Part 12
Avendone buttato a terra uno involontariamente, subito s’era punito della sua sbadataggine fracassando anche l’altro.
— Prometti di non mangiarmi? — disse Violant ridendo e fermandosi sulla soglia.
— Avanti! — brontolò Massimo, burbero. — Cosa c’è? Cosa volete?
— Ho comprato un altro cavallo.
— Ed io un bel paio di pistole.
— Bene, vediamo le pistole, poi andremo a vedere il cavallo.
— Non voglio muovermi. O, sai com’è? Sono stufo di girellare in gloria, di far lo spensierato, di vivere da rompicollo!
— Hai ragione, hai ragione... Vediamo queste pistole.
Massimo stese il braccio verso il cassettone.
— Eccole là, sono scariche, guardatele pure.
Violant prese le armi e le maneggiò, mirando or questo, ora quel punto fuor della finestra. Dalle sue mani passarono poi in quelle degli altri giovanotti.
— Due bei _Kuchenreuter_ — diceva Massimo, rabbonito. — Guardate sulla canna il nome del maestro e l’impronta della marca di fabbrica. _Kuchenreuter!_ Buonissime armi, sapete. Meno eleganti, meno rabescate d’oro e d’argento di quelle che vengono di Francia; meno lavorate e meno rifinite di quelle che si fanno in Inghilterra, ma roba seria, roba solida. E come portano, cari voi! Le ho provate ieri. E poi... e poi sentite che scatto!
Finito d’esaminare le pistole, Violant si sdraiò in una poltrona; Di Cimalta e La Torretta si buttarono sul sofà.
— E com’è quella tua bestia? — domandò Massimo al cugino.
— Un sardo, un bellissimo sardo: mantello bianco come la neve, fattezze distinte, una testa, un’incollatura, un petto!... Adesso, se vuoi il sauro...
— Uhm! — fece Massimo — vedremo. Non oggi, però; oggi mi sento un poco balordo; mi lascierei imbrogliare con troppa facilità.
— Ho bisogno di quattrini, vedi; e c’è De Hawlictzeck che gli fa la corte.
— Chi?!
— De Hawlictzeck, un ufficiale austriaco.
— Va bene, cedilo a lui.
La Torretta si era alzato e si divertiva a saltare a piè zoppo sui frammenti dei vasi.
— Finiscila! — esclamò Violant, seccato. — E ora cosa si fa?
— Poichè Massimo pare un poco ammansato — rispose Di Cimalta, — si potrebbe condurlo a vedere la _Dama nera_.
— Che roba è? — domandò Massimo.
— Guardare e non toccare — disse La Torretta. — È una signora sempre vestita di nero che abita quasi in faccia all’Albergo Reale, e sta giorno e notte sul suo terrazzino.
— La notte no — rettificò Di Cimalta, — ma il giorno sì. E con qualunque tempo, con qualunque atmosfera. Ieri mattina tornavo a casa per coricarmi, verso le otto: lei era già levata, era già là, con una nebbiaccia che si poteva forar con la spada. Stamattina piovigginava: lei era là, a guardar nella strada, come se aspettasse qualcuno. Alle volte si vede anche un signore attempato, che le si fa accanto e le parla e le parla, par che cerchi di persuaderla a rientrare nella stanza; va, viene, e finisce col portarle fuori uno scialle, una mantellina, un fisciù. L’ho vista per la prima volta cinque o sei giorni fa; forse era in campagna, ed è tornata dopo l’Ognissanti.
— È bella? — domandò Massimo.
— E come! Se non lo fosse non te ne parlerei. Non ho mai visto una bellezza più straordinaria.
— Boum! — gridò La Torretta. — Perchè l’hai scoperta tu.
— Di Cimalta ha ragione — disse gravemente Violant, che la pretendeva a gran conoscitore: — badate però che può essere di quelle che a vederle promettono il paradiso, e vi dànno l’inferno.
Continuarono a discorrere, mentre Massimo si rivestiva e si rilisciava in una stanza contigua.
Uscirono poi tutti insieme. Giunti in piazza San Carlo, corsero alla cantonata di contrada Nuova e guardarono verso piazza Castello. Di Cimalta indicò il terrazzino, ma su quello non vi era alcuno. Aspettarono un poco, chiacchierando e motteggiando; poi La Torretta osservò ch’era una vera stolidezza star lì di piantone per contemplare da lontano una donna vestita di nero, mentre potevano andarne a veder da vicino altre di tutti i colori.
