La bufera

Part 11

Chapter 113,871 wordsPublic domain

Don Prato, che faceva la rivista dei bottoni, abbassava la testa come per guardarsi le fibbie, pigliava e ripigliava tabacco, si scosse alla chiamata dell’avvocato e aperse le labbra.

— No, — disse Liana, con la voce piena di dolore, le lacrime che luccicavano sotto le ciglia, — non dica niente, è inutile; sono risoluta. Tu non venire, babbo; andrò sola. Non senti come sei crudele? Non vedi che non misuro più le cose, che soffro troppo, che non ne posso più? Andrò sola; adesso, stasera, stanotte, appena sarò libera. Non vorrai rinchiudermi, spero?

Oliveri si guardava intorno, tentennando la gamba, facendo battere le note al codino. Vide Gabriel che sarchiava in fondo al giardino, e gli die’ tosto una voce.

— Sentiremo costui — brontolava: — cos’è questo bosco, dov’è, come si fa per andarci; poi si vedrà, si vedrà, si vedrà...

Gabriel venne senza troppa fretta, strascicando gli zoccoli.

— Sai dov’è la Vallombrosa? — gli chiese l’avvocato.

— Lei vuol dir la Lambrosa; altro che saperlo!

— Quanto si mette ad andarci?

— Dipende dalla strada.

— Pigliando la più corta?

— Dipende dal passo.

— Oh bene! Partendo adesso si può essere di ritorno prima di notte?

— Sì, signore.

— Allora via!

Don Prato si accomiatò subito.

— Che Dio li assista! — diss’egli, assai commosso. — Adesso vado a casa e li accompagno col cuore. Mi capiscono, eh?

Liana in un momento fu pronta. Gabriel tolse un grosso randello; l’avvocato prese anch’egli un bastone.

Uscirono dal giardino e si avviarono verso la strada del sale. Cammin facendo, Oliveri credette bene di palesare a Gabriel lo scopo della gita, per animarlo e fargliene sentir l’importanza.

Gabriel guardò sott’occhio Liana e non fiatò.

Oltrepassata Robelletta, l’orizzonte verso tramontana apparve tutto boscoso; chiuso da un gran cerchio verde carico, già lievemente brizzolato di giallo e di rosso. L’autunno incipiente si mostrava anche nel cielo d’un dolcissimo colore di turchina, popolato di bianche nuvolette, addossate le une alle altre come uno sterminato branco di pecore pascenti.

— Come se si andasse a spasso — diceva l’avvocato a sua figlia, — come se si andasse a spasso. Prudenza ci vuole; non facciamoci osservare. In simili circostanze si ha ragione di sospettare di tutto e di tutti, anche del più innocente lavoratore dei campi.

Liana camminava rapidamente, passando spesso davanti a Gabriel, che faceva loro da guida, impazientita dall’andatura pigra ed eguale del contadino.

— Sei stanca? — domandava Oliveri — Vuoi sostare un momentino? No?..... E perchè non passi qui, dove c’è ombra? Non che il sole sia caldo, ma via... Tienti a destra, tienti in su, non vedi quante pozzanghere?

Le parlava come a una bambina, cercando distrarla; ma Liana, abbandonata tutta all’impulso di persuasione che la portava, non l’udiva nemmeno. L’anima sua era tutta laggiù fra quelle ombre. Sentiva la speranza crescere, scemare, morire, rinascere. Era una folle, una vertiginosa seguenza di visioni, che si mutavano continuamente. Luigi vivo e sano, che gettava un grido di gioia al vederla apparire e le apriva le braccia... Luigi ferito, moribondo, giacente sur un po’ di paglia, con il viso d’un cadavere, gli occhi spalancati, ma senza sguardo. Lo chiamava, lo supplicava, si prostrava vicino, e non riusciva più a farsi conoscere... Luigi infermo, però non aggravato, anzi vicino alla convalescenza. Che incontro! Che gioia! Era stato in fin di vita, ecco perchè non aveva scritto, dato notizie di sè. Si poteva dir scampato come per miracolo! D’ora in poi non si sarebbero lasciati mai più..

Ad un certo punto ella si fermò, giunse le mani, chinò il viso sopra di esse.

— Cosa c’è? Cosa c’è? — esclamò Oliveri, accorrendo. — Non ti senti bene?

Liana non rispose, raggiunse Gabriel che voltava in una viottola.

L’avvocato, vedendo oramai vicino il bosco, domandò al colono se conosceva questo eremita, questo Rabadan.

