La baraonda

Chapter 20

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Ma Eleonora aveva detto di amarlo! L'incanto era stato irresistibile! E ormai.... ormai era sua moglie, sua per sempre, e ormai egli aveva bisogno di quella donna così bionda, così bella! Aveva bisogno di quel tepore fragrante, di quelle braccia, fra le quali finiva per addormentarsi, esausto e deliziato.

Del resto essa era buona e gli voleva bene e poi era troppo altera e orgogliosa. Anche povera, relativamente sarebbe stata fiera di essere la duchessa di Casalbara. Bisognava risolversi, parlare, confessarle tutto.

La prima notizia, inaspettata e che rendeva improvvisamente, grave la sua condizione finanziaria, era stata comunicata al Casalbara da una lettera del Kloss. Il Kloss lo avvertiva confidenzialmente, che alle relative scadenze, il duca avrebbe dovuto pagare tutte le sue cambiali, per un importo complessivo di novantasette mila lire. La crisi del mercato italiano lo obbligava a realizzare tutti gli effetti che aveva in portafoglio. E per sua norma gli trascriveva le varie date delle scadenze, tutte a breve distanza l'una dall'altra: la prima, di 15 mila lire, appunto fra una ventina di giorni.

Francesco Kloss, prevedendo che _cuel vecc straortinari_ avrebbe finito col rovinarsi interamente per i capricci e il lusso di sua moglie, non voleva pagare le spese dell'altrui _balortaggine_.

Il Casalbara ora rimasto indignato da quella lettera. Non rispose nemmeno al Kloss: pensò di scrivere invece al suo amministratore, il ragionier Vigliani, per quanto anche questo passo gli riuscisse penoso.

Il denaro che il Casalbara aveva avuto a mano a mano dal Kloss nel lungo periodo della loro vita in comune, gli era sfumato di tasca stupidamente, senza che egli avesse pensato mai nella sua vanagloria, che un giorno o l'altro, l'amico.... avesse a mostrare le unghie del creditore, e pretendere il saldo di quella specie di conto corrente.

Anche la cifra enorme delle varie sovvenzioni e degli interessi accumulati gli riesciva inaspettata, incomprensibile.

Come?... Novantasette mila lire?!... Aveva speso novantasette mila lire?!...

In che modo?

Per il matrimonio, per Nora aveva ricorso alla sua amministrazione.

Quell'ottimo Vigliani, sempre così affaccendato, che inventariava tutto il mondo e che aveva in mano i patrimoni di mezza Milano, sapeva de' suoi pasticci colla banca Kloss?... Ad ogni modo come seccava al duca di doverglielo confessare, lui, direttamente, dandogli l'incarico di provvedere e di regolare quelle scadenze!

Ma pure, appena scritta e spedita la lettera, il Casalbara respirò: il Vigliani avrebbe certo provveduto. E per due giorni non ci pensò più, tornò a grogiolarsi beatamente nell'adorazione di sua moglie.... ma per due giorni soltanto. La risposta sollecita, troppo sollecita, immediata del ragioniere era ben diversa da quella che il duca s'immaginava, e lo aveva sconvolto, messo sossopra.

Oh, quale doloroso e angoscioso risveglio da quel suo dolcissimo e incantevole assopimento!

Il ragioniere parlava chiaro:

"Era già edotto del fido che il signor duca aveva trovato alla banca Kloss, ma non se n'era occupato perchè "non era di sua spettanza il fare osservazioni". La risoluzione di ritirarsi a Bergamo e a Casalbara, già ventilata insieme, avrebbe riparato, come il signor duca sapeva, ai dissesti ben noti nel patrimonio, causati dalle crisi agrarie e da quel po' di eccedenze nelle spese, sempre da lui sommessamente deplorato, nel presentare gli annuali bilanci.

"Anche poco tempo prima dell'avvenuto felicissimo matrimonio, aveva dovuto improvvisamente e perentoriamente, soddisfare una richiesta di _venti mila lire_. Per definire la "situazione" di fronte al credito della banca Kloss ed anche per chiudere, in omaggio al decoro e alla nobiltà della casa, una pendenza di quel genere, le economie, i progetti già maturati non erano più bastanti: oltre al palazzo di Milano, bisognava forse occuparsi della vendita, e rassegnarsi anche al sacrificio, per quanto doloroso, di Casalbara.

"Era poi assolutamente indispensabile e urgentissimo che il signor duca, per tutte le pratiche necessarie, tornasse subito a Milano."

Il Casalbara si tenne quella spina nel cuore per alcuni giorni;... lottava contro sè stesso, mercanteggiava quasi colla propria coscienza fra la necessità di partire, di tornar subito a Milano, e il desiderio, la bramosìa di prolungare ancora di un altro giorno, di un'altr'ora l'incanto, la voluttà di quella vita.

Il Vigliani mandò un telegramma al signor duca, quasi ingiungendo il ritorno immediato.

.... Bisognava parlare: ma ancora non ebbe il coraggio di parlar per il primo: fu Nora, essa stessa, che l'obbligò a spiegarsi.

Una sera, ritiratisi gli altri ospiti dell'_Hôtel Duval_, il Casalbara si era recato, come al solito, ad aspettare la moglie sul terrazzo. Sempre, un po' prima di andare a dormire, Eleonora fumava lì, su quel terrazzo, la sua ultima sigaretta. Sdraiata mollemente, mollemente assorta e silenziosa, si godeva l'aria, il fresco, la notte, le stelle, seguendo col lento dondolìo della poltrona, il murmure quieto, lontano del mare.

Quella sera, quando la vide apparire fra le ombre, fra la luce pallida del terrazzo, ondulando, tutta bionda, tutta bianca e vaporosa nella lunga vestaglia di crespo e di merletto, sentì corrersi un brivido per le vene, e avrebbe voluto morire. Bisognava parlare!

Nora gli si avvicinò, sorridendo. Egli sentì il soffio, la vampa calda, si sentì avvolto nel suo odore di bionda e di _lilas de Perse_.

--Stella....--balbettò.

--Ah!... Che delizia! Che delizia!--Nora, con un lungo respiro stirò, alzò le braccia nude, rotonde, rosee, fuor della larga manica trasparente.... respirò ancora.... poi le lasciò cadere attorno al collo del marito riposandosi morbida, stanca sulle sue ginocchia.

--Hai sonno.... cara?

--Si sta bene, tanto bene qui.... così....--E accesa la sigaretta, lo baciò, ridendo, colla bocca piena di fumo.

.... Dio, Dio! Bisognava parlare: il giorno dopo bisognava partire!

--Che hai, Nannucci?...--essa gli domandò a un tratto, dopo di aver lanciato dal terrazzo la sigaretta spenta.

--Stella! Stella!--bisbigliò il duca commosso e sospirò:--Perchè non posso darti la vita?...

Nora sentì tutto il dolore, tutto lo strazio represso in quelle parole e ne rimase impressionata: si alzò in piedi rigida, appoggiandosi al parapetto del terrazzo.

--Cosa c'è?--E lo guardò fissamente.

Ma il Casalbara non sapeva risolversi, non poteva parlare. Temeva il suono stesso delle sue parole, della sua voce. Il silenzio di quella quiete serena, muta, calma e chiara si era fatto più profondo.... Anche il murmure lontano del mare era cessato.

Pareva al Casalbara, che non soltanto gli occhi fissi, attenti sul viso pallido della moglie, ma che tutto d'intorno a lui, il cielo diffuso e limpido e il mare fermo e muto, aspettassero le sue parole, la sua confessione....

Dio! Dio! Come mai era stato così spensierato? Così leggero? Così egoista?...

--Che c'è?... Che c'è di nuovo?--ripetè Nora con un leggero tremito d'inquietudine e d'ira.

--Ho.... avrei da chiederti un sacrificio. Bisognerebbe partire.... presto.

--Per San Moritz? Non è già fissato?...

La buona stagione di Nizza, infatti, era finita da un pezzo, e i Casalbara avevano combinato con lord e lady Paget di passare l'estate, tutti insieme, in Engadina.

--Ecco il sacrificio,--balbettò il Casalbara.--Bisognerebbe abbandonare la nostra prima idea.... e tornare a Milano.

--A Milano?... Tornare a Milano? Adesso che non c'è più nessuno?

Il duca tremò più forte: non ebbe il coraggio di dir tutto, subito, di affrontare di colpo lo scoppio di quella collera.

--Per una decina di giorni, soltanto!... Forse anche meno. Il tempo necessario per riparare ad una cattiveria, un'azionaccia del Kloss. Hai proprio ragione, stella! Il Kloss è un furfante!... un fur....fante!--E gli scappò uno sternuto grosso, fragoroso. Era il solito di tutte le sere: era il segnale della ritirata. La brezzolina umida del terrazzo finiva sempre per infreddarlo.