Si esibì anche di fare da guida, e tutti gli tennero dietro.
Quella fu l’ultima volta che Massimo si lasciò trascinar dai compagni. Cominciò dal non recarsi quella sera stessa al solito convegno; poi prese ad evitare tutti i luoghi ove poteva incontrarli. I suoi servitori ricevettero l’ordine di non introdur visite. Scomparve così senza avvertire nessuno, senza dare informazioni o spiegazioni di sorta.
Violant, Di Cimalta, La Torretta e gli altri della brigata, visti riuscir vani tutti i tentativi fatti per richiamarlo, esaminato e ponderato bene l’affare, considerato che si divertivano ugualmente anche senza di lui, deliberarono all’unanimità di lasciarlo cuocere e bollire nel suo brodo.
Massimo continuò ad alzarsi assai tardi, a star in ozio, ad andar a zonzo per la città e fuori le porte.
Visitava pur talvolta sua madre, nelle ore in cui era certo di trovarla sola. Non passava mai per lo scalone, per non rischiar d’abbattersi nel conte; saliva da una scaletta interna a certi anditini, per dove, dopo un lungo giro, si giungeva all’uscio segreto dello stanzino dove ella si pettinava.
La contessa accoglieva sempre amorevolmente suo figlio; parlava con lui di cose liete o anche frivole, evitando con cura i discorsi troppo seri, gli argomenti spinosi, ogni allusione alla vita ch’egli conduceva; lo trattava insomma come si tratta una persona che per una ragione o per un’altra ha bisogno di distrazioni e di riposo. Pareva considerare lo stato in cui si trovava Massimo come una specie di convalescenza.
Però un dì ch’erano stati insieme oltre l’usato, vedendolo coprirsi con la sinistra la bocca, come per rattenere o nascondere uno sbadiglio, ella gli pose le mani sulle spalle e gli disse sorridendo:
— Ti secchi, eh? Bene. Questo significa che prima o poi sentirai il bisogno di ricominciare a far qualche cosa. Quando ti troverai ben rimesso in tutti i modi, me lo farai sapere. Penserò io a trovarti un’occupazione. Ringraziando Dio, sei nato in una condizione che ti dà abilità ad aspirare a tutto, o quasi...
— Aspirare a che? — pensava Massimo, più tardi, andando a spasso. — Che cosa devo fare?
Sapeva bene anche lui che questo periodo d’inerzia non poteva durare; che tardi o tosto avrebbe avuto una grande smania d’agire; una smania tormentosa, prepotente, conforme in tutto all’indole sua. Ma che fare?
Egli aveva servito con entusiasmo un sistema, finchè lo aveva amato e stimato; venuti meno l’amore e la stima, aveva lasciato di servirlo. Ma ora come adoperare la sua gioventù, le sue forze? Come impiegare il tempo? Dove, dove, dove trovare una grande occupazione d’intelletto e di cuore?
Cercar d’accostarsi alle idee dei novatori? Partecipare ai loro maneggi? Seguir l’esempio di qualche altro nobile, d’altri ex militari? — No; questo no! Viva il Re sempre! _Vive le Roi quand même!_
E si dava più che mai al fantasticare, al vaneggiare co’ propri pensieri; tornando spesso indietro ad esaminare il passato, per spiegarsi il presente, per trarre induzioni e pronostici per l’avvenire.
Un giorno, entrando in contrada Nuova, gli venne in mente, senza saper come, la _Dama nera_ tanto celebrata da Di Cimalta.
Cercò con gli occhi, così da lontano, il terrazzino, e su quello scorse una donna. Si avvicinò pian piano: la persona era alta e snella, il volgere della testa dignitoso e leggiadro. A un tratto gli parve di riconoscere quella forma, d’averla già riguardata e ammirata altre volte; fece ancor qualche passo e raffigurò la signora Ughes.
Essa era là, ritta, con le mani posate sulla ringhiera, piena di noncuranza per gli sguardi che s’alzavano dal basso verso di lei, dei sentimenti e delle parole che poteva ispirare. Si sarebbe detto che si credeva sola, sulla cima d’un’alta torre, in una solitudine immensa.
Massimo la considerò un momento e si sentì dare una stretta al cuore. Gli pareva triste triste, con un non so che di annebbiato nella fronte, un non so che di sfiorito nelle gote. Non ebbe tempo d’osservar altro: improvvisamente ella girò la testa, come se qualcuno la chiamasse dal di dentro, si mosse e sparì.
