La baraonda

Chapter 8

Chapter 83,743 wordsPublic domain

La ragazza lanciò un'occhiata verso l'uscio della cucina: la Gioconda poteva sentire.

Matteo si alzò maestosamente, e allacciandosi i cordoni della vestaglia, col bel fiocco in mezzo al pancione, andò fin sull'uscio della cucina.

--Gioconda! Non è tornato Taddeum?

--Nossignore.

--Quel Brunetti è un inconcludente. Un vero pasticcione. "Senza fallo! Senza fallo!" e manca sempre ai propri impegni. Gente screditata! Non trovano la miseria di cinquecento lire!

Finito di brontolare, chiuse l'uscio della cucina, chiuse pure quello del salotto, e tornò a sedersi accanto all'Evelina, battendole colla mano sulle ginocchia puntute e sottili come quelle di un ragazzetto.

--Chi è? Chi è?...

--Ce ne son due.

--Due?

--Ma non so qual è dei due quello che faccia davvero, o che sia il preferito.

--E.... chi sono? Chi sono?

--Il duca di Casalbara e il banchiere Kloss.

I due nomi fecero una grande impressione: lo zio Matteo li ripetè quasi macchinalmente, scandendo le sillabe.

--Il duca, il senatore Giovanni di Casalbara? Il banchiere, il commendatore Francesco Kloss?...--Si alzò, accarezzò, prendendole fra le sue mani, le guance in sudore di Evelina, e la baciò sui capelli fini e radi, con tutto un mugolìo di tenerezza.

--Fanciulla mia cara! Raccontami tutto; tutto quanto, tutto quello che sai!

Evelina non aveva molto da raccontare, perchè poco ne sapeva, e anche a quel poco, era arrivata per induzione. La Nora era sospettosa, e stava in guardia. Temeva forse che le volesse fare la spia con Pietro Laner!

Matteo Cantasirena la interruppe:--Dunque? Dunque? Cos'hai potuto sapere?

Evelina raccontò che le erano venuti i primi sospetti, per il gran cambiamento di Nora verso Pietro Laner: le era diventato uggioso, antipatico....

--Ha ragione. Mi sono ingannato anch'io sul conto di quello spiantato!

--Sono stata attenta, e ho notato i due che passavano, ripassavano.... e quell'altra, che correva alla finestra e poi si vestiva in fretta, scappava giù, in istrada.... e i due dietro, a braccetto.

--A braccetto?... Insieme?

--Insieme.

--Lettere?... Hai visto lettere?

--No.

--Ma si trovano? Si parlano?

--Credo.... dalla Schönfeld.

--Dalla Schönfeld?... Siamo a cavallo.

Certo, Matteo Cantasirena aveva subito pensato che quei due non avevano messi gli occhi addosso alla "sua figliuola" con le più sante intenzioni, ma non dubitava punto, ad onta delle precedenti invettive, della testolina quadra, e dello spirito accorto di Nora. E intanto c'era questo di guadagnato: il matrimonio con quel pezzente, taccagno, del Laner andava in fumo.

Per guidare, e al caso far nascere gli eventi, c'era lui, lo zio Matteo, che sarebbe stato ad occhi aperti. "Era una vera passione, irresistibile?" E allora colle figliuole, col sangue di Matteo Cantasirena non si scherza!--Era una semplice _flirtation_?--Il Dizionario dei "Patriotti viventi" sarebbe stato messo a disposizione del Casalbara e del Kloss... tedesco questi, ma non monta: patriotta della finanza, della fratellanza fra i due popoli e poi, come banchiere, patriotta.... internazionale!

--Ma che!--esclamò ad un tratto il Direttore, alzandosi e parlando forte, benchè parlasse soltanto a sè stesso.--Ecco il nome, il bel nome che può produrre un effetto magico!

In quel punto tornò Taddeo colla risposta del Brunetti. "Fino alle cinque era impossibile, e anche alle cinque non era sicuro."

Il Direttore corse nello studio e scrisse in fretta un terzo bigliettino.

"Finalmente, impegnando la vostra parola d'onore per il più scrupoloso silenzio, posso mettervi a parte del segreto. Vi piacerebbe il nome del senatore Giovanni di Casalbara? Oppure quello del commendatore, del banchiere Francesco Kloss?--Non dite una parola. Pensate che la più piccola imprudenza, può mandar tutto a monte. Vostro

"CANTASIRENA."

