Part 13
— Tu poi non devi far nulla, assolutamente nulla senza dirmelo prima. Promettimi questo.
Massimo promise e se ne andò.
La faccenda non si avviava come avrebbe voluto, tuttavia il giorno dopo corse in casa Oliveri tanto per poter dire che aveva già parlato con sua madre.
Vi tornò poi; e vedendosi sempre accolto con egual cortesia, si affrancò d’ogni soggezione e si fece assiduo.
Quando andava di sera, trovava a veglia due o tre vecchi amici di Oliveri; quelli che un tempo intervenivano alle antiche adunanze accademiche ed erano destinati a far parte di quella tal Colonia che l’avvocato aveva in animo di fondare. C’era il dottor Chiovetti, che doveva prendere il nome di _Filinto_; l’avvocato Bottalla ed il banchiere Aquilante, ai quali erano destinati i nomi di _Menalca_ e di _Dalindo_. Oliveri, futuro custode, si riserbava di scegliere a suo tempo tra _Nidalmo_ e _Mirtillo_. Disputavano poi ogni sera se dovessero intitolarsi _Pastori del Po_, oppure della Dora, della Stura o della Macra; discutevano il regolamento interno: verbigrazia, se le adunanze dovessero dividersi in pubbliche e in private; se con le produzioni poetiche, si potessero ammettere anche quelle in prosa; quale avesse ad essere il numero dei soci ordinari, quale quello dei corrispondenti. Oliveri prometteva solennemente d’inaugurare le riunioni con la lettura del suo _Eugenio_.
In tal compagnia Massimo e Liana si sentivano come soli. Ella lavorava, egli le sedeva accanto, raccontandole, per distrarla, quanto succedeva in città, ripetendo per lo più quello che aveva inteso da sua madre o dal cavaliere Mazel, col quale si trovava pur qualche volta.
Liana ora ascoltava tenendo gli occhi bassi sull’ago, ora li alzava fissandoli in quelli del giovane per cercare il significato di qualche parola. Avveniva pure ch’ella rimanesse immobile, trasognata; o che il suo viso prendesse repentinamente un’espressione di tristezza infinita. Anche Luigi aveva occupato quel posto, lì vicino a lei, in quella stessa stanzetta, al tempo in cui le parlava ancora dei suoi studi e delle sue speranze.
Queste memorie, questo confronto non ridondavano però affatto in danno di Massimo. Ella lo vedeva volentieri, aveva per lui maniere dolci ed uguali, gli parlava con certa amichevole famigliarità. Il contegno del giovane era così riserbato! La sua premura di vederla ogni giorno accompagnata da un rispetto così sincero, così spontaneo! Al sentir le sue profferte le si allargava il cuore: non perchè sperasse realmente ch’egli potesse giovarle in alcun modo, ma perchè mostrava di credere che Luigi era vivo. Sentiva bene che suo padre, e gli amici di suo padre non lo consideravano più come una persona di questo mondo! Ma che importava a lei delle loro opinioni!
Dopo tanto riflettere, dopo tanto meditare, le pareva finalmente d’aver trovata la occulta ragione del fatto. Luigi era legato da un vincolo antico, infrangibile, indissolubile, che gli imponeva obblighi e doveri. Il suo braccio, la sua mente, la sua vita non appartenevano a lui ma ai confratelli, a coloro coi quali lavorava per cambiare i destini della patria.
Arrischiata una prima volta la libertà e la vita, e sofferto l’esilio, aveva ottenuto come in premio la facoltà di sposar colei che amava, di vivere felice al suo fianco. Ma improvvisamente l’opera sua era ridivenuta utile, forse necessaria. Egli era partito. Era partito senza avvertirla, senza un addio, perchè aveva giurato di morire, prima che rivelare il segreto. E non poteva dar notizie perchè vi era chi vigilava continuamente sopra di lui; si trovava spiato, insidiato, circondato di gravi pericoli; un momento di debolezza, un’imprudenza poteva perderlo insieme a tanti compagni, distrurre il frutto di lunghe, penose, gigantesche fatiche. Chi sa, chi sa che il suo silenzio non significasse anche semplicemente che l’ora del gran rivolgimento era vicina, che la sua assenza non doveva durar più a lungo!
