Part 17
Liana comprese, si scosse, si voltò anche lei verso le montagne, maravigliata di non aver pensato prima che Luigi forse le aveva già varcate, stava forse scendendo in Piemonte. Si concentrò tutta nel dolcissimo sogno, e non levò più gli occhi dalla bianchezza pura di quelle vette, sulle quali aleggiava per lei la più cara speranza.
Un calesse, che passò loro accanto, portò con sè tutte le riflessioni politiche dell’avvocato.
— Guardate guardate come si dimena quel postiglione! — esclamò. — Questo vuol dire che si aspetta una bella mancia!
Si abbatterono in una grossa carrozza chiusa, con lo stemma marchionale sugli sportelli: Oliveri avrebbe pagato volentieri un tanto per vedere colui o colei che v’era dentro. Ogni poco poi si lagnava dell’aspetto solitario della strada.
— Ehe! si vede che c’è qualche cosa per aria — diceva. — Carri, carrettoni, scorratte, ma legni signorili appena due. È un po’ poco. E i pedoni?... Frati, contadini, e una falange, una vera falange di straccioni, con certe facce proibite!...
Di questi continuavano a rintopparne assai più che l’avvocato non avrebbe voluto. Erano uomini di varie età, cenciosi, sudici, arruffati; non campagnuoli, nè artigiani, nè accattoni, ma scioperati e vagabondi, vere crisalidi di malviventi, poco temibili se soli, terribili se per caso, per opportunità, o per bisogno venivano a formare una banda!
— Almeno — ripigliava Oliveri, — almeno si vedesse qualche drappello, che so io? qualche pattuglia, qualcuno in divisa, tanto per rassicurare i viandanti e tener in rispetto i malintenzionati; ma Signore Iddio, chi pensa più alle strade!
— Eccoli gli uniformi! — esclamò il vetturino ad un tratto, indicando con la frusta un baroccio che si avvicinava lento, a scossoni. Era carico di fantaccini; e questi avevano tutti il viso pallido e smunto, gli occhi incavati, e stavano così fitti che parevano messi al supplizio.
Liana si sentì stringere il cuore e stava per chiedere spiegazione di quello che vedeva, ma Lesna la prevenne dicendo:
— Poveri diavoli! Vengono dall’ospedale militare di Saluzzo, e vanno a finire di crepare a Torino.
Seguitarono il loro cammino e si vennero avvicinando a un borguccio di poche case, luride, affumicate, cascanti a pezzi. Quivi la scena era un po’ più animata. Si vedevano tre vacche al pascolo in un praticello a sinistra; alcuni maiali nel fossato di destra, che grufolavano e si voltolavano nel fango; pollame sparso qua e là. Una vecchietta filava seduta presso l’uscio della prima casipola; le scherzavano intorno due fanciulline ed un ragazzetto. Questi si riponeva or dietro il tronco d’un noce, or dietro una siepe; le fanciulline gli si accostavan pian piano e, appena scortolo muoversi e minacciar di rincorrerle, scappavano strillando e ridendo a rifugiarsi accanto alla vecchia.
Andando innanzi tra le case, l’avvocato e quelli che erano con lui, sentivano crescere e avvicinarsi un ronzìo, un calpestìo che indicava un gran movimento. Guardavano ma non vedevano nulla, perchè la strada non correva diritta che per tutta la lunghezza del borgo.
All’improvviso s’udì uno sparo; seguirono risate, applausi, voci clamorose, da lontano; un aprir d’usci e di finestre, un domandare, un accorrere, un abbaiar di cani, uno schiamazzar di galline. Poi si vide svoltare e venire avanti sulla strada maestra un militare robusto ed elegante, sur un bel cavallo grigio pomellato. Portava un gran cappello con pennacchio tricolore, un abito turchino, i cui galloni d’oro brillavano al sole; aveva ancor in pugno una pistola fumante e parlava con altri ufficiali che marciavano a piedi. Uno di questi teneva per le zampe l’anitra che aveva servito di bersaglio al suo superiore.
Il vetturino fermò subito e si affrettò a tirar la carrozza in disparte. Passò il gran cavaliere pomposo, che fulminò Liana con un’occhiata conquistatrice; passarono gli ufficialetti disinvolti e briosi; passò tutta la colonna francese, la quale pigliava un buon tratto di strada.
— Di dove vengono? — domandava Oliveri, sottovoce.
— Chi lo sa? — rispondeva Lesna: — forse da Cuneo.