"P.S. Consegnate, sul momento, almeno duecento cinquanta lire. Non dovevate promettere "senza fallo." In tal caso io avrei già provveduto diversamente. Ora è troppo tardi. Col Casalbara e col Kloss devo trovarmi oggi stesso alle quattro e mezzo. Salute."

--A gran carriera, dal signor Brunetti!--disse a Taddeo consegnandogli la lettera:--prendi un brum: ti darò da pagarlo al ritorno.

"_Il duca Giovanni di Casalbara, senatore del regno!_" E già, Cantasirena, vedeva quel nome, quei titoli in alto, sul grande manifesto del Comitato; e già mentalmente, cominciava l'articolo: "Il duca Giovanni di Casalbara, uno dei nomi più fulgidi e intemerati di quel patriottico patriziato lombardo che alleato col popolo ha iniziato le rivoluzioni, ha fatto l'Italia!" E al Governo e al Prefetto avrebbe potuto far notare che la villa di Casalbara era a cavallo tra Primarole e Castellanzo, i due collegi del Bonforti rompiscatole radicale, e del Ghirlanda, rompiscatole socialista....

--E se invece era Francesco Kloss?... Bel nome anche quello del Kloss!--Il commendatore Francesco Kloss.... "Una delle personalità più spiccate, più reputate di quella onnipotente finanza tedesca, che contribuì quanto la politica di Bismark alla solidità granitica dell'Europa Centrale...."

Ma il Kloss gli accomodava molto meno del duca di Casalbara, anzi, ripensandoci, non gli accomodava affatto.

Il Kloss era un tedesco: una zucca dura e una volpe fina. Era un uomo capace di spendere centomila lire per cavarsi un capriccio.... che però ne valesse almeno duecentomila. Invece, il duca di Casalbara, era di tutt'altra pasta; era pasta assai più maneggevole. Vecchio, della vecchia razza, avrebbe sposato anche la figlia del portinaio, quando si fosse trattato di compiere un dovere.

Quel Kloss! Quel _filone_ di Kloss, gli veniva a rompere le tasche. Cosa voleva fare? Cosa ci entrava lui? Maledetti i tedeschi! L'invasione tedesca era più terribile adesso che prima del 59!

--Li abbiamo cacciati dalla porta con tanti sacrifici e ci sono entrati dalla finestra, sempre per fare i loro interessi in casa nostra!--Maledetti i tedeschi!

Intanto udì un fruscìo e il battere dei piedini nell'anticamera. Spiò dall'uscio: era Nora.

Aspettò un momento, tornò ad allacciarsi i cordoni della veste, e poi entrò nella saletta, tranquillamente.

Evelina era andata alla finestra per prendere un po' d'aria e per vedere se "quell'altra" era tornata sola. Nora veniva allora direttamente dai Giardini, dopo la scena con Pietro Laner: era ancora sossopra, imbronciata, nervosa. Non voleva parlar con nessuno. Si cacciò, rannicchiandosi, in un cantuccio del canapè.

Era il rimorso? Era un sentimento di compassione, di pietà?... Passato il primo impeto dell'ira aveva sempre dinanzi agli occhi quella faccia livida, contraffatta, straziata dal dolore. Che cosa avrebbe fatto?... Piantato da lei? Senza più un soldo? Spogliato di tutto?... Oh, lo zio Matteo aveva agito molto male con Pietro Laner!

--Sei stata dalla Schönfeld?--le domandò dopo un momento Cantasirena.

--Sì.--E la fanciulla seccata, imbronciata, non volendo più parlar con nessuno, si ritirò, si rannicchiò ancora di più nel suo cantuccio.

--Hai visto Pietro Laner?

Nora rispose con un'alzata di spalle, e perchè capissero di lasciarla in pace, prese dispettosamente un libro ch'era lì vicino e finse di leggere.

--Hai visto Pietro Laner?--tornò a domandare lo zio Matteo.

--No....--Sì.

--No, sì,--esclamò Cantasirena ridendo.--Ce n'è per tutti i gusti!

Evelina se ne andò passo passo: voleva lasciar solo lo zio con "quell'altra".

Mentre Evelina usciva, entrava Numa chetamente. Vedendo Cantasirena il gatto si fermò, non si arrischiò di venire avanti. Rimase sotto la seggiola attento, cogli occhi fissi che luccicavano.