Ella fermava la mente ogni giorno su queste considerazioni, rifuggendo dall’approfondirle, dallo sviscerarle, dal ricercare che cosa potevano contener d’improbabile, d’esagerato, d’assurdo. Vi si rifugiava nelle ore buie e sconsolate. Le teneva chiuse nel cuore, perchè nessuno potesse non che distrurle, sciuparle; spezzare con una parola, con un gesto il tenue filo che teneva legate le sue ultime speranze, le sue ultime illusioni.
Oliveri riceveva sempre con maggior espansione il signor contino, felice della simpatia che questo mostrava d’aver per la figlia.
— Benone — diceva egli tra sè, — mi ricordo d’aver letto che la simpatia è una parentela di cuore e di spirito: _une parenté de cœur et d’esprit_... Se sarà rosa fiorirà.
Faceva poi grandi elogi di Massimo col dottor Chiovetti, suo confidente, concludendo così:
— È giovane, e se non ha ancora imparato a gustare le gioie tranquille del pensiero, imparerà. È nobile, ma è socievole, garbato, e mostra l’urbana disinvoltura di modi d’un uomo sfranchito nel conversare con tutti... Del resto ora si grida troppo contro i nobili, proprio troppo! Cosa comoda non guardar che i loro difetti, senza tener conto delle loro qualità. Io non son nobile e non mi sento affatto umiliato per questo; niente umiliato e niente disposto ad abbattermi a terra davanti a quei che lo sono, ma mi dichiaro pronto a riconoscere i loro diritti. Per Bacco! La mia patria mi appartiene non solo nel presente, ma anche nel passato; m’inchino riverente a tutto quello che fece e che fa la sua grandezza. Certi nomi celebri, famosi cessano dopo un certo tempo d’essere il privilegio esclusivo d’un uomo o d’un casato, illuminano, illustrano tutto un paese... Tutti possono, tutti devono compiacersi e gloriarsi di questi grandi antenati. Il passato, vale a dire la storia, non si cancella. Non si cancella!
Aggiungeva, dopo aver preso fiato:
— I Claris portano d’azzurro, con una stella d’oro a sei raggi.
In gennaio si ebbe una serie di giornate rallegrate dal sole, da un’aria fredda, sottile, ma non pungente.
L’avvocato riuscì a condur fuori qualche volta sua figlia. Massimo lo seppe: si studiò di poterli incontrare, o senza esser veduto vederli alla lontana ed anche seguirli.
Un giorno finì con l’imbattersi in loro ch’erano appena usciti di casa.
— Che fa di bello? — gli domandò Oliveri, dopo i primi saluti. — Vuol venire a passeggio con noi?
Il giovane non si fece ripeter l’invito, andò quella volta, andò un’altra, poi prese l’abitudine di venirli a cercare a casa nel pomeriggio. Evitavano i viali, i luoghi frequentati; uscivano or dall’una or dall’altra porta; si dilungavano per la strada di Stupinigi, per quella di Rivoli; s’avviavano lungo la sponda del Po, verso la Madonna del Pilone; salivano alla vigna della Regina o al Monte dei Cappuccini per contemplare la città ricca di palazzi e di chiese, irta di campanili e di torri, cinta e munita di bastioni, di rivellini, di fossi.
Il gran pensiero di Massimo era il trovar modo di render leggiera la sua compagnia. Il timore che Liana potesse prenderlo a noia, gli stava sempre fisso nel cuore come una spina.
Perciò, di tanto in tanto, mentre s’allontanava dopo aver riaccompagnato a casa il padre e la figlia, sentiva sorgere dentro di sè, crescere, diventare immutabile la risoluzione di star uno, due, tre giorni senza lasciarsi vedere.
— Domani non andrò, e nemmeno dopo domani, e poi... poi vedremo.
E per non essere tentato in alcun modo di mancare al proponimento, si chiudeva in casa e non ne usciva più, astenendosi perfino d’affacciarsi alla finestra. Era una lenta successione d’ore nere e pesanti, ch’egli passava buttato sul letto, o misurando innanzi e indietro a gran passi il suo appartamento, del quale spalancava tutte le porte.
Intanto fantasticava, rifletteva, cercava spiegarsi quel sentimento così dolce e così amaro, così sottile e così veemente, diverso da tutto ciò che aveva sentito vicino ad altre donne, diverso anche da ciò che aveva provato per Liana nel tempo ch’era stato a Murello. Ora, quando gli tornavano in mente certi pensieri, certi propositi, certi sogni di quei primi giorni, sentiva un rimorso vivo e cocente.
