La baraonda

Chapter 7

Chapter 73,837 wordsPublic domain

A questa domanda inaspettata tutta l'animazione e la gioia di Pierino svanirono d'un tratto; e a voce più sommessa, con qualche reticenza, raccontò al Direttore in che modo era partito da Crodarossa e come aveva lasciato le zie.

--Ho detto che andavo a Trento e da Trento ho scritto che venivo a Milano. Riceveranno soltanto stasera la mia lettera. Ma ad ogni modo, adesso sono qui e non mi muovo, per tutto l'oro del mondo.

Matteo Cantasirena dopo averlo ascoltato crollando il capo, gli parlò da padre.

--Scrivete subito subito, anche da Milano, a quelle brave signore. E ricordatevi: sopratutto bisogna essere sempre in pace e d'accordo colle zie! Oh i vecchi--sospirò--sono la benedizione dei giovani! E seguitò a parlare degli ideali, della poesia, della famiglia, degli affetti domestici, i soli veri, i soli legittimi e duraturi.... Pierino intanto abbassava il capo, perchè il Direttore non gli vedesse gli occhi pieni di lacrime.

Ma allora, per scuotere la malinconia, Cantasirena cambiò tono di voce, e tornò a parlar d'affari.

L'_Emporio Letterario_ aveva avuto un'espansione incredibile, inaspettata. Gli aveva presa la mano, assorbiva troppo della sua attività; e d'altra parte, c'era il giornale politico: la responsabilità sua verso il partito--e indirettamente verso il Governo--che esigeva e voleva tutte le sue cure.

--Io sono solo al _Rinnovatore_: devo rivedere tutto io; non posso fidarmi di nessuno. Buona gente, bravi ragazzi; ma senza iniziativa, senza colpo d'occhio--e aggiunse ridendo argutamente, in un modo che poteva parere un complimento per l'egregio Laner--e senza grammatica!... E poi non ho tempo da perdere: ho da pensare alla dote delle mie figliuole. Vedrete la prima, Eleonora (e cantò quasi le sillabe: E-le-oo-nò-ra!). Vedrete che splendore!...

Giunti sulla porta del giornale, il Direttore si fermò ancora a parlare, a parlare; poi diede all'amico Pietro l'indirizzo di casa sua avvertendolo che si metteva in tavola alle sette "preciso" e che per quel giorno venisse pure senza l'abito nero, perchè le sue figliuole erano state avvertite, e non si trattava che di un piccolo pranzo di famiglia: come a Crodarossa, ma senza don Giuseppe!--Poi, nel congedarsi sulla porta, coll'ultimo saluto della mano, gli ripetè ancora, colla malizietta bonaria del critico verso un autore che gli è simpatico:--E sopratutto.... guardiamoci dal _simbolismo_!

.... E dopo?... Dal suo arrivo a Milano? Dalla sua visita al Direttore?... Da quel pranzettino così squisito e così intimamente cordiale?... Con Eleonora che gli aveva cantato la _Carmen_ e con Evelina che gli aveva recitato l'_invito_, L'_incanto_, L'_inganno_?... Dopo, dopo come gli era successo di fare il capitombolo?

Pietro Laner, riandando confusamente, come in sogno, tutto il suo passato, era arrivato al numero 27 di _piazza Cavour_, la casa della Schönfeld. Egli, certo, non avrebbe saputo rispondere a tutte queste domande. In quel momento non vedeva più che Nora, la sua Nori! Si era placata anche la fame. Le zie in collera, la faccia padrona, il Direttore che a furia di parole, di parole gli aveva fatte sparire le ventimila lire per far risorgere l'Emporio colle grandi illustrazioni del _Figaro_, per tirare innanzi il _Rinnovatore_ fino alle elezioni politiche del novembre, nelle quali avrebbe preso un nuovo, uno straordinario impulso da Roma, tutto svaniva, lontano lontano, come i lampi d'un temporale che si dilegua.

Non vedeva più che Nora, la sua Nori; Nora che lo amava e che lo avrebbe salvato.

VIII.

--La signora Schönfeld, dove sta?--domandò Pietro Laner alla portinaia del numero 27.

--Scala grande, terzo piano, l'uscio a sinistra.

Il giovanotto salì lentamente, cacciando fuori il capo, per guardare nel vano il giro ampio della ringhiera e ripetendo fra sè: terzo piano, scala grande, l'uscio a sinistra. Quando fu su, l'uscio lo trovò subito. C'era nel mezzo, in alto, un biglietto di visita:--Edita Schönfeld--e sul nome una corona di contessa. Pietro Laner vide subito anche il bottone lucente del campanello, ma non lo toccò. Prima si spolverò le scarpe col fazzoletto, si abbottonò il paltò, si aggiustò la cravatta, tirò fuori i guanti, si levò gli occhiali per ripulirli, poi tornò a rimirare il bottone del campanello.... ma invece di toccarlo, sospirò.

--Se l'andare lui dalla Schönfeld a cercar di Nora, non fosse stato assolutamente "come si deve?" Se poi Nora si fosse arrabbiata?--E rimaneva irresoluto dinanzi all'uscio, quando l'uscio, a un tratto, si spalancò: era la cameriera, una bella ragazza, che aveva aperto ad un garzone di caffettiere, il quale passò via portando sulle spalle un gran cesto vuoto.

--Cerca della signora Schönfeld?--domandò la bella ragazza a Pietro Laner.

--Vorrei sapere.... avrei da dire una parola, per parte di suo zio, alla signorina Nora. È venuta oggi? è qui la signorina Nora?

--Sissignore; cioè credo: adesso andrò a vedere.--E la cameriera aprì l'uscio del salotto, ch'era in faccia a quello dell'anticamera, e lo richiuse in fretta, appena entrata.

Fu un attimo, ma in quell'attimo Pietro aveva veduto come in un'apparizione, la Schönfeld e la Nora che sedevano sdraiate, quasi abbracciate sul canapè. Aveva veduto il salotto pieno di fiori, i tavolini pieni di dolci, di bottiglie: aveva veduto due signori che scherzavano galantemente, e in quell'attimo aveva pur sentita anche la voce di quello dei due più vicino a Nora, e che le offriva un bicchierino di rosolio: una vocetta alta e tremula...:--Non mi dica di no, signorina Eleonora!... Non mi dica di no!...--poi l'uscio si era richiuso: tutto era sparito.

Ci fu subito nel salottino un gran silenzio, che durò qualche minuto. Di là, certo, confabulavano a voce bassa. Poi tornò la cameriera, ma da un'altra parte. La bella ragazza non aveva più la faccia sorridente: era sossopra, aveva il broncio; dovevano averla strapazzata.

--Venga di qua,--disse sgarbatamente al giovanotto facendolo entrare in una camera piena di vestiti, di sottane sulle seggiole, sul divano; e in mezzo, sotto il baldacchino, un gran lettone di mogano, colla coperta di lana azzurra, damascata.

--Viene subito!--e la cameriera, piantò il giovanotto e se ne andò sbattendo le portine coi vetri a smeriglio.

--Per Dio!--mormorò Pietro Laner, sbuffando, battendo i piedi furioso.--A noi due! Adesso a noi due, signorina Eleonora!

Nora non si fece aspettare: piombò in camera rossa, furente.

--Cosa c'è? Cosa vuoi? Cos'è successo?--domandò colla voce bassa, rotta dalla collera.

Pietro Laner le afferrò un braccio e se la tirò vicino, addosso, per fissarla bene in faccia.

--Chi sono quei due? Chi sono quei due? Chi sono quei due?

La gelosia, la collera, la passione, il dolore, rendevano terribile quel povero diavolo, solitamente così innocuo, così timido.