— Lei vuol dire Barabam? — rispose Gabriel. — Sì, signore, che lo conosco. Sono stato a consultarlo due volte: quando ho avuto il cavallo malato, e un po’ prima che mi morisse la moglie.

Il terreno s’ingombrava di cespugli, di querciuoli imbozzacchiti; seguitando ad andare avanti, attraversarono una folta macchia d’ontani; passarono da questa in un’ombra verde e diffusa, in una quiete mesta e solenne.

— Ecco, — disse Gabriel, prima d’inoltrarsi, — qui siamo nel bosco. Vedono, eh, che razza di sentiero? E badiamo di non perderlo, per non perdere anche la tramontana. Si ricordino poi che l’uomo, quel Teo, è un po’ strambo, un po’ lunatico. Se non fosse così, vivrebbe come vivono gli altri. Voglio dire che le sue parole vanno pigliate nel loro verso, e con pazienza, perchè se gli salta la mosca, si ficca nel suo buco, e bisognerebbe affumicarlo per farnelo uscire! Adesso andiamo.

S’avviò di nuovo il primo, col solito passo, anche più misurato e più lento. Ogni tanto si chinava a raccogliere uno di quei funghi che i contadini chiamano _cravëtte_, lo mostrava con compiacenza all’avvocato, come se lo avesse fatto lì per lì con le sue mani, poi lo infilzava in un giunco.

Oliveri, più che i funghi, ammirava le enormi piante secolari; e misurando i tronchi con gli occhi, e alzando lo sguardo alle cime, parlava sommesso, compreso da un senso di meraviglia quasi religiosa, come se si trovasse in un tempio, in una gran cattedrale.

Liana guardava intentamente avanti; anelava e insieme temeva il momento in cui avrebbe scoperto la capanna; il cuore batteva, batteva, batteva, e a quando a quando le si appannava la vista, le pareva di sentirsi mancare le ginocchia.

D’improvviso si udì l’abbaiar strillente d’un cane. Nello stesso tempo Gabriel mostrò un non so che di bruno che traspariva tra il verde: le rovine d’una massiccia muraglia rivestita d’edera e di musco, irta di cardi e d’ortiche.

— Il palazzo di Teo è dall’altra parte — susurrò il colono; — bisogna farsi veder subito.

Liana, presa da un tremito, cercò il braccio di suo padre, vi si appoggiò, chiudendo gli occhi. Li riaprì dopo un poco. Aveva dinanzi un tugurietto meschino, coperto di paglia; sull’uscio stava un uomo poveramente vestito, sparuto e piccolo di persona.

Costui non parlò, nè si mosse; durò alquanto a girar gli occhi or sull’uno, or sull’altro, e, siccome l’avvocato aveva una di quelle facce fresche e rubiconde che fanno consolazione e mettono subito di buon umore, sorrise e si toccò il cappello.

— Buon giorno — disse Oliveri. — Vi godete l’ombra, eh?

Barabam non rispose. Il cane, accucciato ai suoi piedi, uggiolava cupo e sommesso.

Liana tornò a immaginare con veemenza suo marito agonizzante in quella tana; voleva farsi sentire, alzar la voce, chiamarlo con l’accento della disperazione, e le mancava il respiro. Le pareva di sognare.

Oliveri, che la sentiva tremar tutta dal capo alle piante, colto da un impeto d’impazienza improvvisa, cominciò a tempestar Teo con tante domande, le une dirette, le altre suggestive, tutte così informi, precipitate, confuse, che colui, dopo aver risposto alle prime, vistosi avviluppato, si tirò indietro e mostrò di voler chiudere l’uscio.

Gabriel che, conoscendolo, si aspettava quella mossa e stava all’erta, fu lesto a cacciar il randello tra il battente e lo stipite.

— Aspetta un momento, diavolo! Non vedi che hai da fare con signori? Se sono venuti fin qui per domandarti un servizio, è segno che sono pronti a pagarlo.

— Non c’è niente qui per i signori — rispose l’eremita, dando in qua e in là certe occhiate spaurite, come se cercasse per dove svignarsela. — Io non guarisco che la gente di campagna, io. Mi lascino stare.

— Qui non si tratta di guarire, caro il mio Teo — ripigliò Gabriel; — questa è un’altra faccenda.

E spingendolo un poco in disparte, si mise a parlargli sottovoce, pacatamente.

L’avvocato intanto, con un certo suo fare trascurato e bonario, frugando in tutte le tasche come per cercare la tabacchiera, insieme a vari altri oggetti, tirò fuori anche la borsa e la tenne così un po’ in vista, quasi per distrazione.

— Va bene — rispose poi Teo a Gabriel, staccandoselo di torno con un cotal garbo tra il blando e il ruvido. — Adesso ho capito.

Si ravvicinò all’avvocato pian piano, alzando il gomito destro e ciondolando la mano in aria.

— Son tanti quelli che per una ragione o per un’altra vengono a villeggiare qui con me, e a ricordarli tutti, e saper come vanno a finire, ci vuol altro! Qui l’amico mi dice che lei cerca un giovinotto. Sarebbe mai uno nè alto, nè basso, con due occhi da scoiattolo, i capelli neri come carbone e gli orecchini d’argento?

— Hm! — fece Oliveri. — Ad ogni modo ditemi presso a poco in che circostanza gli avete dato ricetto.

— L’anno preciso non lo so più; ma mi pare che fosse sul finire di febbraio o in principio di marzo, perchè faceva ancor freddo. Era scappato da Saluzzo, dal reggimento dragoni di Ciablese...

— Euh! — esclamò Oliveri — un disertore?

— Già, credo proprio che fosse un disertore.

— E dopo non c’è più venuto nessuno? Quest’estate, per esempio? In luglio o in agosto?

— In giugno c’è stato un certo Bonsoldat... Poi c’è passato Cibonfa con quattro della sua banda... Poi, poi, poi...

Mentre Barabam si grattava la nuca per sollecitar la memoria, Oliveri gli porse alcune monete.

— Fate di ricordare — diss’egli, indugiando a rimettere in tasca la borsa.

Adesso Teo guardava e riguardava Liana.

— È sua figlia, quella lì?... E sarà magari la sorella di quello che cercano?

— Sono sua moglie — rispose Liana, con dolcezza.

Un lampo di compassione passò sulla faccia terrea, aggrinzita dell’uomo. Entrò in casa e ne uscì tosto portando un panchetto di legno.

— Lei sarà stanca — diss’egli alla signora; — lei sarà meglio che si metta a sedere.

Si accosciò poi in terra, di fronte, strappò alcuni fili d’erba e prese a torcerli, ad intrecciarli, ad avvolticchiarli in cento modi.

— Due mesi fa — cominciò egli, senza preamboli, — giorno più, giorno meno, mi trovavo verso sera a pescar nel Riofreddo, proprio sull’orlo del bosco. Ecco che sento gridare: — Dalli, ferma! Ferma, dalli! — Lascio andar la _trubia_, alzo la testa sopra la sponda, e vedo venire a tutta corsa un signorino senza cappello, inseguito da parecchi soldati. Non era più che a un cinquanta passi dal bosco, quando questi assassini, tutti insieme, pan! pan! gli fanno fuoco addosso. Il giovinotto spicca un salto, poi giù lungo disteso! L’ho visto buttar le braccia di qua e di là, rizzarsi stentamente a sedere, cacciar fuori una pistoletta e spararsela in bocca. I soldati l’hanno poi esaminato e frugacchiato, portandogli via persino le scarpe.

Liana, pallida come se fosse morta, ascoltava senza battere le palpebre. Oliveri si asciugava la fronte, si contorceva, soffiava, smanioso di sentire i connotati.

— E com’era? — domandò poi. — Com’era questo giovane?

Teo non gli badò, ripigliò subito:

— Sono venuto via senza dargli neanche un’occhiata; non volevo andar a dormire con quella faccia d’ammazzato negli occhi... Ingozzai qualche cosa, poi mi gettai sul mio saccone. Fino a mezzanotte tutto andò bene. Ad un tratto: toc, toc, toc. — Chi va là? — Niente; nessuno risponde. — Se non mi dite chi siete, non apro, ecco! — Passa un minuto, due, tre, poi di nuovo: toc, toc, toc. — Ricaccio giù il capo dicendo: — Ho capito, è il signorino che non vuol dormire scoperto. — All’alba mi alzai, tornai sul luogo, e con quattro vangate me ne spicciai.

— Dunque — ridomandò Oliveri — com’era? Biondo o bruno? Magro o grasso? Alto o basso?

Teo gli fece una spallucciata.

— Se lo incontrassi vivo credo che non lo riconoscerei.

— Andiamo! — esclamò Liana, scattando in piedi.

— Oh brava! — disse l’avvocato. — Così va bene. Andiamo pure a casa, che si fa tardi. Ho fame, ho sete, non ho più gambe, non ho più fiato...

