La bufera

Part 14

Chapter 143,690 wordsPublic domain

Massimo vi andò, stette a lungo appoggiato a una statua, con gli occhi sur un ragno microscopico, che faceva la sua tela fra i piedi di marmo. Lo guardava senza però porvi attenzione; era come sbalordito, non si raccapezzava, cercava invano di ricordar le parole che aveva detto a sua madre; mentre quelle di lei gli suonavano ancora chiare e vibranti all’orecchio: — Quella donna ha un’azione cattiva su di te...

— Se mai senza sua colpa — pensava egli. — La signora Ughes non ha mai fatto niente per invaghirmi di sè, mai e poi mai!... Lo so anch’io che sono cambiato. Ma questo malessere, quest’abbattimento, questa sfiducia, questi scatti improvvisi, tutte le maledizioni che ho addosso, provengono dal modo di vivere. È l’ozio che mi rende svagato e noioso a me ed agli altri. In questa inoperosità quasi totale la passione lavora dentro più forte che mai. Bisogna scuotersi. Ma come?... Partendo! Ecco, non c’è altro che andar via, almeno per qualche tempo... E Liana?... Eh, chi sa che questo non le torni a vantaggio! Andrò a Genova, od a Milano; vedrò i principali fuorusciti, mi abboccherò con loro, m’informerò... Chi sa che io non riesca ad aver notizie di Ughes; a riportarlo a casa o vivo o morto!

Rientrò nel suo quartiere, e passò il resto di quella giornata occupato febbrilmente a preparare tutto il necessario per la partenza.

Alla sera, prima d’andare a letto, prese due pezzetti di carta, scrisse: _Genova_ sull’uno, sull’altro: _Milano_, e li gettò nel cappello. Cavò fuori: _Milano_.

Egli partì la mattina seguente di buonissim’ora, senza dir nulla a nessuno, e pigliando il servitore con sè.

Alitava una brezza rigida e sottile, l’oriente appena si vedeva albeggiare. Il principio del viaggio fu triste. Massimo si figurava d’andar lontano lontano, portato via dal suo avverso destino, per non tornar forse mai più. Ma quando il sole d’una bella mattina di marzo si fu levato tutto sull’orizzonte sereno, colorendo lietamente l’immensa pianura, coprendo d’argento le montagne nevose, quel rincrescimento indefinito con cui l’anima andava combattendo, parve che a un tratto si dileguasse. Dopo un poco però, cessata la novità dell’impressione, assuefatto l’occhio all’aspetto della campagna, si ridestò in lui il pensiero delle persone che aveva lasciato a Torino. Si approssimava l’ora in cui gli altri giorni andava in casa Oliveri. La signora non l’aveva visto il giorno avanti, non lo vedrebbe nè quello, nè i seguenti. Come cercherebbe di spiegar la sua assenza? E se non l’avvertisse nemmeno? Sarebbe troppo; non bisognava esagerare. Era però possibile che ci si abituasse subito, e che fra pochi giorni non pensasse più a lui...

All’idea acerba d’esser dimenticato da Liana, si univa quella d’aver dato sì forte dolore a sua madre, d’averle forse cagionato una malattia; il suo viso pallido e contraffatto gli tornava alla mente, e gli faceva paura e pietà. — Povera mamma! è così sensibile; e alla fin dei conti credo che mi voglia anche un gran bene!

E seguitava a passare di posta in posta, saettato or dall’uno, or dall’altro pensiero: raumiliato e compunto quando gli veniva innanzi sua madre; agitato e commosso quando gli si presentava Liana; corrucciato e fremente se in quelle sue fantasie si ficcava l’immagine aborrita e beffarda del cavaliere Mazel.

Sul tardi, col scemar della luce, egli si sentì intenerire anche più il cuore; così che giunto a Novara, decise di fermarsi per ponderar bene quanto aveva fatto e quanto stava per fare. Entrato in una locanda, prese due camere, una per sè, l’altra per il servitore; si spolverò, si lavò e domandò da cena.

Un garzone lo condusse su per una scaletta, ove si sentiva l’odor misto d’una quantità di vivande, a un andito lungo e buio, che metteva capo a un uscio socchiuso. Si udiva un acciottolìo di piatti, un tintinnìo di bicchieri e di posate, un gran chiasso di voci maschie, allegre e discordi.