— Dove vanno?
— Chi lo sa? Forse a Torino.
— Quello a cavallo è un generale, non è vero? M’ha l’aria d’un corso. Che sia Casabianca? Dicono che stia facendo un giro in Piemonte, per visitare tutti i posti. Poveri noi, è uno dei più arrabbiati demagoghi che siano al mondo!
Arrivarono senz’altri incidenti a Carignano, passarono le ore del rinfresco ai Tre conigli; e poi via per Lombriasco e Casalgrasso fino a Polonghera, ove piegarono verso Murello.
Erano appena entrati nella nuova strada, quando il vetturino si fermò per levare un sasso dal piede di un cavallo che non poteva più andare avanti. In quel mentre Menica, la quale dal posto che occupava poteva veder dietro il legno, inarcò le ciglia, alzò le mani ed esclamò:
— Oh guarda chi c’è qui!
Oliveri si voltò, scorse un misero ronzino magro, stecchito, che pareva vacillare sotto il peso di due uomini e d’una lunga sella che copriva la groppa fino alla radice della coda.
— Sai chi sono? — domandò egli alla serva.
— Quello che sta sul davanti della bestia è il notaio Arignani: lo vede il lucernone all’antica? L’altro, col cappello tondo, è certo un murellese anche lui... Il chirurgo è più alto, il barbiere è più largo... Toh, sa chi è? È lo speziale!
— Non lo conosco — disse Oliveri.
— Non può conoscerlo — proseguì Menica. — L’anno passato, quando lei è arrivato a Murello, egli era andato via.
E guardò Liana furtivamente. Ella, in quel momento, era così assorta nei suoi pensieri che nulla vedeva e nulla udiva.
— Aspetta! — gridò l’avvocato, vedendo che il vetturino, rimontato a cassetta, era per andare. E, memore delle cortesie ricevute l’anno prima dal notaio, volle scendere e movergli incontro.
Arignani lo raffigurò subito, si rallegrò assai di vederlo tornare a Murello, chiese premurosamente notizie della gentilissima signora Ughes.
— È qui — disse l’avvocato, — è qui con me; ci siamo tutti.
— _Tutti!_ — esclamò Arignani, accentuando la parola. — Come _tutti_? Anche...
— Eh no, no, no — rispose Oliveri, crollando il capo. — Quello là chi sa dov’è andato a finire!
Bechio, col suo testone nelle spalle, stava cheto cheto e sogguardava l’avvocato.
Il buon notaio, giunto al legno, spinse il cavalluccio di fianco, facendo mille ossequii, mille inchini. Liana lo accolse con un sorriso, e aspettava ch’egli avesse finito i suoi salamelecchi per rivolgergli qualche parola gentile, quando, guardando dietro di lui, vide Bechio. Rammentò in un lampo chi era, la relazione che aveva con suo marito, come anch’egli fosse scomparso quasi nello stesso modo, quasi nello stesso tempo. Subito le parve di scorgere una connessione tra tutti questi fatti: il ritorno di costui era un augurio, una promessa; annunziava, forse precedeva il ritorno di Luigi! Si piegò tutta verso di lui, lo interrogò ansiosamente con lo sguardo... Nulla. Trovò una faccia dilavata, marmorea, priva d’ogni significato, d’ogni espressione.
S’incamminarono poi tutti insieme di passo, perchè lì la strada cominciava a farsi malagevole. Intanto si discorreva. Il notaio veniva da Polonghera, ov’era stato per affari concernenti la sua professione. Aveva condotto lo speziale con sè per compagnia. Questo era un viaggetto che non gli andava punto a genio. Avrebbe preferito recarsi una volta al mese a Saluzzo, a Savigliano, e magari a Cuneo, che una volta all’anno a Polonghera od a Ruffia, dove temeva sempre di essere riconosciuto per un buon murellese e accolto a suon di bastonate. Tutto questo a causa d’un odio antico, d’una vecchia ruggine che durava da secoli e che forse sarebbe scomparsa, quando si fosse riuscito a segnar bene i confini di ciascun paese. Con Ruffia s’era fatta da poco una specie di tregua, ma dalla parte di Polonghera non passava quasi settimana senza che accadessero guai. Un maledetto pezzo di pascolo, ove non cresceva che _plon_, un’erbaccia palustre e malsana, serviva di pretesto e di campo ad alterchi ed a risse, spesso sanguinose e qualche volta mortali.
