La baraonda

Chapter 28

Chapter 283,630 wordsPublic domain

--E il danaro?--pensava, continuava a pensare lungo la strada, poi alla banca, facendo delle somme che non gli riuscivano mai,--e il denaro dev'essere soltanto di pochi, deve essere di costoro! E deve servire a simili canagliate! Che canaglia!... Che sfacciato!... Che canaglia!... Ma che cosa pensa di me?... Che cosa crede di me? Crede di avermi comperato? Crede che io sia il suo mezzano?... Buffone! Io sono un galantuomo e un uomo libero.... padrone di me, del fatto mio, della mia volontà.... della mia firma! Appena torno da Torino, le mie dimissioni! Un tozzo di pane, per me, lo troverò dapertutto.--E in quel momento, non si ricordò della moglie nè del bambino. Pensava invece al signor Gatti.

--È un galantuomo; ma si sa.... i gioielli, a venderli, perdono assai del loro valore.... povera signora!--E sospirò profondamente.

Il signor Galli, che conosceva tante miserie umane, il cui animo generoso, onesto, nobile, era rimasto contristato e atterrito da tante miserie umane, sospirava allora per quella povera signora, così buona, così affabile e tanto disgraziata, la quale doveva rinunciare ai suoi brillanti, alle sue perle, alle perle che essa si annodava con tanto amore e con tanta grazia, scotendo la testa, per allontanare i capelli biondi....

E il Kloss la voleva! Il Kloss! Il Kloss! Il Kloss!

Che ingiustizia, che iniquità!--Il denaro in mano a pochi, in mano alle canaglie!

Non sapeva più quello che si facesse. Era un'aberrazione che diventava una demenza; un'aberrazione del sangue che gli accendeva la fantasia. Doveva salvarla! Doveva salvare quella donna che lui stesso aveva consigliata male, che lui stesso aveva messo nelle mani di quel satiro!... Di quel satiro che rubava i danari per rubare le donne! Come le leggi erano assurde, inique! Come la giustizia era falsa, come era tempo di rifarlo il mondo, tutto il mondo!

Era contento il signor Kloss! Ghignava! Credeva già di essere riuscito!

Che infame!... Che ingiustizia! Tutto per il danaro! La gioventù di quella donna, il suo cuore, il suo ribrezzo.... tutto per il danaro, per un pugno di danaro....

Che ingiustizia! Che grande ingiustizia!

Crede di aver vinto! Di averla nelle mani!... Come l'altra! la poveretta, che _dopo_, per la vergogna, per il ribrezzo, per l'orrore, per lo schifo.... si è buttata dalla finestra!

E rivedeva Nora.... i capelli biondi.... la casacca rosa.... la piccola catenella d'oro nascosta sotto la battista.... Sentiva quel profumo.... rivedeva quelle vesti sparse sulle sedie dello spogliatoio.

E l'avrebbe lasciata a quell'uomo, abbandonata a quell'uomo.... come l'altra.... che si era buttata dalla finestra?

Ma che cosa aveva fatto.... che cosa aveva fatto quell'uomo, quel mostro a quella povera ragazza per spingerla così alla disperazione.... a voler morire subito dopo?... A buttarsi dalla finestra?

Nora lo aspettava nel salottino della sera innanzi; appena lo vide entrare gli corse incontro disperata.

--L'orefice, per un affare così, sul momento, non può dare più di venticinque o trentamila lire!... E da Primarole m'hanno telegrafato ancora; vogliono tutto per domani!

Il signor Galli barcollò, non disse una parola.

Nora si nascose il viso fra le palme con un atto di orrore, poi gli domandò, pallida, risoluta:

--Il Kloss.... è qui?

--Sì.

--Gli dica di venir subito. Bisogna che gli parli. È l'amico di mio marito, mi salverà.

--No, no! Lei non vedrà quell'uomo!...

--Vuole che io sia trascinata in mezzo agli scandali? In un processo?

--No.... Lei non lo vedrà, non gli parlerà.

--Devo farlo!... Devo farlo!... Non è più possibile lottare.... Non è più possibile.

Il signor Galli la fissò, le labbra mute, contratte, il volto livido, di un pallor tragico.

--Le ho detto.... signora.... Io posso....

Non parlò, non potè più parlare;... prese il libro dei _chéques_ dalla busta e ne firmò due in fretta, poi li consegnò alla duchessa.

--Sono all'ordine del signor Cantasirena. Domani, quando vuole, può mandare alla Banca Insubria a riscuotere la somma.