— Egli è che il mio affetto adesso è vero, incondizionato, leale — pensava; ed esaltandosi in questo pensiero, aggiungeva: — Non sarò felice che quando essa vorrà ch’io lo sia.
Accadeva pur talvolta che tra lui e l’immagine di quella gentile si rizzasse il fantasma rigido e torvo di Ughes; questo or si piantava nella sua mente e non si moveva più; ora lo trascinava con sè, l’obbligava a seguirlo per il mondo, mentre mutava continuamente di luogo, d’aspetto, di forma. Era come un incantesimo, una malìa.
Questo stato di scontento e di languore, misto ad impeti di dolore e di rabbia, durava fino alla sera precedente al giorno in cui aveva stabilito di riveder Liana.
Ma che maraviglioso svegliarsi la mattina seguente! Con che ansia di gioia si alzava, si abbigliava, e venuta l’ora, correva là!
L’avvocato lo accoglieva con una cordialità affaccendata, con un profluvio di chiacchiere da sbalordire; il compenso di quanto aveva sofferto, Massimo lo trovava nella sincera premura con cui Liana gli diceva:
— Temevo che fosse ammalato...
Accadde una volta che dopo una lunga, eterna assenza di quattro giorni, Massimo trovò l’avvocato sdraiato nel suo gran seggiolone all’antica, con un piede posato sur uno sgabello; erano le tre pomeridiane ed aveva ancora in dosso la veste da camera ed in capo il berretto da notte.
— Son servito! — diss’egli al giovane.
— Cos’ha? — domandò Massimo. — Cosa si sente?
— Male.
E così dicendo si alzò e fece alcuni passi avanti e indietro molto curvo, molto a sghimbescio, e zoppicando.
— Guardi un po’ come son ridotto! È l’umor di podagra che mi gira tutto il corpo. Lunedì e martedì l’avevo al petto come raffreddore; ieri lo sentivo nel braccio come dolore artritico, oggi è nel piede. Son servito, ma servito bene.
Liana entrò in quel momento e porse affabilmente la mano a Massimo.
— Torna a letto — disse dolcemente a suo padre. — Manderemo pel medico.
Oliveri andò a rannicchiarsi nel suo seggiolone, facendo grugno.
— Il medico, il medico, il medico! — brontolò poi. — Che vuoi ch’io ne faccia del medico? Lo sai bene che mi canta sempre le stesse fandonie?... Dovrei fare una vita più attiva. Ah sì! In che modo? Non esco forse tutti i giorni? Devo mettermi a scavallar per le piazze? Bisognerebbe anche aver pazienza: contenersi nel mangiare, lasciar i cibi succulenti, astenersi dai liquori, bere annacquato. Ouf! E quel somaro d’un Chiovetti non capisce che la causa del mio male è tutta morale, tutta, per così dire, politica. Il primo insulto podagroso l’ho avuto nell’89, quando si seppe la presa della Bastiglia. Adesso poi domando io come potrei star bene!
Tacque un momento e soggiunse con voce più flebile:
— Basta, hai ragione: sarà proprio meglio che io veda il dottore.
— Manderò subito Menica — disse Liana.
— Menica? — esclamò Oliveri. — E chi resta in cucina? Non vuoi che si mangi stasera?... Poi non pensi che Menica non è ancor pratica delle strade: per andar di qui alla piazzetta di San Martiniano, dove sta di casa Chiovetti, può impiegar due ore. Se poi farà tanto d’imbattersi in un’altra serva di sua conoscenza, non la vedremo più fino a notte. Sai come si rimedia? Andandoci tu. Non sei più uscita in questi giorni, un po’ di moto, un po’ d’aria ti farà bene. E se vuoi, se ti secca uscir sola, il signor conte è così gentile...
Massimo guardò Liana, esitò a rispondere.
Ella uscì senza aprir bocca; tornò dopo un momento con la sua casacchina nera e col suo cappello abbrunato.
— Fammi anche un altro piacere — disse l’avvocato a sua figlia, — entra un momento da Costanzo, vicino a Santa Teresa, e comprami i tre libri che ho notato su questo foglietto. Pagherai e dirai che me li mandino a casa.
Scendendo la scala con Liana, Massimo si sentì come una vampa al cuore. Era la prima volta che si trovavano insieme soli, affatto soli.