— Nell’andata tutto andò bene, perchè nessuno sapeva... Ma adesso ci hanno visti... Se la passo liscia al ritorno, attacco un voto alla Madonna degli Orti!
— Già — diceva anche Bechio — finchè si è sul territorio nemico, bisogna guardarsi da vicino e da lontano: si fa presto a frombolare una sassata, a dare una schioppettata nella schiena. I torinesi non han niente a temere. Ma noi, eh, notaio? Noi, capperi!...
E stringendo l’occhio a quelli che erano nel legno, cominciò a rattrappirsi, a far le boccacce, a raccomandarsi a tutti perchè guardassero attorno e stessero all’erta.
Procedevano pian piano, il ronzino dinanzi, il legno dietro, non essendovi modo di avanzare altrimenti.
La strada s’andava facendo sempre più tortuosa e disuguale. Nelle vicinanze dei boschi e delle macchie che fiancheggiano la Varaita, s’ingombrò tutta di felci e di sterpi. Si abbassò poi fra prati e fra campi acquitrinosi, finchè entrò in un vasto terreno incolto, ove, sotto ai giunchi e alle cannucce, serpeggiavano, con lene corso, infiniti rigagnoli; i quali, trovando appunto in quell’avvallamento uno sfogo, vi fluivano dentro, gorgogliando da tutte le parti, si univano e correvano come in un comodo letto.
Intanto lo speziale non ristava dal ciarlare, dal torcere gli occhi e la bocca, agitandosi sulla sella come un vero scimmione.
— Ehi, ehi, che roba è questa? Cosa c’è laggiù, dietro quel salice? Una testa o una spalla?... No, è un viluppo di foglie. Tanto meglio, tanto meglio.
E dopo un momento:
— Ohè! Non vi pare d’aver visto luccicare un’arma in mezzo a quei cespugliacci?... Ehm! Una trombonata che venisse di là ci accomoderebbe tutti pel dì delle feste. Capacissimi di sparare nel mucchio, quei di Polonghera, senza neanche dire: — scansati — a chi è forestiero. Non so se sia meglio avanzar pian pianino per star a vedere, o passar lesti lesti per distrarre la mira.
Forse, benchè scherzasse, non si sentiva troppo tranquillo nemmeno lui, ma la sua inquietudine era alleviata e come esilarata dal gusto maligno di stuzzicare e d’inasprire quella del suo onesto compagno.
In un subito cacciò fuori una pistola corta e rugginosa e la brandì.
— Toh, e ora? — esclamò l’avvocato.
— Fermo, fermo! — brontolò il notaio.
— Fermo? — disse lo speziale, — vedrete come starò fermo.
— Sarà mica carica? — domandò Arignani. — Cosa volete fare?
— Altro che carica; carica a palla forzata. Cosa voglio fare? Tirare al cagnaccio; ditegli che si provi a saltar al muso del cavallo, come ha fatto stamani. Si può aver pazienza una volta, ma due no!
— Oggi è il giorno di Santa Pistola! — mormorava Oliveri, seccato. — È la seconda che vedo per aria.
Lo speziale gettava frequenti occhiate verso una cascina, che sorgeva sulla sinistra, a un tiro di schioppo. Si sentiva da un momento un abbaiar rauco e rabbioso che si veniva avvicinando; e ad un tratto si vide sbucare dall’apertura d’una siepe un animale brutto e rabbuffato, con gli occhi rossi e le fauci aperte.
— Bada a te, che ti brucio! — gridò Bechio, e volle armar la terzetta, ma sia che il cane gli sfuggisse dal pollice, sia che l’indice premesse fuori tempo il grilletto, fatto sta che si udì la botta e la testa di Arignani sparì tutta nel fumo.
Liana si coprì il viso, l’avvocato si rizzò, Menica strillò, il vetturino arrestò i cavalli. Tutti, che avevano vista la direzione dell’arma, credevano che il notaio non avesse più il cervello nel cranio.
Arignani, stordito dallo scoppio, per poco non era balzato dalla sella, ma ignorando che la palla gli avesse rasentato la nuca, si voltò a guardare il bestione che scappava impaurito, e domandò sorridendo:
— Fallito, eh?
— Fallito, fallito — rispose Bechio — e ammiccando verso il legno, mise fuori un palmo di lingua.
Dopo un poco videro emergere tra gli alberi la punta del campanile ed il tetto del torracchione quadrato; poi scoprirono le prime case di Murello, bianche e basse, coi loro orticelli e coi loro cortili cinti da muretti e da siepi.