Massimo, turbato, seguitò il suo cammino.
— La signora Ughes a Torino? — pensava. — Ma è la cosa più naturale del mondo, dal momento che gli altri villeggianti sono già tutti in città! Se non ho ancor visto per istrada nè lei, nè suo marito, questo vuol dire che sono arrivati da poco o che escono di rado...
Piuttosto c’era da maravigliare ch’egli non avesse neppur pensato a quell’incontro, mentre doveva prevederlo e cercarlo. Sicuro: _cercarlo_. Avevano passato insieme tante belle ore, laggiù!... S’erano lasciati così improvvisamente, così bruscamente!... Non avendo parlato di scriversi, non s’erano scritto, e perciò buona notte! Egli non sapeva più nulla; non aveva nemmeno pensato d’informarsi da sua madre, nè quand’essa era ancora a Robelletta, nè dopo ch’era tornata a Torino. Non che si fosse dimenticato di loro, non se n’era ricordato abbastanza, ecco tutto. Adesso che aveva riveduto la signora, la cosa gli riusciva inesplicabile, gli pareva incredibile.
Dominato da questi pensieri, giunse in fondo a contrada Nuova, e, passata la porta, si fermò con le spalle voltate alla facciata esteriore, bellamente rivestita di marmo e ornata di colonne e di statue.
La pianura gli si apriva dinanzi spaziosa e brulla, squallida e grigia, sotto un cielo color di piombo che pareva fondersi in lontano con gli alberi spogli, dando ai contorni sfumature e morbidezze di piuma. Laggiù, laggiù, in un punto dell’orizzonte, dietro un velo di nebbia più tenue, apparivano le montagne: era un tratto di paesaggio tutto cime taglienti e balze dirupate, tutto torbide luci, e livide ombre; un paesaggio morto e freddo, ove pareva dovesse durar perenne la neve, regnar eterno il crepuscolo.
Massimo chiuse gli occhi un momento come per sottrarsi a quella visione; immaginò la campagna rigogliosa, ammantata di verde, dardeggiata vivamente dal sole; fu assalito dalla nostalgia della luce, del caldo, da una folla di dolci rimembranze.
Era seduto sulle rive della Varaita, con Liana e suo marito; avevano davanti la corrente limpida, le ghiaie nitide, intorno intorno le ombre amene degli alberi; la giornata era splendida, quieta, fragrante...
Di repente sentì sulla mano un lieve contatto gelato. Riaprì gli occhi: fiocchi bianchi e minuti cominciavano a scender lenti e radi, morivano subito là ove toccavano.
Il giovane si scosse e rientrò in città. Si sentiva nell’anima una grande malinconia, ma lo confortava il pensiero che Liana e Ughes erano anch’essi a Torino, che poteva vederli, ritrovarsi spesso con loro. Quella sera stessa, se l’avesse voluto... Ma perchè non subito?
Allungò il passo; gli si ripresentò l’immagine di Liana, quale l’aveva vista alla sfuggita poc’anzi. La _Dama nera_? Oh sì, avevano ragione gli amici di chiamarla così! Com’era pallida! Che aspetto severo! E viveva in lutto: portava il bruno, il bruno grave! La madre non l’aveva più: aveva dunque perduto suo padre? Ma allora chi poteva essere il signore attempato, che, stando al detto del conte Di Cimalta, abitava con lei? — Come aveva fatto male a tenersi per tanto tempo al buio di quanto riguardava i coniugi Ughes! Quante cose non potevano essere accadute in quei mesi!... Pensò ai tumulti dell’estate, alle note opinioni del medico e si sentì rimescolare.
— Bisogna sapere — diss’egli tra sè, — bisogna assolutamente ch’io sappia!...
Il tempo s’era fatto più tetro che mai; seguitava a fioccare il nevischio, con un freddo pungente. In piazza San Carlo il terreno più qua e più là cominciava a biancheggiar leggermente; la gente pareva fuggire, sbandarsi. Quando vide che il terrazzino era vuoto, benchè dovesse aspettarselo, Massimo sentì venir meno ogni desiderio, ogni volontà di salire.
— Capitar così all’improvviso! — pensò egli. — A quest’ora, con questo tempo infame... E se la signora non mi riconoscesse più? S’io fossi obbligato di dirle il mio nome? Verrò senza fallo domani.
E tirò di lungo verso piazza Castello. Anche il sinistro presentimento s’era già dileguato.