Usciti nella strada, pensò ad avviare il discorso. Era far torto a sè ed a lei cominciare con un complimento volgare. Doveva dirle veramente, sinceramente quello che provava, lasciar parlar l’anima? No, non era ancor tempo; sarebbe stato un atto imprudente ed avventato, le cui conseguenze non erano nemmen prevedibili. Avrebbe voluto semplicemente poter dar prova d’una piacente agilità di spirito, distrarla, per tutto il tempo che dovevano stare insieme, dai pensieri e dalle rimembranze che purtroppo si risvegliavano in lei spesso e dovunque: anche in mezzo al frastuono ed al via vai delle strade, anche alla vista di oggetti che si sarebbero giudicati affatto indifferenti. Sì, ma come, dove trovare un argomento abbastanza attraente? Si sentiva nullo e umiliato.
— Come se non mi fossi mai trovato con donne! — diceva egli tra sè.
E così veniva appunto a rammentarsi le compagnie con le quali si era deliziato altre volte; con che sorta di madamine si era fatto veder per istrada; e si trovava spinto a mostrarsi anche più riguardoso, più circospetto, più gelido.
— Sono ridicolo! — pensava egli, — nè più nè men che ridicolo.
E seguitava a tacere.
Il suo tormento durò meno di quel che temeva. Svoltando in piazza San Carlo, si trovarono di fronte il viso di mummia ed il soprabitone color di ruggine del medico Chiovetti, il futuro _Filinto_. Andava appunto a trovare Oliveri, senza sapere ch’egli avesse bisogno di lui.
— Già, già, già! — esclamò un po’ ruvidamente, com’ebbe sentito di che si trattava, — ma se Gaetano continua ad impinzarsi così, la finirà male. Troppe ghiottonerie, troppe ghiottonerie, troppe ghiottonerie!
Avvertito il medico, non restava più che ad occuparsi dei libri. Massimo e Liana si volsero al negozio di Felice Costanzo.
Mentre la signora parlava col commesso, il giovane restò sulla soglia. Fu così che scorse tra la gente che andava e veniva Violant, Di Cimalta, La Torretta e un altro dei suoi compagni d’un tempo: il cavalierino Spadafora di Pont. Egli non fece nulla per farsi vedere, e nessuno dei quattro girò il viso verso di lui.
Liana si sbrigò in due minuti. Tornarono subito verso casa, e Massimo la lasciò a piè della scala, promettendo di venir presto a prendere notizie dell’avvocato.
Uscendo dall’androne buio, rivide, piantato dall’altra parte della strada, il marchesino Violant; un po’ più lontano, gli altri tre signorini ridevano e parlavano forte fra loro.
Massimo andò diritto diritto verso il cugino, che, non aspettando di vederlo ricomparire, diventò rosso e prese una faccia ilare, candida, tutta affettuosa.
— Vedi combinazione! — balbettò egli. — Cercavo appunto di te. Di un po’, la sai la notizia, la gran...
— Bada — disse Massimo, con i denti stretti, — bada che questa dev’essere l’ultima volta che ti colgo a seguirmi, a ficcar il naso comunque sia nei fatti miei. Non mi stuzzicare, perchè può darsi che tu abbia un ricordo. Lo sai che panni vesto, eh?
E gli volse le spalle, senza curarsi degli altri.
XIV.
In quell’ora tarda della sera, in mezzo ai fitti vapori, il palazzo Claris aveva un aspetto singolarmente inospitale ed arcigno. Massimo si avvicinava pian piano, rallentando sempre più il passo, preso da un’insormontabile ripugnanza d’entrarvi, mentre vagheggiava ancora col pensiero l’immagine ineffabilmente mesta di colei con la quale era stato fino allora.
Era ormai giunto sotto il lampione appeso alla cantonata, e cercava già con l’occhio il portone, quando vide venirsi incontro un uomo, il quale teneva un fardello in una mano e un bastoncino nell’altra. Costui, arrivato che fu vicino a Massimo, lo guardò e si fermò su due piedi.
— Il signor contino Claris!? — disse esclamando e interrogando insieme.
— Son io; cosa c’è? — domandò Massimo.
— Esco di casa sua — rispose l’altro; — dove sono stato a cercar di lei. M’hanno detto che non c’era. Non volevo credere, ma...
— E chi siete? — interruppe il contino, a cui però quella voce in falsetto non era nuova.