— Ditemi — domandò a Teo la giovane signora: — il luogo... quel luogo è molto lontano di qui?

— Lontano no; da quella parte il bosco si stringe, fa come una punta, non c’è che da attraversarla.

Liana si tolse una catenella d’oro che aveva al collo e gliela gettò tra le mani.

— Andiamo, andiamo: pigliate quel che vi occorre!

— Misericordia! — esclamò l’avvocato, cacciando fuori tanto d’occhi. — Cosa vuoi fare? Cosa pensi? Sei matta, eh? Ma Liana!... Lasciali riposare in pace i poveri morti. Cosa vuoi vedere? Non si vedrà più niente, figlia mia. Sarà sfigurato! E poi... Quel poveretto non può esser Luigi. Lo so, te lo proverò con un argomento stringente... Piuttosto tornerò, tornerò io domani...

Agitava le braccia, batteva e ribatteva il piede per terra, non s’era forse mai sentito tanto sconvolto in sua vita; poi, quando vide che tutto era inutile, guardò il cielo con un sospiro, e tenne dietro a gli altri.

Seguendo Teo, in pochi minuti giunsero al Riofreddo, mezzo asciutto in quei giorni; passarono oltre, sopra certe pietre sporgenti dall’acqua, e si trovarono sur un gran tratto di terreno incolto, sparso di cannucce e di giunchi.

— Ci avrai messo una croce, spero? — mormorò Gabriel.

— Lo volevo fare — rispose Teo, — ma poi...

Riflettè un momento, quindi andò diviato a un grosso salice tutto piegato e scontorto; di là guardò intorno, si raccapezzò, e piantando la vanga in terra, disse forte:

— È qui.

Gabriel, che s’era fatto dare una zappa, lo raggiunse subito; cominciarono insieme a scassare gagliardamente il terreno.

Oliveri, fatta sedere sua figlia sur un rialto formato dalla sponda, le si mise risolutamente davanti.

— E tu starai qui — diss’egli. — Andrò io di tanto in tanto a vedere; rimettiti in me. Se non è lui, come spero, come ne son certo, ce ne andremo subito. E se per disgrazia... Non mi vorrai far passare qui la notte, eh? Giunto a casa penserò, provvederò, prenderò tutte le disposizioni per il trasporto della salma in un luogo più conveniente. Lascia fare a me che son tuo padre, per Bacco!

Ma Liana non poteva star seduta; provava invece un bisogno prepotente di moversi. Si alzò con un gemito rauco e andò ad attaccarsi ad un tronco, raccapricciando, come se vedesse spalancato ai suoi piedi un abisso.

— Santo cielo! — ripigliava Oliveri — mi fai paura, mi spezzi il cuore. Andiamo via? Gabriel ci riferirà poi... No? Pensa a quello che fai. Sarebbe assai meglio, secondo me, conservar l’immagine di quell’infelice, del tuo povero Luigi, quale t’è rimasta nella mente, piuttosto che guastarla con... con... Mi capisci, eh?

Liana crollava il capo, e l’avvocato si mordeva le labbra.

Egli cominciava a voltarsi spesso verso i lavoratori. Pensava che da un momento all’altro poteva esser chiamato a contemplare gli avanzi mortali di suo genero! Oh ne avrebbe fatto a meno così volentieri!

— Mi sta bene — diceva tra sè: — imparerò a far sempre quello che vuole mia figlia. Non ho mai saputo far prevalere la mia volontà, la mia calma, il mio buon senso, il mio giudizio. Me lo merito!

Pensò poi che forse era meglio preparare un po’ Liana, per il caso che il sepolto fosse proprio Ughes. E cominciò a cercare, a disporsi in mente le parole, le frasi che gli parevano più acconce ad attutire il colpo, a lenire il dolore. Ma si sentiva terribilmente distratto da quello che si operava alle spalle, distratto da una nuova, importante considerazione: — Tutto il male non viene per nuocere. Accertata la morte di Ughes, Liana si persuaderà d’esser vedova... E le vedove, o prima o poi, si rassegnano tutte ai voleri di Dio!

Vi fu un lungo silenzio, rotto appena dallo strider lieve della terra squarciata dai ferri.

Ad un tratto s’udì la voce di Gabriel:

— Sor avvocato...

Oliveri si scosse, fece un gesto supplichevole a sua figlia per raccomandarle di non muoversi, e si avviò riluttante, stralunato, verso i due contadini; i quali, curvi sulla buca aperta, guardavano, turandosi le narici.