Liana, stretta alla gola dalla commozione, chiuse gli occhi e non guardò più, finchè non si sentì nell’abitato. Si soffermarono davanti alla cappella di S. Sebastiano; e, mentre l’avvocato e il notaio si promettevano reciprocamente di rivedersi presto e ricominciare le loro partite sia a chiacchiere sia a’ tarocchi, la signora disse allo speziale che lo pregava di venir a casa sua un momento, avendo gran desiderio di parlargli.
— Si figuri! — rispose colui.
La sera stessa, il parroco ed il chirurgo, avvertiti dell’arrivo di Oliveri e di sua figlia, vennero cortesemente a dare il ben tornato. Bechio non si fece vedere. Liana lo aspettò tutta la mattina seguente; poi, dopo mezzogiorno, uscì e andò diviato alla sua bottega.
Bechio era al banco, pestava droghe in un mortaio e discorreva con una donna. Vedendo entrar la signora Ughes, chinò la testa, per nascondere forse qualche brutto versaccio, e la pregò di passare nella stanza contigua:
— Spedisco solamente questa ricetta e sono da lei.
Liana si trovò in una stanzaccia annerita dal tempo e dal fumo; v’erano poche seggiole di paglia male in gambe, un camino con quattro fornelli, e una tavola.
Lo speziale entrò di lì a un momento, portando su di una sottocoppa una caraffa e due bicchierini.
— Anisetta, anisetta — diceva egli; — non vorrà farmi torto, non vorrà rifiutare un ditino d’anisetta?
Accettato il liquore, Liana disse le ragioni che l’avevano indotta a venire. Ricordò la partenza di Ughes; espose brevemente le circostanze dalle quali era stata preceduta, accompagnata, seguita; lo pregò di manifestarle francamente il pensier suo.
Bechio guardò la signora con certi occhi che parevano dire: — Ed è questo il modo di parlar d’un affar così grave? — e si fece pensoso. Dopo un momento andò a serrar l’uscio e le impannate di foglio delle due finestre.
— Ecco la pura verità — diss’egli, mettendosi la mano al petto. — Una mattina, sulla fine di giugno dell’anno passato, mi trovavo a Racconigi. Non dirò in che strada, perchè non importa niente. A un certo momento mi sento battere sulla spalla, mi volto e vedo Boschis, il dottorino Boschis, buon’anima. — Cosa c’è di nuovo? — chiedo io. E lui: — Sei incaricato di far sapere al medico Ughes che si avrebbe piacere di vederlo. — Eh sì! — rispondo io: — sapete bene che è sposo novello, che è nel miele fino al collo. — E lui, Boschis, con maggiore appoggiatura: — Gli dirai che i _fratelli_ hanno bisogno di lui. — Quando uno vi parla così, non si replica; io sono venuto a far subito la mia commissione.
— E poi? — domandò Liana, dopo aver aspettato un momento.
— Sor Luigi sarà andato a Racconigi, m’immagino, avrà sentito quello che si voleva da lui. Io non so altro; non m’impiccio dei fatti degli altri, io.
Liana si lasciò andare sur una seggiola, incrociò le braccia e s’abbandonò ai suoi pensieri.
— Sa come ha finito? — ripigliò Bechio, dopo un poco.
— Chi?! — domandò Liana, voltandosi a lui di sobbalzo.
— Oh parlo sempre di Boschis! — rispose lo speziale, ridendo di quel suo riso grossolano e sinistro, — parlo sempre di Boschis. Dopo il gran tentativo fatto in luglio per atterrare il mostro del dispotismo e della feudalità, il dottorino fu preso e condannato dai satelliti del tiranno. Messo contro un muro con tre o quattro altre vittime, non si smarrisce niente: vede i fucili spianati contro il suo petto, sta all’erta, coglie il tempo e giù! lungo e disteso. Non è neppur ferito, ma lui comincia a dar i tratti come un pollo sgozzato... Si credeva già salvo, e forse sarebbe riuscito davvero a scapolarsela, se non era un ufficiale (certo un nobile) che si avvicinò per vedere se quei poveri assassinati avevano tutti finito di soffrire. Costui s’accorse che Boschis non aveva neppure cominciato. Allora, senza dargli tempo di rialzarsi..... Cos’ha?
Liana era balzata in piedi, inorridita. Bechio ammutolì, sbalordito dagli occhi spalancati di lei, pieni d’un’angoscia terribile.
