizione di Dellera, governatore di Mondovì, per guardare le valli dell’Ellero, del Tanaro e delle due Bormide.
— E a Pinerolo? — domandava qualcuno. — Chi ci pensa?
— Il marchese di Ceva, se non mi sbaglio, — rispondeva un altro.
— Meno male. Perchè, ehi! pensando a Pinerolo, si copre la capitale, si copre la capitale!
Si annunziava pure imminente la pubblicazione d’un bando, nel quale Sua Maestà avrebbe, come già altre volte, sollecitato i sudditi fedeli ad armarsi per cooperare coi soldati al mantenimento dell’ordine; promesso perdono ai disertori ed a quanti s’erano già uniti ai ribelli; minacciato di far passare per le armi chiunque si ostinasse a non cedere.
Al palazzo Violant, oltre a quelli che vi si erano dato l’appuntamento, si trovavano in quell’ora molti amici e congiunti, venuti per portare o avere notizie, e discuterle per lungo e per largo. La sala, nella quale sono i due stupendi arazzi di fabbrica torinese, disegnati da Beaumont, era piena, vi si soffocava. Il marchese diede l’ordine di aprire il salone contiguo, uno dei più grandi della città, di semplice ma nobile architettura, ornato di pregevoli sculture dei fratelli Collini. Si popolò in un momento; e allora nella sala degli arazzi non rimasero che gruppetti qua e là che si parlavano stretti e concitati.
Massimo era ben ragguagliato, oramai; vedendo che nessuno badava a lui, neppure il severo genitore, se la svignò.
Pochi minuti dopo arrivava in contrada Nuova e saliva di corsa la scala dell’avvocato. Questi era solo nel salotto, sdraiato nel suo seggiolone con un foglio in mano. Vedendo entrare il contino, si levò in fretta gli occhiali e si alzò.
— Ebbene, che nuove abbiamo? — domandò egli. — Sulla gazzetta non c’è ancor niente, proprio niente. S’accomodi, chiamo subito mia figlia.
Liana entrò in quell’istante.
— Grazie! — diss’ella al giovane. — L’aspettavo con tanta impazienza! Mi fa il favore di parlare?
Si lasciò andar sur una seggiola, ch’era a fianco dell’uscio, e stette attentissima.
Massimo riferì, più ordinatamente che potè, quanto aveva inteso.
Quand’egli ebbe finito, Liana alzò gli occhi con un moto leggiero della testa all’indietro, come se affissasse lo sguardo smisuratamente lontano.
Dopo aver pensato un momento, il contino aggiunse altri particolari, che gli parevano curiosi. Quel Seras o Serassi, spedito dal generale Brune a diriger le mosse d’una delle colonne repubblicane, era piemontese, nato a Pinerolo. Essendo alto della persona, tutto ben rispondente e proporzionato, aveva preso servizio nella guardia del corpo. Messo in arresto per aver sedotta in Isvizzera la figlia di un ministro protestante, visto che per certa intromissione diplomatica la scappata poteva costargli cara, s’era rifugiato in Francia, mentre appunto l’antico regime andava a rifascio. L’animo ardito, l’aspetto maestoso gli avevano procurato il grado di ufficiale superiore.
Liana si alzò d’improvviso, si accostò vivamente, brillando negli occhi.
— Dunque — diss’ella — i patrioti si avanzano da tre parti. Dove sono adesso quelli che vengono di Francia?
— Par che siano ad Abriez — rispose Massimo, — un piccolo borgo...
— Chi li comanda?
— Ho sentito vari nomi, fra gli altri quello di Andrea Chantel, ex ufficiale di artiglieria, fratello dell’avvocato condannato a morte e giustiziato nel ’94.
Liana battè con forza le mani, esclamando con accento profondamente convinto:
— Luigi è con loro!
— Euh! — fece Oliveri, alzando le spalle.
— E cosa faranno?
— Cercheranno di arrivare a Pinerolo — rispose il giovane; — se ben inteso...
— Va bene! — interruppe Liana. — Noi andremo a Murello.
— Sì, cara — disse l’avvocato, blando: — quando farà caldo.
— No, babbo: partiremo domani mattina.
— Un’altra adesso! Oh santo cielo! Ma ti par verosimile che...
— Anche l’altra volta sono stata tanto tempo senza saper nulla, poi le prime notizie son venute di là, son venute di Francia.