--Andiamo!--esclamò Nora dispettosamente. E senza aspettarlo, senza prendergli o dargli il braccio, si avviò sola, risoluta, imperiosa, verso la sua camera che splendeva illuminata, in mezzo al terrazzo.

Il Casalbara le tenne dietro curvo, premendosi la mano sulle reni indolenzite, gemendo:

--Ahi! Ahi!... Non mi sento bene stasera...; non mi sento bene.

L'altra non gli badò nemmeno e mandò via subito la cameriera, senza svestirsi.

--Di', su, sbrigati, che c'entra il Kloss?

Il duca cominciò a raccontare delle cambiali, del ragioniere Vigliani, ma poi, per far più presto, le fece leggere le due lettere e l'ultimo telegramma.

Nora, nel primo impeto, se la prese contro il Vigliani; doveva essere un imbecille, un impostore.... o un imbroglione; e siccome il duca voleva difenderlo, allora la tempesta si scatenò sul suo capo.

Un'altra donna, pur nelle medesime condizioni di Nora, avrebbe sostenuto quel colpo con maggior calma, con maggior coraggio.... Non avrebbe potuto capire così subito tutta la gravità di quelle notizie. Ma per Nora invece, il caso era diverso: la rovina le si era affacciata in un attimo, chiara, lampante, orrenda: per la figliuola dello zio Matteo, quei debiti, quelle cambiali, quelle minacce, erano il suo passato che ricominciava, il suo passato di angosce, di stenti, di espedienti, di privazioni, di miseria--era quella vita maledetta che avea voluto troncare ad ogni costo, a costo di buttarsi fra le braccia di un vecchio.... e che invece doveva ancora ricominciare.... e insieme a quel vecchio!

Nora tremava, piangeva, lo schianto del dolore confondendosi alla collera, all'ira.

--Ma se il Vigliani è onesto,--balbettava,--allora sei tu che mi hai ingannata; sei tu che hai ingannata una povera ragazza!

--Calmati! Non gridare! Non farti sentire!--pregava, supplicava stordito, spaventato il Casalbara, che pur temendo di sua moglie non avrebbe mai immaginato, quelle furie.--Calmati! Sei in preda all'esaltazione! Siamo ben lontani dalla miseria, dalla rovina. Si tratta di qualche piccola economia.... di qualche piccola privazione.

Nora strillò più forte e continuò:

--Vendere il palazzo di Milano! Vendere Casalbara!... Ridursi a vivere a Bergamo! Subito!... Adesso!... Subito! Dio! Dio! Dio! La disgrazia, la rovina e il ridicolo! Infelice e ridicola! Perchè tutti rideranno di me! Tutti! Tutti! Tutti!

La fierezza del Casalbara si ridestò a queste parole e lentamente, ma con gravità, con forza, le disse:

--Potrai essere infelice, questo sì: ma dipenderà da te, dal tuo cuore, dipenderà da ciò.... in cui tu avevi riposta la tua felicità. Ma ridicola no--ridicola mai! Anzi, sarai sempre più rispettata e ammirata, se saprai mantenerti nobile e dignitosa nella nostra disgrazia.

Nora non gli rispose; non lo vedeva, non lo ascoltava, non lo sentiva nemmeno. Essa vedeva e sentiva le risa di Evelina, dello zio Matteo, la sghignazzata del Kloss! Tutti, tutti, tutti ridevano di lei, e le passavano tutti dinanzi in quel momento!

Aveva voluto essere una signora, aveva abbandonato il Laner per essere una signora, e andava a finire esiliata a Bergamo, seppellita a Bergamo!... Vendere il palazzo di Milano! Vendere Casalbara!

Il dolore, era ancora più forte della collera. A un tratto fu presa da un parossismo, da una convulsione terribile. Pestò i piedi, si stracciò le vesti, si strappò i capelli, si graffiò la faccia, rompendo, buttando all'aria tutto ciò che le capitava fra le mani, poi si lasciò cadere affranta, esausta attraverso il letto, gemendo ancora, torcendosi ancora, mordendo, nei sussulti dello spasimo, le coltri e i guanciali.