Nora prese i due _chéques_ con un tremito e li guardò cogli occhi maravigliati, nei quali brillava un lampo di avidità.

--Come?...--domandò con voce secca, disarmonica.... non più con la voce di prima, dalle calde modulazioni.--È certo?... Non mi faran poi.... nessuna difficoltà? Ha detto.... alla Banca Insubria, non è vero?

Il signor Galli ripeteva di sì, col capo. Ma l'agitazione, l'orgasmo, la demenza del pover uomo si erano dissipate a un tratto, scorgendo il lampo di quegli occhi astuti, notando il fremito ansioso di quella voce fredda, roca, quasi aspra.

--L'ho consigliata male,--balbettò nel bisogno immediato, supremo di trovare a sè stesso una scusa per ciò che aveva fatto.--Ero in dovere di rimediare....

E quando Nora, comprendendo, volle essere di nuovo dolce, tenera, allettatrice, non parve a lui che una commediante, falsa, tutta falsa!...--Una commediante!

Il signor Galli se ne andò in fretta. Voleva esser solo, solo, solo!

E quando fu solo, a poco a poco la verità penetrò nella sua mente, nel suo sangue, nella sua coscienza.

--Che cosa aveva fatto?...

Non pensò più che doveva recarsi a Torino, che doveva partire....--Continuò a camminare, a camminare....

La sera di ottobre calava fredda.... livida, tetra.... Il signor Galli continuava a camminare, a camminare nello squallore delle vie deserte, lungo il Naviglio.... Il Naviglio nero, sotto la luce smorta, dei primi lampioni...; a poco a poco egli era ritornato in sè.... La verità incalzante era con lui, correva con lui, fuggiva con lui.... la verità tremenda, eterna, che ingrandiva ad ogni passo, che non lo avrebbe lasciato mai più:

--Ladro!... Ladro!... Sono un ladro!

X.

Francesco Kloss aveva prese le sue misure di precauzione, si era armato fino ai denti e ormai non aveva più paura di Matteo Cantasirena. Se questi avesse ricominciato a rompergli le scatole colle _Risorse Italiche_ egli lo avrebbe fatto subito tacere, minacciando di rivelare le _latrerie_, le _pirpanterie_ del Segretario generale della _Cisalpina_.

--_Alla larca.... e cito!_

Del resto, il Kloss non era uomo da perder tempo nè spender quattrini per vendicarsi; tirato in ballo nella conferenza, aveva fatto il morto; costretto a entrare nella _Cisalpina_ ne aveva approfittato per fare il suo interesse. Corrompendo il Vergani, il Bizzarelli, il Brunetti, stanchi di farsi trappolare e rovinare da Matteo Cantasirena, era riuscito ad aver tanto in mano contro di lui da intimidirlo, ed occorrendo da poterglisi imporre. Ormai il suo piano era stabilito: costringere la _Cisalpina_ a liquidare, e raccogliere quanto in essa, nel concetto fondamentale, svisato, alterato e reso fanfaronescamente ridicolo, poteva esserci ancora di serio e di utile.

Ecco quali erano le idee, i progetti, le ragioni di Francesco Kloss, per mandare all'aria la _carnefalata_.

--_I mee itei, i mee procett, i mee rason_.... erano di ammazzare la _Cisalpina_ e sfruttarne il cadavere.

Il Kloss stava appunto organizzando un formidabile consorzio fra alcuni banchieri della Svizzera tedesca, già in stretti rapporti con lui; allo scopo di iniziare, valendosi in parte degli studi e delle idee della _Navigazione Cisalpina_, un nuovo sistema di trasporti nell'Alta Italia, meno caro delle strade ferrate e in concorrenza coi tram a vapore. Si trattava, cioè, di una fitta rete di piccole tramvie elettriche lungo gli stradali provinciali e comunali, ed il progetto si andava delineando, senza le ciarlatanerie del _crante parpone crante pirpone_, ma chiaro, sicuro, un vero affare maneggiato, _manipolato_ dal Kloss e da gente del suo valore.

Provocare una diserzione, una defezione quasi generale nel campo della _Cisalpina_ era stata cosa semplicissima. Il Vergani era stato adescato coll'offerta del completo addobbo delle carrozze elettriche, il Bizzarelli e il Brunetti conquisi dall'appalto degli stampati e dall'affidamento della pubblicità su tutta la linea: il Tolomei, che vedeva sfumare l'ultima rata di pagamento pel suo palazzo, non aveva esitato di cedere al Kloss il credito e le armi, tanto più che il Bonforti e il Ghirlanda, colpiti atrocemente dall'_Italia_, tartassati spietatamente dalla _Durlindana_, avevano smentita ogni politica alleanza con Cantasirena, ogni ingerenza nella _Cisalpina_.... e ciò quasi nello stesso tempo in cui Pio Calca ritirava la sua candidatura a Castellanzo. La rinunzia gli era stata imposta da _soa mader_, senza nemmeno volergliene dir le ragioni. Le ragioni essa le aveva confidate a monsignor Meneguzzi, monsignor Meneguzzi aveva approvato.... e basta.

E il Kloss, colle sue manovre, approfittava di tutto ciò per cospirare e intrigare ai danni della _Cisalpina_, finchè, con un tiro abilissimo, di rimbalzo, riuscì a colpirla nel cuore.

Moltissimi fra i poveri illusi che avevano impegnati, ipotecati i loro poderi, la loro terra, per diventare azionisti della _Cisalpina_, tentavano ad ogni costo di vendere quei titoli, quella carta, che li aveva rovinati; e allora fu il Kloss che fece l'incetta delle azioni, fu il Kloss che comperò quelle piccole proprietà--di sottomano s'intende--e furono i suoi agenti segreti che da quel giorno negarono recisamente alla _Cisalpina_ di scavare un braccio di terra, di atterrare un pezzo di muro, di smuovere un mattone, neppure per tutto l'oro del mondo.

Facoltà di espropriazione forzata per la _Cisalpina_ ancora non c'era: tutto il famoso progetto tecnico del Fontanella era incagliato, rovinava: e la maggioranza dei consiglieri, anche di quei consiglieri che non erano guidati dal Kloss nè da altri interessi, nè da mire particolari, stanchi, irritati, intimoriti, chiedevano, volevano, imponevano la fine dei lavori, una liquidazione immediata e possibilmente onorevole.

Matteo Cantasirena e il Fontanella, col solo rinforzo di Gesualdo Arcangeli--che mentre aspettava e sperava ancora di poter fare il monumento a Fara-Bon, faceva intanto (un soggetto meraviglioso per Dio!) il busto alla duchessa,--resistevano, tentavano di opporsi disperatamente, volevano che si continuasse ad ogni costo, perchè la "crisi" era artificiosa, perchè era una viltà il cedere di fronte a quei nemici, perchè v'era tutto l'interesse materiale a continuare, perchè la vittoria sarebbe stata certa, il risultato splendido, perchè il resistere era un dovere imposto dalla carità di patria, dal sentimento dell'umanità.

Liquidazione o fallimento, per Matteo Cantasirena e per il Fontanella erano tutt'uno: erano la rivelazione delle magagne e degli errori commessi in comune e da soli, erano la rivelazione di tutti i brogli e di tutti gli imbrogli da soli e in comune perpetrati, erano lo scandalo, erano la condanna. E Matteo Cantasirena aveva talvolta la visione netta e spaventosa della catastrofe incombente, ma a chi mai far capo per scongiurarla?...

Mariano Perego, da sei o sette giorni a Primarole, "respirava odore di polvere" e se non fosse stato l'irresistibile simpatia per quell'"inconscio vendicatore della perfidia ipocrita e assassina e della gretteria sociale" sarebbe rimasto a godersi, con una fregataccia di mani, quel nuovo capitombolo di tanti "bei galantuomini, pieni di onore!"

Il Perego colla faccia ancor più trista e sparuta per la barba da fare, ancor più sudicio e straccione per quei sei o sette giorni di campagna, scrollava il capo e mormorava tra sè:--La catastrofe, lo sfacelo è imminente, inevitabile!--E si portava il cordoncino del _pince-nez_ dietro l'orecchio con un moto più nervoso del solito.

La defezione del Bizzarelli, del Brunetti, del Vergani, che costituivano un tempo la vecchia guardia del direttore, era stata impudente, sfacciata: prova certa che per lui, non c'erano più speranze.

Il conte Bobboli beì, da Parigi, dove stava per sposare una ballerina di quarant'anni, aveva mandate le proprie dimissioni, esplicite, da vice presidente della _Cisalpina_ e da candidato al collegio di Primarole: prova certa che Matteo Cantasirena non incuteva più nessun timore....

Che cosa poteva fare Mariano Perego?... Nulla! Egli stesso lo capiva, ne conveniva, con un'alzata di spalle. L'incarico che gli era stato affidato dal direttore e dal Fontanella era troppo difficile e pericoloso, superiore anche alla leggendaria abilità d'intrigo del giornalista tollerato.

