Chapter 29
--Domando la parola per una semplice dichiarazione,--esclamò Matteo Cantasirena, alzandosi in piedi ancora pallidissimo e colla voce alterata.
Egli non poteva restare sotto il peso di quella sfuriata del Brunetti, nè voleva lasciare i suoi colleghi del consiglio; sotto un'impressione per lui tanto sfavorevole. Bisognava distrarla, commuoverla, tutta quella gente!...
--Prima d'incominciare una discussione che sarà eccezionalmente appassionata e accalorata, trovandosi in giuoco non solo gli interessi più vitali di una grande impresa, ma la vitalità stessa di una grande idea, consentitemi, signori, colleghi.... amici.... consentite al grande colpevole.... ed al grande espiatore, una breve dichiarazione. Non voglio difendermi: voglio accusarmi. Vi dichiaro di accettare preventivamente la piena responsabilità di tutti gli errori....--e soggiunse sorridendo,--e degli errori di tutti!
Sorrise a questo punto anche il Fontanella, sorrise qualche altro; l'Arcangeli applaudì: Matteo Cantasirena era a posto.
--Sì: devono ricadere sul mio capo tutti gli errori della _Cisalpina!_ Sì: ho grandemente errato e non aggiungo, perchè non voglio giustificarmi, ho grandemente amato!--Signori, colleghi: la discussione odierna dev'essere accanita, spietata come una requisitoria: dev'essere esauriente come un giudizio.... inappellabile. Non vi domando nessuna indulgenza, nessun riguardo, nessun rispetto per me, per i miei precedenti, per il mio passato, per i sacrifici compiuti: il _noli me tangere_ è indegno di un vecchio soldato.--Chi sta dinanzi a voi è un colpevole? Condannatelo!--Soltanto ricordo questo: di tutto il programma della _Cisalpina_, uscito più dal cuore entusiasta che dalla ragione moderatrice, ricordo questo:--una promessa:--_lavoro e pane_ per i nostri operai. E se il vostro cuore è chiuso ad ogni mia preghiera, dirò alla vostra ragione: Signori; è la prudenza che v'impone di non dimenticare la sacra promessa: _lavoro e pane_. Non vi domando altro, non vi domando niente, non voglio pietà per me: nè pietà, nè indulgenza.... nè giustizia! Imponetemi qualunque sacrificio; imponetemi di dimettermi, io vi risponderò con una parola che risuonò generosa.... magnanima per tutto il mondo, nel giorno, non lontano, di un'altra sconfitta--una sconfitta--ricordatelo--che fu più feconda e più gloriosa di una vittoria: _Obbedisco!_
E Matteo Cantasirena si lasciò cadere sopra la sedia, colla voce rotta da un singhiozzo.
Giù, nel piazzale, lungo le vie, cresceva intanto la folla e cresceva il fermento.
Era corsa una parola d'ordine la sera innanzi, fra gli operai, per raccogliersi tutti lì sotto le finestre della Direzione? Per suonar la monfrina, finchè i Consiglieri--i _margniffoni_, le _vajane_,--come li chiamavano, tenevan seduta?... Nessuno, nemmeno Mariano Perego avrebbe potuto assicurarlo.
Dalla folla si levava di tanto in tanto, qua e là, un fischio, un'urlata, una bestemmia diretta al finestrone della gran sala delle sedute. Quando la parolaccia risuonava più esotica, più strana, più lurida, in quella confusione di dialetti, scoppiavano applausi frenetici. Poi c'era chi imponeva silenzio: volevano sentire che cosa dicevano di sopra _le canaje_, _i lustrissimi_, ma non potevano sentir niente; soltanto udirono la voce stentorea di Matteo, quando gridava: Pane e lavoro!
--_Coppett!_--rispose uno della folla.
Poi un altro:
--_Va in malora!_
Un consigliere in ritardo, attraversò la piazza per recarsi alla seduta: i sibili isolati diventarono una salva scrosciante di fischi.... e con quella musica fu accompagnato e scappò dentro nel gran portone del palazzo.
Ma a poco a poco cessarono le sghignazzate, i motteggi, le beffe; la chiassata diventava una sollevazione.
Tutta quella gente, misera e lacera a un modo, e che serbava nondimeno le caratteristiche delle varie regioni, nell'aspetto e nel linguaggio, univa la voce in un sol rombo cupo, di livori e di ire.