XIII.
— Oh santa Vergine! — esclamò Menica, aprendo e ravvisando Massimo. — Chi vedo mai!
Poi subito gli accennò di parlar sottovoce. Massimo, un po’ sorpreso, domandò se i padroni erano in casa.
— Sì, signore: madama è lì nel salotto, il signor avvocato, il papà di madama, dev’essere in camera.
— Il signor Ughes forse è già uscito?
Menica diede due passi indietro.
— Oh Vergine cara! Cosa sento mai! Dunque non sa niente? E io che credevo fosse qui con qualche nuova! Poveri noi! Domanda se sor Luigi è già uscito? Altro che uscito!... Dio volesse che ci fossimo ancor tutti!
E cominciò a raccontare a Massimo quant’era accaduto dopo la sua partenza.
— Insomma — diss’egli a un certo punto, vedendo che la narrazione riusciva lunghetta e confusa, — il signor Ughes è andato via e non si hanno più notizie di lui. È questo?
— Già. Ma le pare naturale una cosa simile? Adesso mettiamo che non sia niente affatto morto, che madama si stanchi d’aspettarlo, che un bel giorno si lasci far la corte da un altro, e che poi... Guardi un po’ che pasticcio!
— E la signora come sta?
La serva mise un gemito e alzò gli occhi al soffitto, agitando le mani.
— Adesso vedrà — diss’ella; — vedrà, vedrà, vedrà!
Chiuse, senza far rumore, l’uscio dal quale era entrato il contino e andò pian piano ad aprirne un altro di fronte.
Liana era nella finestra fino a terra che metteva sul terrazzino; teneva la testa un po’ china, appoggiando la fronte ai vetri.
— Sempre lì — mormorò Menica, — sempre così. È una fissazione. — Soggiunse poi, alzando la voce. — Madama, un signore... una visita che le farà piacere.
Liana si voltò, fece alcuni passi mollemente, languidamente, come se si movesse in sogno. Ad un tratto scorse il giovane, rimasto, per delicata temenza, indietro nell’anticamera buia, gittò un grido soffocato.
Massimo indovinò, comprese per chi essa lo scambiava e si portò rapido dove batteva la luce. Ma la povera signora s’era arrestata sull’atto, mettendo un — Oh! — pieno d’inesprimibile sconforto. Si lasciò poi andar seduta sopra una seggiola vicina, alzando e crollando leggermente la testa, con un lieve, amaro sorriso di compassione per sè stessa.
— Mi perdoni — diceva intanto al contino, che la guardava muto ed afflitto; — lei non sa... lei non può sapere...
— So tutto, so tutto! — rispondeva Massimo con voce alterata. — Sono io che devo domandarle perdono; io che sono venuto a disturbare... a disturbarla. Ho fatto male. Dovevo pensarci, dovevo avvertirla.
L’avvocato Oliveri, udendo parlare dalla stanza vicina, si affacciò all’uscio.
Menica, che stava già per ritirarsi, si credè in obbligo di risparmiare a Liana la cura della presentazione.
— Il signor contino di Robelletta — diss’ella, appuntando a Massimo l’indice della destra. — Quello ch’era tanto amico di sor Luigi. E si figuri, sor avvocato, che non sapeva niente di niente.
— In cucina, voi! — susurrò Oliveri, abbottonandosi la veste da camera con una mano e accomodando il parrucchino con l’altra.
Si fece poi incontro al contino tutto affabile, grazioso, ridente; lo inchinò e si affermò felice e onorato di far la conoscenza d’un nobil giovane, che aveva sentito mentovare tante e tante volte con moltissima lode.
— S’accomodi, signor conte. Mi rincresce che ci trova così... ancora così sottosopra. Siamo arrivati dalla campagna che è poco. S’accomodi, prego... Basta, cosa vuole? queste sono le conseguenze dei bei tempi in cui viviamo.
E ripetè a Massimo quello che gli aveva già detto Menica, ma con maggior ricchezza di particolari, con maggior venustà di linguaggio.
Liana intanto s’era acquietata; guardava Massimo attonita, intenerita. Egli le ricordava un passato ch’ella temeva morto per sempre.... Luigi poi lo aveva veduto volentieri, lo aveva considerato per un amico.