--Io ti dirò una cosa sola,--disse Matteo Cantasirena, mettendo in ordine lentamente le carte, i libri sparsi sulla tavola.--Nelle cose serie della vita ricordati che hai uno zio, che diventa un padre..... un padre amoroso. Quando hai bisogno di aiuto, di difesa, di consiglio, eccomi qui, pronto, a braccia aperte. Tra i miei molti errori,--e sospirò--ho avuto in abbondanza tutti quelli del cuore: è per questo che non ho fatto fortuna; nel qual caso, sarei forse amato di più. Ricordati: quando si ha una famiglia non si è mai soli nel mondo. L'ideale della famiglia, dopo quello della patria, è il più alto, il più puro. E quando non c'è ideale.... non c'è idealità. È inutile dedicarsi all'arte, nemmeno all'arte gentile, appassionata del canto!

Matteo continuò a sospirare e a metter ordine nella roba del salotto. _Numa_ si era arrischiato di venir fuori, dall'ombra. Accosciato, diritto, in mezzo alla stanza, guardava il padrone e aspettava sempre il momento di fare un salto, movendo, strisciando la coda per terra, come una biscia.

A un tratto si fermò un brum, sotto la finestra.

--Taddeo! _Taddeum_ che ritorna!

Se quell'imbroglione del Brunetti gli aveva mancato ancora di parola, era la volta che si disgustava davvero!...

Tutti erano un po' in ansia: Evelina tornò nel salotto; la Gioconda corse ad aprire.

--E così? Ha risposto?--domandò il Direttore, aspettando Taddeo sull'uscio.

--Sissignore!--Anche il vecchio soldato era allegro: pareva si avanzasse ballando sulla gamba di legno, al suono delle medaglie.

--Qua, vediamo!--Il Direttore gli strappò la busta di mano. C'erano le duecentocinquanta lire.

--Oh, alleluia!--esclamò la Gioconda avvicinandosi colle mani sui fianchi, e aspettando la sua parte.

--Mi darai le venti lire per il dentista!--esclamò subito anche Evelina. Essa, quando c'eran denari, ne domandava sempre, per il dentista, il dottore, la farmacia Zambelletti.

--Uno alla volta! Uno alla volta! Mi raccomando! Il Direttore consegnò subito cinquanta lire alla Gioconda.--Va bene? Va bene così?

La serva, senza rispondere, se ne andò via, contando i biglietti.

--Ecco le lire venti per il dentista.

--E tu?--domandò a Taddeo, vedendolo immobile, che lo guardava e sorrideva.--Ah, per il brum!

--Per il brum.... e se potesse.... sono ancora in arretrato....

--Tutti, figliuolo mio, siamo in arretrato, cominciando dal Governo! Per oggi ti darò venticinque lire, e paga la carrozza.

--Grazie, colonnello!--esclamò Taddeo, e presi i denari se ne andò in fretta accompagnato dal tuc-tuc della gamba di legno, che batteva sull'impiantito. Anche Evelina, avute le venti lire, era sparita.

Nel salotto erano rimasti soli Matteo Cantasirena e Nora. Questa si alzò lentamente e gli andò vicino, sempre seria, sempre imbronciata.

--Anche tu?... Che cosa ti occorre?--le domandò lo zio sorridendo con affabilità paterna.

_Numa_, fatto sicuro da quel ritorno di quiete, di pace, saltò sul canapè e andò ad acchiocciolarsi nel cantuccio lasciato caldo da Nora.

--Tu non hai bisogno del dentista!... Per i guanti?... Per qualche nastrino?

--No; per Pietro Laner,--rispose Nora seccamente.--Manda subito un po' di quel danaro al signor Laner. Taddeo lo troverà ai Giardini o a casa sua; se no, vada a cercarlo. Non ha da mangiare.

--Che?... Se stamattina mi ha date dieci lire?

--Non ha da mangiare. Erano le ultime.

--Le ultime? davvero?...--esclamò Matteo colpito sinceramente.--Quando uno confessa di aver dieci lire, vuol dire che ne ha, almeno, cinquanta! Quel Laner è sempre stato un uomo inverosimile, fantastico!

Tornò a chiamare Taddeo e gli diede cinquanta lire in una busta, per Pietro Laner.

--Sarà ai Giardini o a casa sua. Prendi un brum e gira finchè lo hai trovato.

--Va bene? Va bene così?...--tornò a domandare a Nora, quando furono soli di nuovo. Poi contò i denari che gli eran rimasti.

--Appena cento lire!--Sospirò, soffiò.--Sempre così! Non so mai misurare il cuore secondo le forze!

IX.