Le donne e i ragazzi dei braccianti, dalle facce grinzose e sfinite, su cui la fatica lasciava un'impronta di patimenti, quasi di sevizie, stavan seduti per terra, lungo le muraglie, accosciati al sole, incitavano e aizzavano gli altri colle celie pungenti, colle risate amare.
Qua e là, qualche vecchio operaio, colla bluse stracciata, dalla quale appariva il petto villoso, squamoso, ischeletrito, qualche vecchio operaio, dal viso estenuato, solcato di rughe nere, profonde, cogli occhi riarsi, collo sguardo truce, sinistro, girava muto, tra la folla, come l'incarnazione, il simbolo di quell'odio represso, compresso, accumulato, che stava per prorompere.
D'un tratto, in mezzo al piazzale, fu un sospingersi, un urtarsi.
--Che c'è?... Chi è?...
--Ah, finalmente! Uno che parla! C'è uno che prende la direzione! È il Carotti! Bravo! È il torinese!
Un giovane operaio, colla giacca e il viso puliti, i baffetti neri arricciolati, e l'occhio mobile, chiaro, fu portato quasi di peso, sopra una panca d'osteria.
--Evviva Carotti!
"Operai," cominciò l'oratore, "compagni! Siete voi organizzati, coscienti, avete un programma d'azione, come l'esercito dei proletari del Belgio, della Germania?"
--_Va lavora!_
Non era giornata buona per i rétori, nemmeno per i rétori in bluse.
--Fuori la paga! Vogliamo i nostri danari, il nostro sangue, o fuoco alla trappola!--gridò una voce.
--O la paga, o sulla forca le _vajane!_
--Sulla forca!--risposero cento voci.
--Sulla forca!--rispose tutta la folla.
Gli operai tedeschi, erano rimasti sempre in disparte, sempre in gruppo fra di loro, in un canto della piazza, sotto il portico della casa comunale.
All'improvviso, di colpo, uno di quei tedeschi, un gigante biondo e roseo, colla faccia tonda, ancora infantile, si staccò dai compagni, attraversò la piazza, spingendosi, facendosi largo tra la folla, colle gomitate, afferrò l'oratore per il petto, lo tirò giù dalla panca e scuotendolo forte, spingendolo, gli gridò sul viso, in cattivo italiano:
--Su, con noi, su da quei signori.... In commissione.... Su.... a finir l'affare!
--Bene! Bravo! Su! Su! Da quei ladri! Da quei _sgonfioni!_
Ma nel mentre i più rumorosi, i più sfegatati, fanno ressa attorno al Carotti e all'operaio tedesco, e discutono gesticolando per formare la commissione, dall'estremità del piazzale si odono urli, grida, strilli di donne spaventate: è un tafferuglio di chi viene a contesa, è un fuggi fuggi, un rimescolamento, un sommovimento di tutta quella massa eccitata, vogliosa, smaniosa, impaziente di menar le mani.
A un tratto, in mezzo alla folla spiccano i pennacchi rossi dei carabinieri: sono otto: otto bei giovanotti, cortesi, ma risoluti. Un signore col soprabito impolverato e gli occhiali azzurri, si è fatto avanti e parla forte, reciso: ordina ai carabinieri che sgombrino la piazza: dietro a lui, due o tre figure tarchiate, dalla faccia assonnacchiata, dall'aria intorpidita che si svegliano d'improvviso, si fanno violenti, si cacciano nel più fitto della calca, respingono ciecamente, confusamente, uomini, donne, quanti si paran loro dinanzi, senza parlare, senza guardare in faccia a nessuno.
--I carabinieri! Le guardie!
--Quello è il delegato!
--È venuto da Castellanzo!
--C'è stata la spia!
--Sulla forca la spia!
--A noi! A noi!
E dalla folla che si agita, che ribolle, che rumoreggia, ma che rimane compatta, che non indietreggia d'un passo, scoppia un'urlata, un'urlata sola, lunga, echeggiante, rimbombante, tremenda:
--Morte ai ladri! Viva la rivoluzione sociale!