Quando l’avvocato ebbe finito il suo racconto e aggiunto un certo numero di gravi e dotte riflessioni filosofiche, Massimo, che temeva già di essere indiscreto, si alzò. Volgendosi per congedarsi da Liana, vide ch’ella aveva gli occhi pieni di lacrime; ricominciò a scusarsi, ma Oliveri lo interruppe subito:
— Che Iddio lo benedica! — esclamò. — Questo è uno sfogo. La lasci piangere che non c’è niente di meglio; spesso al pianto segue la pace consolata della rassegnazione.
Prese la destra del contino per accostarsela al petto, lo ringraziò della visita; lo volle accompagnar fin sulla scala.
— Lei ha fatto bene a venire — disse poi, mentre Massimo già discendeva. — La sua è stata una buona ispirazione. Adesso, avendo visto che questo è un luogo di dolore, sa che farà opera meritoria tornando.
Massimo si ripresentò tre o quattro giorni dopo, alla stessa ora. Menica gli aprì, andò ad avvisare nel salotto, e tornò subito a dir che passasse. L’avvocato, vestito di una bella giubba e d’una sottoveste di panno nero, con bottoni sfaccettati d’acciaio brunito, gli si fece incontro col sorriso sulle labbra e con gli sguardi pieni di riconoscenza.
Liana, in piedi, s’appoggiava con una mano alla spalliera d’una seggiola; l’espressione del suo volto era tranquilla. Ella fece al giovane un’accoglienza pacatamente gentile.
Dopo il breve silenzio che succede ai saluti, si ricominciò a parlar di Ughes: poichè si sentiva ancora impossibile qualunque altro discorso. Se ne parlò posatamente, esaminando con diligenza e valutando ancora una volta ogni particolarità del caso.
— S’è fatto tutto — concludeva Oliveri; — creda, signor conte, che s’è fatto tutto... Ma noi abbiamo mezzi tanto limitati! Adesso ci vorrebbe qualche aiuto potente, l’opera di qualche persona di nobile lignaggio... Questa, per mezzo dei parenti, degli amici, degli aderenti, potrebbe ottenere che si facessero ricerche nelle varie città dello Stato, e anche fuori... Insomma, chi sta in alto vede lontano, ha cento mezzi ch’io non conosco per ottenere una grazia, e occorrendo anche un miracolo. Le pare?
Mentre l’avvocato parlava, Massimo guardava la signora. Non incontrò che un attimo lo sguardo di lei; bastò per farlo scattare in piedi, quasi si trattasse di agir sul momento.
L’atto era più eloquente di qualunque promessa.
— Animo, Liana — disse l’avvocato, con gravità — tocca a te ringraziare il signor conte delle sue buone intenzioni.
— Le intenzioni! — esclamò Massimo — sì, queste ci sono, ma poi... non so ancora cosa farò, quello che potrò fare. Non posso rivolgermi a mio padre... Parlerò con mia madre... m’ingegnerò, glielo prometto.
— Dio! — mormorò Liana, accorata — se lei sapesse cos’è per me una speranza... anche un filo di speranza!... È la vita, è la ragione, è tutto...
Tacque e si coperse il viso con le mani.
— Su su — disse Oliveri, — ci vuole energia, ci vuol coraggio...
Ella scosse il capo, poi stese la destra a Massimo. Questo la strinse silenziosamente, si chinò, v’impresse le labbra.
Sulla faccia fresca dell’avvocato balenò un raggio di compiacenza, d’orgoglio.
— Se permette — diss’egli poi al contino, quando furono nell’anticamera — vengo un tratto anch’io.
E senza aspettar la risposta prese il cappello, la canna d’India, e voltò le spalle a Menica perchè vi adattasse il ferraiuolo.
Scesero nella strada, si avviarono verso piazza Castello.