Il duca Giovanni di Casalbara e il commendator Francesco Kloss erano intimi fra di loro, per via delle comuni intraprese donnesche. Si erano conosciuti in casa di Madame Dupont, una vecchia parigina--forse--tutta riccioletti che tingevano come il carbone, e molto servizievole. Ma soltanto per le persone serie, ragguardevoli. Diceva ridendo, che molte volte avrebbe potuto mettersi a fare anche lei il discorso della Corona. "Signori Senatori: Signori Deputati...."

Il Casalbara e il Kloss si erano conosciuti lì; poi si erano apprezzati, scoprendosi per i due amanti della stessa donnina che costava un occhio al Casalbara e la rinnovazione di qualche cambialetta, quando c'era anche la firma solvibile della sarta o della modista, al banchiere Kloss. Da quel giorno, furono in lega. Sempre insieme, indivisibili, simpatici l'uno all'altro per i loro vizi, deridendosi reciprocamente per quel poco che ciascuno aveva di buono.

Il Kloss disprezzava il Casalbara per il fondo dolce, un po' sentimentale del suo carattere e l'orgoglioso rispetto e la venerazione quasi religiosa per il proprio nome. Il Casalbara compativa il Kloss per le sue idee moderne, per la sua grande, maravigliosa attività, per la sua febbre di lavoro, di guadagno. Erano tutti e due troppo diversi per intendersi: diversi di nascita, di temperamento e di fortuna.

La fortuna del Kloss era stato suo padre, che aveva saputo fallire a tempo e bene, mentre il suo socio si era impiccato fra i cortinaggi della camera da letto. La fortuna del Casalbara era stato il fratello Eriprando, morto a Josephstadt.

Il Casalbara era ancora giovanissimo, quando una notte, suo fratello fu arrestato, condotto a Mantova e di là seppellito nella fortezza austriaca.

I due fratelli erano orfani, e Giovanni rimaneva solo. Fu condotto a Torino da una zia, la marchesa di Castelletto-Rugarole, e a Torino, fra le signore della Corte e del bel mondo, fra emigrati, patriotti, uomini politici e giornalisti, si cominciò quasi a dimenticare il martire che languiva lontano, fra gli stenti e le sevizie del carcere, per compiangere il bel giovinettino biondo e sottile che passeggiava sotto i portici di Po, sempre vestito a lutto, sempre raccolto in una mestizia grave.

E quando giunse la notizia che il duca Eriprando era morto laggiù di patimenti e di crepacuore, si fece una grande dimostrazione sotto le finestre di Giovanni, il quale dovette uscire a ringraziare la folla plaudente. Da quel giorno, il solo, il vero martire fu lui, e dal proprio martirio ebbe, in quel periodo di baldorie nazionali, tutte le soddisfazioni, tutti i vantaggi, anche quello di un forte compenso per i beni del fratello stati incamerati dall'Austria, e la concessione di una lotteria che, affidata a mani esperte, gli fruttò un milioncino netto, senza che lui nemmeno se ne fosse accorto.

Ma se gli altri avevano dimenticato il fratello per lui, Giovanni, però, se ne ricordava sempre. Quella memoria era la sua religione, il suo culto, la grandezza più fulgida della sua razza, che discendeva dalle Crociate. Ed egli sentiva tutta l'alterezza di essere l'ultimo rampollo di quella casa, e tutta la grave responsabilità che gl'incombeva per essere il fratello di suo fratello. Soltanto la sua mente ristretta, i suoi gusti, il suo genere di vita non gli concedevano e non lo mettevano nemmeno in grado di poter compiere nulla di straordinario, di elevato. Ed egli si accontentava di andare a poco a poco in malora, pur di mantenere il lusso, il fasto della sua casa, come l'aureola, il tabernacolo degno di quella tradizione antichissima e di quella gloria recente. Il duca di Casalbara ravvolgeva la propria persona di un riserbo dignitoso che non gli permetteva di portare in pubblico i suoi vizietti: il martire superstite del martire di Josephstadt, non poteva farsi vedere colle clienti di Madame Dupont: le salutava in teatro con un sorrisetto e le mandava innanzi nel gabinettino del _restaurant_, dove egli entrava poi, grave e serio, per diventare subito, appena chiuso l'uscio, tenerissimo, tutto sorrisetti, languori, moine.

Era perciò che le trattative di quei convegni venivano iniziate e condotte a termine dal Kloss. Finchè c'era da mostrarsi, era sempre il Kloss che andava avanti: quando c'era da pagare andava avanti il Casalbara. Non che al Kloss spiacesse di spendere per taccagneria; soltanto per il suo amor proprio di banchiere ci teneva a far sempre un buon affare, anche quando si trattava di godere e di divertirsi.