Il delegato è diventato un po' pallido; stringe le labbra, si fa largo vivamente, fa un cenno quasi impercettibile e scopre la sciarpa. Uno dei questurini in borghese, trae di tasca la tromba ravvolta in un fazzoletto di colore, la svolge, l'appressa alle labbra.... echeggia uno squillo, ma in quell'attimo un pugno formidabile,--chi è stato?--non si sa! non s'è visto!--lo coglie sul capo, gli sforma il pioppino, glielo caccia giù fin sugli occhi.... La tromba gli cade di mano, egli cerca di difendersi. Allora è una pioggia improvvisa di pugni, una rissa accanita, furiosa, rabbiosa in mezzo alla calca: luccicano, sinistre, le canne brevi delle rivoltelle, si ode uno sparo: i più lontani, in fondo al piazzale, scappano, fuggono urlando, imprecando: invece lì nel mezzo si combatte corpo a corpo: è una lotta selvaggia! Tutt'intorno le grida si levano assordanti:--Morte alla spia! Chi ha chiamato la forza? Chi ha avvertito il delegato? Morte alla spia!--_Canaja! Farfo! Giuda!_ sulla forca!.... sulla forca!...--E nel mezzo la lotta continua disperata, corpo a corpo, come un vortice, un gorgo rammulinante. Non si vogliono cedere gli arrestati. Si vuol impedire alle guardie, ai carabinieri di ammanettarli, di trascinarli in prigione. Si vuol strapparli, liberarli a viva forza.
--Fratelli! Vendichiamoci! Morte alla spia!--grida il Carotti preso, agguantato in mezzo ai carabinieri.
Un altro sparo, e un operaio getta un urlo, si preme la mano sulla fronte.... ne gocciola il sangue.... annaspa colle mani gemendo, ridendo con un ghigno sinistro.
--Il _Francia!_ Il _Francia!_ Hanno ammazzato il _Francia!_--Un altro urlo, un urlo di terrore, d'imprecazione, di morte, erompe dalla folla che si precipita contro il "Palazzo dei lavori". I carabinieri, le guardie, il delegato, hanno appena il tempo di occupare il portone, per resistere alla furia del popolo. Un carabiniere è colpito nel capo da una sassata.... impallidisce, barcolla.... ma si rimette in fila, fermo al suo posto, colla faccia insanguinata, colla rivoltella in pugno, puntata contro la folla. Il delegato si è fatto livido, ha perduto gli occhiali. Agguanta un ragazzotto pel petto, lo squassa furioso, lo scaglia addosso agli altri e grida con voce rauca:
--Indietro, o si fa fuoco!
I più vicini, i più esposti indietreggiano atterriti.
In quell'attimo ad uno degli sbocchi del piazzale ecco Taddeo: Taddeo, ritto in piedi sopra un'alta carrettella, immobile, attonito, dinanzi a quel tumulto. Aveva passata la notte di guardia alle polveri.... Vede i carabinieri, le rivoltelle puntate:
--Siete tutti ubriachi!--grida.--Siete tutti pazzi!... Volete farvi ammazzare!
--_Il Garibaldi! Il gamba di legno!_--gridano gli operai, indicandosi l'un l'altro il sorvegliante.
--Viene da Castellanzo!
--È stato _il Garibaldi, il gamba di legno_ a chiamare il delegato, la forza!
Una parola sola, una parola sinistra serpeggia, corre, divampa fra quella moltitudine assetata di sangue, esaltata, esasperata contro i padroni, contro i ladri.
--La spia! La spia! La spia! Vendichiamo il _Francia!_
È un istante, la furia di un istante: la folla si precipita, Taddeo è afferrato da cento mani, rovesciato, atterrato: la gamba di legno rimane ritta, alta fra il turbinio, il rimescolamento, precipitoso delle teste, delle braccia, dei corpi.... poi scompare.
--Che succede laggiù?--domanda una delle guardie.
--Si picchiano tra di loro.
--Si ammazzassero tutti!--esclama il delegato.
Su nella gran sala del Consiglio, Matteo Cantasirena trionfava. Egli solo non aveva paura, perchè si sentiva innocente: erano il Tolomei; il Duranti, erano il Bizzarelli, il Brunetti, il Vergani, erano coloro che volevano imporre la ingiusta, la iniqua, la sciagurata sospensione dei lavori, i soli, i veri responsabili di quegli eccessi, di quei disordini.
Erano essi, gli affamatori, i mancatori di parola, i traditori del popolo!
--Sopra di voi, soltanto sopra di voi ricada la responsabilità di questa triste giornata!
Nessuno gli rispondeva: tutti uniti in fondo della sala, tremavano di veder la folla da un momento all'altro invader le scale, sfondare le porte, precipitare su di loro.
--Bisogna cedere,--bisbigliò il Fontanella pallido, livido, più degli altri.
--Cedere, per Dio!--ripetè Gesualdo Arcangeli, cogli occhi spiritati, ma senza voce.