— Le ho fatto un discorso un po’ ardito — cominciò a dire Oliveri, — un po’ temerario; ma che vuole? bisogna fare il possibile per confortare quella poverina. Non si sa dar pace. E guardi che stranezza, che contradizione! È convinta che suo marito è vivo, e vive e veste come una vedova! Invece io purtroppo non ho più dubbi. Oramai è finita; mio genero è morto. Lontano o vicino, nella China o in fondo d’un carcere segreto, a quest’ora se fosse in vita, ci avrebbe fatto saper qualche cosa. Si figuri, son quasi sei mesi! Questo è il silenzio di chi dorme sotterra. È morto, è morto. Dove? Come? Chi può saperlo! Son tante le maniere con cui si può andare o esser mandati violentemente nel mondo di là. Avevo cominciato a farne una lista, ho visto che era fatica buttata. La mia opinione è sempre questa: Ughes, mandato dal suo partito a capitanare i sediziosi, è stato preso con le armi alla mano, spinto contro un muro e moschettato, senza dargli tempo di fare Gesù. Chi sa? Sarà fors’anche stato mascherato, travestito, irriconoscibile! E non se ne saprà mai più niente. E mettiamo pure che sia stato giudicato e giustiziato regolarmente: non se ne saprà più niente ugualmente, poichè pare che il Governo abbia emanato, o stia per emanare, un ordine severissimo, in forza del quale viene imposto ai tribunali, ai giusdicenti, che so io? a tutti quelli che hanno avuto mano in questa triste faccenda di stracciare, bruciare, annientare registri, note, processi, memorie, tutta la farragine cruenta. Questo, credo, per tagliar corto alle recriminazioni francesi, e per guarentirsi contro possibili vendette... Io già non ho più che un pensiero: vedere rassegnata e consolata mia figlia. Santo Dio, al mondo non ci ho che lei!
Il tempo era mite; si camminava male: ad ogni passo i piedi entravano in una pozza d’acqua mescolata alla neve, che più qua e più là ne impediva lo scolo. Piazza Castello, specialmente nell’angolo di ponente, pareva addirittura uno stagno melmoso. In principio della contrada di Doragrossa si vedeva una piccola squadra d’uomini che lavoravano, con lunghe pertiche munite al capo d’un legno trasversale, a spinger la fanghiglia verso il mezzo della strada, ove correva torbido e gonfio il rigagnolo.
Oliveri si fermò allo sbocco di contrada Nuova.
— Mi scusi se torno indietro — diss’egli, — non mi piglierei impunemente tutto questo umido.
Ma invece di congedarsi, durava a girar con gli occhi la piazza.
— Cosa vuole — ripigliò, — a me non mi par più piazza Castello, la nostra piazza Castello d’una volta. Chi sa perchè? Oggi, per esempio, non c’è il burattinaio con la sua baracca e la sua campanella: dirindin, dirindin, dirindin... Non vedo più quei quattro straccioni camuffati da Brighella, da Arlecchino, da Pantalone... che improvvisavano sciocchezze sur un palco lì a sinistra. Guardi un po’: nè acquavitai, nè venditori di ciambelle, niente!... Poche carrozze, poche portantine, e anche pochi pedoni. Capisco che bisogna tener conto del tempo, ma via... Sono stato in campagna poco più di tre mesi, e mi par d’essere stato assente tre anni! E la ritirata è ancor sempre battuta dai tamburini e dai pifferi, la ritirata?
E canticchiando le parole che il popolino aveva adattate a quell’aria, si voltò a guardare verso Doragrossa, come se vedesse il drappello in marcia verso il quartiere di porta Susa.
Ogni doi meis ai dan tranta pan Ch’a pieuva, ch’a fioca tant ai je dan!
Il vecchio ciarliero e il giovane pensieroso s’indugiavano a considerare la piazza, ove non c’era veramente nulla da osservare, come se non trovassero più il modo di dividersi.
Le ombre della sera calavano lentamente e si confondevano con la nebbia stagnante. Le campane annunziarono sonoramente la fine del giorno. Gli accenditori liberarono dalle loro catene le lunghe scale a piuoli raccolte sotto l’atrio del castello, uscirono, si sparpagliarono correndo verso i radi lampioni.
— Buona sera — disse Massimo, alla fine.
— I miei ossequii, signor conte — rispose Oliveri.
E si lasciarono.
Quando fu presso al portone del palazzo Claris, Massimo ne vide uscire il cavaliere Mazel.
— Mia madre è sola — pensò tosto. E invece di entrare nel suo quartierino infilò la scaletta.
La contessa aveva davanti un tavolinetto riccamente intarsiato, e leggeva al lume d’una grossa ed elegante lucerna.
Massimo le sedette di fronte ed entrò subito in argomento. Le ricordò Ughes, ne raccontò la sparizione misteriosa, descrisse lo stato lacrimevole in cui era la povera moglie e in fine pregò sua madre di far quanto poteva per lei.
La contessa lo ascoltò impassibile, senza levar gli occhi dal libro, poi, dopo aver mostrato di pensare un momento:
— Va bene — diss’ella — ne parlerò con...
Ma invece di pronunziare il nome si morse il labbro. Voltò la pagina, e rannuvolandosi alquanto, soggiunse: