La bufera

Part 15

Chapter 153,760 wordsPublic domain

— Tu non devi dimenticare chi sei — ricominciò il cavaliere, — quello che conta la tua famiglia in Torino per antichità e per riputazione. Tu mi dirai che per noialtri nobili ormai è finita? Pare. Ma chi sa!... Il Re stesso ha creduto bene di toglierci i nostri ultimi, meschini privilegi col decreto di luglio. Sia fatta la sua volontà... Viviamo in un tempo bisbetico, ah, questo sì! Credi tu che nelle storie antiche si trovino fatti paragonabili a quelli a cui assistiamo? Tuo padre, che ha letto tutto, dice di no. Quel signor generale, alto quanto un soldo di cacio e magro come un lupo cerviero, che trova modo d’entrare in un paese come il nostro, alla testa d’un’orda d’uomini senza camicia, senza scarpe e senza calzoni, e lo attraversa, seminando da per tutto odio, spavento e maraviglia! Ti ricordi d’aver letto qualche cosa di simile quando facevi i tuoi studi?... Nel ’96 questo Bonaparte, non avendo di che premiare un capo di battaglione, gli regala un paio di stivali usati; nel ’97, ricevendo dal Re, nostro signore, un bel puledro sardo, con bardatura e pistole guernite con gli ultimi diamanti di Maria Clotilde, distribuisce agli ufficiali, che accompagnano il dono, tabacchiere, anelli e gingilli di gran valuta, e fa dare ai palafrenieri mance degne d’un Reale di Francia... Adesso poi non vuol forse andare a cozzar con le piramidi d’Egitto?...

— Scusi — brontolò Massimo, — ma come c’entro io in tutto questo?

Mazel, che aveva perduto affatto il filo del discorso, chinò il viso senza saper che rispondere; lo rialzò poi subito.

— Insomma — riprese egli con forza — tu credi alla eguaglianza, eh?

Il contino alzò le spalle.

— Tu credi — seguitò il cavaliere — che le differenze di nascita, di condizione, d’educazione siano tanti pregiudizi? Ebbene guardati intorno, non vedrai che ineguaglianza fra gli uomini, fra gli animali, fra le piante, fra tutto. Sempre il debole e il timido sottostanno al più forte. Metti alle prese una tigre e una pecora, o meglio fa un confronto tra un elefante e un moscherino, o piuttosto... In fine, se per costituire un’eguaglianza perfetta, occorre una stessa quantità di forza, di potenza, di ricchezza, d’ingegno, di studio, io non vedo due esseri eguali in tutto il creato. Mi vieni dietro, eh? Capisci quello che ti voglio dire?

Massimo fece un atto di assenso. Gli era nuovo quel fare cattedratico del buon cavaliere, e voleva vedere dove andasse a finire.

— Dunque — proseguì Mazel: — non posso concedere che quella stima, quella considerazione che va unita al grado ed ai titoli, sia tenuta per cosa vana, insussistente, spregevole. Questa è per me una dottrina perversa ed assurda, che non può servire ad altro che a buttar in aria tutte le nostre sante e gloriose istituzioni!

— Perdoni — disse Massimo. — Mi ha forse sentito parlare in quel senso?

— Non ti confondere. Queste sono idee mie, idee che ho sempre tenuto per me, e che forse forse avrei fatto bene a divulgare un pochino. Adesso vengo al punto. Dimmi un po’: avranno raccontato anche a te, quand’eri bambino, certe favole di pastorelle sposate da principi, da re, da imperatori? Non ti ricordi?

— No — rispose Massimo.

— Una volta, quando avevo tempo, mi divertivo anch’io a leggere novelle e romanzi, o teneri o tetri. Mi restò impressa nella memoria la storia di un marchese di Saluzzo o di Monferrato, che costretto dalle preghiere dei suoi uomini a prendere moglie, regalò loro per signora la vera e propria figliuola d’un villano. Un racconto piacevole, ma privo di senso comune... Privo di senso comune, non di verità, perchè purtroppo giovani disposti a oscurare il decoro d’una casa per amor di una donna, se ne sono visti in tutti i tempi. In Russia, a quanto ho inteso dire, le grandi principesse non nascono tutte nei palazzi e nei castelli... Senza andar tanto lontano, la prima moglie di Giulio Cesare Claris, tuo avolo, era una popolana, o press’a poco. È vero che in seconde nozze ha poi sposato una Granvolant di.. de... Basta, ammettiamo pure, poichè non si può impedire, che un gentiluomo faccia una corbelleria, voglio dire un matrimonio irregolare; ma per carità, non mettiamoci a gridar osanna per questo! Tu mi dirai: è il cuore, la passione... Cospetto! Lo so anch’io che, quando si è giovani, la voltata d’occhi d’una bella creatura vi porta per aria; ma è forse indispensabile d’incatenarsi in sempiterno? Vediamo un po’: se tutti gli uomini di nascita si mettessero a sposar contadine, è chiaro che tutte le fanciulle di nobile famiglia sarebbero ridotte ad appaiarsi coi tangheri. Ti pare?