Matteo Cantasirena trionfava, si eccitava nel suo stesso trionfo. Oh, lui non aveva paura del popolo, era sempre stato col popolo, aveva sempre combattuto per i diritti del popolo!
Salì al banco della presidenza, maestoso, solenne.
--Signori! Io non mi nascondo, io non diserto nel momento del pericolo. Dimentico le offese, le ingratitudini: vecchio soldato, rimango al mio posto!
Giù nella piazza, si udì un nuovo colpo di rivoltella, nuove grida di spavento, di minaccia, di morte.
--Cosa volete fare? Cosa si dove fare?--domandò a Cantasirena il Tolomei stravolto.
--Parli, parli lei a quella marmaglia, presto!... Cerchi di calmarla!--si raccomandò il Brunetti.
--Avete decretato la sospensione dei lavori: bisogna ritornare sulla vostra deliberazione.
E Cantasirena corse al grande finestrone di mezzo, lo spalancò e gridò alla folla colla sua voce tonante:
--Pane e lavoro, domandate? Lo avrete. Proseguiranno i lavori: domattina avrete il saldo delle paghe! Io stesso, Matteo Cantasirena, ve ne sto garante. A domani! Viva l'Italia!
--La fame! La fame! Viva la fame!--rispose la moltitudine indignata.
--Ascoltatemi! Bravi operai! Ascoltate la parola di un amico.... di un fratello! Domani riceverete il saldo della paga! Anch'io sono un lavoratore come voi! La parola di un lavoratore è.... intemerata! Date la vostra fede a chi vi ha dato il cuore, la vita!... Rientrate nella calma!... Rientrate nella pace delle vostre case! Domani riceverete il saldo, e un'anticipazione sui lavori futuri. Chi ha combattuto, soldato del popolo, chi ha dato il sangue per la libertà, non è bugiardo col popolo!--Viva l'Italia!
--Viva la fame!...--ripetè l'urlo selvaggio, sarcastico, furibondo della folla. Fu una grandinata di sassi. I vetri caddero infranti, e un troncone, un mozziccone di legno piombò nella sala.
Cantasirena chiuse in fretta le griglie.
--Sono imbestialiti,--borbottò. Ma subito il suo occhio si fermò su quel pezzo di bastone lanciato su dalla piazza.... Dal grosso manico rotondo pendevano brandelli di panno.... pezzi di cinghia.... Lo raccolse.... si sentì la mano bagnata.... guardò.... era intrisa di sangue.... Trasalì, ebbe un tremito, gittò lontano il troncone, poi rimase immobile, sbigottito.... inorridito.... Era il mozziccone.... era la gamba di legno di Taddeo!
XI.
--A Casalbara! A Casalbara! Domani tutti a Casalbara!
Questa era stata la parola d'ordine dei dimostranti di Primarole. E l'indomani mattina albeggiava appena e già i carabinieri e le guardie in borghese comparivano qua e là nel piazzale, dinanzi alla villa del duca.
Piovigginava; tutta la borgata, dai tetti neri, uniformi, pareva più bassa, in quello squallore dilagante dell'ottobre bigio, nebbioso.
La villa sola, con tutte le finestre chiuse, s'innalzava più tetra, fra le macchie cupe degli abeti e le macchie giallognole degli ippocastani: l'acqua cadeva dalle gronde, crepitava sul selciato con un mormorio monotono, lugubre.
Qualche notizia dei fatti di Primarole era arrivata confusamente anche alla villa. Pietro Laner ne era rimasto colpito, ne era agitatissimo. Non aveva potuto dormire e si alzava allora col rimorso, il dolore di non essere stato il giorno innanzi a Primarole, alla seduta del Consiglio.... Ma non aveva potuto muoversi da Casalbara, tenuto lì, sorvegliato da Evelina, la quale aveva ripreso, a un tratto, tutti i suoi diritti.
Pietro Laner, inebriato, esaltato dall'amore di Nora, era ritornato poeta; quando Matteo Cantasirena gli ebbe accennato ai pericoli della _Cisalpina_, per le mene dei soliti nemici, e gli ebbe confidato che Eleonora non era corsa a Milano per la prova di certe _toilettes_, come gli aveva dato ad intendere, ma bensì a raccogliere armi e vettovaglie per la grande battaglia, Pietro Laner, il poeta dell'_Invito_, dell'_Incanto_, dell'_Inganno_, aveva avuto un impeto di entusiasmo e di gioia. Egli si sarebbe redento salvando quel nome e quella casa! Sarebbe corso a Primarole, avrebbe parlato e votato in favore della _Cisalpina:_ avrebbe dato tutto sè stesso, la vita, e tutto quanto possedeva. Sì! anche il suo capitaletto, ancora le ventimila lire che gli bruciavano come un'onta!
