La baraonda

Chapter 6

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Il suo sgomento, il suo tormento, era che cercassero, che scoprissero _Le notti di Giuliana_. Ma allora sarebbe passato per ladro col libraio, coi professori, coi suoi compagni e coi parenti di don Giuseppe... con tutti quanti! Il cambio colla grammatica l'avrebbero creduta una storiella!

Ladro! Ladro! Ladro!--e immaginava quella parola "Ladro!" "Pierino ladro!" quando fosse arrivata lassù a Crodarossa!... Che vergogna! Che vergogna! Ma piuttosto la morte, mille volte la morte!

E in quello sgomento, in quel terrore Pierino cominciò a pregare il suo povero babbo, il suo povero zio ch'erano in paradiso, che gli volevano bene, e che sapevano che non era un ladro. Poi pregò la Madonna miracolosa del Santuario di Crodarossa, che aveva fatto tanto male a dimenticare, poi l'altra, quella di Trento, della piccola chiesetta lontana, solitaria, e che aveva fatto molto male a trascurare, e pregò, pregò ginocchioni, piangendo, balbettando, dandosi pugni contro il petto che gli doleva per l'affanno e per la fame. Col fervore della preghiera, colla sincerità del pentimento, faceva le promesse più solenni. Oh, se i suoi poveri morti, se la Madonna, quella di Crodarossa e quella di Trento, gli facevano quella grazia; se il libro non era scoperto; se lui non veniva accusato di aver rubato, di essere un ladro, oh, allora, prometteva di mutar vita, di non dire mai più--mai più--la più piccola bestemmia, di andare in chiesa tutti i giorni, di andare a messa tutte le domeniche, tutte le feste, e di dirlo anche, di farsi vedere, senza stupidi riguardi, da tutti i suoi compagni!...

La cosa finì con una gran lavata di capo del direttore, e dei parenti, sul brutto vizio di fumare, e non se ne parlò più. Ma da quel giorno Pierino pregava, pregava tutte le sere, tutte le mattine; pregava per ottenere il miracolo che le zie gli mandassero un po' di soldi e per ottenere la grazia di passar bene gli esami.

E ancora dopo molti anni da quel giorno della grazia ricevuta per il Libro segreto, quando Pietro Laner mandò i suoi tre primi sonetti e il suo primo articolo di critica intitolato Berchet e Mameli "_All'illustre cavalier Matteo Cantasirena, direttore del_ Rinnovatore _e dell'_Emporio Letterario", prima di portare il manoscritto alla posta, se lo portò in chiesa, nascosto sotto il gilet. In quel momento e con tutto il male che aveva detto dei Gesuiti e del Papa nel suo primo articolo, Pietro Laner non poteva certo umiliarsi a credere nelle "grazie" e nei "miracoli" di Domineddio; ma credeva, e ne aveva paura, in quella stranissima combinazione, che quando non andava in chiesa non gli riusciva niente di bene.

E per Pietro Laner sarebbe stata una disgrazia se quell'articolo, se quei sonetti, non avessero fatto buona impressione al cavalier Cantasirena. Guai per lui se non fossero stati accettati e pubblicati nell'_Emporio Letterario_! La sua più grande, la sua più bella speranza sarebbe andata svanita! Era da quei tre sonetti e da quell'articolo che poteva dipendere tutto il suo avvenire, tutta la sua felicità e forse tutta la sua gloria!

Pietro Laner aveva finito con onore anche L'Istituto Tecnico, aveva passato i vent'anni, ma ancora non aveva scelta la sua carriera: era incerto, non sapeva quale avrebbe potuto essere per lui la migliore. Continuava a ripetere ogni momento che avrebbe fatto volentieri il professore; che avrebbe fatto volentieri l'impiegato con un buon posto, che avrebbe fatto volentieri anche il ragioniere, ma intanto continuava volentieri a far niente!

E la signora Angelica e la signora Rosina, che non avevano nessuna fretta di vederlo partire da Crodarossa, di vederlo toccare il suo libretto della Cassa di Risparmio, si ostinavano ogni giorno più nel loro mutismo, per non essere obbligate a far domande, a spingere il nipote a prendere una risoluzione, come avrebbero dovuto fare, ma come non avevano voglia di fare.