— E così, concludendo?

— Concludendo, ti consiglio di procedere con considerazione e prudenza, d’andar avanti coi piedi di piombo, badare sopra tutto a non impacciarti fino al punto di... Insomma la vedovina, amico mio. Credi a me, ci vuol occhio a trattar con le vedove.

— Va bene — disse Massimo, che lottava di nuovo fieramente per serbarsi tranquillo. — Se mai... mi ricorderò i suoi precetti.

— E cosa vuoi ch’io dica in tuo nome a tua madre?

— Che mi vedrà presto.

— È poco, sai.

Massimo uscì dalla stanza senza rispondere più nulla.

Discesero le scale l’un dietro l’altro, in silenzio; giunti al basso si salutarono cerimoniosamente e si lasciarono.

Il cavaliere si avviò verso casa Claris, ma dopo alcuni passi, si fermò:

— Cosa vado a dire? — pensò. — Che ho perduto il ranno e il sapone, ecco tutto; poichè già il frutto della mia predica non può essere che questo. Cocciuto come un rospo, l’amico caro. Basterà lasciarsi vedere stasera o domani.

E cambiò direzione senz’altro.

Massimo pure si allontanava meditabondo. Cos’era adesso quest’altra faccenda? Che cosa aveva voluto dire Mazel con quel suo viluppo di ciance? Era proprio un destino ch’egli avesse da far sempre con gente verbosa! — E pensava con certa avversione anche all’avvocato Oliveri.

Avrebbe poi voluto sapere esattamente quali potevano essere le intenzioni dei suoi; e per questo bisognava abboccarsi con loro. Vedendo da lontano che Mazel, dopo essersi soffermato un momento, tirava avanti diritto senza piegar verso il palazzo, si sentì fortemente tentato d’andarvi. Si mosse passo passo, agitato, combattuto da due sentimenti opposti: la vergogna di tornare come un pentito a confessarsi in colpa e a chieder perdono; la speranza confusa di trovare un refrigerio al tormento interno. Ah sì! egli adorava la sua catena, sentiva che mai in eterno avrebbe avuto la forza di spezzarla; ma in quell’ora desolata quasi desiderava trovare chi l’avesse per lui, salvo a rammaricarsene dopo e a tutto tentare per riavvolgersela al cuore.

Sul portone e nell’atrio non c’era nessuno. In un baleno fu su, arrivò allo stanzino. L’uscio era socchiuso e così quello della camera di sua madre. Si fermò a questo, picchiò due colpi leggieri. S’udì rispondere:

— Avanti!

La contessa era lì, ritta vicino a uno stipo, con le braccia stese, pronta a stringersi al petto il figliuolo.

— Signora — mormorò Massimo, — signora madre...

— Vieni, vieni — rispose lei, guardandolo con occhi fissi e amorosi: — lo sai bene che ti ho perdonato! Vieni qui, dammi un bacio.

Dopo un breve sfogo di tenerezza, la contessa prese per mano suo figlio e se lo trasse a seder vicino sul sofà.

— Hai incontrato Mazel? — diss’ella. — Ti avrà detto tutto, m’immagino.

— Mi ha detto molto — rispose Massimo, con qualche imbarazzo, — ma...

— Bene, ci riparleremo. Però mi devi dir subito che vuoi esser con noi: con tuo padre, con me, con alcuni altri dei nostri amici più cari. Ti conosco, quando saprai... ti appassionerai anche tu. Quanti hanno mente sana e animo nobile e leale devono affiatarsi, unirsi, diventare formidabili... almeno per concordia. Farai tu pure il possibile per renderti utile al tuo paese, al tuo Re.

— Signora madre...