— Parli, parli — diss’ella, — dica pure che Luigi è morto così! Se questa è la verità, è meglio ch’io la sappia. Tanto, un giorno o l’altro, bisognerà bene...
— Ma no, ma no, ma no! — esclamò lo speziale. — Non ha capito che parlavo di Boschis? È a Boschis, giurabacco, che l’ufficiale ha fatto dare il colpo spicciativo!... Un’altra gocciola — soggiunse poi, riempiendo in fretta i bicchierini, — un’altra gocciola, non c’è di meglio per cambiar le idee.
La signora ricusò con un gesto, e Bechio li votò tutti e due.
— Ancora una domanda — disse poi Liana, tornata quieta. — Come va che la sua partenza ha seguìto così da vicino quella di Luigi? È caso, oppure...
— Caso, puro caso — rispose lo speziale, con certa affettata serietà. — Ero stato avvertito, sapevo ch’era bene mutar aria per qualche tempo. Ho nemici occulti, ma potenti, gente che ha interesse a liberarsi di me.
Liana gli domandò ancora se era consapevole di quanto accadeva ai confini.
— Euh! — fece Bechio, alzando i gomiti e battendo l’aria con le mani penzoloni dal polso. — E creda che davvero non vorrei essere nei piedi del Re.
Così dicendo salì sopra una seggiola, tolse da un palchetto, pieno di stoviglie, di barattoli, d’utensili, un grosso vaso bianco a rabeschi turchini e lo posò sulla tavola.
— Lei è moglie d’uno dei nostri — diss’egli, — mi fido, ma...
E strinse le labbra, mettendoci il dito in croce. Poi, sciolta la cartapecora polverosa che copriva il vaso, tirò fuori una manciata di fogli, che mostrò a Liana. Era una collezione di manifesti, di proclami, di libelli rivoluzionari, che Bechio sapeva quasi a mente e si sfogava a declamare, chiuso nella retrobottega, con la schiuma alla bocca ed arrotando i denti. In alcuni, diretti al popolo piemontese, i patrioti dichiaravano benemerite le città ed i comuni che innalzassero l’albero della Libertà; promettevano l’immediata diminuzione dei carichi e dei balzelli, e grandi vantaggi morali e materiali; minacciavano di morte chi resistesse. In altri s’invitavano focosamente i militari ad abbandonar la causa dei tiranni, ad unirsi alle patriottiche coorti: perciocchè prima d’essere soldati erano figli della patria, la quale ad essi stendeva amorosamente le braccia e si raccomandava. In tutti il Re, i principi, i nobili erano chiamati _tigri coronate, lupi con la pelle di agnello, mostri col cuore di iena, gli artigli delle arpie, il labbro della sirena, l’occhio del coccodrillo_...
— Vede! — esclamò lo speziale, come se alla vista di quelle carte gli s’infiammasse subitamente la fantasia: — Questa è semenza che gettata al vento da mani pure e generose, cadrà in buon terreno e produrrà una messe tremenda. Sì, per Bacco, unione, fratellanza, uguaglianza! Finirà la nostra servitù, la nostra miseria; il Piemonte avrà splendore, ricchezza, felicità. Coraggio, cittadina! O il tuo Luigi ritorna e tutto andrà bene, od egli è stato trucidato furtivamente per ordine del visionario Re di Cipro e di Gerusalemme, e si acquista la gloria dei martiri!
Anche quest’anno, appena giunto a Murello, Oliveri mandò lettere ai quattro punti cardinali per ottenere dagli amici e dai conoscenti informazioni e notizie.
Così venne a sapere che i repubblicani di Liguria, molto ben consigliati, s’erano accampati a Carosio, terra piemontese cinta di terre genovesi. Potevano da quel luogo tentar scorrerie nel Tortonese e nelle Langhe, mettendo le schiere inviate a cercarli ed a punirli, nella necessità di violare il territorio d’una repubblica che si adoperava apertamente per renderli grossi ed invincibili.
L’avvocato fece con Arignani un viaggetto a Pinerolo. Vi trovò pace e tranquillità. La banda discesa dalle cime francesi nelle valli, e già padrona di Bobbio e del Villar, era stata assalita e facilmente sgominata da una piccola colonna mandata da Pinerolo. I repubblicani avevano lasciato cinque o sei morti sul terreno, e chi diceva venti, chi trenta prigionieri nelle mani dei soldati.