— Un momento! — disse Massimo, fermandosi. — Che cos’è questa?

— Sono i signori ufficiali — rispose il garzone, mettendosi in sussiego: — mangiano quasi tutti qui.

— Che ufficiali?

— Eh! Abbiamo un battaglione di Piemonte, uno della Regina, uno di Streng; più due squadroni...

— Va bene. E i nomi di questi ufficiali? Me ne sai dire qualcuno?

In quel momento, s’udì un passo lesto su per le scale poi nell’andito. Era un giovinotto in divisa che, affamato e per la fretta che aveva di raggiungere i compagni, nel passare urtò Massimo malamente col braccio. Questi si voltò, ma prima che avesse aperto bocca o fatto un atto qualunque di risentimento, l’ufficiale si scusò con buon garbo e, spinto l’uscio, prese a insistere perchè andasse avanti. Fu così che si videro e si ravvisarono.

— Claris! — gridò l’uno.

— San Vito! — esclamò l’altro.

E si baciarono. San Vito, pigliato il braccio dell’antico camerata, lo trasse in una sala spaziosa e ben illuminata, piena di militari a tavola, che mangiavano, bevevano e chiacchieravano allegramente.

Massimo trovò fra quelli parecchie altre conoscenze, che gli fecero un’accoglienza clamorosa e cordiale.

Nessuno di quei gentiluomini pensò a chiedergli che cosa fosse venuto fare a Novara; tutti insistettero perchè vi si fermasse quanto gli era possibile.

Il contino rimase fino allo sciogliersi della lieta riunione; poi andato in camera, si mise subito a tavolino, e scrisse una lettera a sua madre, nella quale, dopo essersi ingegnato di scusare il passato, faceva molti proponimenti per la sua futura condotta e terminava pregandola con le parole più affettuose e più forti di rispondergli a Novara; dove aveva trovato persone che gli mostravano vera amicizia e lo colmavano di finezze. Seguiva la nota degli ufficiali coi quali aveva passato la sera.

Scritto ch’egli ebbe la lettera, si sentì sollevato, e gli parve di poter dormire veramente tranquillo.

Così fu infatti. Si svegliò persuaso che la contessa gli avrebbe risposto prontamente, e per richiamarlo senz’altro a Torino. Era stata una gran buona idea quella di fermarsi in quel luogo! Andando a Milano avrebbe destato infallibilmente nuovi sospetti sul suo conto, avvalorati dal modo precipitato e segreto con cui era partito. Invece tutto si riduceva ad una scappata, ad una giterella fatta per cambiar aria e per distrarsi un pochino.

Era contento di sè; questa volta almeno non avrebbe avuto a pentirsi dell’inconsideratezza dei suoi portamenti.

Regolò subito la sua vita su quella dei suoi amici; stava con loro nelle ore che avevano libere, passava le altre in compagnia dei suoi pensieri.

— Che cosa farà Liana in questo momento? — diceva spesso fra sè. — Sarà in casa o sarà fuori col padre?... Pensa a me qualche volta?... S’è accorta che questa è una assenza più lunga e più grave delle altre?

E la immaginava impensierita, poi inquieta, poi afflitta.

Adesso era lui ch’essa aspettava affacciata al terrazzino. Parlava di lui col padre; lo persuadeva ad andarsi ad informare al palazzo. E l’avvocato si metteva in cammino. Lo vedeva entrar nel portone, rivolgersi al servitore di guardia...

— Purchè non trovi quel tanghero d’un Pomero, o quel superbioso di un Gringia; incapaci sì l’uno che l’altro di rispondere con un po’ di creanza.

Passarono alcuni giorni e la lettera della contessa non veniva. In breve l’attesa si fece tormentosa.

— Cosa devo fare? — pensava. — Ho chiesto scusa ed ho promesso di emendarmi: che si vuole di più? Ch’io venga a Torino scalzo, senza niente in testa, a far le croci con la lingua su per lo scalone?

E presto cominciò ad arrovellarsi, a dar in escandescenze, a meditar cose strane e terribili.

La lettera arrivò per l’appunto un giorno in cui stava in fra due: o di tornar a casa, presentarsi a sua madre e farle una rimostranza seria, vibrata e dignitosa; o di tirar via verso Milano, avvenisse quel che poteva avvenire.