— In contraccambio, più nessuna ingerenza nè diretta nè indiretta nelle cose del tuo cuore.

Il giovane la guardava attonito e mesto.

— Ti avverto — riprese la contessa, — a discarico di coscienza, che ti si offre una fanciulla distintissima per padre e per madre; erede della maggior parte del bene paterno... È bella ed intelligente; sono persuasa che ti farebbe felice. Vuoi prendere tempo a rispondere?

Massimo si alzò stringendo i pugni, mordendosi le labbra per vincere la commozione che lo pigliava alla gola. E tutt’a un tratto diede in un pianto dirotto.

La contessa non parlò, nè si mosse; aspettò che la foga del pianto si fosse allenita.

— Ma colei ti ha proprio stregato!? — mormorò poi, facendosi vicina. — Spiegami, spiega a tua madre perchè soffri così. Non ti ama?... Ti amerà. Dà tempo al tempo.

E con un fare festoso, affatto insolito in lei, lo spinse davanti a uno specchio. Tornò subito seria:

— Adesso andiamo — soggiunse, prendendogli il braccio. — Tuo padre sarà contento, molto contento di vederti. Passeremo la sera in famiglia.

XVI.

Il conte Annibale ricevette suo figlio assai benevolmente, come nei giorni in cui non aveva nulla da rimproverargli; riprese poi subito un contegno grave e riserbato, forse per fargli intendere che aveva perdonato, ma non dimenticava. Era un’idea sottintesa, e toccata spesso incidentemente, che le mancanze di Massimo venissero come segnate in un gran registro immaginario; il conte, nella sua bontà, talvolta si piegava e tirava mentalmente due righe in croce sull’una o sull’altra pagina, ma queste non impedivano mai di rileggere e di ricordare quanto era stato scritto.

Il conte, la contessa e il contino cenarono insieme.

Massimo aspettava con una certa ansietà che suo padre gli manifestasse le sue intenzioni; gli dicesse che cosa si voleva da lui. Ma quegli prese a discorrere di cose indifferenti e continuò finchè rimasero a tavola. Cominciò poi, quando furono passati nel suo gabinetto, un lungo elogio dei parenti, degli amici, dei conoscenti che in quegl’anni avevano data la vita per la patria e per il Re; seguì a questo una violenta ed abbondante invettiva contro _certi tali_ che una volta altro non facevano che vantar l’antichità del loro lignaggio e i servizi resi in tutti i tempi alla monarchia, e adesso stavano zitti e cheti, ch’era una pietà a vederli, o mostravano una fiacchezza, una perplessità, una sfiducia peggiore e più dannosa d’un’aperta e dichiarata opposizione.

— Conosco uno — diceva egli, fremendo, — un ufficiale superiore che fu ferito nel secondo fatto dell’Authion; che guarito, continuò a combattere valorosamente nelle altre campagne. Invece di gloriarsene, si direbbe che adesso ne arrossisce: poveretto, si è trovato lassù perchè non poteva far di meno; se si è portato bene, non l’ha fatto apposta!... È un’ignominia!... Spira un brutto vento che fa girar le teste come tante banderuole. Però ve ne sono ancora degli uomini che non si lasciano smovere nè da paure, nè da speranze, nè da ambizioni. Ve ne sono ancora dei cuori d’oro, d’oro finissimo e senza mistura. Lo dico io che ve ne sono ancora!

Venuta l’ora in cui era solito d’andare a letto, porse la piccola e cerea mano a suo figlio perchè la baciasse.

— T’aspetto domani mattina alle otto in punto — disse poi. — Sii esatto.

Massimo non solo fu esatto, ma anticipò come sempre. Il cameriere lo introdusse nel gabinetto, lo avvertì sottovoce che il conte era ancora in camera e gli mostrò l’uscio socchiuso. Il giovane potè vedere, per lo spiraglio, suo padre curvo sull’inginocchiatoio che faceva orazione. Stette fermo, aspettando in silenzio, finchè sentì che aveva finito. Allora gli andò incontro, e gli chiese come avesse passata la notte.

— Hm! — fece il conte, — al solito, al solito.

Sedette alla scrivania, raccolse e ordinò prestamente alcune carte, poi si volse e guardò un momento suo figlio con freddezza sarcastica.

— Tu non devi saper più niente — diss’egli — delle cose di questo mondo. Tu vivi sulle nuvole, tu... Bene, adesso fammi il piacere di scendere quaggiù e di star a sentire.