Quando parve quietarsi, quando rimase immobile, distesa, supina attraverso il letto, il Casalbara, dopo averla guardata a lungo, inquieto, incerto, le si avvicinò:

--Perdonami, Eleonora. Posso giurarlo sul mio onore: non ho voluto illuderti, ingannarti; io stesso mi ero ingannato, mi ero illuso. Perdonami, sono colpevole verso di te, per la mia spensieratezza! Io non ho mai badato agli affari.... a' miei interessi. Mi credevo sempre abbastanza ricco per non dovermi preoccupare dell'avvenire. È stato un errore, una colpa. Ti domando perdono--perdonami.... adesso la sconto amaramente. Ma se avessi potuto soltanto immaginare.... questo che oggi mi succede.... sul mio onore.... ti giuro.... ti avrei detto tutto, prima....

Il povero vecchio si avvicinò di più.... Gli gocciolavano le lacrime dagli occhi gonfi.

Nora era sempre buttata distesa attraverso il letto.

--Ti avrei detto tutto.... a costo di dover rinunciare al mio paradiso.... di perdere l'amore della mia stella,--bisbigliò umilmente, quasi supplichevole, fissando il collo bianco e i capelli biondi.

Nora non piangeva più, non gemeva più: non rispose, non si mosse.

--La crisi è passata,--pensò il Casalbara, disposto a compatire, a perdonare, a dimenticare tutto quanto era successo, nell'egoismo intimo della sua passione, nel bisogno materiale di quella donna. E si consolò. Eleonora aveva gridato, si era sfogata.... ma infine si era calmata!... Era stata ingiusta; nell'impeto di quella collera era stata brutale, atroce.... villana. Da quella bocca incantevole, divina, erano uscite parole nuove, strane, parolacce volgari. Ma, ormai, si era sfogata.... si era calmata.... era lì, quieta, buttata sul loro letto.... Egli l'aveva ancora.... Che importava tutto il resto?... Essa gli era rimasta!... L'aveva ancora!...

Prese lo scialletto di crespo, il fisciù di trine, la casacchina rosa da letto tutta morbida e fragrante, che Nora nel suo furore aveva buttato qua e là, li piegò, li ripiegò, lentamente, amorosamente, li collocò sul canapé. Cercò le piccole babbucce orientali e glie le posò vicino.... accese la fiamma a gas dinanzi al piccolo specchio dove Nora usava fare la sua toeletta della notte, le preparò il largo pettine e la spazzola d'avorio pei capelli. La guardò, la sogguardò furtivamente: era sempre quieta.... Ormai la tempesta era passata.... Gli era rimasta! L'aveva ancora!...

Passò dall'altro lato del letto, ne distese, ne rimboccò le coltri dalla propria parte, si preparò l'acqua collo zucchero.... tornò in mezzo alla camera, vicino al sofà, cominciò a levarsi l'abito, il _gilet_.... e tornò a guardarla;... poi le si avvicinò piano, e prendendola delicatamente colle due mani sotto le ascelle per aiutarla a sollevarsi, le disse baciandole i capelli:

--Alzati.... cara.... ti farà male, star così sdraiata.... Vieni a letto.

Nora si rizzò, si voltò di colpo: la sua faccia per essere stata malamente compressa contro i cuscini, era attraversata da due solchi sanguigni. Essa lo guardò sfrontatamente, con un sogghigno ironico, beffardo, poi, a un tratto, senza dir parola, lo afferrò per un braccio e lo spinse, lo cacciò barcollante, incespicante sui tappeti, nel salottino attiguo alla stanza da letto; prese il suo abito, il suo _gilet_, glieli buttò dietro; e sbattè le portine, girò la chiave, sempre senza dire una parola, senza dir niente, muta.

--Eleonora!... Eleonora!...--balbettò il Casalbara, tendendo le mani nell'oscurità....--Eleonora! Eleonora!

Dai vetri opachi delle portine, passava appena il chiarore confuso dell'altra stanza.

--Eleonora!... Eleonora!--e rimase colla fronte appoggiata ai vetri spiando ansioso, esasperato, tremante, l'ombra della moglie che scorgeva muoversi attorno al letto.

--Eleonora!... Eleonora!--esclamava colla voce bassa, ma vibrata.--Perchè così?... Perchè hai fatto così?... Sei troppo cattiva!... Non ti credevo così!... Apri!... Apri!... Non facciamo scandali! Non facciamo scene!--E s'infuriava perchè non otteneva alcuna risposta, e scrollava forte le portine per riuscire ad aprirle.--Te lo comando! Apri! Sono tuo marito! Rispondi almeno!

Lo stesso silenzio: Nora si moveva sempre vicino al letto.

--Rispondi, Eleonora!

Sentì soltanto il rumore così noto: il piccolo "crac" del busto che Nora slacciava d'un sol colpo. Sentì il lento scivolare della veste da camera sul tappeto, e il lungo fruscio delle batiste....