La risposta della contessa era mite e benigna, ma non quanto Massimo avrebbe voluto. Senza più entrare neppur da lontano nelle cose passate, approvava pienamente l’idea del viaggetto. Gli parlava brevemente dei suoi di casa e d’altre faccende. Lo consigliava a trattenersi ancora a Novara: non avendo nulla da perdere, ma tutto da guadagnare nella compagnia di quelli che s’erano sempre portati da uomini e da valentuomini.

— Ah sì! — esclamò Massimo, amaramente. — Come se non avessi fatto altro che dormire in tutti questi anni!

E chiudendo gli occhi, si vide in un ridotto, coi nemici a pochi passi, accecato dal fumo, assordato dagli urli, dal ronzar delle palle, dal fracasso infernale; e solo, solo a comandare, poichè gli altri ufficiali erano tutti per terra!

— Allora li ho compianti, adesso li invidio!

Ripigliando poi la lettera di sua madre, trovò in fondo una riga: «Quando sarà tempo di ritornare a Torino, te lo farò saper io».

— Ma che? Ma cosa? — pensò ancor Massimo, sempre più esacerbato. — Ma sono forse in esilio? Questo è un parere di Mazel, senza fallo. No, signore: son partito di mia spontanea volontà e tornerò quando mi piacerà di tornare!

La sera stessa si congedò dagli amici.

Il calesse andava in tutta foga. Massimo rivedeva le successive poste con gioia crescente; ognuna di esse significava tante miglia di meno da fare. Ed ecco che a un tratto, la figura del cavaliere Mazel gli si venne a cacciar nella mente.

— Va bene — pensò il giovane, — a Torino, sì, ma solamente per Liana.

Invece d’andare al palazzo, prese alloggio alla Dogana Vecchia.

XV.

Un bel giorno di Pasqua, l’8 aprile 1798! Un bel sole caldo, ma non ardente, rasciugava il terreno e seccava le pozze; un’auretta tepida e gentile correva per le strade e per le piazze, batteva alle cantonate, scivolava rasente ai muri, frugava nei chiassolini e nei vicoli. In alto le rondini fendevano l’aria con mille voli leggieri e bizzarri, e salutavano garrendo la natura ringiovanita.

La città prese di buon’ora l’aspetto gaio e animato dei giorni festivi; più tardi, nelle vie gremite di gente, comparvero le vesti di mussolina, i calzoni di nankin, gli ombrellini, i ventagli.

Quella mattina anche Massimo si alzò presto, e venuto sotto il portone dell’albergo, si fermò a guardar nella strada.

Guardava, ma non vedeva; il suo pensiero vagava di cosa in cosa confusamente, e si arrestava mesto su Liana.

Ella gli aveva fatto, al suo ritorno, un’accoglienza serena e tranquilla, che a lui era parsa gelida. Si ritrovava con lei ogni giorno, come per il passato, ma la lasciava sempre più disanimato e dolente.

Eppure Liana non s’era cambiata, ma a lui non bastavano più le dimostrazioni semplici e quiete d’un tempo. Il suo amore acquistava possanza e voleva progredire. S’egli avesse almeno potuto illudersi! Scorgere almeno nella simpatia blanda, ma costante di lei, qualche indizio d’un’inclinazione nascente! Non c’era da sperar nemmeno tanto; e s’accorgeva, con profonda amarezza, d’aver sognato assai più del convenevole nel breve tempo ch’era stato lontano. Che bel guadagno aveva fatto a partire! Che scapataggine! E se ne diceva tante e poi tante. Ecco che adesso si sentiva nel cuore qualche cosa che prima non c’era: un’agitazione più acuta e febbrile, un miscuglio indefinibile di aspirazioni elevate, di desiderii torbidi, d’improvvise fiacchezze, d’oscuri sgomenti. Oramai non aveva più un pensiero dal quale ella fosse esclusa. Non si dava più cura di veruna cosa, nè s’induceva più a operare neanche in utile proprio.

La sua presenza a Torino non era certo più ignorata dai suoi: i parenti e gli amici che l’avevano visto, dovevano essersi procurato il piacere di avvertire la contessa. Perchè dunque continuava a star all’albergo? La cosa non aveva più opportunità, pure ammettendo che ne avesse avuta.