Liana, benchè in quei giorni avesse sempre mostrato di attendere il ritorno di suo marito con nuova e singolar fiducia, ricevette quella notizia senza far un gesto, senza pronunziare una parola.
Suo padre, che si aspettava di vederla scoppiare in lagrime ed aveva preparato una filza di sdolcinate frasi consolatorie, rimase di sasso.
— Che filosofia! — diss’egli, tra sè. — Meno male. Avevo ragione io di sperare nel tempo. Ecco che incomincia a mettere il cuore in pace. Andiamo bene, per Giove! Andiamo benone.
E pochi giorni dopo le comunicò senza esitanza e senza preamboli una lunga lettera narrativa dell’amico Chiovetti.
Il corpo di Seras, forte di milleduecento uomini, aveva preso il castello di Domodossola e, lasciatovi un piccolo presidio, s’era mosso risolutamente contro i soldati del Re. Le due schiere s’erano trovate di fronte tra Ornavasso e Gravellona. I repubblicani, collocata una compagnia di granatieri a guardare il varco del fiume Toce, che li riparava a sinistra, avevano cominciato a sfidare arditamente il nemico.
«A mezzodì — scriveva Chiovetti — si combatteva accanitamente da ambe le parti. La fortuna, prima repubblicana, si fece ad un tratto realista. Sei compagnie di granatieri, fatti a pezzi quelli che stavano sul Toce, riuscivano a prendere i patrioti tra due fuochi. La disfatta è stata solenne da ricordarsene. Oltre a centocinquanta morti, molti prigionieri, gli uni presi subito, gli altri catturati dai contadini. A Domodossola si lavora a moschettare dalla mattina alla sera».
Un lungo poscritto parlava delle bandiere conquistate, gialle, rosse ed azzurre, con l’iscrizione: — _Democrazia o Morte — Obbedienza alle leggi militari — Libertà ed Uguaglianza — Anno primo della Repubblica Piemontese_. Dava i nomi dei reggimenti che avevano preso parte alla battaglia: Savoia, La Marina, Peyer-im-hoff, Zimmermann e Bachmann; in tutto quattromila uomini.
Finiva poi con queste parole: «Si dice che tra i fucilati vi sia un nostro torinese, il giovane Angelo Paroletti, quartiermastro, fratello dell’avvocato Modesto».
— Ecco qui — disse Oliveri a sua figlia, dopo aver pensato un poco: — questo significa per l’appunto che se ci fossero altri torinesi morti, feriti o prigionieri, si saprebbe, si avrebbero i loro nomi come si ha quello di Paroletti. Dunque fatti animo, cara. È già una gran bella cosa aver la certezza che tuo marito non s’era messo allo sbaraglio. Come pure, te l’ho già detto, sono sicuro che non era nemmeno fra quelli che si avventurarono alla pazza, rischiosissima impresa di conquistare le valli. L’avrei saputo a Pinerolo. Santo cielo! tu sognavi già di vederli scender dalle vette, come leoni dalle balze della Mauritania...
— Oh babbo! — esclamò Liana. — Non capisci che mi passi l’anima? Io spero ancora, vedi; spero sempre, sempre, sempre!
XVIII.
Il conte Annibale aveva continuato ad adoprarsi per raccogliere intorno a sè gli amici e i conoscenti che professavano le sue massime. La società era costituita; si tenevano frequenti sedute, nelle quali si discutevano gli interessi della parte, e si disputava sui fatti che accadevano in quei giorni. La materia non mancava. La gran Repubblica rinfocolava odii e malumori, molto ben secondata dalle sorelle minori, la Cisalpina e la Ligure, che facevano il possibile per tribolare il Governo regio ed alimentare il contagio rivoluzionario che serpeggiava in Piemonte. Gli agenti segreti si aggiravano per le città e per le campagne, si ficcavano da per tutto a esplorare, stimolare, provocare. La stampa clandestina mordeva, dilaniava spietatamente la Casa reale, i nobili, i ministri. I patrioti si agitavano speranzosi. Gli ufficiali francesi si univano agli insorgenti, li istruivano, li dirigevano, ne pigliavano, occorrendo, il comando. Il vespaio di Carosio era sempre intatto; il ronzìo diveniva ogni dì più forte e più insolente; lo sciame repubblicano usciva, correva allegramente le terre di S. M., faceva prigioni i soldati, svaligiava i corrieri, devastava e metteva sossopra ogni cosa.