La _Cisalpina_ andava sfasciandosi, e il colpo di grazia, dopo i colpi mortali del Kloss, le veniva dato da quella gente appunto, cui i sommi reggitori, ingolfati nei loro propri interessi, nei loro pasticci, non avevano mai pensato, o avevano pensato troppo poco e male.

Era la massa, cioè, degli operai, raccolti, arruolati, nei ceti più turbolenti ed infidi d'ogni paese, veri soldati di ventura e di sventura, rotti ai lavori più duri e più pericolosi, irritati dalle lunghe attese della paga, dai ripetuti inganni, dalle eterne cabale, dalla minacciata sospensione dei lavori; furibondi specialmente contro Matteo Cantasirena che li aveva per tanto tempo ubriacati di promesse e di declamazioni, contro il Fontanella, che mancava loro di parola, contro tutto il Consiglio d'amministrazione, che li lasciava senza lavoro.... Furibondi persino contro quel mite e buon Taddeo, che per ironia, per ischerno, chiamavano:--il gamba di legno--il Garibaldi--perchè nelle sue nuove funzioni di sorvegliante, portava lo zelo, l'instancabile attività del galantuomo, colla rigida inflessibilità del soldato, e perchè, "mangiando di quel pane", non voleva unirsi a dir male nè del colonnello, nè del Fontanella, nè di alcuno della _Cisalpina_.

Quando Matteo Cantasirena arrivò col primo treno, c'era ad aspettarlo soltanto il Perego. Questi non lo salutò nemmeno, non gli disse una parola e, cattivo segno, continuò a succiare il cordoncino unto degli occhiali.

--Cosa c'è di nuovo?--domandò Cantasirena, colpito. Il non vedersi accolto coll'espansione così necessaria alla sua indole, lo sconcertava.--Cosa c'è?

Mariano Perego tirò diritto senza rispondergli, continuando a succiare il cordoncino.

Matteo Cantasirena ansava.

--In questo momento in cui ho bisogno di tutto il mio coraggio, del coraggio di tutti i miei amici, non bisogna avvilirmi. Bisogna darmi la fede, la serenità.

--Altro che serenità!--rispose il Perego.--Son fulmini e saette!

Infilarono una stradicciuola umida e deserta, fra alte muraglie di orti e di giardini: volevano recarsi al "Palazzo dei Lavori" senza attraversare il paese.

--Altro che montare la dimostrazione perchè la _Cisalpina_ continui i lavori! Sarà grazia di Dio se riusciremo a sventare la ribellione, la rivoluzione.... e a salvar la pelle! Sì, la pelle!--E lo dico io, che me ne intendo.--Il "quarto d'ora" è lo spirito del tempo: lei ha abusato del "quarto d'ora".

Mariano Perego, impettito, trovata la definizione, trovò anche il cordoncino da ricacciare dietro l'orecchio.

--Avremo la rivoluzione, una vera rivoluzione, una rivoluzione contro di lei, contro il Fontanella.... e magari anche contro il Kloss.... la rivoluzione di chi non ne ha, contro chi non gliene vuol dare, la rivoluzione dell'appetito. E se gli operai non riusciranno a mangiare, se non riusciranno ad avere il loro danaro, riusciranno a rompere la testa a qualcuno.... e lei guardi, per suo conto, di non esporre la sua.

--Siete sempre eccessivo!--borbottò il direttore che voleva riacquistare la propria autorità.

--Eccessivo?... No. L'avverto di stare in guardia. Rompere "qualche testa grossa", fare a pezzi gli _sciacalli_ della _Cisalpina_, gli sfruttatori, i camorristi, i ladri della _Cisalpina_, ecco le loro espressioni!... Non invento: riferisco. Basta mettere i piedi in un'osteria.... e non si sente altro. Anche il Fontanella si comporta male: è un ingegnere, ma, non ha che chiacchiere: avrebbe dovuto fare l'avvocato. Non si va a far l'elegante, col sigaro d'avana in bocca, fra la gente che non sa come dar pane ai figliuoli, da tre settimane! È corsa voce della riunione di stamattina alla sede e forse....

Il Perego si fermò.

--Forse.... che cosa?...--domandò Cantasirena, prendendolo sotto braccio.

--Forse è per oggi....

--Per oggi?--e lo fissò interrogandolo coll'occhio inquieto.

--Fermatevi! fermatevi a Primarole tutta la giornata e me ne saprete dire la fine!