Massimo prese una sedia e si collocò di fronte a suo padre.

— Sai, o non sai, — domandò questi — che la Repubblica Cisalpina ci ha regalato il conte Cicognara come nuovo ministro plenipotenziario, e la Repubblica Francese un nuovo ambasciatore che si chiama Ginguené?

Sì, Massimo questo lo sapeva.

— Meno male — brontolò il conte.

Tacque un momento, poi ripigliò sorridendo a fior di labbra.

— Un bell’originale questo Ginguené. Per farsi un’idea dei piemontesi, non ha trovato di meglio che leggere e rileggere Machiavelli. Cosicchè arrivato qui con la testa piena di questo e di chi sa quali strampalerie borgiane, non fa altro che sognare congiure, insidie, tradimenti, pugnali, veleni... Figurati che ha perfino saputo scoprire un non so che di finto e di malvagio nel sorriso del ministro Priocca!... Tanto Ginguené, come Cicognara, tra le loro istruzioni hanno quella d’incoraggiare, favorire, spalleggiare i rompicolli amatori di novità. Questi accennano a rizzar la testa sempre più; e il Governo dovrà cercar presto il bandolo di qualche altra brutta matassa giacobina.

Qui il cameriere fece entrare Mazel. Questi salutò il conte, e vedendo Massimo, fece un atto scherzevole che voleva dire: — Buon per te, che hai avuto giudizio! — Poi si gittò in una poltrona.

— Si parlava del nuovo ambasciatore — disse il conte.

— Ah ah! — esclamò il cavaliere. — Hai raccontato a tuo figlio l’ingresso a Corte del _citoyen_ Ginguené? La presentazione delle credenziali? No? Cospetto! Prima di tutto, bisognava vederlo con quell’abito pomposo, col sciabolone al fianco! Poi ha cominciato a parlare, con una certa faccia, con certi gesti, arrotondando certi periodoni: — Sire, il Direttorio, il Direttorio, il Direttorio... E non la finiva più col suo Direttorio. E come dev’esser rimasto vedendo Sua Maestà così semplice! Sentendo che invece di rispondergli con altre magnifiche ciance, gli domandava se avesse fatto buon viaggio, e come stava la signora!... A proposito, e la presentazione di questa alla Regina! La _citoyenne_ Ginguené a Corte! Un altro bel fatto. Il predecessore Miot s’era già presentato all’udienza con stivali e sproni, ma almeno aveva lasciato che la moglie vestisse l’abito di Corte; come del resto ha pur fatto la contessa Cicognara. Ma Ginguené no, cospetto! Repubblicano lui, repubblicana naturalmente la sua metà. — La Corte è in lutto? Bene, ti vestirai di bianco: veste bianca, calzette bianche, tutta bianca dalla testa ai piedi; ultima moda e avanti! Vedremo cosa saprà dire questo Re, questa Regina, e il loro circolo di _aristocrates_, di _aristocruches_, d’_aristochiens_! Nessuno ha mostrato d’accorgersi, _et voilà!_... Buon giorno, Violant. Complimenti; siete il primo, o quasi, stamani!

Salutava così il rubicondo e corpulento marchese, senza badare che questi lasciava dietro di sè l’uscio spalancato. Lo seguivano infatti quattro altri signori, ai quali il conte distribuì sorrisi e strette di mano. Li pregò poi di sedere, e rivolgendosi a Violant, gli domandò del figlio.

— Mah! — rispose il marchese, stringendosi nelle spalle. — Sarà rimasto addormentato!

Massimo comprese che quella radunanza non era casuale e doveva essere stata preceduta da altre; girò gli occhi intorno per riguardare i presenti. Aveva a destra l’abate Arbaudi; un ometto vivo, ciarliero, petulante, avvezzo a considerar tutte le cose come attraverso due rosee, fantastiche lenti, a vederle non quali erano, ma quali le avrebbe desiderate. A sinistra il cavalierino Di Capolea, grande ottimista anche lui. Egli era appunto nel maggior brio della sua giovinezza; non pensava che a farsi abile nel maneggio delle armi, non sognava che allori, non parlava d’altro che di vincere o morire per il Re. Sedeva di rimpetto il conte Micard, di Tournon, rimasto a Torino in grazia ad un articolo del trattato di Parigi, che autorizzava il Re di Sardegna a mantenere al suo servizio emigrati savoiardi e nizzardi. Costui era di quegli uomini rinomati, i quali par che diano, a chi ha il bene di usar con essi, qualcosa della loro pomposità. Egli poteva vantarsi di aver saputo dar fondo signorilmente a un vasto patrimonio; d’aver passata una parte della sua gioventù a Versailles, e di ricordare, così un po’ alla lontana, Luigi Stanislao Saverio, conte di Provenza. Questa rassomiglianza era stata da lui coltivata, perfezionata, studiata fin nei particolari più minuti e leggieri. Per esempio, egli non si separava quasi mai dalla sua mazza; mollemente sdraiato in un seggiolone o sur un sofà, si baloccava in più modi con quella, ficcando molto spesso il puntale in una scarpa, per imitare un vezzo del suo illustre modello. Raccontava poi volentieri aneddoti e storielle licenziose, lanciava motti piccanti, si divertiva a far gl’indovinelli, a parlar per enigmi; e non c’era chi lo superasse nel dar arguto risalto alle cose più libere e più scandalose.

Il barone Claudio Brunel stava immobile, ritto nel vano di una finestra. Coi suoi capelli canuti, la fronte rugosa, il naso aquilino, il labbro di sotto allungato in fuori, pareva l’immagine della severità e del rigore. Era questi un vecchio ufficiale, pieno d’onore e di energia, ma ancor contristato dall’inutilità degli sforzi fatti durante le passate campagne; corrucciato dal modo con cui era stata troncata la guerra; tormentato dal sentirsi radicata in cuore la certezza che la monarchia precipitava a certa ruina.

Il conte Annibale pure era rimasto in piedi; parlava da un momento, con le spalle alla scrivania, guardando ora l’uno, ora l’altro di quelli che lo ascoltavano; e ad un punto, avvedendosi dagli occhi di Massimo ch’ei non era più lì con la testa, lo ammonì di star bene attento, perchè poteva per avventura venir chiamato a dar qualche parere anche lui. Riprese poi subito il filo del discorso per dire come gli paresse veramente venuto il momento di formare in Torino un forte nucleo di gentiluomini, alieni da ogni ambizione e da ogni cupidigia; i quali, lasciate a parte tutte le altre questioni che occupavano le menti e agitavano gli uomini, non pensassero ad altro che a sostenere francamente, gagliardamente i diritti della Casa di Savoia.

— Bisogna — proseguì egli — aver l’accortezza di non lasciarsi distrarre da nulla; non pensare che allo scopo. Il fine loda l’opera, signori miei... Si potrà poi, si dovrà anzi, cercare fautori e aderenti nelle altre città.

— E nelle campagne! — esclamò l’abate Arbaudi. — Questo è importante.

— Meno di quello che lei crede — disse Di Capolea. — I campagnuoli sono tutti devoti al Re.

— Tutti mi pare un po’ troppo — osservò Mazel.

— Creda, non esagero — replicò il cavalierino: — la cosa è così.

— Tanto meglio, tanto meglio! — ripigliò l’abate. — Allora sì, allora si può pensare sul serio a trasformare il Piemonte in una nuova Vandea. Per questo sarebbe indispensabile aver con noi tutti i parroci. La voce del prete, in Vandea, sollevò e scatenò contro i _bleus_ migliaia di uomini!

— Signor abate — disse il cavalierino, — creda a me, non è necessario guardar tanto in là. Basterebbe che i contadini imitassero tutti l’esempio dei nostri barbetti, veri eroi.

— E veri briganti — susurrò Violant.

— Non combattono secondo l’arte della guerra, ma che importa!

E balzando in piedi tutto infiammato, Di Capolea prese a celebrar i fatti dei _suoi_ barbetti, come se li avesse visti, come se li avesse praticati, come se non vi fosse stato fra i presenti più d’uno che poteva parlarne con ben altra autorità. Ah! i francesi l’avevano fatta grossa col maltrattare i montanari nizzardi, violentare le loro famiglie, saccheggiare le loro case, devastare i loro averi. Li avevano spinti ad armarsi, a formarsi in compagnie ordinate e disciplinate, a scegliersi dei capi. Che servizi avevano reso costoro durante tutta la guerra, come informatori, come esploratori e sopra tutto come ausiliari! Destri, instancabili, temerari, espertissimi conoscitori dei luoghi, tormentavano senza posa il nemico, vagando intorno ai campi, distruggendo i posti staccati, decimando le retroguardie, predando i depositi, i carri, i bagagli, impadronendosi degli uomini or con la forza, or con l’astuzia. Appiattati nel fondo d’una valle, apparivano d’improvviso come se uscissero di sotterra; sparpagliati sulle cime dei monti, tiravano schioppettate che parevano venir dalle nuvole; inseguiti, fuggivano ricaricando e sparando, e mai si dava caso che venissero colti.