Sentendo il passo di Oliveri che si appressava, Gabriel crollò la testa.

— Ha i capelli rossi — diss’egli, — non è sor Luigi.

— Lodato Dio! — gridò l’avvocato. — Sta quieta, Liana, non è proprio lui!

E non sentendo alcuna volontà di verificare la cosa, voltò prontamente le spalle.

Liana era lì a due passi. Egli aprì le braccia per trattenerla; ella lo scansò rapida, guizzò via, arrivò alla fossa.

— Per carità, Liana! — mormorò l’avvocato, parlando in gola. — Tu vuoi farmi impazzire?

E guatava inorridito certe dita scarne e verdognole che trasparivano fra la terra smossa.

Liana da prima indietreggiò, poi s’irrigidì, si protese. Dal punto in cui era non discerneva la faccia del morto; girò lentamente all’intorno... Il pallore, la maniera di andare, quella tomba aperta ai suoi piedi, tutto la rendeva simile a uno spettro.

L’avvocato si sentì fremer dentro fino alle midolle e gonfiarglisi gli occhi; tornò a raccomandarsi, a pregarla, a scongiurarla di venire.

Quando alla fine se la ritrovò di nuovo accanto, le passò la mano sotto il braccio per trovarsi pronto a sorreggerla, e nello stesso tempo la spinse avanti, sbuffando, quasi a furia.

— A diritta, a diritta! — gridò lor dietro l’eremita; — di lì si va a Racconigi, signori!

— Vengo — disse anche Gabriel. — Do’ solo una mano all’amico per rimetter tutto a posto. Non voglio che la fantasima venga a tirarlo pei piedi... E poi, seppellire i morti l’è un’opera di misericordia, perdiana!

Quella giornata era per finire; le piccole nubi, che s’erano unite e fuse, formavano un tendone diafano, dietro al quale il sol cadente pareva intriso di sangue. Verso levante l’orizzonte era coronato d’una leggiera nebbiolina purpurea.

I palombi passavano in alto, a coppie, a stormi.

— Che dopo pranzo m’hai fatto passare, figlia mia! — brontolava l’avvocato. — Che dopo pranzo! E ne sappiam come prima. Basta; purchè tu non mi venga ammalata, con tutte queste impressioni! Io sono un uomo pacato, tranquillo, ma tu... Ecco, ecco i frutti della guerra civile! I cristiani mutati in cannibali. Certo che questi giovani sono colpevoli di grandi enormità contro lo Stato, ma sono in buona fede, combattono per idee che credono buone. Volete moschettar le idee? Trucidando quei meschinelli, ne fate dei martiri. Servite la rivoluzione, ecco tutto. Governar con la clemenza e con la ragione, non con l’archibugio e col capestro! In una congiuntura qual è questa, dove occorrerebbero uomini di gran mente e di gran cuore, i politicanti e il boia non possono fornire che vani espedienti. Ecco quel che direi al nostro Real Sovrano, quand’io avessi l’onore di far pervenire la mia umile voce fino a lui.

Liana si stringeva al braccio di suo padre, ma pareva staccarsi da quel luogo a fatica. Mormorava a quando a quando:

— Non era lui, eh? Babbo, sei proprio certo che non era lui?

Ella si provava a richiamare alla mente la fisonomia espressiva, il colorito di salute, la svelta persona del suo Luigi, e a confrontar tutto questo con quell’altra cosa orrenda che aveva veduto poc’anzi. Ogni tanto rabbrividiva e si voltava bruscamente indietro, come si sentisse qualcuno alle spalle.

Camminarono lentamente, finchè Gabriel non li ebbe raggiunti, poi affrettarono il passo.

— Si può bere quest’acqua? — domandò l’avvocato a un punto. — Io muoio di sete.

— Boh! porcheria! io non ne berrei davvero — rispose il colono. — Ma non lontano di qui c’è una fontana eccellente; se crede...

— Dove andremo a finire?

— Non allungheremo niente affatto! Troveremo anzi un viottolino che conduce diritto diritto alla strada del sale.

Lasciata la scorciatoia in cui erano, presero a sinistra verso un boschetto di pioppi, camminando nell’erba alta, umida già di rugiada.

Gabriel seguitava a vantar la sorgente.

— Come questa non ce n’è un’altra in tutto il contorno! Sempre fresca, sempre leggiera, io la credo perfino un po’ medicinale. Oh poi adesso sentirà... Ci siamo, ci siamo!