La fanciulla, di primo colpo, ne rimase un po' impressionata; ma poi riprese subito tutta la sua franchezza, tutta la sua audacia.

--Sono amici di Edita; e non seccarmi; e non venire in casa degli altri a far scene, che non voglio rendermi ridicola! Non sei in montagna qui, non sei in mezzo ai bifolchi, in mezzo a' tuoi villani!... Sei a Milano, fra persone come si deve!--Poi, liberatosi il braccio ch'era diventato bianco, violetto ai polsi, fra le mani del Laner, gli disse di andar via subito: di andarla ad aspettare ai Giardini dinanzi al Museo.

La collera dell'amata, indizio sicuro della sua innocenza, quell'appuntamento ai Giardini che provava l'amore e l'arrendevolezza di Nora, calmarono subito il giovane. E col tono sommesso di chi vuol scusarsi, le raccontò che c'era stata una gran lite fra lui e il Direttore e che si erano guastati per sempre.

--Ero venuto anche per questo; per dirti che in casa tua non ci metto più i piedi.

--Lo zio è di primo impeto,--rispose la ragazza un'alzata di spalle;--ma poi gli passa presto.

--Ma non passa a me, se non mi paga! Se non mi rende quello che mi deve!... Non è per me che voglio la roba mia, quanto per te!... E poi le zie non ti conoscono. Non possono sapere che tu sei.... tutt'altra cosa.

Come faccio a dir loro "non ho più le ventimila lire e ho preso moglie?" Preso moglie?... E chi hai preso?--La nipote di quella canaglia che mi ha truffato!

Gli occhi di Nora si fecero torvi. In mezzo alla fronte rosea da bambina, alla fronte tersa e lucente, si scavò una piccola ruga sinistra, bianca, sottile come una cicatrice.

Pietro capì subito: si era lasciato trasportare e l'aveva offesa. La ragazza, lei, poteva dire tutto il male possibile dello zio Matteo; ma gli altri, Pietro Laner, no. Questi, come per scusarsi, raccontò allora, ma più pacato, contenendosi, anche la scena di quella mattina.--Di volo: zaff!--e le ultime dieci lire erano sparite. Non aveva più niente; non aveva.... ancora fatto colazione.

--Va bene, va bene;--rispose Nora sempre seccata, sempre imbronciata.--Aspettami ai Giardini, vicino al Museo. Omai bisogna spiegarsi.--E borbottò ancora nell'andarsene stizzosamente:--Tant'è, oggi o domani, bisogna spiegarsi!

--Spiegarsi?--pensava Pietro, girando attorno al gran fontanone asciutto dinanzi al Museo, e voltandosi ogni tratto sperando di veder la Nora entrare dai cancelli che apparivano tra i rami degli abeti, in fondo al prato verdissimo.

--Avrà voluto dire: bisogna spiegarsi collo zio Matteo.--Ma Pietro non era tranquillo. Si sentiva fiacco. Si sentiva addosso una irritabilità dolorosa. Anche quel sole pallido, bigio, tristo era snervante.

--Ma chi erano quei due? Amici di Edita! Oh, quella Schönfeld!... come l'avrebbe mandata al diavolo!

Tornò a voltarsi: essa non veniva ancora. I lunghi rami degli abeti e delle magnolie e il prato verde formavano come un quadretto attorno ai cancelli di ferro; ma il quadretto era vuoto: Nora non si vedeva.

Era stanco, sfinito, eppure avrebbe adoperata la poca forza che gli rimaneva per strozzar qualcuno. Come erano uggiosi quei giardini! Tutto vi era falso, artificiale; quella fontana senz'acqua, quei fiori troppo rossi, quegli alberi e quei prati troppo verdi; persino quei bambini infagottati, che parevano pupattole!--Si voltò ancora....

--Ah, finalmente!...

In mezzo al quadretto dai rami frondosi, in fondo al prato verdissimo, c'era la bella figuretta blù, colla cravatta lilla e il berrettino di lontra.--Era lei!--Tutto il giardino sembrò ravvivarsi.