Erano giunti dinanzi al "Palazzo dei Lavori" e da una rapida occhiata, Matteo Cantasirena capì che le apprensioni dell'"egregio Perego" non erano nè infondate, nè esagerate.

Nella via, sulla porta, sotto l'atrio, crocchi di operai, colla pipa in bocca, l'aria ironica di sfida, le facce nere arse dal sole, burbanzose e minacciose: gruppi di braccianti più laceri, più estenuati; qua e là qualche donna, qualche ragazza, dall'occhio sfrontato.

In disparte, un gruppo di operai, più seri, più alti, più nerboruti, colle facce tonde, coi capelli e colle barbe biondastre: i tedeschi e gli svizzeri, che confabulavano fra di loro, sommessamente, in un gergo incomprensibile.

Cantasirena volle fare i soliti saluti colla mano, da buon camerata, ma non gli rispose che qualche ghigno. Allora riprese la sua maestosa imponenza: si fermò apposta sul portone a discorrere col Perego, che pareva impicciolirsi, e si ficcava il cordoncino dietro l'orecchio nervosamente, poi entrò nel palazzo.

Si sentivano grida di minaccia, di beffa, gli improperi più strani, nei diversi dialetti:

--_Bagolon del luster!_

--_Vajana!_

--_Camorrista!_

--_Andâe là, pendin da forca!_

A un tratto un sibilo acuto lacerò l'aria, echeggiò sotto l'atrio, e subito, irrompente, tutta una salva di sibili, di fischi.

--Il Fontanella!...--mormorava Matteo Cantasirena, salendo pallido su per la scala.--Avete ragione, amico mio,--il Fontanella, li ha disgustati, irritati, esasperati!

Sopra la cassapanca, unico mobile della vecchia anticamera aperta ai quattro venti, senza vetri alle finestre, vide dei soprabiti, dei cappelli. Erano le otto, e già nella sala della direzione v'era gente.

--Son venuti presto.... per congiurare, contro di me, prima della seduta!--bisbigliò Cantasirena, e invece di entrar subito in sala, andò in cerca di Taddeo, per informarsi degli intervenuti. _Taddeum_ non c'era. Non c'era mai! Era proprio venuto a Primarole per godersi le vacanze, la campagna, gli ozî beati! E Matteo non ritrovò più nemmeno Mariano Perego: questi, invece di aspettarlo, era ridisceso, era sguisciato fuori, aveva attraversato i crocchi senza farsi notare, era scomparso. Gli pareva giunto il momento di valersi di una vecchia amicizia di polizia, rinnovata in quei giorni a Primarole.... per caso.

Cantasirena rimase un momento sull'uscio prima di entrare: avvicinò l'orecchio alla fessura, ma non si capiva niente di quello che dicevano. Si rizzò, si abbottonò il soprabito, si lisciò il barbone, ed entrò. Vide subito, seduti in crocchio che discorrevano fra di loro, il Vergani, il Bizzarelli, il Brunetti.

I tre lo salutarono, ma egli li guardò e non rispose; vide il marchese Tolomei, chino sopra un monte di registri, che andava sfogliando febbrilmente, e Cantasirena questa volta fu il primo a salutare colla mano, con ostentazione.

Poi andò diritto dal Fontanella; lo trasse in disparte, presso la finestra, e gli parlò sottovoce.

--Andiamo male. Dei consiglieri, i nemici, i rompiscatole sono qui tutti.

--È certo che verrà deliberata la sospensione dei lavori e la convocazione dell'assemblea nei dieci giorni. Avete provvisto per le centocinquemila lire?

--Ci sono.... Ma vorrei fare un dispaccio....--rispose Matteo.

E fu allora che scrisse il dispaccio per la duchessa, colla notizia dei disordini a Primarole, e di nuovo chiese di Taddeo per mandarlo al telegrafo.

--Taddeo è fuori; verrà a momenti; passa le notti al deposito degli esplosivi: c'è tutto da temere, e occorre gente fidata, di coraggio.

--E l'Arcangeli?...--domandò Cantasirena al Fontanella.

--Non mancherà di certo. Il Laner piuttosto?...

--Doveva esser qui. Non è qui?

--No. Ma voi, di dove venite?

--Sono stato a tentare l'ultimo colpo col Bonforti e col Ghirlanda.

--E così?

--Pilato.... e Longino! L'uno se n'è lavato le mani; l'altro mi ha abbeverato di fiele!--Sospirò, poi s'irritò, pestò i piedi, e si rivolse arrogantemente al Tolomei:

--Siamo in numero!--Avanti chi tocca e incominciamo!

--La convocazione è per le nove,--rispose secco il Tolomei, e continuò a scartabellare i registri e a prendere appunti.

Un gruppo di consiglieri della _Cisalpina_ comparve poco dopo, fermandosi sull'uscio, discutendo animatamente. Ma il gruppo, d'un tratto, fu sbaragliato, attraversato da Gesualdo Arcangeli; lo scultore entrò nella sala, col cappello in testa, la cravatta rossa, burbanzoso, minaccioso come se volesse fare a' pugni con tutto il mondo. Si avviò difilato verso il Cantasirena e il Fontanella, gridando con enfasi, stringendo loro le mani con gran forza:

--Pronti!... Pronto al comando!... E sempre amici!--in vita e in morte--per Dio!

Peccato!... Gridava per quattro, ma non poteva votare che per uno!

--E il Laner?--domandò l'Arcangeli, guardandosi attorno, arricciandosi i baffi, dimenandosi sui fianchi,--il nostro Pietro, Pietro il Grande, non c'è?

--Se non è venuto a quest'ora.... avrà avuto paura!...-bisbigliò il Fontanella.--Un altro voto di meno!

Matteo Cantasirena, sempre più agitato, nervoso, alzò la voce:

--Dirò, col mio compianto amico.... il Belisario di Sebenico: "Agli alti monti la neve, alle anime generose la gelida sconoscenza!"--Fece alcuni passi infuriato, poi tornò vicino al Fontanella e all'Arcangeli, borbottando:--Anche quel falso trentino che mi diventa un.... _tirolese!_ Quel giullare!--E ritornò ad alzare la voce, lanciando occhiatacce furibonde al gruppo del Vergani, del Bizzarelli, del Brunetti.--Tutti così! Tutti ingrati, gli ex morti di fame!... Un branco d'ingrati, tutta la gente messa al mondo da me!... Creata da me!...

Il Brunetti si alzò di colpo, rivoltandosi:

--Oh, è ora di finirla!... La finisca di fare.... il Domeneddio! Sissignore! Morti di fame, perchè la nostra parte.... l'ha mangiata lei!

Il Bizzarelli, il Vergani, gli altri, lo tiravano per la giacchetta: volevano farlo sedere, volevano farlo star zitto, ma non c'era verso.

--Lasciatemi parlare!--gridava il Brunetti più forte, più rosso, più in furia.--Lasciatemi parlare! Sono mesi e mesi che ingoio, che soffoco, che mi strozzo!--Sissignore!--Morti di fame, perchè abbiamo sempre avuto la debolezza di credere alle sue chiacchiere, a' suoi giuramenti, alle sue preghiere, alle sue lacrime! Morti di fame!--Sissignore!--Perchè non le abbiamo mai fatto scontare tutte le sue.... porcherie!

Matteo Cantasirena, che a questa sfuriata era rimasto turbato, interdetto, appena riprese fiato si rivolse al marchese Tolomei, ch'era salito al banco della presidenza e scampanellava per imporre il silenzio.

--Con questo tono.... con questa forma.... con questo linguaggio.... ogni discussione è impossibile: io rinuncio alla parola!

--Porcherie! Porcherie!--strillava il Brunetti,--e la colpa è sua se non posso usare un termine più pulito!

--Finiamola!--esclamò Matteo Cantasirena, pallido, smorto. Ma poi, subito, riprese il sopravvento, rivolgendosi ancora al Tolomei:--In questo luogo è soltanto all'autorità del nostro egregio Presidente che io posso.... che io devo rivolgermi.... per farmi rispettare!--e sedette maestoso, sdegnoso, voltando le spalle "a quel malcreato".

--La prego, signor Brunetti,--gridò a sua volta il Tolomei,--faccia silenzio!... Le sue ragioni..... i suoi risentimenti....--ma non gli venne la frase e finì, pestando un piede sotto il tavolo, e scampanellando furiosamente.--Avrà tempo di sfogarsi fuori di qui!

--Ssst! Silenzio!--sibilò, urlò l'Arcangeli.--Silenzio! Per Iddio!

Il Brunetti circondato, tirato giù dai suoi amici, fu costretto a sedere e a tacere.

Il presidente, dopo un'ultima suonata di campanello, dichiarò aperta la seduta. L'ordine del giorno recava per primo:

"_Discussione del bilancio consuntivo da presentarsi all'Assemblea dei soci azionisti_."