Nelle ore che non passava in casa Oliveri, moriva di noia. Andava vagando per le vie remote della vecchia città, mangiando alla peggio un boccone in qualche osteriuccia, poi rientrava stanco all’albergo, e stava lì, senza sapere cosa fare di sè, nell’andirivieni dei vetturali, dei conduttori, dei cavallari, dei mercanti d’olio o di grano; infastidito dal loro vociar triviale, nauseato dalle loro maniere villane e plebee; offeso, urtato, ferito dal profondo contrasto fra le molli fantasie, a cui era avvezza la mente, e quella ruvida e volgare realtà.

Quando gli venne a tedio lo star fermo, si avviò verso la piazza delle Erbe, coll’idea vaga di entrare nel caffè di Chiaffredo Molineri, per leggervi la gazzetta, come usava qualche volta. S’avvide, guardando intorno, che era festa, e festa solenne. Questo gli parve un ottimo augurio, senza sapere il perchè. Doveva andar subito da Liana a darle la buona pasqua? Perchè no? Certo le sarebbe grata di questo suo pensiero gentile. Si poteva fors’anche combinare una passeggiata fuor di città. Si meravigliò di non avervi pensato prima; e attraversata Doragrossa, entrò nella rete delle piccole strade ch’egli prendeva in quei giorni per recarsi in contrada Nuova.

— Bravo! — esclamò l’avvocato, vedendolo comparire. — Signor conte, lei capita a tempo! Mi aiuti a persuadere questa testolina, che a star in casa con un tempo sì bello è un voler far ingiuria a Domeneddio che ce lo regala!

La signora Ughes era seduta presso la finestra, col viso un po’ chino sul petto; voltò la testa per salutar Massimo, e intanto rispose sorridendo lievemente:

— Ti ho già detto di no, babbo, tante volte. Lo sai bene che è inutile insistere.

Ella adesso aveva una voce un po’ velata, un po’ sorda, quasi priva di vibrazioni e di forza.

— E non vuoi proprio uscire? — ripeteva l’avvocato. — Neanche un momento?

— Sono già stata a messa.

— Ma che cos’hai? Non ti senti bene?

— Sono stanca.

— Stanca a quest’ora!

— Sì, stanca, stanca, stanca.

— Fa come vuoi! — conchiuse Oliveri, ripigliando l’espressione viva e gioconda che gli era abituale. — Adesso non sei più sola, posso andar io. Perdere una mattinata così? Nemmen per sogno! Ora che sto meglio, non vorrei ricascare. Sai quel che mi predica sempre Chiovetti: vita attiva! vita attiva!

Prese il cappello, che aveva posato sopra una sedia, si congedò garbatamente dal contino, e, fatto un gesto affettuoso di saluto a sua figlia, se ne andò.

Rimasti soli, Massimo si avanzò un poco e, messosi a sedere, considerò Liana fredda e insensibile come una statua.

— Bisogna assolutamente ch’ella guarisca — diss’egli a un tratto, energicamente.

— Non sono malata, — rispose Liana, senza guardarlo.

— Lei deve cercare di distrarsi, di farsi animo... Dar retta a chi le vuol bene...

— Oh se bastasse dire: via tristezza, vattene!...

Massimo tacque, ferito non dal senso di quelle parole, ma dal tono acre con cui ella le aveva pronunziate.

Nè l’uno, nè l’altra provarono più alcun desiderio di parlare. I minuti passavano, e nulla veniva a toglierli quell’imbarazzo, che si faceva pesante, angustioso.

Dopo un poco egli credette d’accorgersi ch’ella guardava il terrazzino, mal comprimendo un vivo desiderio d’andarvi. Pensò che la signora nè poteva voltargli scortesemente le spalle e lasciarlo solo nel salotto, nè forse le garbava mostrarsi apertamente con lui in quel modo, a quell’ora.

— Bisogna lasciarla in pace, e subito — diss’egli tra sè. Ma sentì nell’alzarsi che avrebbe dato un anno di vita per restare ancora un momento.

Scese le scale pian piano, col cuore gonfio d’amaritudine.

— Non dovrei più tornare — pensava, — non dovrei più tornare. Che cosa vengo a fare? A rendermi sempre più antipatico, lo vedo chiaro. L’avvocato mi fa buon viso in apparenza, ma chi sa come mi trova noioso, chi sa che cosa dice di me dietro le spalle!