Pietro andò ad aspettarla nel piccolo viale dopo il Museo, ma quando Nora lo raggiunse, sempre diritta, col suo passo ritmico e sicuro, Pietro non si ricordò di levarsi il cappello, sconvenienza che dava tanto ai nervi a Nora.

I due giovani camminarono l'uno a fianco dell'altra, silenziosamente. Il Laner voleva mostrarsi offeso, e Nora pensava come doveva incominciare.

--Chi erano quei due?--domandò Pietro pel primo, colla voce cupa e affondando il muso nel bavero alzato del paltò.

--Amici di Edita.

--Va bene; ma chi sono?

--Uno, il banchiere Kloss; l'altro.... il duca di Casalbara.

Al Laner, subito, montò il sangue alla testa. Il Casalbara, quel decrepito damerino, gli era indifferente, ma il Kloss?... Il Kloss era un vizioso, un dissoluto! Un vecchiaccio sudicio, osceno! Era una vergogna, un'onta per una ragazza, soltanto l'averlo vicino. E smaniava geloso, furibondo, perchè il Kloss, certamente doveva aver messo gli occhi addosso a Nora. Perchè certo era per lei, per Nora, che andava dalla Schönfeld!

Il Kloss! E non aveva avuto tempo, in quell'attimo, di riconoscerlo nel salotto!... Meglio così. Se l'avesse visto con Nora.... Il Kloss vicino a Nora!... Per Dio! Avrebbe commesso uno sproposito!

Nora, impassibile, camminava sempre diritta, affondando le mani nelle tasche della giacchettina aperta, colla sua aria di sicurezza e di sfida. Soltanto, con indifferente naturalezza, guardava di qua e di là, per vedere se la gente, quei pochi che passeggiavano e quegli altri seduti sulle panchine, notavano, osservavano le smanie di quel pazzo.

Pietro si sforzava di parlare a bassa voce: ma tutti dovevano indovinare quel furore, dalla faccia stravolta, dal gestire concitato.

--Almeno.... faccia il piacere.... si ricordi.... siamo in mezzo alla gente!--E Nora, con la voce armoniosa dal timbro infantile, non gli disse altro. Il giovane la guardò, colpito da tanta freddezza, e le disse con più calma, col tono risoluto di chi s'impone e ha diritto d'imporsi:

--Ti proibisco, intendi bene, ti proibisco d'ora in poi, di mettere i piedi in casa della Schönfeld. E se io vengo a sapere che il Kloss si è trovato ancora con te o che ti ha ancora parlato,--anche una volta sola,--quel giorno, ricordatelo bene, tu vai per la tua strada, ed io per la mia.

--Pur troppo,--rispose la fanciulla con un sospiro ostentato,--pur troppo!... È quello che bisogna fare.

La sua voce non ebbe un tremito, il suo volto rimase fresco e roseo.

--Come? Spiégati!... "Quello che bisogna fare?..." Perchè subito ti arrabbi con me?...Sei in collera?--domandò il giovanotto andandole così vicino, per vederla negli occhi, da sfiorarle, da toccarle il braccio col suo braccio. E poi soggiunse con passione:--Parlo così per tuo bene: perchè ti voglio bene e quel Kloss è capace di tutto!

Nora non rispose: continuò a camminare, sempre diritta, dimenandosi elegantemente colla bella persona.

--Nora!... Nora!...--esclamò il povero ragazzo, con un'espressione appassionata, disperata, in cui c'era tutta l'anima sua, tutta la vita sua.

L'altra si fermò di colpo. Poi cominciò a parlare concitata, agitatissima. Che quelli che passavano, o stavano seduti sulle panchine, la guardassero pure: non le importava più niente. Le importava di spiegarsi, di dir tutto, di finirla una buona volta!