Ruy Blas avrebbe salvato la regina.... ed il re!
Ma quest'impeto di poesia, d'amore e di sacrificio, non era punto condiviso dalla signora Laner. Evelina, anzi, stimava giunto il momento di aprir gli occhi, d'imporsi al marito, di ritornarsene a Crodarossa. Avrebbe scritto alle zie che la visita rimandata nell'estate, essi la facevano adesso, nell'autunno. Ci sarebbe stato un po' di fresco lassù..., ma poco male.
--Va tutto in rovina!... Bisogna scappare, salvarsi, e salvar la mia roba!...--mormorava la signora Laner fra sè.
Pietro, a Casalbara, aveva una camera accanto a quella di sua moglie. Anche il giorno innanzi si era alzato prestissimo, per recarsi a Primarole e concertarsi col Fontanella e coll'Arcangeli, prima della seduta del Consiglio. Anche il giorno innanzi si era vestito piano, ancora col lume.... e già stava per andarsene, quando l'uscio si aprì lentamente e Pietro Laner si trovò dinanzi Evelina, in camicia, con un sottanino legato ai fianchi; Evelina, col viso torvo, sudicio, lustro di sudore e i pochi capelli irti, arruffati:
--Dove vai?--essa gli domandò.
--A Primarole.... Per la seduta del Consiglio....
--A Primarole non si va!...--esclamò la signora Laner avvicinandosi, fissando Pietro cogli occhi biechi, guerci, che nella penombra apparivano più incavati. A Primarole oggi non si va!
--Perchè?--ripetè Pietro, rimettendosi dallo sbigottimento che lo aveva colto al primo istante.--Non hai sentito le raccomandazioni che mi ha fatto tuo zio?
--Resterai qui!--esclamò più forte Evelina, imponendosi.
--Perchè?... Ma perchè?--replicò Pietro a sua volta ribellandosi.
--Perchè io non ti permetterò di rovinare tua moglie per la tua amante!
--Evelina!--gridò il Laner, alzando la voce e nell'impeto, furibondo, alzando anche il pugno chiuso.
--Sì, la tua amante!--replicò Evelina, rimanendo ferma, imperterrita, sotto quel pugno minaccioso.--Ah! Perchè tu eri accecato, come un matto, e non avevi nessun riguardo, nessun rispetto, nessun freno, credevi che io non avessi occhi per vedere? Ho sempre visto tutto, fin dal primo giorno, fin dalla prima sera, dopo il pranzo del ministro, quando "quell'altra" era ubriaca!...--ed Evelina ebbe un sogghigno di sprezzo, di sfida,--Ho sempre visto tutto!
Pietro Laner aggrottò le ciglia.
--E allora perchè hai aspettato tanto?... Perchè aspetti adesso a parlare?
--Perchè.... se ho sopportato tutto.... tutto il resto.... non voglio che oggi tu rovini tua moglie per la tua amante. Questo no, questo non lo voglio!
Pietro ebbe un impeto di collera, si ribellò. Quella donna, mezzo in camicia, che gli appariva come un fantasma fra le ombre della camera e la scarsa luce rosseggiante della candela, era una ladra. Sì! Essa gli aveva rubato il cuore, la felicità, la libertà! E sempre, sempre così! Sempre fra le ombre e la penombra, misteriosamente, perfidamente, sempre così, come un fantasma!... E adesso voleva rubarle anche il suo amore! Ah no! Era finita! Adesso si sentiva forte, perchè si sentiva amato!...