— Vossignoria non mi conosce più? — esclamò l’uomo dal fardello.
E fatta una giravolta, alzò il viso e lo presentò alla luce fosca e sanguigna che mandava il lampione.
Non era Ughes, no; ma gli rassomigliava in tal modo che Massimo si sentì raccapricciare.
— Fiordelis?! — disse poi, dopo un momento.
— Ai suoi comandi.
— Non ti ho mai più visto — soggiunse Massimo, prendendo il tono con cui gli parlava quando l’aveva al suo servizio. — Dove sei stato?
— Ho girato il mondo. Come si fa? Bisogna mangiare. Adesso vengo diritto dall’Astigiano, dal castello di Paracollo. Avevo un buon salario, e gran parte dello spoglio del padrone, ma... pativo l’aria. Sono arrivato stasera; vado a dormire in casa d’una mia cugina, e domani mi metterò in giro... Lei non mi vuol più, eh?
— Non posso mandar via Tracco...
— Se lei sa qualcuno a cui indirizzarmi! Servo in camera e a tavola; non porto livrea, non seguito carrozza: cameriere vero insomma. Quanto a stipendio...
— Basta! — disse Massimo. — Tempo fa il cavaliere Mazel ti avrebbe preso volentieri. Puoi provare a presentarti a lui.
— Sì, signore. Sta sempre di casa in piazza Carlina, il signor cavaliere?
— Sempre.
— Riverisco.
— Buona notte.
Rimasto solo, Massimo tentò distrarre il pensiero da quell’incontro; sentì subito che non era possibile.
— Come somiglia a Ughes, quel cialtrone! — pensava. — Adagio un poco, però; le fattezze di Fiordelis ricordano quelle di Ughes, ma il servitore ha l’aria d’un birbo, mentre la presenza del medico era di quelle che annunziano una superiorità vera, amabile, schietta... Ho bell’e capito: stasera non mi levo più dal capo nè l’uno nè l’altro! E poi chi sa!...
Oh! non poteva l’apparizione di Fiordelis essere un presagio, un avviso? Quante volte a Massimo non era accaduto d’incontrare per istrada una persona affatto sconosciuta, che pure gliene richiamava alla mente un’altra, non più vista da tempo, o dimenticata, o ch’ei credeva lontanissima, e d’imbattersi poi, dopo pochi passi, precisamente in quest’altra!... Se il giorno seguente, entrando in casa Oliveri, trovasse Liana esultante per il ritorno del marito! — Volle cacciar la visione con una scossa furiosa di testa, ma i pensieri arrivavano in folla, informi, diversi, opposti, confusi; urtandosi e battagliando fra loro.
Il ribollimento intollerabile durò gran parte della notte; egli non potè prender sonno che verso il mattino, e si destò poi tardi, ancora inquieto e turbato.
Appena alzato, andò a dar un’occhiata al terrazzino di contrada Nuova e, vedendolo vuoto e chiuso, si sentì più tranquillo, come se ciò fosse indizio che non era accaduta alcuna novità. Mentre tornava a casa, gli si affacciò alla mente una domanda che Liana gli aveva fatta la sera precedente, e non per la prima volta. Ella desiderava di saper finalmente se la contessa Claris avesse avuto qualche lume riguardo alla sorte toccata a Luigi. La richiesta era giusta e legittima, bisognava pensare a soddisfarla.
Massimo salì subito da sua madre. Seppe da un servitore ch’ella stava desinando con don Bonhomine e la damigella di compagnia. Non volendo parlare davanti a quei due, discese e tornò dopo un poco.
Adesso la contessa era nella sala rossa col signor cavaliere.
Massimo rattenne a stento un atto di stizza, e passò avanti.
Sua madre, seduta a un tavolino, aveva una lettera in mano; Mazel, di fronte, ne ascoltava la lettura. Tutti e due si voltarono accigliati a chi entrava senza farsi annunziare.
Il cavaliere però si rasserenò subito.
— E tante grazie — diss’egli a Massimo.
— E di che? — chiese questi.
— Che m’hai mandato quel... quel...
— Ah! Fiordelis?
— Fiordelis, precisamente Fiordelis. Guarda.
E atteggiò la testa in modo che il contino potesse esaminare la disposizione irreprensibile dei suoi capelli.
— Pettina bene — diceva intanto — oh se pettina bene! Con Chambery non andavo più avanti. Mezzo cieco, adesso. E poi, una mano... Invece di stringerle le ciocche, col compasso, tirava, sciupava, stracciava. Vedevo le stelle.