— Come i _chouans_! — interruppe l’abate. — Come i _chouans_, tali e quali.

— A costoro — ripigliò il cavalierino, più infervorato che mai — si sono poi uniti tutti i soldati, tutti quei poveri miliziotti nizzardi licenziati dopo la pace, che i francesi, sempre avventati, sempre imprudenti, vollero considerare e trattare come emigrati. Adesso i barbetti sono da per tutto, sanno tutto, hanno amici, protettori, partigiani tanto in Nizza, come negl’infimi villaggi delle montagne. I francesi hanno un bel pubblicare bandi, ordinare cacce, promettere ricompense a chi arresta o denunzia, hanno un bel fucilare, fucilare e fucilare, i barbetti sembrano rinascere e moltiplicarsi, si fanno ogni dì più audaci, più implacabili, più feroci.

Il conte Annibale, il quale volgeva spesso gli occhi a suo figlio per stimolarlo a mostrarsi un po’ caldo, un po’ volenteroso, un po’ zelante, vedendo che assolutamente non pensava ad aprir bocca, finì per domandargli se credeva i contadini della pianura pari in forza ed in coraggio a quelli della montagna.

— Oh mio Dio, no! — disse il conte Micard, mentre Massimo preparava la risposta. — Volete mettere a confronto le talpe e le marmotte?

— Cosa! — esclamò Di Capolea. — Come se i montanari fossero giganti e quei del piano pigmei!

— Non è questione di statura — rispose il savoiardo, — è questione di denti.

— Per me i denti sono le armi! — gridò il giovinetto. — Armateli tutti e vedrete! Dunque fiducia, cuor forte, e mettersi subito all’opera allegri ed animosi. Non è vero, barone?

Brunel alzò il capo per dargli un’occhiata tra l’attonito e l’infastidito. Uscì poi lentamente dal vano, e mentre tutti si volgevano a lui, Massimo e Di Capolea fecero l’atto di cedergli il posto.

— Prego! — diss’egli. — Fermi, fermi, padroni. Hum!... Francesi se ne accoppano un po’ da per tutto: nella valle d’Aosta, sulla strada da Alessandria a Tortona, sulla strada da Cuneo a Nizza... Alle porte di Nizza, padroni, e di pieno giorno, si accoppan francesi! Hum! assassinamenti questi, e nient’altro! Assassinamenti inutili e dannosi, ecco. Chi paga i fratelli Maino e quelli che lavorano tra Tortona e Alessandria? Il governatore d’Alessandria, s’intende. Chi paga i fratelli Contini, capi barbetti? Il conte Saluzzo. Chi paga gli altri furfanti sparsi in tutto il Piemonte? Sua Maestà, e si dice anche il prezzo: venti soldi al giorno. A Torino si provvedono le armi, i danari, perfin l’arsenico per avvelenar le acque dove bevono i soldati francesi. Bestialità, corbellerie che fanno ridere noi, ma che possono servire di pretesto a prepotenze, vessazioni e forse peggio. Sicuro che se si fosse potuto provare anche questo... hum!... l’azione di piccole squadre contro le grandi masse... Attaccare, battersi, sparire prima di venir sopraffatti... e ricominciar sempre da capo, infischiandosi della logica, della tattica, di tutto. Quelli che devono rispondere a chi di dovere delle proprie azioni, non possono farle certe cose, ma gli altri!

Puntò un tacco sul pavimento come volesse sfondarlo, agitando nervosamente la punta del piede.

— Eheee — soggiunse concitato — adesso è tardi... Spezzarla la spada, non consegnarla al vincitore! O buttarla via, visto che non serviva, e dar di piglio a una falce, a un tridente, ad un randello. Allora sì, perdinci, allora sì!

Quand’egli ebbe finito, nessuno aperse bocca per un pezzo; tutti si aspettavano un altro ragionamento, un’altra conclusione, e si guardavano un po’ sconcertati.