Afferrandola per un braccio, le disse sotto voce, con ira:
--Spieghiamoci! È l'ora di spiegarsi!... Ma senza gridare, parlando piano fra di noi! Nessuno deve sentirci: perchè nessuno deve sapere chi sei!... E anche tu cerca d'indovinare.... tutto ciò che io non voglio dire: che non voglio dire per vergogna di te e di me! Ti basti sapere che io, adesso, ti conosco, che adesso leggo in fondo all'anima tua, in fondo alla tua cattiveria, alla tua ipocrisia, alla tua avarizia, alla tua avidità! Ti basti sapere che oggi io so valutare ogni atto della tua vita, ogni tua parola, ogni tua perfidia. Ho capito, so, perchè hai voluto sposarmi, come sei riuscita a sposarmi. Ho scoperto finalmente la cagione vera, unica, sola, per la quale tu hai chiuso gli occhi, fino ad oggi. Ho capito tutto! So tutto! Ed oggi sono io, io solo, che ha il diritto di imporsi e di alzare la voce, e tu, questo lo sai! Sono io, io solo, che avrebbe il diritto di vendicarsi, e anche questo tu lo sai. Ma io non voglio scene, non voglio scandali. Vado a Primarole, subito, perchè sono consigliere d'amministrazione, perchè devo andare, perchè mi accomoda di andare. E tu ritorna nella tua camera! Ci siamo spiegati per la prima volta: prega il tuo Dio che sia l'ultima. Va via!
La signora Laner non si mosse, rimase impassibile: continuò a sogghignare colle labbra stirate, pallide, sottili, mostrando i denti guasti: un sogghigno, un morso di vipera.
--Sono prudente anch'io,--bisbigliò,--e anch'io parlerò sottovoce. Da quindici giorni, tutte le lettere che pervengono al duca passano per le mie mani; ve ne sono parecchie di anonime: parlano delle vostre passeggiate alla _Madonna del Sole_, delle vostre.... conversazioni nella selvetta dell'Ercole.... delle vostre colazioni alla _Corona Bianca!_ Le ho tutte, dalla prima all'ultima: tu vai a Primarole, butta all'inferno anche quel poco nostro danaro per la tua amante, colla scusa della _Cisalpina_, va, rovina tua moglie e io consegno quelle lettere al duca. E bada, il duca non è tale da scherzare, trattandosi del suo onore.
Così la signora Laner si era imposta a suo marito: e tanto più era riuscita, in quanto il Casalbara cominciava a sospettare la verità.
Il duca sospettava del signor Laner, del dottor Foresti, di Nora: sopratutto di Nora. Quella gente lo ingannava; lo tradiva, perchè?...
Qual era il loro scopo? Il loro interesse? Perchè si erano messi in lega, tutti in lega, contro di lui?...
La quiete, il lungo riposo, il vivere separato dalla moglie, gli avevano giovato, anche alla sua intelligenza. L'assopimento non era più continuo: la sua mente si risvegliava tratto tratto colla visione lucida della realtà, e allora, vigilante, sospettoso, osservava tutto, spiava tutti, attentamente, acutamente, finchè l'inquietudine stessa, l'angoscia di quei dubbî, di quei sospetti, l'ansia dolorosa dello spirito affaticato nella continua tensione, lo prostravano, lo accasciavano.... e allora, come prima, le idee, i pensieri, i desideri, la mente tornavano a confondersi, ad annebbiarsi.... a svanire....
--Perchè si erano messi in lega, tutti in lega, contro di lui?...
Nè il dottor Foresti, nè la signora Laner non si erano accorti subito che il duca cominciava a capire, cominciava a sospettare. Quel vecchio bamboccio mezzo addormentato, istupidito e inebetito dalla moglie giovane, non incuteva loro nè rispetto, nè compassione: fra loro due, quando rimanevano soli col duca, ne ridevano sommessamente: erano appena mezze parolette, mezze frasi buttate alla sfuggita.... ma che non sfuggivano al duca, attentissimo, inquietissimo.
--Perchè si erano messi in lega, tutti in lega, contro di lui?...
Il Casalbara, ormai, aveva chiaro anche il sospetto: il collirio di atropina che gli faceva bruciar gli occhi per un paio d'ore, il regime rigoroso di vita che gli era imposto dal dottor Foresti, la continua sorveglianza e la segregazione assoluta, celavano ben altro scopo, ben altro fine!... No!... non era la sua salute che premeva a quella gente.... a quella signora Laner così assidua, premurosa, così melliflua.... e così beffarda.... a quel dottor Foresti, così ossequioso, umile, servile.... e così falso.... No! Non era la sua salute, no, no, no!
E non volle più saperne delle istillazioni, non volle più prendere medicine.
Il dottor Foresti era inquieto. Non aveva ecceduto nell'ubbidire agli ordini di Matteo Cantasirena?.... Nel prevenire i desideri della duchessa?
--Attenti, signora Laner,--aveva detto il Foresti.--Il duca sospetta qualche cosa.
Gli occhi di Evelina guizzarono dietro il barbaglio delle lenti grosse, traballanti. Si avvicinava il giorno di scappare a Crodarossa!