Quell'omiciattolo dalle gambette storte, saltellante e sghignazzante, che ficcava gli occhietti vivi addosso a tutte le donne, arricciolandosi beffardamente i baffi duri colle dita pelose, nella magrezza robusta de' suoi sessant'anni, era impetuoso e violento come un frenetico. E mentre il Casalbara finiva coll'innamorarsi sentimentalmente di tutte quelle ragazze e finiva col pagarle care per la compiacenza di credersi corrisposto, l'altro s'imponeva minacciando, le intimoriva, le maltrattava, riusciva a destare dei brividi di ribrezzo dove non c'era più da vincere alcun pudore.... e non pagava.

La sua parola aveva valore, ma soltanto cogli uomini. In affari era inappuntabile: colle donne diventava una canaglia senza scrupoli. Per lui, le donne in generale, che non scontano, non hanno facoltà giuridiche, non erano, al pari dei cavalli e dei cani, altro che animali graziosi e docili allevati per il piacere dell'uomo.

Prometteva per arrivare a' suoi fini e poi, senza scrupoli, sghignazzando, mancava di parola. Ingannava, commetteva bricconate, e se ne gloriava, nel suo linguaggio mezzo meneghino e mezzo teutono. E anche negli affari e alla sua banca, colle belle donnette, "coi pei tonnett" ne faceva di tutti i colori.

Un giorno, un suo impiegato dei più vecchi, un vedovo, solo con una figliuola, per una triste necessità, non sa più render conto d'una certa somma. Il Kloss lo scaccia e lo denunzierà al procuratore del re. La figlia sorprende il disgraziato col revolver in mano. In quella pazzia del dolore, corre dal Kloss: lo supplica, lo scongiura, si butta in ginocchio.... Il Kloss ha una sola parola, tronca, rauca; una promessa che diventa una minaccia:

--Sì, subito, o il padre in galera!--E fu un impeto bestiale, un assassinio, lì sul piccolo canapè dello studio, turandole la bocca, soffocandola colla manaccia sudicia d'inchiostro, perchè l'usciere nel corridoio non dovesse udire i gemiti, i singulti, la voce tremante, spirante, che implorava pietà.

La sera, nella cameretta del terzo piano, la fanciulla pallida, disfatta, seduta al povero desco, non toccava cibo, ma colle labbra riarse e i tremiti della febbre, cercava ancora di confortare, di consolare il babbo.

--Il signor.... Kloss aveva promesso....

In quel punto arriva un signore con due guardie. La denuncia era stata fatta un'ora dopo la promessa del perdono.

Quando il poveruomo uscì dalla porta, fra le guardie, trovò sulle pietre del marciapiede una massa di vesti e di carni in una pozza di sangue: sua figlia si era buttata dalla finestra.

Era stato Francesco Kloss a scoprire la Nora.

Un giorno, sull'imbrunire, egli passava dalla via di Santa Margherita coll'involtino dalla carta rosa, di prosciutto di San Daniele e di mortadella, ch'era stato a prendersi apposta per il pranzetto, quando addocchiò quello "_splentore di pionta_" che entrava nel negozio di musica del Ricordi.

"Oilà! _Mi, stupito, alt_!"--e si fermò a guardare attraverso i cristalli delle vetrine.

Nora, infatti, uscì poco dopo, col rotolo di musica sotto il braccio, le mani nella tasca della giacchettina blù, lanciando un'occhiata fredda ma scrutatrice sul Kloss, che--essa se n'era accorta--fingeva di guardare nella mostra per aspettarla.

Nora non lo conosceva, ma quel brutto omino, col vestito nero trasandato, infarinato di forfora, non dinotava certo di essere un gran che: e Nora continuò col passo rapido e sicuro per la sua strada, senza più badargli, nè pensare a lui.

Ma il Kloss era rimasto colpito, come gli accadeva di rado: col suo involtino di prosciutto di San Daniele che ballonzolava, tenuto col mignolo pel nastrino, continuò a seguirla passo passo.... fino a casa.

La sera stessa egli ne parlò a Madame Dupont in grande segretezza, dandole il nome della via, il numero della porta e i connotati:

--"_Pussè crante che mì: i spal te matrona: un vitin te popola_, capelli _pionti_ e un _ginger straortinarî! E.... cito col vecc._"

Il Kloss, che non nascondeva i suoi sessant'anni, dava del vecchio al Casalbara che voleva nascondere i suoi sessantacinque.