Voltò inconsapevolmente verso piazza San Carlo, poi si avvide che andava diviato a cacciarsi nella folla elegante che, udita la messa di mezzogiorno a San Filippo, traeva per la contrada di Santa Teresa al passeggio della Cittadella, confondendosi laggiù sotto gli olmi con quelli che venivano da San Lorenzo e da San Dalmazzo.

Era una compagnia ben poco confacente a chi avrebbe voluto piuttosto trovarsi solo in mezzo ad un deserto. Tornò indietro subito. Mentre ripassava davanti alla porta da cui era uscito, voltò gli occhi per caso a una carrozza tirata da un stupenda pariglia. Rimase stupefatto, scorgendovi dentro suo padre e sua madre.

Che voleva dir questo?! Il conte e la contessa Claris non avevano più nulla in comune da anni: nè appartamento, nè servitori, nè legni, nè tavola; era poi così raro che si mostrassero in pubblico insieme!

Chi poteva aver fatto il miracolo di ridurli a pace e concordia?

La gente, che sopravveniva fitta e continua, lo spingeva, lo urtava, non gli consentiva di fermarsi nè col corpo, nè con la mente. Sgusciava via infastidito verso una stradetta laterale, quando una mano finamente inguantata si posò sopra la sua spalla.

— Massimo! — disse nello stesso tempo una voce ben nota.

Il giovane si voltò brusco e accolse il cavaliere Mazel con un’occhiata feroce.

— Eh no! — mormorò questi con un fare carezzevole e mellifluo. — Sono una colomba, amico caro, ho nel becco un ramoscello d’ulivo, un bel ramoscello...

Uscirono insieme da quel pigia pigia, ed entrati nella stradetta, si tirarono alquanto in disparte.

— Son qui — disse Massimo: — mi vuol dir qualche cosa?

— Tante cose. Tuo padre e tua madre m’hanno dato l’incarico di cercarti, di trovarti, di parlarti. Mi proponevo di venir appunto al tuo albergo, alla... alla... alla... oggi o domani. Spiegami bene dove sei.

— Alla Dogana Vecchia — rispose Massimo.

— Ecco! E non alla Dogana Nuova, come asseriva Violant. Dogana Vecchia, va bene. Dalla piazza dell’Erbe, si va verso la contrada dell’Albero fiorito, eh? Deve farti un effetto curioso vivere da viaggiatore nella città ove sei sempre stato. Un’idea strana, originale...

— Verrò io da lei — interruppe Massimo, che intanto aveva potuto riflettere.

— Come sei gentile! Oggi? Domani?

— Oggi, se crede.

— Fra le quattro e le cinque, eh? Prima non posso e dopo nemmeno.

E si separarono con una scappellata e un inchino.

Alle tre e tre quarti, il cavaliere Mazel avvolto in serica zimarra a fiorami chinesi, steso sur una morbida coltre vermiglia, russava placidamente, sommessamente, da quel costumato signore ch’egli era. Una mano leggiera cominciò a grattar l’uscio pian piano, a più riprese, finchè il cavaliere si trovò desto senza il minimo sussulto.

La prima impressione fu di maraviglia: accadeva così di rado che il cameriere si attentasse di rompergli il dolce riposo pomeridiano! Aveva ancora gli occhi al soffitto, e cercava di raccapezzarsi, quando l’uscio si aprì.

— Il signor conte Claris figlio — susurrò Fiordelis, affacciandosi.

— Cospetto! — fece Mazel, rizzandosi a sedere e mettendo giù le gambe, senza però posare i piedi in terra. — L’avevo dimenticato.

Massimo entrò introdotto dal cameriere, il quale si ritirò subito.

— Accomodati — disse il cavaliere. — Un momentino e son da te. Se me lo permetti, mi rivesto. Stasera sono invitato in casa... Fammi il piacere di dar una strappata a quel cordone che hai lì dietro le spalle.

Massimo diede la strappata. Intanto il cavaliere spogliò la veste da camera e andò a sedere in una poltroncina bassa, davanti allo specchio. Fiordelis rientrò subito e lo avvolse tutto in un ampio e candido lino.

— Svelto, eh! — disse Mazel.