Massimo ogni tanto sogguardava sua madre e, parendogli che si rannuvolasse sempre più, abbandonò il pensiero di riparlarle di Ughes. Ricordando poi un altro incarico ricevuto da Liana in quei giorni, domandò a Mazel se conoscesse per caso qualche buon pittore di ritratti.
— A proposito di ritratti — rispose il cavaliere: — ho visto quello del barone Duc, morto al colle Ardente. Sua sorella, la... la... la marchesa Raimondi, non aveva che una miniaturina. Il pittore... un nome francese, ne cavò un ritratto grande. Bello, parlante!
— Dunque la cosa è fattibile! — esclamò Massimo, contento. — Noi non abbiamo che un ritrattino in matita.
— Ah _voi_ non avete che un ritrattino, _voi_? — disse Mazel. — Basta. In miniatura o in matita i lineamenti stanno sempre gli stessi.
— Mi farebbe il favore di dirmi dove abita, questo pittore?
— Sicuro, amico mio: nome, cognome, indirizzo, tutto ti darò. Sarete contenti. Ha riuscito un fratello, caspita, perchè non riuscirebbe un marito?
Massimo prese una sedia, la trascinò davanti al camino e vi sedette con le spalle voltate.
— Sapete già quel che volete? — domandò Mazel, facendo l’occhiolino alla contessa. — Tutta la persona, o solo la testa col busto?
— Non so niente — rispose Massimo, asciutto.
— Per potervi dare qualche altro consiglio. Il povero Duc è in piedi, una mano sul fianco, l’altra sull’elsa. La marchesa, per facilitare il lavoro all’artista, gli ha rilasciato l’uniforme, e questi ne ha vestito il _mannequin_, o il modello. Capisci?
Massimo non rispose; quel discorso cominciava a seccarlo, a irritarlo anche. Stava attento per vedere dove andava a parare.
— Fate come vi dico — continuò il cavaliere, parlando sempre al plurale e sogghignando a fior di labbra, — imprestate al pittore un abito di... del... del...
Invece di suggerire il nome, il contino si levò in piedi, guardando fissamente Mazel.
Questi si battè la fronte.
— Cospetto! — esclamò imperterrito. — Anche il modello potete fornire! Io vi lascio Fior di... Fiorde... Fiordelis. Il pittore lo copierà tal e quale, e sarete serviti. Va bene così?
Massimo afferrò la sedia per la spalliera e se la trasse davanti; la tenne così un momento, poi ad un tratto l’alzò e la ripiantò a terra con impeto.
La contessa si voltò di sobbalzo; Mazel pure si scosse.
— Per Bacco! — disse poi, pacatamente — sedia buona, sedia forte; se non s’è rotta stavolta, non si rompe mai più.
E tutto sereno, tutto gentile, si alzò, baciò la mano alla dama ed uscì.
Massimo, rimasto a capo basso, con le mani congiunte sul dorso, guardava fisso la punta d’una scarpa che muoveva in qua ed in là.
— Massimo — disse la contessa, severa, — quella donna ha un’azione cattiva sopra di te.
— Che donna? — domandò il giovane, che però aveva già inteso.
— La vedova Ughes.
— Vedova! Perchè vedova?
— Non facciamo questione di parole. Dico che la signora Ughes ha un’azione pessima sopra di te. Me ne accorgo ogni giorno di più. Perciò, io ti consiglio...
Massimo agitò energicamente una mano per aria.
— Allora — ripigliò la contessa — ti ordino...
— Nè consigli, nè ordini, signora madre, nè consigli, nè ordini.
La gentildonna si rizzò, prese il campanello e lo scosse con una certa violenza.
— Ritornerai quando ti farò avvertire — diss’ella, senza guardar più suo figlio.
Si udì il passo della damigella di compagnia che accorreva sgomentata.
Massimo balzò fuor della sala, discese rapidamente, si trovò nell’atrio. Il cuore gli batteva a fretta, le guance gli bruciavano, le gambe tremavano per modo che non osò uscir nella strada.
In fondo al cortile v’era un piccolo giardino, con pochi viali tutti diritti, tutti uniformi; con pratellini chiusi da spalliere di alberi rimondi, stranamente tagliati per figurar guglie, cupolette, muraglie ed arcate.