--_A so temp ghe tirò mi tutt' coss!_

Due giorni dopo Madame Dupont gli mandava la risposta in un bigliettino che lo fece starnutire tanto era impregnato di muschio.

"Carissimo Commendatore--(Madame Dupont teneva molto ai titoli)--Non c'è niente da fare." E gli scriveva che c'era il fidanzato, che la ragazza era di buona famiglia, figlia, nipote o parente, nientemeno, del famoso cavalier Cantasirena, e che andava tutte le sere all'opera al _Manzoni_ con una cantante ungherese, certa Edita Schönfeld, che si faceva passare per contessa. E ripeteva, ancora, prima di finire: "niente da fare, onesta a tutta prova."

--Per onesta, _poco mal_--borbottò il Kloss fra sè,--per _fitanzato, poco mal_.... ma Cantasirena!... _Molto mal_!

Tedesco, finanziere, affarista, Francesco Kloss vedeva i giornalisti e il giornalismo come il fumo negli occhi.

Ma Nora gli aveva fatto colpo.

--_La g'ha cuel bel farin te me n'inpipp!_...

Procurò di conoscere la Schönfeld per avere altre informazioni, e queste furono assai meno scoraggianti. Nora non era sorvegliata: Matteo Cantasirena non se ne curava: non era innamorata del suo fidanzato. Essa era una ragazza positiva e ambiziosa: il suo sogno sarebbe stato di spendere, di sfoggiare, di far la gran signora!

Francesco Kloss, arricciandosi i baffi, pensava che il sogno era bello, ma costava caro.

--_El vecc! el vecc!_... Mio _pon_ amico Casalbara!--esclamò con un ghignetto.--Il Casalbara, al solito, avrebbe filato il perfetto amore.... avrebbe creduto di essere corrisposto.... e una volta che il Casalbara fosse diventato il _cerente responsabile, pensassi_ mi _per aferla in te le man!_"

Quella sera all'Eden, mentre il duca batteva graziosamente le punta delle dita inguantate ad una canzonettista dell'_Orpheum_, il Kloss lo fermò a mezzo del suo entusiasmo, e gli parlò della _splentita_ popola che aveva visto uscire dal negozio Ricordi: ne parlò più tardi a cena, ne parlò il giorno dopo, e quando lo vide un po' riscaldato, lo condusse al _Manzoni_ e gli fece vedere la _bella popola_ nel palchetto della Schönfeld.

--"Maravigliosa",--esclamò il Casalbara, dandosi un colpetto di mano ai ricciolini biondi, alzandosi in piedi per farsi vedere, e fissando Nora col canocchiale.

--_Una fera primizia da imperator!_

Nora, dopo aver guardato il Kloss (omai sapeva chi era), fermò lo sguardo sul Casalbara, tutto ingommato, tutto attillato, tutto legato nell'abito nero e nel _gilet_ bianco a cuore. L'occhio profondo di Nora si fissò lungamente sul biondo senatore, ed ebbe una carezza così calda, così penetrante che gli fece sentire un dolorino acuto sotto il ginocchio, fasciato di lana.

--Maravigliosa,--ripetè il Casalbara con due o tre altri colpetti della mano ai ricciolini gialli; poi odorò il mazzo di violette che aveva all'occhiello, si grattò leggermente il ginocchio colla punta delle dita e tornò a fissarla coll'occhialetto.

--Vi guarda,--gli disse Kloss.

--Saprà che sono il duca di Casalbara.--E cominciò a filare con Nora e Nora con lui, mentre Francesco Kloss stava attento a tutti e due ripulendosi le unghie nere collo stecchino da denti, che, dopo pranzo, portava sempre con sè, per quell'uso, nel taschino del panciotto.

Finita l'opera, aspettarono la Schönfeld e Nora sotto l'atrio del teatro.

Passandogli vicina, così alta, così bella, così bionda, Nora non guardò il Casalbara, ma arrossì abbassando un po' il capo.

--_Una fera primizia da imperator!_--ripetè il Kloss, dandogli un altro colpo nel gomito.

Il giorno dopo cominciarono a passare sotto le finestre, il Casalbara ancora più roseo, più biondo, colle scarpettine dal tacco alto che scricchiolavano.

Nora era alla finestra. La sera tornarono al _Manzoni_: Nora era in teatro, e all'uscita arrossì ancora di più, ma questa volta, prima di abbassare il capo, guardò il duca alla sfuggita.