--Guarda come son conciata!--e sollevando un po' la veste, mostrò la scarpettina elegante, aggiustata con una pezzetta sul fianco.--Ho le scarpe rotte: e queste sono le migliori. Guarda,--e gli mostrò gli occhielli logori e la fodera rappezzata della giacchetta,--e non ne ho un'altra. E nella mia camera manco di tutto; e anch'io stamattina non ho fatto colazione: un po' di caffè col latte. E tutti i giorni il tormento dei debiti; la paura di qualche scenata. E credi che io voglia adattarmi a far sempre questa vita impossibile, da cani?... Ah no! Piuttosto vado in America a cantar nei caffè!

--Certo,--esclamò il Laner, trionfante. Non gli aveva fatto impressione la tirata dell'America: era una delle solite frasi, tanto per dire. Ma era contento della collera di Nora, del suo sdegno che credeva tutto rivolto ormai contro lo zio Matteo, e la vita "da cani" che lo zio Matteo le faceva condurre.

--Certo! Hai ragione! Mille ragioni: bisogna finirla!

La ragazza capì subito lo sbaglio.

Come?... Crederesti che io voglia finire da una parte, per ricominciarla dall'altra?... Piantare lo zio Matteo, aver dei dispiaceri, sembrare un'ingrata, perchè? Per andare con un altro a fare la stessa vita? Anzi peggio, perchè potrebbe capitare anche la miseria dei bambini da allevare, da curare, da mantenere, per crepar d'inedia tutti insieme!--No, caro mio, no!--Io sono una ragazza onesta e preferisco dirtelo prima; finchè c'è tempo, per tutti e due. Io non mi sento nata per i sacrifici, per gli eroismi, per stentare la vita tutti i giorni; ma almeno, sono sincera, e ho il coraggio di dirlo prima, francamente. Ti sembrerò cattiva, senza cuore, leggera, quello che vuoi. Ma preferisco dirlo oggi, finchè tutti e due siamo liberi e possiamo rimanere buoni amici, piuttosto che commettere, dopo, uno sproposito, fare un colpo di testa, piantarci allora, un bel giorno, quando fossi tua moglie, e non ci potessi più resistere.

--Dio! Dio! Dio! Ma era vero?--Pietro Laner la guardò.

Nora, accesa, rossa in viso, aveva le narici e le labbra frementi, il petto ansante e in mezzo alla fronte la piccola ruga sinistra, bianca e sottile come una cicatrice.

--Dio! Dio! Dio! Ma era vero? Era Nora, la Nori che parlava così? Tutto era finito? E nel suo cuore, nella sua mente, quella parola "finito! finito!" pareva ripetersi, diffondersi; pareva prorompere, ripercuotersi nel vuoto:--Finito! Finito! Tutto era finito!... Dio! Dio! Dio!--Non aveva più forza, non aveva più voce. Soltanto quella parola, e l'idea tetra, accasciante, spaventosa.--Finito! Tutto era finito!...--Una solitudine immensa, desolata. Più ancora del dolore, della disperazione, era un senso cupo, profondo di sgomento. Morire! Morire! Oh la consolazione di poter morire, di sprofondarsi lì, sotto terra; di non vedere, non sentire, non soffrire più niente!

Il povero ragazzo, curvo, colla faccia dentro il bavero alzato del paltò, tremava tutto convulsamente; quando voleva parlare le parole rimanevano rotte dal batter dei denti. La guardò ancora, ancora.... colla vista oscurata dagli occhiali pieni di lacrime.

--Ma pure era lei.... Era Nora.... Nori, che camminava diritta, colla persona alta, bella, che pareva come illuminata dallo splendore dei capelli biondi. Era Nora, col passo ritmico e sicuro, risonante nell'ombra quieta del viale, sotto i tigli, Nora, Nori che camminava diritta, sempre diritta per la sua via, come il destino.