— Sì, ma senti, l’altra volta...
— Sarà così anche questa. È il cuore che me lo dice. Mi sono sforzata d’immaginare mio marito a Milano, a Genova, in due, tre, quattro altri luoghi... Niente. Invece adesso lo vedo lassù tra quelle montagne. Lo vedo, capisci!... Quand’era studente, Luigi aveva un amico sommamente diletto, un sottotenente; non rammento più il nome, ma mi pare che fosse appunto Chantel. Non è probabile che siano insieme? Da Pinerolo Luigi verrà a cercarmi a Murello. Crederà di trovarmi dove mi ha lasciata. È naturale. Può avermi scritto d’aspettarlo, ed io non aver ricevuta la lettera, perchè perduta od intercettata. L’abbiamo già spiegato tante volte così bene questo affare delle lettere! Come farebbe il Governo, come farebbero i ministri per saper le cose appuntino, se non fermassero e leggessero certe lettere? È così chiaro. Vedi, babbo, quante ragioni ho di sperare? — Soggiunse poi, rivolgendosi con un atto soavissimo al giovane. — Mi scusi, signor conte, se mi abbandono così, ma lei è di casa oramai...
Oliveri aspettava con le braccia aperte che sua figlia avesse finito.
— Partire! — esclamò egli. — Si fa presto a dire: partiamo, ma e il mezzo?
— Una carrozza.
— E i preparativi?
— Possono esser fatti in un’ora.
E Liana s’avviò verso l’uscio dond’era venuta; l’avvocato la seguì, ma si fermò sulla soglia per non lasciar solo il contino.
— Ti avverto che il tuo calcolo è sbagliato, sbagliatissimo — ripigliava egli. — Se mai Pinerolo non sarebbe che una tappa, una tappa militare. Padroni di Pinerolo, gl’insorti marceranno sulla capitale; strategicamente si fa così. Domanda al signor contino, che se ne intende. Tuo marito non sarà mica lui il generale in capo! Voglio dire che non può aver facoltà di spostar i suoi verso Murello, solamente perchè egli vi ha lasciata la moglie! Capisci?
E continuò a snocciolare argomenti, finchè non fu persuaso che predicava veramente al deserto.
— Almeno — conchiuse poi, lamentevolmente — pensa tu alla mia roba. Io non mi sento proprio di far la valigia. Non so più dove io abbia la testa.
E se la prese a due mani, e se la palpò tutta quasi temesse di scoprirvi una fessura, per la quale il cervello potesse realmente svampare.
Massimo teneva le braccia incrociate, il capo chino sul petto.
— Che farò quando Liana sarà partita? — diceva tra sè. — Che farò domani, tutta la giornata? Che farò doman l’altro? Adesso, quando non sono qui, passo le ore aspettando il momento di venire. Che sarà di me se non trovo un impiego del tempo, una maniera qualunque di vivere?
Liana era ancor lì, e gli pareva già lontana! Sentiva i suoi passi presti e leggieri, distingueva il gemere d’un cassetto aperto e richiuso, il cigolar d’un’imposta, il fruscìo lieve d’una stoffa maneggiata e piegata. La fantasia gli mostrava la camera, dove non aveva mai posto il piede, in tutti i più minuti particolari; e quella era una tortura indicibile. Con che febbre, con che foga ella si apparecchiava a partire! In quel momento si sentiva forse già nelle braccia dell’uomo col quale aveva continuato a vivere spiritualmente, del quale attendeva appassionatamente il ritorno. Non c’era dubbio: Ughes era vivo. Altrimenti egli avrebbe dato un avviso, o naturale o soprannaturale, a chi lo amava e lo aspettava così. Era vivo, era vivo e sarebbe tornato, e se la sarebbe ripresa per sempre...
Massimo sentì una trafitta al cuore acuta, penetrante, quasi materiale; balzò in piedi e, per farla finita, si accostò all’avvocato.
— Vorrei fare i miei saluti alla signora — diss’egli, — se si potesse...
— Per Bacco! — esclamò Oliveri. — Liana! E il conte? Diamine, almeno un po’ di...
— Mi perdoni — disse Liana, ricomparendo.
Porse la mano al giovane, che la prese con ambo le sue.
L’avvocato spianò gli archi delle ciglia, sorrise, come faceva sempre quando li vedeva d’accordo e vicini.
— Buon viaggio — mormorò Massimo. — Non posso voler la riuscita d’un’impresa che considero funestissima, micidiale al mio paese... Ma auguro a lei, con tutta l’anima, tutte le felicità che può desiderare.
— Lei è un amico — disse Liana, con dolcezza melodiosa, — un amico vero e leale.
— Quando ci rivedremo? — domandò Oliveri al contino.
— Oh! — esclamò Liana, fervidamente. — È vero; venga presto in campagna anche lei. Se Dio volesse che ci ritrovassimo tutti, come l’anno passato! Che giorni sono stati quelli, che giorni! Si ricorda?
Massimo non rispose, s’inchinò e uscì rapidamente.
XVII.
— Che strada! — brontolava Oliveri, sporgendosi fuor del legno. — E che tempo!
La strada era veramente molto fangosa, ma il tempo non poteva dirsi brutto. Glielo faceva parer tale la gran seccaggine di lasciar Torino. Il cielo era nuvoloso, ma non oscuro; anzi i vapori alti e radi accennavano a dileguarsi.
— I cavalli non c’è male — seguitava l’avvocato, parlando alla figlia, — due caprette, ma vanno; il legno è perfido. Senti come crocchia. E dianzi come si rimballava sul selciato!... Guarda, guarda come lavora tutto per sghembo!
— Gesù! — susurrò Menica, seduta con una paniera sulle ginocchia di fronte ai padroni — e quel vetturino, che ceffo!
Oliveri non lo aveva osservato, gli indirizzò subito la parola per farlo voltare.
— Ehi, brav’uomo, come vi chiamate?
Colui, che andava sonnecchiando, si scosse e rispose che il suo nome era Bono Biagio, ma che la gente lo chiamava _Lesna_.
— E le strade, come sono le strade?
— Infami, vede bene.
— Vi domando se sono sicure?
Lesna girò alquanto la testa, tanto da mostrare un viso forte ricagnato e ulivastro.
— Sicure non lo sono mai. Verso Poirino c’è Frustafer che batte la campagna coi suoi disertori; e verso Pinerolo c’è la banda di Malanotto. Da questa parte non so, non ho inteso dir niente. Speriamo di non fare cattivi incontri.
Per un quarto d’ora vi fu silenzio, poi il vetturino, destandosi da un altro sonnerello, ritornò spontaneamente sull’argomento. — Già, bisognava sempre sperar bene, ma qualche volta questo non bastava. Proprio su quella strada lì, egli s’era trovato in un bell’imbroglio. Il signore doveva ricordarsi anche lui d’un fatto capitato la sera di venerdì, 2 giugno 1786? No? Diavolo! Eppure era stato pubblicato e ripubblicato in tutti i paesi grandi e piccoli dello Stato. Ecco com’era andata. A quel tempo egli, Lesna, faceva la staffetta e portava la valigia delle lettere a Nizza. Quella sera, sulle undici ore di Francia, mentre si trovava tra porta Nuova e la chiesa di San Salvario, due birbanti gli erano saltati addosso lesti come gatti; avevano atterrato e ferito lui con parecchi colpi d’arma da taglio e vuotata la valigia. Un colpo da maestro! V’era dentro una cassetta, coperta di tela incerata e sigillata con le arme gentilizie del generale di Finanza, il signor marchese di Cravanzana, e indirizzata al signor Biscarra, tesoriere della città di Nizza, la quale conteneva la bellezza di ventiduemila novecento ottanta e più lire, in tante doppie nuove da ventiquattro. V’erano altri involti di particolari per il valore di circa novemila lire, e poi orologi, oreficerie, gingilli preziosi provenienti da Ginevra.
— E crede lei che li abbiano presi? Nemmen per sogno. E sì che i connotati io li ho dati precisi. Guardi: uno era alto, con una sottoveste bianca, logora, e senza calzette; l’altro piccolo, tutto vestito di grigio, e teneva in mano un paloscio.
Secondo Lesna poi, se le cose andavano di male in peggio, era perchè non si castigava più.
— Dica lei, è un fatto che non si vedono più quelle belle esecuzioni che si vedevano una volta. Non per vantarmi, ma io ho assistito a certe operazioncelle, che farebbero venire i bordoni a chiunque. Lei non era mica a Vigevano nel ’66? No? Il 31 ottobre 1766! Io c’ero, io. Il reo principale era un certo Baudolino Testa, di Casal Bagliate, in provincia d’Alessandria; aveva per complici Giacomo Miladano e Gioanni Leonardo, tutti e due di Alessandria. Baudolino era accusato del premeditato, proditorio e barbaro omicidio di Domenico Fusi, suo padrone, consumato la notte dal 20 al 21 febbraio. Mi par che l’avesse percosso al capo con una stanga, mentre sonnecchiava in cucina vicino al fuoco, e finito a coltellate. Guardi che anima dannata! Poi se n’era andato portando via argenteria, gioie, abiti, biancheria, denari per il valore di cinque mila lire imperiali. Miladano, detto _Pogarolo_, e Leonardo erano convinti e confessi d’aver prestato aiuto e assistenza a Baudolino e d’aver diviso con lui il bottino. Razza di cani, eh? E noti che stavano anche a loro carico altri furti di mantelli e di vesti commessi a danno di parecchie persone. Bene, lei sa come la giustizia accomodò le loro partite?
— Cosa volete ch’io sappia! — rispose Oliveri.
— Furono condannati tutti e tre ad essere strascinati a coda di cavallo dalle carceri al luogo del supplizio; ad essere arrotati vivi sul palco con colpo nel petto, e scannati tanto che l’anima uscisse dal corpo; ad aver rotte l’ossa delle gambe e delle braccia e il loro corpo intessuto in ruota di legno e levato in alto per tutto un giorno; ad aver il capo spiccato dal busto, chiuso in grata di ferro ed esposto sopra una colonna alla porta detta di Novara. Baudolino poi, già torquito prima, come si dice, si ebbe per soprappiù l’applicazione di tenaglie infuocate per due volte in una spalla durante il tragitto, e l’esposizione sulla colonna, oltre che della testa, anche del braccio destro. La confisca dei beni poi, ben inteso. E se avesse visto che concorso! Era giorno di pubblico mercato; uomini, donne, bambini, non si poteva dar passo nè in qua, nè in là, a gittarvi del panìco, non cadeva in terra, sì la gente era ammassata.
Oliveri, che aborriva le cose lugubri o penose, si andava contorcendo senza trovar il modo di rompere le parole in bocca a colui.
Liana, immobile e muta, guardava la strada. Ella rivedeva quei luoghi per la terza volta. Era venuta con Luigi il primo giorno che si trovavano insieme, finalmente soli, pienamente liberi di soddisfare la bramosìa di parlar del loro amore, del loro avvenire. Un giorno di felicità ineffabile; ore fuggite come lampi! Era ripassata, tornando a Torino col padre: la campagna si stendeva intorno tetra ed avvizzita, ed il suo cuore stillava sangue. Adesso la primavera splendeva di nuovo in quella fertile, ridente pianura del bel Piemonte, ed ella cercava invano di rintracciare qualche pensiero, qualche sensazione, qualche rimembranza anche confusa, anche indistinta del suo primo viaggio. Il viaggio di nozze! Che strana caligine offuscava il punto più luminoso della sua vita!
— È dunque vero — diceva tra sè, — che i ricordi dolorosi s’improntano nel cervello con ferro rovente, e che tutto il resto si perde e svanisce?
La volta azzurra era ancor ragnata qua e là; grandi ombre correvano sui prati e sui campi, ma la magnifica giogaia lontana s’ergeva smagliante nel sole. L’avvocato non ascoltava più le ciance del vetturino, teneva gli occhi fissi sur un punto. Chi sa cosa diavolo succedeva lassù! Chi sa che spettacolo! Vie, aditi, passi asseragliati, ponti abbattuti, vecchie trincee riparate in fretta, nuove trincee costrutte in furia, soldati occupati ad afforzarsi nei luoghi elevati, squadre di montanari mandati ad esplorare le gole, artiglieria in cammino, munizioni in moto, apprestamenti guerreschi per tutto. Pensava alla possibilità d’un combattimento appunto in quell’ora; interrogava la forma e il color delle nuvole, disposto a trovar loro apparenza di fumo; tendeva l’orecchio se mai sentisse tuonare in gran lontananza le folgori di guerra. E perchè no? Non si avevano forse esempi di rumori, di suoni portati dal vento a distanze veramente incredibili!
— Mah! — sospirò poi. — Povera patria mia messa a soqquadro pei disastri d’una lunga, crudelissima guerra, per la sollevazione d’una parte del popolo, e minacciata adesso d’una nuova e fatale invasione!