Allora tornò a balbettare, a gemere, a supplicare, a domandar perdono, sempre colla fronte appoggiata ai vetri, guardando, guardando....

Intravvide Nora che alzava le braccia.... che scioglieva, stendeva la lunga massa dei capelli e li avvolgeva nervosamente sul capo.

--Perdonami! Eleonora!... Perdonami! Andrò io solo a Milano.... Domani.... Tu resterai qui.... Andrai a San Moritz! Farai tutto ciò che vorrai! Aprimi! Stella! Stella! Non venderò il palazzo! Te lo giuro! Non venderò Casalbara! Perdonami! Perdonami! Gioia! Stella! Amore! Perdonami! Apri! Ho freddo qui! Non posso restar qui!... Sto male!... Mi ammalerò! Apri! Eleonora!

Sentì lo scricchiolìo del letto.... sentì il fruscio di Nora che si stendeva, si rivoltava fra le coltri.

--Almeno una parola!... Una parola! Non ti domando più che una parola.... sola....

Di colpo si spense il lume: il Casalbara non vide, non udì più nulla.

Allora, sempre colla fronte appoggiata ai vetri si mise a piangere, silenziosamente. A poco a poco il freddo gli penetrò nelle ossa.... e col freddo il timore di risvegliare Eleonora co' suoi singhiozzi. Allora il povero vecchio, trattenendo le lacrime, camminando in punta di piedi, a tentoni, andò a buttarsi e a piangere nella poltrona più lontana.

IV.

Il Casalbara, appena arrivato a Milano, dovette mettersi a letto. La scena colla moglie e il ritorno da Nizza fatto a precipizio, con un tempaccio del diavolo, lo avevano ridotto in uno stato compassionevole. Era orrendamente infreddato, alla testa, ai bronchi; aveva paura di morire, aveva paura di sua moglie e aveva paura di perderla: soffriva, soffriva e non capiva più niente.

Nora, durante tutto il lunghissimo viaggio, non gli aveva mai rivolto la parola. Era rimasta sempre ferma al suo posto dall'altra parte del cupé, impenetrabile e muta, colla piccola riga bianca in mezzo alla fronte torva, aggrottata.

Il povero vecchio, tremante di febbre, osava appena guardarla, furtivamente, cogli occhi rossi, gonfi, lacrimosi, e cercava di impietosirla, mormorando:

--È finita!... È finita per me!

L'altra rimaneva immobile, fissa e rigida al suo posto. Soltanto dopo Novara, mentre infuriava il temporale e la pioggia fitta sbatteva contro i vetri, essa gli aveva detto brevemente e seccamente:

--Domani parlerò io col Vigliani.

--Sì.... cara.... tutto.... tutto ciò che vuoi!--si era affrettato a rispondere il povero marito scosso e consolato dal suono di quella voce, sebbene aspra e imperiosa.

Ma poi, vedendo che nemmeno la sommissione così pronta, così umile riusciva a placare Eleonora, tornò a gemere, a tossire, a sospirare, a mormorare tutto tremante e intirizzito:

--È finita!... È finita per me!

La duchessa, subito la mattina dopo, per far più presto, invece di mandare a chiamare il ragionier Vigliani, si recò lei stessa, direttamente al suo studio.

Non erano ancora le dieci e nondimeno il piccolo stanzino angusto e polveroso che serviva di anticamera, era già pieno di gente che aspettava: un monsignore, due avvocati che discutevano fra di loro, e una grassa matrona, vestita di tutti i colori, coi baffetti neri e i riccioloni a rubacuori incollati sulle tempie.

Nessuno si scosse all'entrare di Nora; erano abituati a ogni sorta di clienti.

--Prego, faccia avvertire il ragionier Vigliani che c'è la duchessa di Casalbara,--disse Nora, a mezza voce, in fretta, allo scrivano, che faceva anche da portiere.

Questi, un bel giovanotto ben pettinato e colla camicia scollata, non lasciò la signora duchessa ad aspettare in anticamera, ma la fece passare, andandole innanzi, e spalancando gli usci, nel salotto privato del ragioniere.

--Il signor Vigliani ha gente, ma verrà subito,--e dopo di aver pregato la signora duchessa di avere la bontà di accomodarsi, se ne andò, camminando in punta di piedi.

Nora, entrando nel salotto basso, tetro colle tappezzerie giallognole, trasudanti l'umidore, aveva sentito venirsi in faccia una zaffata di rinchiuso e di cavoli riscaldati: si guardò attorno: appeso in alto, alla parete di mezzo, il ragionier Vigliani collo spillone di brillanti, sorrideva dal suo grande ritratto ad olio, fra le oleografie di due sultane.

Nora si seccava ad aspettare: ma non aspettò che pochi minuti.

Il Vigliani entrò quasi subito, come una bomba, strisciando e ruzzolando, profondendosi in inchini, in complimenti, in esclamazioni superlative.

Appena ripreso fiato, appena ebbe fatto sedere la signora duchessa, le domandò del signor duca, tenendosi ritto dinanzi a lei colle mani congiunte.

--È rimasto a letto. Si è un po' infreddato nel viaggio.

--Voglio sperare che sarà un'indisposizione leggerissima, affatto passeggera....--E il ragioniere sgranava gli occhi in segno del più vivo interessamento. Ma Nora tagliò corto colle chiacchiere.

--Capirà benissimo perchè sono corsa da lei in questo modo. Non potevo aspettare, sono troppo inquieta, troppo spaventata. Voglio sapere subito come stanno le cose, voglio sapere tutta la verità. Mio marito mi ha fatto leggere la lettera del Kloss e la sua. E sono qui anche per incarico di mio marito, che non può muoversi.

Il ragionier Vigliani, inquieto, cominciò a sospirare, alzando gli occhi al cielo, stringendosi nelle spalle, allungando le braccia.

--Voglio saper tutto,--ripetè la duchessa.

L'altro, ancora un po' sossopra, balbettò:

--Allora mi farò coraggio... per ubbidirla,--e cogli occhi cercò il posto dove sedersi.

Ma appena il Vigliani cominciò a parlare d'affari, diventò un altr'uomo; mutò voce, espressione; non era più confuso, non si sentiva più impacciato. Fece passare la duchessa sul canapè perchè stesse più comoda, e sedette a sua volta, si sdraiò sulla poltrona accanto, accavalciando le gambe l'una sull'altra. Parlò chiaro, esplicito, quasi duramente.

--Bisogna vendere il palazzo di Milano, bisogna vendere la villa e i fondi di Casalbara. Bisogna ridursi a vivere a Bergamo.... con una quindicina di mille lire all'anno. E questo bisogna farlo subito.

--Subito?

--Tirando in lungo, perdendo una buona occasione non si salva più nulla!

--Subito?... Subito?...--ripetè Nora, quasi con un gemito nella voce tremante.

L'altro parlava sempre in fretta, guardando spesso l'orologio della caminiera, dimenando la gamba che aveva a cavallo sull'altra, e mostrando la calza bianca, grossa, sotto la scarpaccia inzaccherata.

--Lei, povera signora duchessa, lei sconta adesso quella... quella diremo... ostinazione del signor duca di non avermi mai ascoltato, quando raccomandavo col dovuto rispetto, di limitare le spese secondo le rendite: Mah! siamo sempre andati avanti, in tutti questi anni, non per colpa mia, ci tengo a dichiararlo, come ai beati tempi dei Casalbara, signori e padroni di terra e castella, col diritto delle decime e di batter moneta!

Nora, sempre dandogli ragione perchè non le conveniva di colpo disgustarlo, cominciò a fare qualche domanda circa le rendite, gli aggravi, il patrimonio.

Il Vigliani l'interruppe, alzandosi d'un tratto.

--Un momentino, scusi... permetta,--e uscì sempre strisciando, e ruzzolando, per ricomparire quasi subito con un fascio di carte, che spiegò dinanzi a Nora, dopo essersi inforcati gli occhiali sul naso.

--Ecco qui, signora duchessa. Veda lei stessa il riassunto dei bilanci degli ultimi anni, che ho fatto estrarre appunto in questi giorni.

Nora, seguiva il dito grosso, villoso, dalle unghie sudice e rosicchiate del ragioniere, che segnava le cifre; ma non riusciva ad afferrare, a sapere tutto ciò che avrebbe voluto.

Il Vigliani, quando ebbe finito di mostrarle tutte quelle annotazioni e di farle osservare tutte le passività che gravavano sul patrimonio, concluse, mettendo le carte sul tavolo e posandovi sopra gli occhiali:

--Come ho scritto al signor duca, e come ho già detto alla signora duchessa, non c'è altro da fare: vendere il palazzo di Milano e vendere la villa di Casalbara, per la quale, anzi, proprio in questi giorni, mi sarebbe capitata una buonissima occasione.