Pietro Laner, così misero, così infelice, si sentì vicino, accanto a Nora, ancor più oscuro, più umile; e timidamente, ma con tutto il fervore di quella grande angoscia, la pregò, la supplicò. Era la sua divinità che pregava; era la sua Madonna sfolgorante; e le domandava la grazia della vita.

--Ritorna buona!... Ritorna buona!... Ritorna la Nori, la mia Nori--e aggiunse per smuovere la sua ragione, dopo aver tentato di toccarle il cuore.--Lavorerò giorno e notte. E poi devo avere le ventimila lire.

--Ci vuol altro che le ventimila lire!--rispose Nora sorridendo sdegnosa, con un'alzata di spalle.--Lavorare?... Tu poi, che non hai il talento del mestiere, le risorse che può avere lo zio Matteo. Ci vuol altro!

A questo punto fu tutta una sollevazione, una ribellione nell'animo di Pietro. Egli sentì l'offesa ancora più forte del dolore.

--Ah no! Questo no! Non ho il talento di essere una canaglia come tuo zio! Di essere un truffatore, un ladro, come tuo zio! E nemmeno di essere "onesto" a modo tuo. Di quella onestà che tu vanti. Di quella onestà che è una vergogna, una menzogna, un'infamia. Ah, l'ho capito il tuo giuoco "onesto!" ho tutto indovinato.--Innamorato sì, lo sono stato, ma imbecille no; imbecille mai!... Il tuo gioco e la tua onestà, è visibile, è chiara, è sconcia! Ti eri messa d'accordo con tuo zio per ingannarmi, e poi adesso mi pianti per i milioni del Kloss! Eccola la verità! Ecco la tua onestà!... Per essere falsa, come tu sei stata falsa con me, per trattar così bassamente dopo avermi tanto ingannato, devi essere diventata, o stai per diventare, l'amante del Kloss! Sì! L'amante del....

--Signor Laner!--intimò Nora con voce sommessa, ma così vibrata, da fermarlo sull'attimo.--Signor Laner!--Era livida, contraffatta: lo fissò cogli occhi torvi, saettanti la collera, il disprezzo, l'odio: lo vide diventar pallido, esitare.... Lo fissò ancora, poi con un'alzata di spalle, con un ultimo atto di disprezzo,--buon giorno!--borbottò seccamente, beffardamente e se ne andò piantandolo solo.

Pietro rimase immobile, muto. Lungo il viale di tigli sentì dileguarsi il fruscìo delle vesti, il rumor dei passi ritmici, sicuri. Si guardò attorno come per cercarla.... Era solo. Non si mosse, non fece un passo: rimase così, immobile e muto, senza una parola, senza una lacrima.

Matteo Cantasirena declamava, lamentando le lunghe assenze di Nora.

--Oh, si figuri!--esclamava la Gioconda.--Comincia troppo presto a predicare! Non sono ancora le due; fino alle cinque, verso l'ora di pranzo, la signorina Nora non si lascia più vedere!

Ma il Cantasirena continuava lo stesso. Costretto a restare in casa perchè gli era morto il _Rinnovatore_, e per paura dei "tirolesi", si sfogava a predicare l'ordine, la morale e gli ideali. Colla veste da camera color marrone, strascinando i lunghi cordoni rossi, passava dal salotto alla cucina, e dalla cucina allo studio, sempre colla voce in aria, declamando. Con Evelina, che continuava a scrivere il suo Dizionario, si sfogava contro l'ingratitudine dei "patriotti viventi" e ripeteva, forse per la ventesima volta: "Quell'asino del marchese Duranti, in sospeso!... Ha sempre amoreggiato coll'Austria!...--Ma procura di mettere un po' d'ordine su questa tavola. I piatti colle bozze di stampa, il gatto colle mie note!" "_Ft!... Marche!_..." e Numa spariva sotto il canapè, dopo aver ricevuto una staffilata forte, sulla groppa, colla nappa e il cordone della veste da camera.

In cucina, il Direttore guardava nelle pentole, nelle casseruole; e con un braccio attorno alla vita della Gioconda, e stringendo colla sua affettuosità paterna il bel servone contro il petto, assaggiavano insieme, sulla stessa forchetta, un pezzetto di stufato, o sorbivano il consommé un po' per uno, nel mestolino. E negli intervalli egli continuava a predicare contro "E-le-oo-nò-ra".

--Questo andare in giro tutto il santissimo giorno, senza che io sappia dov'è, dove va, cosa fa, non è bello, non è decoroso, non è morale! La gente fa presto a sparlare, e l'onore di una ragazza è subito compromesso. Se quel tanghero del signor Laner non sa imporsi, non sa mettere un po' d'ordine, ci penserò io. Vita nuova!

E diceva alla Gioconda che Eleonora non lo faceva presagir bene, perchè mancava di idealità.--Senza ideale,--e intanto continuava a stringere la serva,--l'arte diventa una fotografia, la famiglia, un albergo.

Poi, frugacchiando nello studio, gli tornava a ronzare nel cervello quella certa idea che sarebbe stata davvero colossale.--La Navigazione Cisalpina!--Perchè no?... Perchè no? Trovare un bel nome, che faccia effetto, da mettere alla testa del Comitato. Trovare un argomento, una ragione forte, incalzante per aver l'appoggio e anche i denari dal governo....--una grande campagna elettorale per esempio, fatta nel nome della "Navigazione Cisalpina" e con tutto l'esercito degli interessati....

Ma il Comitato, il bel nome, il governo, la "Navigazione" gli facevano risovvenire del più importante: delle cinquecento lire che gli doveva mandare il Brunetti; e allora andava sull'uscio dello studio e si metteva a gridare:

--Ma _Taddeum_! Quella tartaruga di _Taddeum_ è tornato sì o no?

Era la seconda volta che lo aveva mandato dal signor Brunetti. La prima, con una lettera in cui gli diceva che gli mandasse, intanto, anche solo quattrocento lire; poi un bigliettino:--Che si mettesse in quattro, che si facesse in pezzi, ma almeno trecento, gli occorrevano sul momento."

La Gioconda rispondeva che Taddeo non si era visto: il Direttore pestava i piedi, sbatteva gli usci, e tornava a domandare di Eleonora e tornava a predicare sulla condotta impossibile di quella ragazza senza testa e senza cuore. E sempre ripeteva con forza: "senza cuore per nessuno!"

Finì col sedersi vicino a Evelina, dopo aver cacciato _Numa_ fuori del salotto, buttandogli dietro un vecchio ombrellino rotto.--_Ft! Marche!_... Quella bestiaccia infingarda e golosa non la poteva soffrire!

--Il marchese Duranti lo farò io!... E comincerò da suo padre, che ha firmato il famoso manifesto a Francesco Giuseppe!--Poi, siccome aveva volontà di sottoporre Evelina ad uno de' suoi soliti interrogatorii, di quando non aveva altro da fare, prese via la penna dalle dita umide della ragazza e abbassò il coperchio a molla del calamaio.

--Lascia un po' stare tutta quella gente! Una massa d'ingrati! Non val la pena di metterli in luce. Piuttosto bisognerà dire alla signora Eleonora, che invece di star fuori tutto il giorno, aiuti a mettere un po' d'ordine in questo salotto: faccia qualche cosa anche lei, che lavoriamo tutti!--Poi le domandò piano, rabbonito:

--Credi che Eleonora si trovi col Laner?

Evelina si tolse il _pince-nez_ per riposare gli occhi, e fissò lo zio Matteo, sorridendo.

--Trovarsi col Laner?--Il Laner è in gran ribasso.

--Oh!... Questo mi fa piacere!--Cantasirena si tirò colla seggiola ancor più dappresso ad Evelina.--Ce n'è un altro?

--Forse.

--Chi? Chi?...