— Guarda, Liana, che bel sito! — esclamò l’avvocato, come furono entrati tra gli alberi. — Un luogo degno di infiammare il cuor d’un poeta. Ecco che penso già ad un’egloga, ad un idillio... Il nome, il nome!

— Riochiaretto — rispose Gabriel.

Liana, mossa da una subitanea ispirazione di affettuose rimembranze, si spiccò da suo padre, si slanciò verso la sorgente.

— Ecco — diss’ella con voce appena intelligibile: — una bella mattina di maggio, son venuta qui con lui... Mi ricordo, mi ricordo...

L’ambascia le troncò la parola; si strinse con le mani il petto, e cadde svenuta.

XII.

Il contrasto avuto con suo padre giunse tanto doloroso all’anima già disgustata e sopraffatta di Massimo, ch’egli decise senz’altro di domandar dimissione dal servizio. Non ne parlò al conte, ma lo avvertì con una lettera; questi non lo giudicò degno di risposta alcuna. Scrisse parimente subito alla madre; la quale cercò dolcemente ma fermamente di dissuaderlo. Anche il suo colonnello e i compagni d’arme lo consigliarono a pensarci dell’altro.

Massimo finse di arrendersi, aspettò un mesetto, ripresentò la domanda senza dir più nulla a nessuno, e ottenne quanto desiderava.

La contessa seppe, tornando in città verso la fine d’ottobre, che suo figlio non apparteneva più all’esercito. Non ebbe animo di muovergli alcun rimprovero. Non l’aveva più visto così duramente smarrito dal giorno in cui era tornato dalla contea di Nizza, dopo la ignominiosa ritirata di Courten.

In verità il contino batteva una triste e sdrucciolevole via. Non sapendo più che cosa far di sè, aveva cominciato a frequentare una casa ove si teneva giuoco, e nella quale concorrevano altri giovani, tutti più o meno oziosi, ignoranti e malavvezzi.

Dopo aver passata la notte con le carte in mano, Massimo dormiva fino a mezzodì, e consumava il resto della giornata in compagnia dei suoi nuovi amici.

Giravano bighellonando la città e i borghi in cerca di distrazioni più o meno lecite ed oneste; o stavano fermi davanti a qualche bottega da caffè a dar noia a quelli che passavano. E, poichè tutti avevano legni e cavalli, usavano pure andar a far pranzi nelle osterie dei paeselli vicini, portando con loro signore e signorine di liberi e allegri costumi.

Ma il cuore di Massimo era vuoto e inquieto; aveva dentro di sè una pena, un tedio che nulla bastava a calmare. Talora, mentre si trovava in brigata, si sentiva come colto da un avvilimento improvviso. Altra volta una celia, un gesto, una parola gli urtava i nervi, lo moveva a sdegno, si tratteneva a stento dal proferire invettive contro i compagni; spesso, scuotendosi subitamente, se ne andava.

Non aveva però la forza di svincolarsi da quella stretta malvagia. Oramai la sua vita correva in quella tal maniera e non avrebbe saputo variarla per nessun costo.

Era una bellissima giornata d’autunno; Massimo, Giacinto Violant e due comuni amici uscirono dalla porta di Po per andare a prendere una boccata d’aria in collina, e nello stesso tempo ronzare intorno alle ville ancora abitate, adocchiando finestre e cancelli.

Massimo, più scuro e più annoiato del solito, camminava solo, un po’ indietro dagli altri; i quali andavano a braccetto, con una certa andatura da snoccolati, come se non avessero mai avuto un pensiero al mondo.

Fatti pochi passi sul ponte di Po, videro venire alla loro volta una giovinetta, la quale batteva il tacco lesta lesta e faceva sventolar la gonnella. Teneva gli occhi bassi, pareva tutta raccolta in sè; ma Violant e gli altri due storditi si presero il gusto di pararla ora da una parte, ora dall’altra del ponte, beffandola con atti e voci da libertini.

Massimo non pronunziò una parola, voltò bruscamente le spalle e si allontanò.

— È matto! — esclamò Violant. — È proprio matto; lasciamolo andare, lasciamo che gli passi la stizza; quando tornerà con noi, gli dirò io una parolina in un orecchio...

Massimo non si fece vedere nè quella sera, nè il giorno seguente; allora Violant, Di Cimalta e La Torretta stimarono opportuno d’andarlo a trovare.

Un vecchio domestico, grave e impassibile, li introdusse in una saletta, ove il contino, spettinato e mezzo svestito, faceva le volte del leone fra i cocci di due stupendi vasi chinesi, i quali poco prima adornavano il piano del camino.