Il contino sedette in un seggiolone e, accavalciate le gambe, prese a dondolare fortemente un piede; il mobile scricchiolava, e questo gli pareva dovesse stimolare Mazel a spicciarsi.

Fiordelis rimediò prontamente al leggiero guasto prodotto alle chiome dalla pressione del guanciale; poi le rimbiancò leggermente, operazione che richiedeva mano pronta ed esperta in chi spargeva la cipria, immobilità e pazienza in chi la riceveva. Seguirono poi altre pratiche minute e raffinate. Un grosso astuccio di cuoio, rabescato d’oro, fornì tutto un forbito e lucente arsenale di cisoie e cisoine, spazzole, pettinini, limettine e nettadenti. Poi fu un maneggiar rapido e franco di alberelli, ampollette, vasetti e boccettine; e tosto si sparse per la stanza un complicato e squisito profumo di pomate e di cosmetici, di essenze e di aceti, tutti diversamente e intensamenti odoriferi.

Massimo si alzò, s’avvicinò alla finestra, e l’aperse.

— Fa caldo, eh? — domandò Mazel. — Apri, apri. — Soggiunse poi, rivolgendosi al cameriere: — Oggi sei eterno, sai!

Fiordelis si precipitò verso un armadio, lo spalancò; si videro appiccati abiti e soprabiti, sottovesti e calzoncini, tutti vari di stoffa e di colore, diversi di foggia e di taglio, quali semplici e schietti, quali adorni di guarnizioni, di gale, di ricami. Cavò fuori una leggiera giubba color verdemare, finamente vergata di bruno, e la mostrò al padrone.

— Ma che! — esclamò questi. — Sei matto? Dammi l’altra che è a dritta... No quella, l’altra, l’altra _gris de souris effrayée_... Ecco, e un _gilet glacé_. Bravo! Quanto ai calzoni... tengo quelli che ho. Cosa ti pare, Massimo?

Massimo approvò.

Mazel finì di vestirsi; mandò via il cameriere; prese sul cassettone e ripose nel taschino la sua ripetizione guernita di brillanti, con tutta la famiglia dei ninnoli ciondolanti; ritirò la tabacchiera, il mucchietto degli anelli e si buttò di sghembo sul canapè.

— Sempre contento — diss’egli, — contentissimo sempre, sai.

— Mi rallegro — rispose Massimo, senza sapere di che cosa intendesse parlare.

— Pettina a maraviglia. Non occorre ripetergli due volte le cose. Una perla di servitore, questo ex tuo Fiordelis... Adesso poi, se credi, possiamo cominciare a parlare.

Massimo, stupito di sentirsi così paziente, si pose di nuovo a sedere.

— Prima di tutto — diss’egli, — mi faccia il favore di spiegarmi perchè oggi mio padre e mia madre si trovavano insieme. Come, quando, perchè si sono riconciliati?

— Sono io che li ho rappattumati — rispose il cavaliere. — Il perchè te lo diranno loro. L’unione fa la forza, amico mio, e perciò... Insomma adesso tocca a te compir l’opera. Sei aspettato. Puoi presentarti quando che sia, e sarai ricevuto a braccia aperte... o quasi. Si è parlato molto di te in questi giorni. Si vuol far di te un... sentirai. I patti son questi: tuo padre e tua madre chiuderanno un occhio, e magari due, su quel certo capriccio...

— Che capriccio? — interruppe Massimo, con impeto.

— Benissimo, calmati. Dirò: fantasia. Ti va fantasia?

— No, signore!

Mazel aprì tanto d’occhi.

— Cospetto! Devo dire: amore, passione, delirio?

— Non dica niente, mi lasci stare! — esclamò il giovane, aspramente.

— Abbi pazienza, non pigliar fuoco! Credi proprio di aver una vera affezione per... per... per...

— Non credo niente. Tiriamo via.

Mazel si alzò, gli si avvicinò molto grave.

— Cosa pensi? Che ti voglia canzonare? In affari di cuore, non ammetto la celia. Nè la troppa severità, nè la celia. So anch’io che cos’è il cuore, quando batte sul serio. Ho il diritto, per la mia età, di parlarti un poco come un padre. Andiamo avanti, seguitiamo a discorrere.

Tornò al canapè, si prese la punta del naso fra il pollice e l’indice e pensò un momento.

Massimo aspettava muto, nero come un calabrone.