Soltanto don Giuseppe predicava in italiano e in latino che quello stato di ozio, di dissipazione, non doveva durare _sine fine dicentes_. Ma don Giuseppe e Pietro Laner erano venuti poi a rottura a proposito della "triplice alleanza" e del "potere temporale". Don Giuseppe aveva alzata la voce, e gli aveva imposto di tacere, mentre la signora Angelica e la signora Rosina, sbalordite, sbigottite, correvano intorno affannate a chiudere tutte le porte, tutte le finestre, perchè l'ortolano, perchè la gente di fuori, non avesse a sentire e a rimanerne scandalizzata.

La brutta scena era rimasta impressa nell'animo di Pierino: lo rodeva il dispetto, la stizza di essersi lasciato intimidire e di non aver avuto il coraggio di rispondere per le rime quando don Giuseppe aveva alzata la voce.

--L'ora è sonata! Bisogna passare il Rubicone! Non voglio ammuffire fra le sottane! Viva l'Italia! Viva la libertà! Abbasso i preti!--e per mostrare anche a don Giuseppe che omai voleva impipparsene di tutti quanti, gli passava vicino col suo bravo cappello col garofano rosso e il mucchietto d'_edelweiss_ infilato di dietro, sulle ventitrè, e si faceva sentire a fischiettare l'_Oi Carolì_, e il _Morettina tu mi lasci_.

VII.

Fu appunto in quei giorni, quando Pierino era più che mai infervorato nel desiderio della ribellione, che gli capitò a Crodarossa uno dei primi numeri dell'_Emporio Letterario_: dono settimanale agli abbonati del _Rinnovatore_, speditogli da Milano da un suo amico, già suo compagno di scuola, che faceva il commesso dai Bocconi per passatempo, e di professione il poeta e scrittore di commedie per il "Teatro Milanese".

L'_Emporio Letterario_ aveva pubblicato appunto in quel numero una sua poesia: "Il nostro fiumicel...." ispirata al _Guado_ dello Stecchetti.

Fu una rivelazione per Pietro Laner. Ecco la sua carriera: fare il poeta, il letterato, il giornalista!

In due o tre anni poteva essere "arrivato", avere il ritratto pubblicato nell'_Emporio Letterario_ e farlo capitare a Crodarossa.--Poeta!... Giornalista!--Propugnare l'italianità di Trento e di Trieste, e a Roma Giordano Bruno, per fare crepar di rabbia don Giuseppe. E poi vivere a Milano, la prima città d'Italia, dove tutti i letterati fanno furori e tutti i giornalisti quattrini! E poi avere la propria indipendenza. Oggi lavorare dieci ore e domani andar a spasso tutto il giorno. E la libertà? Poter gridare _Viva l'Italiaa!_ a squarciagola, magari in piazza del Duomo!... E poi, finalmente, andare al veglione.

Si mise subito all'opera. Pensò, ripensò; cambiò più volte il posto dove mettere il tavolino:--sotto alla finestra, il troppo sole gli confondeva le idee; dove c'era troppo scuro, non gli volevano venire. Finalmente, cambiando ogni giorno la qualità delle penne e il colore della carta, scrivendo poco, cancellando molto, condusse a termine tre sonetti--_L'invito_--_L'incanto_--_L'inganno_--e l'articolo critico sulle poesie del Berchet e del Mameli, e spedì il tutto sotto fascia raccomandato, unitamente a una lettera autobiografica di otto pagine nella quale si presentava, si raccomandava, si sfogava col Direttore dell'_Emporio Letterario_.

Matteo Cantasirena aveva scritto nell'articolo programma che l'_Emporio_ era fatto sopratutto pei giovani e doveva essere scritto dai giovani.

E Pietro Laner gli dichiarava nella sua lettera:

Primo: "che era giovane.

Secondo: "che era Trentino.

Terzo: "che domandava il suo giudizio su quei tre sonetti e su quell'articolo, che aveva buttati giù, per un esperimento, in poche ore.

Quarto: "che il suo sogno era di venire a Milano e che sarebbe orgoglioso e fiero se potesse entrare come collaboratore in uno dei suoi giornali.

Quinto: "che pur di veder pubblicati i tre sonetti e l'articolo, li mandava gratis; e che se prima di accettarlo come collaboratore fisso, il signor Direttore voleva sottoporlo a un periodo di prova, era disposto anche a venire a Milano a proprie spese. Sapeva benissimo che tutte le carriere costano, nei primordi, fatiche e quattrini. Ma per la fatica era giovane, e si sentiva forte; per il resto aveva un capitale suo di ventimila lire; e poteva anche sacrificarne cinque o seicento, pur di far carriera nel giornalismo."

E qui cominciava a raccontare, in lungo ed in largo, tutta la storia della sua famiglia, della sua gioventù sacrificata, delle sue aspirazioni, del suo amore per l'Italia, del suo odio per il papato, del bene che gli volevano le zie, e dei dispiaceri avuti con don Giuseppe.

La risposta si fece attendere; arrivò quando il Laner non l'aspettava già più e in un momento in cui il giovanotto non ci pensava nemmeno. Ma appena la vide, la indovinò, ancora fra le mani del postino, tutto il sangue gli salì al cervello con un gorgoglìo tumultuante.

--Non c'era dubbio. Veniva da Milano. E c'era stampato in un angolo della busta: _Emporio Letterario_!

Il bigliettino era brevissimo, ma ogni periodo fu come una scossa elettrica per il buon Laner.

"_Caro Pietro:_

"Amo i giovani, perchè non ho più fede altro che nei giovani.

"All'affarismo che monta, al realismo che dilaga, unico baluardo i giovani che hanno il disinteresse dell'idea e il culto dell'ideale.

"Voi avete ingegno e avete cuore: i vostri versi e il vostro articolo ne sono il documento. Bravissimo!

"Ho un grande progetto e una grande proposta.

"Venite subito a Milano. Scrivere non è prudente e non è utile. È la parola, fecondatrice del pensiero, nel dibattito delle grandi idee.

"Come stanno le nostre Alpi?--L'eco italico risponde vindice alla nordica bestemmia, col verso magnanimo e magnifico del mio povero Prati?--Salutatemele. E al Caffaro e a Bezzecca, alle Sante Termopili della terza Roma, l'evviva, l'excelsior del vecchio colonnello garibaldino!

_Vostro per la vita_

MATTEO CANTASIRENA.

"P.S. Portatemi dei sigari di Virginia.--Sceltissimi.--Intendiamoci: per commissione."

Pietro Laner, tre giorni dopo ricevuta la lettera di Matteo Cantasirena, pigliava di botto una di quelle risoluzioni così coraggiose, così ardite, alle quali non arrivano, certe volte, altro che i timidi. Disse in casa che andava a Roveredo e scappò a Milano. E da Roveredo scrisse alle zie che "ormai il dado era tratto: che aveva passato il Rubicone. Era un pezzo che ci pensava, che aveva deciso, ma non aveva mai voluto parlarne per non amareggiarle; e non aveva voluto vederle, consolarle prima di partire per non perdere quella forza, quella calma d'animo, della quale aveva tanto bisogno. Del resto, non era che la prova di un paio di mesi. Dopo, sarebbe tornato in ogni modo a Crodarossa. O per fermarsi per sempre, per seppellirsi lontano dal mondo se la prova gli andava fallita; o per rivederle, per salutarle, se gli era andata bene, e ricevere allora quella benedizione che adesso pregava, supplicava, gli volessero mandare anche da lontano, col loro perdono."

La signora Angelica e la signora Rosina capitarono dinanzi a don Giuseppe esterrefatte; senza nemmeno aver la forza di piangere. Piansero dopo, un po' tutti i giorni; quando don Giuseppe le ebbe un po' confortate e rassicurate.--Tutto per il meglio: Ricordiamoci sempre di questa massima salutare: tutto per il meglio!--Poi il prete continuava, più lentamente, più a bassa voce, con mistero, quasi avesse paura che l'aria portasse in giro le sue parole:--Quando Pierino avrà imparato a proprie spese a mettere giudizio, ritornerà a Crodarossa più quieto, più umile, e sarà meno pericoloso per sè e per gli altri. Con certi discorsi, con certe imprudenze, non si scherza! Poteva farci capitare addosso dei guai seri. Tutto per il meglio, e ringraziare Quel di lassù!

Matteo Cantasirena, in quei giorni, era tutto occupato e tutto infervorato nella gran lotta per le elezioni amministrative e non si ricordava più di niente: nè di Pietro Laner, nè delle lettere, nè del "grande progetto" che aveva da comunicargli.

Quando Pietro Laner gli capitò dinanzi col viso sparuto, annerito dal carbone della _terza classe_, col lungo ciuffo della parruccaccia arruffata, lo prese lì per lì, invece del giovane trentino, per uno dei soliti "tirolesi".

--Passate dal Bizzarelli!--grugnì dispettosamente, continuando a scrivere più in fretta.

--Sono Pietro Laner!--balbettò l'altro porgendo, per farsi conoscere e per raccomandarsi, il grosso pacco dei Virginia, che gli era costato al passaggio del confine, mille ansie e mille pene.

--Ho detto di passare dal Bizzarelli!--gridò ancora più inferocito Cantasirena, alzando la grossa testa, dal barbone imponente.--Non ho tempo da perdere. Ho le elezioni da fare. Prima gl'interessi di Milano e dopo i miei privati. Ho sempre fatto così!

Al povero ragazzo tremavano le gambe.

--Mi ha scritto lei di venire subito a Milano. Sono Pietro Laner, di Crodarossa.... e questi sono i sigari di Virginia, proprio scelti uno a uno.

I sigari furono un lampo per Matteo Cantasirena: il lampo che rischiarò le ventimila lire. Si allungò, si sdraiò sulla poltrona, e sorridendo, accarezzandosi la barba, arricciolandone la punta colla mano bianca, un po' tremula, continuò a guardare il giovanotto, fissando gli occhietti piccoli, scrutatori.

--Pietro Laner!--replicò, facendo risonare il nome e l'accento.--Il Bardo Trentino!--e continuando a sorridere, con un lampo di malizietta benevola, cordiale, gli stese, gli offrì la mano, ma senza troppo allungare il braccio che teneva appoggiato sul seggiolone.

--Ho letto i vostri articoli e i vostri versi.

--E così? Le sono piaciuti?... Mi dica proprio la verità! Senza far complimenti!--esclamò il Laner che voleva mostrarsi indifferente, ma che aveva le labbra pallide per la commozione.

L'altro non rispose; diventò serio, grave, abbassando le palpebre, soffiando, stirandosi sulla poltrona. Poi riaprì gli occhi e tornò a guardare il giovanotto con un cenno incoraggiante.

Pietro Laner arrossì di gioia: quell'altro aveva voluto scherzare: gli articoli e i sonetti gli erano piaciuti davvero.

--Dirò a voi,--ripigliò poi Cantasirena con un lungo sospiro che si riferiva ai dolci ricordi, alle care amicizie del tempo andato,--dirò a voi quello che dicevo sempre al povero Praga, al Camerana, al Betteloni, al Boito, quando venivano a pranzo a casa mia, con quel testardo del Rovani, e mi obbligavano per forza, mi chiudevano in camera per farmi sentire i loro versi. Voi non eravate ancora nato, caro Laner!... Bei tempi!...--Ricordatevi, predicavo loro, a tutti quei matti, che la poesia è la musica,--musica italiana, s'intende!--del pensiero: verso e pensiero, pensiero e rima, tutto deve essere armonioso, tutto deve esser limpido, come le "chiare, fresche e dolci acque" di messer Francesco!--E predicherò a voi, nel momento presente: Se volete aver salute, guardatevi dal "simbolismo".

--Io?--esclamò Pietro Laner, sprezzante, sdegnoso,--non so nemmeno che cosa sia!--E fiero, reso ardimentoso da questo fatto per il quale si sentiva più innanzi nella stima e più legato al Direttore, gli tornò a presentare il pacco di sigari, cominciando a narrare la lunga iliade di patimenti e di timori, sofferta per quel pacco, alla stazione di Ala.

Ma intanto che il giovanotto continuava a raccontare le sue storie, il Direttore, distratto, pensava ad altre cose. Gli fece mettere i sigari sul caminetto, senza nemmeno ringraziarlo; poi raccogliendo sulla scrivania i fogli dell'articolo che aveva scritto, chiamò forte: _Taddeum!_

Si udì il rumore sordo della gamba di legno sull'impiantito; il tintinnare delle medaglie che penzolavano sul petto di Taddeo, insieme alla pipa, e subito il vecchio soldato si presentò sull'uscio diritto, in posizione, salutando colla mano al berretto da Garibaldino.

--Comandi, Colonnello?...

Le medaglie, la gamba di legno, il berretto, il colonnello fecero un effetto magico, di maraviglia, di rispetto, di commozione sull'animo del giovane trentino, ancora oppresso dalla soggezione di don Giuseppe e ancora fresco dalle ansie del confine, per via dei sigari di contrabbando. Gli parve a un tratto di sentir echeggiare nello studiolo ammuffito le note calde e libere, proibite a Crodarossa, dell'inno di Garibaldi: "I martiri nostri son tutti risorti!" e improvvisamente, con un trasporto sincero di amore e di entusiasmo, gridò forte: Viva l'Italia, per Dio!

--Evviva!--rispose il solo Taddeo, che tornò poi a domandare, sempre in posizione:

--Comandi, Colonnello?

Matteo Cantasirena gli consegnò l'articolo da portare in stamperia, poi quando Taddeo fu sull'uscio lo fermò con un cenno, e rivolgendosi al Laner gli domandò se aveva già fatto colazione.

--No....

--Allora la farete con me. Va bene?

--Grazie,--rispose Pietro arrossendo dal piacere.

--Tornate a prendermi qui all'ufficio; a mezzogiorno. Oggi poi pranzerete a casa mia. Voglio presentarvi alle mie figliuole, che hanno letto i vostri versi.

--Grazie....--disse ancora Pierino, arrossendo questa volta per il piacere, per i versi, e per le figliuole che li avevano letti.

--Dove siete alloggiato?

--In nessun posto, ancora. Appena arrivato, sono venuto qui direttamente.

--Per oggi potete scendere al _Roma_ o all'_Europa_.

E dato ordine a Taddeo, sempre fermo sull'uscio, di prendere un brum e di condurre il signor Laner all'_hôtel_, si rizzò di colpo, si buttò addosso allo scrittoio e ricominciò a scrivere in fretta, in furia, facendo scricchiolar forte la penna.

Pietro Laner voleva ringraziarlo, voleva stringergli la mano, salutarlo, ma l'altro, intento a scrivere, non lo guardò nemmeno.

--Il signor Direttore è stato il suo colonnello?--domandò il Laner ancora tutto pieno di ammirazione, a Taddeo, appena furono sulle scale.

--Nossignore,--rispose l'altro.--Il mio colonnello era il signor Chiassi, che è morto a Bezzecca.

--E anche lei è stato ferito a Bezzecca?

--Sissignore.

--Allora gli avranno data la pensione?

--Quella della medaglia: novanta lire all'anno.

--Ma....--Pietro esitava,--per.... la gamba?

--Niente. Me l'hanno tagliata due anni dopo: quando mi si è riaperta la ferita. Ho mandato le carte al Ministero, ma non sono mai arrivate!

Pietro Laner si sentì raffreddare tutti gli entusiasmi. Era in Italia o era ancora.... di là?--Ma poi, il ricordo dell'invito a colazione e a pranzo, avuto dal Direttore dell'_Emporio Letterario_, e il pensiero delle figliuole, che avevano letti i suoi versi, tornarono subito a farlo diventare di buon umore.

Il Direttore lo condusse a colazione al _Cova_, nel gran salone. Matteo Cantasirena si avanzava pettoruto, maestoso, battendosi dei colpettini leggeri sulla schiena, col bastone dal pomo d'argento. E Pierino dietro, si sforzava per stargli alle falde del soprabitone, per far vedere ch'era in compagnia del Direttore. Confuso, intimidito da quel lusso, da quell'andirivieni, da quel mormorìo composto, garbato, così nuovo e imponente per il contadinotto di Crodarossa, non sapeva più camminare, non sapeva più muoversi, urtava nella gente, nei camerieri. E quando vide il signor Direttore sedersi a un tavolino, dove tutti si erano alzati per fargli posto, complimentandolo e festeggiandolo, Pierino rimase in piedi, a bocca aperta, rigirando fra le mani il cappello a cencio alla tirolese, sorridendo e facendo saluti a tutti quei signori, che non lo guardavano nemmeno.

--Fatevi portare una sedia e sedetevi,--gli disse poi Cantasirena, quando sembrò ricordarsi del suo invitato e di presentarlo.--Il signor Pietro Laner; un giovane trentino, scrittore di gran talento.

Ma anche la presentazione, anche il gran talento, non fecero effetto. Lì, tutta quella gente, era di gran talento. Un'occhiatina di traverso, e poi il nuovo venuto rimase sepolto nell'oblìo.

Erano infervorati nelle elezioni. Si arrabbiavano, si invelenivano, ridevano, gridavano gli uni contro gli altri, senza intendersi; tutto per le elezioni. Soltanto quando parlava Matteo Cantasirena si chetavano, tacevano: lo ascoltavano con interesse, con piacere, sorridendo. Matteo Cantasirena parlava poco a colazione, perchè mangiava molto; ma quel poco era prezioso. Erano notizie, informazioni particolari, comunicate sommessamente, confidenzialmente. Erano risposte pronte, salate; arguzie felici, dette sempre in tono grave, colla faccia seria e che sollevavano un coro di risate e di approvazioni. Oppure, finalmente, era un'aspra invettiva lanciata contro la _Costituzionale_ e gli _inamovibili_ che rovinavano il partito e il paese. Fra la comitiva, che rimaneva impressionata, c'era allora un momento di silenzio profondo. Matteo Cantasirena sospirava: come un oracolo socchiudeva gli occhi e poi tornava a mangiare.

Pietro Laner, un po' impacciato col suo "osso buco alla gramolata" che rivoltava sul piatto senza lasciarsi tagliare, schizzando la salsa sulla tovaglia, rideva anche lui, quando ridevano gli altri. Ma il suo riso era una smorfia stentata, che invece di metterlo di buon umore gli faceva sentire più grande e più profondo il suo isolamento, il suo avvilimento; e lì, in quel bel caffè, in mezzo alla folla, sentì di esser solo, sentì di non esser "più niente" e dinanzi a quell'"osso buco alla gramolata" che non voleva lasciarsi tagliare, lo assalì profonda, amara, la nostalgia delle sue montagne.

Pure, avrebbe voluto vincersi, avrebbe voluto parlare, dir qualche cosa. E stava attento, ansioso, se gli veniva il destro di poter entrare in qualche discorso. La colazione era alla fine, l'"osso buco" era sparito, quando Pierino vide il Direttore cercare attentamente un buon sigaro nella scatoletta del cameriere. Allora forzò la voce, che gli era diventata fioca nella strozza, e ricordò i _Virginia_ sceltissimi, che gli aveva portati da Trento.

--Sicuro,--esclamò Cantasirena,--il bravo Laner mi ha portato dei _Virginia_ austriaci che devono essere eccellenti.

Gli amici del Direttore si voltarono per guardare il bravo Laner dei _Virginia_, che diventava interessante.

Oh, finalmente!--pensò Pierino, e col suo frasario mezzo veneto, cominciò a raccontare tutte le angosce del dover nascondere il pacco alla dogana.

--Ma dovevate pagare il dazio,--esclamò seccato il Direttore, che sdraiato, sonnecchiando, guardava il fumo dell'_Avana_, che bruciava lentamente alla candela.--Dovevate pagare il dazio; era più semplice!

Gli altri tutti del tavolino, tornarono a voltar le spalle al Laner.

--Già.... sicuramente....--rispose Pietro, e non aprì più bocca. Quella colazione era durata due ore, ed era stata un supplizio di due ore. Ma per fortuna, appena fuori del caffè, Cantasirena, che se n'era andato col suo trentino prima di tutti, per via del giornale, fu subito un'altra cosa. Diventò più affabile, più espansivo. Prese a braccetto l'egregio Laner, e fermandosi ogni tratto per dar maggior peso al discorso, cominciò a fargli delle confidenze, a dirgli cose che non aveva mai voluto dire a nessuno al mondo.

--Capite, giovane amico, queste elezioni le ho tutte io sulle spalle; e quando saremo in novembre, o in gennaio, ed avremo poi le elezioni politiche.... Non ne parliamo! Il Governo è inabile; la _Costituzionale_ è un museo di antichità mal conservate; il paese comincia ad aprire gli occhi.... e io comincio a sentirmi stanco. L'ho detto anche l'altro giorno, a Monza.

Pierino si sentiva consolare da quel braccio che stringeva il suo, da quella voce affascinante, da quell'intimità affettuosa, amichevole:--Ah!... tornava a non esser più solo, tornava ad essere ancora qualche cosa!

A un tratto Matteo Cantasirena, che dopo aver parlato di Monza era rimasto come preoccupato e compreso dalla solenne gravità del colloquio avuto, si fermò su due piedi e fissando il Laner proprio in faccia, tanto da farlo arrossire, gli disse a bruciapelo:--Volete dunque che lavoriamo insieme?

--Magari!--Pietro cercò una parola più bella, più forte, più viva, ma non ne trovò altre e dovette ripetere:--Magari!... Magari!...

--Allora prendete voi la direzione dell'_Emporio Letterario_. E poi, chissà.... mi siete simpatico: un giorno sarò forse disposto a cedervi anche la proprietà del giornale. Come stanno le zie? Vi siete lasciati in pace?